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“Il fascismo delle cose” di Emanuela Scarpellini
Michele Lupo su ALIBI ON LINE



Un'indagine sugli oggetti che, investiti in qualche modo di una funzione simbolica, incarnavano l'immaginario del potere fascista - questo è il libro di Emanuela Scarpellini Il fascismo delle cose. Oggetti e consumi del Ventennio, edito da Einaudi nella prestigiosa collana storica.

Scarpellini compie una ricognizione che pur non potendo essere esaustiva, risulta assai ampia, sia per la larghezza dei materiali investigati che per la profondità delle analisi. Nel caso specifico, la presenza massiccia di alcuni feticci della storia materiale fascista (il caffè, il tabacco e le sigarette, la banana, il cioccolato, spesso dunque frutti del colonialismo africano) oltre che di monumenti, medicine, monete, francobolli etc.
Si veda per esempio il motivo iniziale delle banane, in cui si registra un'attività storiografica memore della lezione foucoultiana di una microfisica del potere. Vari erano gli attori in campo per allestire un teatro propagandistico che seducesse la popolazione e la facesse sentire partecipe della grandezza dell'impero.
L'esotico a portata di mano di un regime che mentre violentava il Corno d'Africa ne esibiva i dolci frutti necessari alla salute degli italiani, avrebbe contribuito a rafforzare il consenso verso la scelta di invadere l'Etiopia.
L'impresa delle banane fu organizzata con scrupolo attraverso l'istituto del monopolio (il RAMB), la catena dei distributori, concessionari all'ingrosso e venditori al dettaglio che dovevano essere naturalmente iscritti al partito: gli artefici della propaganda avrebbero poi trovato vantaggio dalla forma classicamente riconoscibile del frutto.
Un'iconografia sparsa fra giornali e manifesti ne esaltava le proprietà curative e nutritive, cui davano man forte stuoli di ricercatori e medici: un processo di governamentalità (ancora Foucault) in cui l'opera di persuasione collettiva si realizzava attraverso una propaganda capillare in luogo di un'aperta imposizione. L'operazione tuttavia funzionò molto più nelle città che nelle campagne.
Stesso discorso per il caffè, che da noi trovò il modo di specializzarsi in una declinazione tutta indigena di indubbia fortuna, nelle cui possibilità di consumo permanevano però precise distinzioni di classe. I caffè - intesi come locali - erano riservati alla borghesia medio-alta, nei bar (importati dagli USA) invece poteva affacciarsi chiunque.
Vari i modi anche con cui il caffè si poteva preparare: anche qui la dimensione salutista - seppure stavolta non fosse questione di minerali e vitamine ma di energia svelta e prontezza di spirito - la faceva da padrona. Igiene oltreché salutismo spingavano la raccomandazione all'uso delle saponette, anche per rimarcare la distanza dai presunti cattivi odori delle popolazioni africane colonizzate.
La contraddizione più interessante fu nell'incapacità di far fronte alle richieste a seguito delle sanzioni internazionali (ecco allora la pletora di surrogati sulle tavole degli italiani). Naturalmente, di quanto si buttasse in corpo interessava che lo stesso ne uscisse trionfante - o che almeno, i più vi credessero.


Michele Lupo

copertina

Emanuela Scarpellini
II fascismo delle cose
Oggetti e consumi nel Ventennio
Einaudi Storia
2026, 400 pagine, 29 €


L'articolo completo ALIBI ON LINE


  16 giugno 2026