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  Marc Forster
Il cacciatore di aquiloni

regia di Marc Forster
Interpreti: Khalid Abballa, Homayon Ershadi, Shaun Toub, Atossa Leoni.
Durata: 131 minuti.
USA, 2007

Aurelio Tagliabue


A Kabul i piccoli Amir, figlio di un notabile pashtun, ed Hassan, il suo piccolo servitore hazara, partecipano ad una gara di aquiloni. Il risultato della gara e un atto di vigliaccheria segneranno la rottura dell'amicizia tra i due bambini. Venti anni dopo, Amir, che si è trasferito negli Stati Uniti, torna nel suo paese ormai governato dai Talebani per combattere i fantasmi del passato e ristabilire la giustizia.


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Best-seller pubblicato nel 2003 e poi tradotto in quarantanove Paesi (in Italia è edito da piemme), IL CACCIATORE DI AQUILONI di Khaled Hosseini doveva inevitabilmente attrarre l'interesse dell'industria cinematografica e ad accaparrarsi i diritti è stata niente meno che la Dreamworks, la casa produttrice di Steven Spielberg.

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La ricca materia narrativa offriva non poche insidie per una trasposizione sullo schermo, ma va fin da subito precisato che sceneggiatore (David Benioff) e regista (Marc Forster) hanno saputo evitare quell'appiattimento che spesso caratterizza le riletture hollywoodiane di opere appartenenti ad altre civiltà. E' pur vero che una parte del romanzo (e quindi del film) è di ambientazione statunitense, ma neppure si può negare che la cultura afgana occupi un posto predominante in tutta la narrazione. Coraggiosa e riuscita quindi la scelta di girare in Cina e di utilizzare attori afgani o mediorientali, che in originale hanno recitato in lingua farsi.

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La sceneggiatura è al contempo fedele e libera rispetto al romanzo e la regia scivola sicura anche nei delicati stacchi temporali, ma ciò che più conta è che il film non si limita ad illustrare la vicenda. Vi troviamo infatti la particolarità della storia di Amir, diviso tra nostalgia e rimorso per l'ingombrante passato, ma anche l'universalità del tema dell'infanzia, peraltro già affrontato da Forster in Neverland. Tuttavia la scelta di una narrazione oggettiva non impedisce che la coscienza del protagonista faccia da filtro all'oggetto di tale narrazione. Si vedano ad esempio le situazioni storico-politiche: appena accennate nella prima parte, anzi sullo sfondo, come lo sono nella vita di un bambino, drammaticamente emergenti in seguito, poiché determinanti il destino di Amir; ma proprio questo esempio ci consente di capire come allo spettatore venga lasciato un maggiore grado di consapevolezza.

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Nel grosso flashback centrale l'infanzia libera e giocosa, proprio come il volo di un aquilone, ma mai idealizzata, lascia drammaticamente spazio ad una realtà spiacevole e difficile, che costringerà il protagonista a prenderne atto ed a farsi carico delle proprie responsabilità, per rimediare agli errori commessi nel passato. Sarà il viaggio a ritroso nell'Afghanistan a permettergli di trovare il sé stesso adulto, senza più nascondersi dietro timori ed immaturità, o camuffamenti inutili, come la finta barba esibita ai talebani. Anche in questo senso quello di Amir è un percorso di crescita e di formazione, sottolineato dal regista nelle peculiarità della società afgana, mostrata senza indulgere nel colore locale e con la giusta attenzione anche per i personaggi minori.

Aurelio Tagliabue

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Cineforum PROCULTURA
Cinema Teatro Villoresi
Martedì 30 settembre 2008 ore 15.00 e 21.00
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  27 settembre 2008