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IL DITO NELL'OCCHIO
Monumento di dignità


dignitą

Lo scorso 8 luglio Patrizia Moretti annuncia in una lettera di voler ritirare le querele sporte contro il senatore Carlo Giovanardi (Ncd), l'agente di polizia Paolo Forlani e Franco Maccari, segretario del Coisp.

Patrizia Moretti è madre di Federico Aldrovandi, il diciottenne ferrarese che il 25 settembre 2005 è deceduto dopo essere stato barbaramente percosso da quattro poliziotti, intervenuti inspiegabilmente e con estrema violenza contro di lui durante un controllo. Il fatto ha catalizzato l'attenzione sui social network negli ultimi anni, soprattutto quando un nuove testimonianze si aggiungevano al travagliato percorso che avrebbe dovuto fare giustizia sul caso. E giustizia fu fatta, perché i poliziotti Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri vennero riconosciuti colpevoli e condannati a tre anni e sei mesi di reclusione per "eccesso colposo nell'uso legittimo delle armi". Che poi i tre anni siano stati coperti dall'indulto non fa nemmeno notizia in un paese quale l'Italia.

La magistratura, spesso intimidita di fronte alle divise, in questo caso, ha tuttavia disposto di prove sufficienti per attribuire le responsabilità agli autori di un fatto tanto grave quanto ignobile. La vicenda giudiziaria ha suscitato l'interesse e la partecipazione di molti, anche per gli sviluppi incredibili che l'hanno interessata. In ogni categoria si possono distinguere alcuni appartenenti che, per una condotta riprovevole, oppure per negligenza, si discostano dall'operato di coloro che invece adempiono diligentemente al proprio dovere. Compito della categoria è allora quello di prendere immediatamente le distanze dalle “schegge impazzite” disapprovando il loro operato ancor più severamente di quanto non possa o voglia fare chi non le appartenga.

La polizia di stato non prevede nel suo codice deontologico la destituzione in caso di condanna penale definitiva, ma di fronte ad un episodio estremamente grave, non avrebbe dovuto concedere il reintegro dei quattro agenti colpevoli dell'uccisione di Aldrovandi.
Peggio: il 29 aprile 2014, al congresso nazionale del Sap (Sindacato Autonomo di Polizia), tre dei quattro poliziotti vengono accolti con cinque minuti di applausi dai delegati che, in piedi, esprimono la loro solidarietà e approvazione. Mentre la famiglia di Federico e in molti su Facebook chiedono a gran voce la destituzione degli agenti, la polizia li sostiene come un monolite compatto. Gianni Tonelli, segretario generale del Sap, invoca la verità processuale, perché possa risarcire il danno arrecato a quattro vite, mentre i giudici imputano il depistaggio delle indagini proprio ai poliziotti.

A dieci anni dalla morte di Federico e a distanza da un iter processuale reso faticoso e quasi interminabile dalle menzogne pronunciate con meticolosità dagli imputati, Patrizia Moretti ritira le querele ai danni di coloro che hanno offeso la memoria di suo figlio. Perché sulla terribile e vergognosa vicenda calano le ombre non solo dell'azione scellerata di quattro agenti e della condotta ingiustificabile dell'intera categoria nel dimostrare vicinanza ai poliziotti, ma anche le ingiurie che Carlo Giovanardi, lo stesso Paolo Forlani e Franco Maccari hanno ripetutamente e con arroganza rivolto a Patrizia Moretti e alla memoria di Federico.
“Non ho niente di cui scusarmi” sono le parole pronunciate da Carlo Giovanardi, all'epoca sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel governo Berlusconi, che ignora invece di dovere, insieme al corpo di polizia, scuse non solo alla madre del giovane, ma anche a tutti i cittadini italiani. Quattro “servitori dello stato”, abusando del potere conferito dalla divisa indossata, si sono macchiati del più grave delitto che si possa commettere e con arroganza hanno proferito in un processo falsa testimonianza, provocando sensibili ritardi nell'accertamento delle responsabilità.

Patrizia Moretti in questi anni ha combattuto con dedizione la sua battaglia per Federico, ucciso con le armi e calpestato con le ingiurie; questo sfortunato ragazzo, considerato da molti cittadini, stanchi degli abusi e dell'arroganza del potere, come un loro figlio. Con grande signorilità riconosce che la giustizia ha svolto il suo corso, ma, forse stanca di combattere contro l'ottusa irremovibilità di chi si sente al di sopra di ogni giudizio, rinuncia ad instaurare un dialogo con chi abusa del potere e della buona fede altrui. La sua lettera e la sua presenza rappresentano per tutti un monumento di grande dignità.

Vice


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   11 luglio 2015