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Sviluppo sostenibile?
Giorgio Casera
Ricordate il Club di Roma dei primi anni '70 del secolo scorso? Beh, il suo spirito è aleggiato durante la seconda conferenza organizzata da Novaluna ed altri giovedì 27 nell'ambito di una serie di eventi per dibattere i temi della prossima Expo. Il Club, formato da scienziati, economisti, imprenditori, diplomatici, uomini politici etc internazionali aveva pubblicato nel 1972 il Rapporto sui limiti dello sviluppo, il quale prediceva che la crescita economica non potesse continuare indefinitamente a causa della limitata disponibilità di risorse naturali e della limitata capacità di assorbimento degli inquinanti da parte del pianeta. Secondo il Rapporto le prime criticità si sarebbero verificate nei primi decenni del 2000. Il Rapporto suscitò enorme interesse nell'opinione pubblica mondiale, e anche feroci contestazioni da parte dei teorici dello sviluppo permanente (l'evoluzione tecnologica riuscirà a sopperire alle risorse che man mano potrebbero mancare ). In ogni caso cominciò un dibattito globale non limitato agli addetti ai lavori che portò governi e grandi istituzioni internazionali alla consapevolezza del problema e che si concretizzo infine nella Conferenza di Rio de Janeiro del 1992 sulla salvaguardia dell'ambiente, a cui seguirono in anni successivi altre importanti realizzazioni, come ad esempio i Protocolli di Kyoto etc. Questa la premessa storica. Nella serata di Novaluna tre relatori, di diverso ruolo e formazione hanno esaminato il problema dello sviluppo sostenibile dai punti di vista di salvare il salvabile, utopia e realismo. La prima è stata Francesca Dell'Aquila, assessore alla Cultura del comune di Monza. L'amministratore di cosa pubblica si trova oggi di fronte a situazioni già compromesse per errori del passato e di difficile recupero. Il livello di inquinamento ed il volume dei rifiuti da smaltire sono una conseguenza dei modelli di sviluppo impostati nel nostro Paese già dagli anni '60: l'amministrazione li affronta con la regolazione, per quanto possibile, delle fonti di inquinamento (traffico automobilistico, riscaldamento, alcune produzioni industriali ecc) e con l'ottimizzazione della raccolta differenziata dei rifiuti. Si può pertanto contenere il problema, non risolverlo alla radice. Stefano Magnoni, di Acra CCS (Acra è una Onlus che promuove lo sviluppo nei Paesi poveri attraverso la diffusione di cognizioni tecniche e competenze progettuale, in particolare nel settore agrario), ha invece portato la sua esperienza terzomondista. Già fisico e ricercatore universitario, è stato folgorato, sono sue parole, sulla via di Cernobyl. Il disastro della centrale nucleare lo convinse ad occuparsi di difesa dell'ambiente. Si è occupato da allora di raccolta differenziata (ha avviato i primi progetti in Italia) e in seguito di progetti di sviluppo, in particolare agricolo, in Paesi sottosviluppati. Magnoni dice che le previsioni del Club di Roma non si sono (ancora) avverate, per fortuna, anche per effetto della presa di coscienza di governi e istituzioni internazionali, ma, per sua esperienza diretta e soprattutto nei paesi sottosviluppati (tra cui inserisce anche l'India), il processo di degrado e distruzione dell'ambiente è più veloce della presa di coscienza sul problema. Paradossalmente, secondo Magnoni, l'attuale grave crisi economica potrebbe rappresentare l'opportunità di discutere il modello di sviluppo (capitalistico) attuale, fondato sulla crescita permanente, per far affermare il concetto di impresa sociale (invece di portare profitti nella tasche di qualcuno produrre benefici per la comunità), tipo di impresa che si caratterizza per le buone pratiche. Che andrebbero diffuse al punto di diventare prassi comune. Esempi di imprese sociali sono quelle che si dedicano al mercato equo e solidale oppure al time sharing. Commento del cronista: sarebbe bello che questo si avverasse! Però richiede un cambio di mentalità e atteggiamento verso il prossimo da parte almeno di una buona maggioranza degli individui e non ho mai riscontrato fenomeni del genere, anche in tempi migliori di quelli attuali. Infine, Renato Mattioni, direttore della Camera di Commercio di Monza e Brianza, ha portato il suo punto di vista sullo sviluppo sostenibile del nostro territorio. Per dire che le aziende brianzole (di cui quelle di tipo agricolo costituiscono una piccola parte) fanno il loro mestiere (che è quello di vivere più a lungo possibile producendo profitto) nell'ambito delle leggi che il legislatore stabilisce, anche per quel che riguarda il rispetto ambientale. Cercano di cogliere le opportunità che si presentano anche a questo proposito (quindi si producono pannelli solari e sistemi di risparmio energetico) e si cerca per quanto possibile di contrastare la concorrenza, diventata veramente pesante per le piccole aziende metalmeccaniche, tradizionale punto di forza della Brianza. E' in calo la produzione di mobili in serie, altro simbolo brianzolo, perché è più conveniente vendere quelli prodotti nelle Marche o nel Veneto, mentre si incoraggiano le start up, che non hanno bisogno di particolari strutture ma soprattutto di buone idee. Insomma è il mercato che condiziona come sempre le scelte degli imprenditori brianzoli, più che la consapevolezza di operare in un ambiente (in senso lato) che va salvaguardato. Mattioni conclude dicendo che la Brianza, che sente la crisi meno pesantemente di altri territori, può ancora essere protagonista di sviluppo (sostenibile) basandosi sulla specificità del suo territorio e sulla sinergia tra le sue componenti, imprenditori, associazioni, sindacati, amministratori etc. Speriamo ! Giorgio Casera EVENTUALI COMMENTI lettere@arengario.net Commenti anonimi non saranno pubblicati
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