Giovedì 20 novembre prima conferenza del ciclo EXPO 2015 Nutrire il futuro organizzato da Novaluna (ed altri) al Binario 7. Per una singolare coincidenza la conferenza si è svolta lo stesso giorno della visita a Parma del Presidente del Consiglio. Nella giornata parmense Renzi ha tra l'altro visitato uno stabilimento della Barilla e, nella circostanza, il presidente della società Guido Barilla ha presentato il Protocollo per l'Expo di Milano, un documento che impegna coloro che lo sottoscrivono ad esercitare azioni finalizzate a conseguire modelli di consumo e di produzione più sostenibili.
Nella presentazione della giornalista Chiara Tintori, una delle relatrici della serata monzese (argomento Nord e Sud del mondo I paradossi del cibo), sono stati illustrati gli stessi paradossi del cibo utilizzati da Guido Barilla nella presentazione del Protocollo, e cioè:
- nel mondo c'è un enorme divario tra chi ha troppo e chi troppo poco, divario che tende a crescere. Con la conseguenza che da una parte si muore di fame o da malattie da denutrizione e dall'altra si rischiano patologie, come il diabete, tumori, problemi cardiovascolari per una cattiva o eccessiva alimentazione: con effetti disastrosi sui sistemi sanitari;
- per il consumo della produzione agricola gli uomini sono in competizione con gli animali e le automobili. Una buona quantità (circa un terzo) della produzione mondiale di cereali viene utilizzata per alimentare capi di bestiame, a scapito della popolazione che non riesce a nutrirsi adeguatamente. Anche il mais (tradizionale alimento che ha sfamato per secoli generazioni di Europei) viene massicciamente utilizzato per la produzione di biocarburanti;
- sulla Terra si produce abbastanza cibo per sfamare tutti i suoi abitanti, ma una grande quantità (ancora un terzo!) viene sprecata. Secondo due possibili scenari. Nei Paesi meno sviluppati lo spreco avviene nella prima parte della filiera agroalimentare, ad esempio per tecniche di coltivazione o di conservazione inadeguate. Nei Paesi industrializzati può avvenire in ogni fase, dalla produzione al consumo: per esempio non si effettua il raccolto di prodotti quando il prezzo non è remunerativo (e qui si potrebbe aprire un discorso sulle responsabilità della distribuzione, vero deus ex machina nella fissazione, o imposizione, dei prezzi nel mercato) oppure è il nostro stile di vita consumistico, acquistiamo prodotti alimentari che in seguito, in tutto o in parte, finiscono nella spazzatura.
A questi paradossi debbono evidentemente rispondere i governi e le istituzioni internazionali, viste le dimensioni globali dell'alimentazioni. Ma qualcosa possiamo fare anche noi, sia pure a livello personale o familiare, specialmente nell'ambito dell'ultimo paradosso, quello sullo spreco. Una spesa e un consumo intelligente farebbe bene anche alla nostra salute come al portafoglio. Basterebbe ripristinare il rapporto con il cibo esistente nell'immediato dopoguerra: chi ha vissuto quegli anni ricorda la cura nell'acquisizione e conservazione dei cibi. Chi scrive ha avuto l'opportunità di vivere gli ultimi anni '40 in un paesino di montagna, che viveva di magra agricoltura e piccolo allevamento. Là gli alberi da frutta costituivano un prezioso complemento per l'alimentazione: non una mela o pera o prugna o ciliegia o noce o nocciola veniva trascurata nel raccolto. Ora vedo in autunno inoltrato alberi desolatamente pieni di frutti ormai deperiti, destinati agli animali selvatici dei boschi vicini. Tanto si comprano al supermercato, è il commento dei paesani. Ci vuole veramente una rivoluzione culturale.
E' un problema mondiale, dicevo prima a proposito della necessità che governi ed istituzioni internazionali si muovano. Anche perché c'è qualcuno che non perde tempo. Le grandi multinazionali del settore, quelle che hanno potere e risorse paragonabili a governi, e che sanno guardare lontano, e quindi pianificare meglio dei governi, stanno procedendo ad acquistare le terre che domani serviranno per le coltivazioni dei prodotti richiesti da una popolazione mondiale in costante crescita. Così ci racconta Carla Roiatti nel secondo intervento della serata (Il nuovo colonialismo delle terre coltivabili). Acquistano terre in Paesi che hanno estremo bisogno di capitali per il loro sviluppo e possono così strappare prezzi molto favorevoli. E' facile pensare che la loro intenzione sia quella di assumere in prospettiva una posizione dominante nel mercato. Naturalmente non è detto che quello che va bene per le suddette aziende vada bene per le popolazioni.
Giorgio Casera
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24 novembre 2014