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Hannah Arendt
regia: Margarethe Von Trotta Interpreti: Barbara Sukowa (Hannah Arendt), Axel Milberg (Heinrich Blucher), Janet McTeer (Mary McCarthy), Julia Jentsch (Lotte Kohler), Ulrich Noethen (Hans Jonas). Durata: 113 minuti - Germania - 2013 Anna Marini
Scappata dagli orrori della Germania nazista, la filosofa ebreo-tedesca Hannah Arendt nel 1940 trova rifugio insieme al marito e alla madre negli Stati Uniti, grazie all'aiuto del giornalista americano Varian Fry. Qui, dopo aver lavorato come tutor universitario ed essere divenuta attivista della comunità ebraica di New York, comincia a collaborare con alcune testate giornalistiche. Come inviata del New Yorker in Israele, Hannah si ritrova così a seguire da vicino il processo contro il funzionario nazista Adolf Eichmann, da cui prende spunto per scrivere La banalità del male, un libro che andrà incontro a molte controversie. (movieplayer.it)
Il processo ad Eichmann è sulle prime pagine di tutti i giornali e diventa presto oggetto di discussione la sera prima della partenza di Hannah Arendt per Gerusalemme, in casa di amici. Si accende subito il dibattito tra il marito Heinrich e Hans, amico di vecchia data, che rivendica con orgoglio di aver militato in tempo di guerra nella Brigata Ebraica. Il primo ritiene illegale il rapimento del funzionario nazista ad opera dei servizi segreti israeliani e irregolare lo svolgimento del processo in Israele. Al tempo dello sterminio, infatti, il nuovo stato non esisteva e l'attività di Eichmann era rivolta non solo contro il popolo ebraico, ma contro tutto il genere umano: questi crimini dovrebbero essere giudicati da un tribunale internazionale. Hans ribatte che è invece diritto di Israele processare il funzionario nazista in quanto il popolo ebraico, in passato disperso sul globo terrestre ma finalmente riunito nel nuovo Stato, ne è la principale vittima. Assistere all'udienza rappresenta per Hannah Arendt una prova molto difficile, perché l'evento richiama alla sua memoria i periodi bui, quelli della prigionia a Gurs, dove venne internata nel 1941 dal governo di Vichy. Dolore e solitudine emergono dal dialogo dolcissimo e struggente con il marito, alla vigilia della partenza, quando la filosofa ricorda il coraggio dimostrato nella fuga dal campo. Con la medesima forza d'animo affronta il viaggio, che la condurrà in una riflessione così profonda, da rivoluzionare completamente il suo concetto etico di male. Agli occhi della Arendt il processo mostra da subito il suo lato teatrale nel drammatico discorso d'apertura del procuratore Hausner. Dietro quelle parole ella scorge la volontà di spettacolarizzare l'evento oscurando la finalità per il quale viene celebrato, quella di fare giustizia. Ma Kurt, carissimo amico, che rappresenta l'opinione comune israeliana, non condivide questa critica e accoglie le parole del procuratore come necessarie per riabilitare agli occhi dei giovani la generazione dei padri, accusata di non essersi opposta ai crimini nazisti.
L'udienza sconvolge da subito le aspettative della Arendt che era partita per Gerusalemme convinta di vedere l'incarnazione di Satana, finalmente un nazista in carne ed ossa. Invece l'uomo che si trova davanti non è terribile, non è singolare, ma normale, comune, parla un linguaggio da burocrate e ha perfino il raffreddore. Con questi termini la filosofa descrive il funzionario del dipartimento 4B-4 a Kurt, che la guarda sbigottito, perché per lui e la sua generazione Eichman è uno dei principali artefici dello sterminio e rappresenta dunque il male assoluto. Subito quindi le prime incomprensioni e gli attriti tra una società troppo giovane per accogliere un'analisi rivoluzionaria e la filosofa che più che rendere giustizia alla memoria delle vittime della shoah, sembra invece stravolgere l'intero impianto del reportage. Una cieca obbedienza alla legge e non l'odio millenario contro il popolo ebraico aveva permesso, secondo la Arendt, la più grande atrocità mai compiuta prima nella storia dell'uomo. Io dovevo attenermi agli ordini sono le parole pronunciate da Adolf Eichmann, funzionario dell'ufficio incaricato di trasportare gli ebrei verso la morte. Attenersi ad una legge non perché giusta, ma perché espressione della volontà del Führer, qualunque essa fosse, era l'imperativo morale per l'uomo accusato di genocidio dall'intero popolo d'Israele. Eichmann si occupava di spedire treni e conoscerne la destinazione era un particolare del tutto irrilevante, perché il suo compito terminava esattamente alla partenza dei convogli. Ho dovuto svolgere solo una minima parte: questa la potenza della segmentarizzazione dei compiti, quella che sottrae alla coscienza umana il senso di responsabilità per gli atti compiuti. C'è un abisso che separa l'inconcepibile orrore delle sue azoni e la mediocrità dell'uomo, quello che la filosofa definisce banalità del male. Ma questo è per gli israeliani assolutamente inconcepibile, e l'opinione pubblica è convinta che Eichmann abbia certamente mentito. Il popolo che cerca la sua identità nella continuità della persecuzione iniziata al tempo del faraone e sfociata nelle barbarie senza precedenti della follia hitleriana, non può accettare i presupposti di quella che diventerà un'opera sulla normalità del male. Peculiarità dell'uomo è proprio il pensiero, quella facoltà che Aristotele definisce dialogo interiore, al quale si rinuncia, quando si perde la natura umana. E rinunciare a pensare è proprio ciò che legittima il compiere qualsiasi atto, perfino il peggiore, altrimenti neppure immaginabile. Questa la terribile condizione in cui i nazisti coinvolgono anche le loro vittime, rendendole partecipi di quel terribile progetto di sterminio. Il lager diventa quindi, nella riflessione che la filosofa propone ai suoi alunni, la dimensione del non senso, della spersonalizzazione, un non luogo in cui ciascuno perde la propria identità ed appartenenza al genere umano.
E' il parallelismo tra attività del pensiero e natura dell'uomo a risvegliare in Hannh Arendt i demoni del suo passato, la contraddizione che la filosofa non riesce a comprendere e ad accettare neppure a distanza di anni. E' nei flashback che la Arendt ricorda il suo disperato amore per Martin Heidegger, il grande filosofo eletto a suo maestro, l'uomo che amato in un'appassionata relazione dai toni drammatici. La memoria corre alla notizia di un giornale che confermava l'adesione del grande pensatore al nazismo. Incredulità e sgomento si leggono sul volto della giovane discepola: il suo maestro, colui che le ha insegnato a pensare, non può aver sostenuto il regime che più di tutte ha negato il pensiero in ogni sua forma.
Ma a sconvolgere l'opinione pubblica è l'accusa che Hannah Arendt muove alle autorità ebraiche: quella di aver permesso lo sterminio con il loro comportamento collaborazionista. I nazisti avevano infatti istituito nei territori occupati i consigli ebraici, incaricati di compilare le liste delle persone da deportare. Attribuire ai rabbini la responsabilità di aver contribuito allo sterminio del proprio popolo è per gli israeliani un affronto verso i morti della shoah, un capovolgimento sacrilego ed imperdonabile dei ruoli tra vittime e carnefici. Accuse di antisemitismo verso la filosofa provengono perfino dal gentile anziano signore del decimo piano, che in un biglietto inviatole, si abbandona al turpiloquio. L'università le consiglia di rinunciare all'insegnamento e Kurt, in fin di vita, manifesta all'amica la sua grande delusione per quello che coglie come un tradimento verso il popolo ebraico. Le ultime scene del film rivelano una profonda amarezza per le incomprensioni e una grande determinazione da parte della filosofa nel riconoscere giusto il compito intrapreso. Le parole di Hannah Arendt sono cariche di profonda delusione nel constatare di non essere stata compresa e nel denotare la volontà di tutto il mondo di dimostrare che ha torto. Non è stato riconosciuto neppure il suo errore, quello di aver considerato radicale il male, mentre invece è estremo. Un film, quello di Margarethe Von Trotta, che ripercorre fedelmente i momenti essenziali della crescita filosofica di Hannah Arendt e pone grande rilevanza all'introspezione psicologica della protagonista. Attraverso i dialoghi e i flashback si conoscono i conflitti che turbano il suo animo e si legge un ritratto assolutamente positivo della figura controversa della grande pensatrice. Coraggio e determinazione nelle scelte sono le caratteristiche che accompagnano la Arendt nella sua ricerca sul concetto di male e nel porsi domande che la società rifugge come tabù. Una donna che sfida la solitudine, l'incomprensione pur di esercitare lo scomodo compito del filosofo: non quello di fornire alla società le risposte giuste, ma di insegnare a porsi correttamente le domande. Anna Marini
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