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Enzo Jannacci e Moni Ovadia
Franco Isman

Enzo Jannacci Moni Ovadia
foto dal web, la seconda di Pino Settanni

Veramente il titolo dovrebbe essere “Moni Ovadia interpreta Jannacci”, o qualcosa del genere, ma il protagonista vero è lui, Jannacci, che lo stesso Ovadia definisce il più grande poeta della canzone milanese, al livello forse di Carlo Porta.
E il milanese è una lingua estremamente espressiva che meriterebbe di essere dichiarato “Patrimonio dell'umanità” come è stato recentemente fatto dall'Unesco per il dialetto napoletano, considerato una vera e propria lingua.

Soltanto quattro rappresentazioni nel bel teatro Elfo Puccini, stracolmo di un pubblico entusiasta, troppo poche.
Moni Ovadia, istrione al punto giusto, bravissimo come sempre, accompagnato al pianoforte dal maestro Alessandro Nidi, che gli aveva suggerito di cimentarsi in questa impresa, bravo anche lui; “vedete come li scelgo bene” ha chiosato Ovadia.
Conosciamo Moni Ovadia per le sue canzoni e i suoi spettacoli in yiddish, ma il milanese, per lui che parla otto lingue, è la lingua madre, infatti il piccolo Moni è arrivato a Milano nell'immediato dopoguerra, nel 1949, quando aveva soltanto tre anni ed è cresciuto in un quartiere popolare dove più che in italiano si parlava milanese.

Eppure…
Eppure le canzoni di Enzo Jannacci cantate da lui sono un'altra cosa. Ripeto, belle per la gran parte anche nell'interpretazione di Ovadia, che è certamente il più bravo rispetto ai tanti altri, però l'Armando cantato da Jannacci, nella versione originale che diceva “io ciò l'alibi, a quell'ora… sono quasi sempre via” e non “sono sempre all'osteria” è inarrivabile.
E poi “Vengo anch'io”, e ancora “Veronica”, con il pubblico che ha seguito con poco entusiasmo l'invito ad accompagnarla ripetendo il leitmotiv “in pè”.

La famosissima “Ma mi” scritta da Giorgio Strehler e musicata da Fiorenzo Carpi, spesso attribuita a Nanni Svampa, e messa in repertorio da Enzo Jannacci fin dai primi anni Sessanta, è stata francamente deludente. L'avevo sentita cantata da Jannacci al Binario sette nel dicembre 2005, quando era già ammalato, eppure l'aveva cantata splendidamente e con grande energia, con il "ma mi" sottolineato dalla tromba di Daniele Moretto.

“El portava i scarp de tenis” fa forse eccezione in quanto l'arrangiamento musicale del maestro Nidi, sull'aria del sirtakis di Zorba il greco, è davvero azzeccato e dà modo al sempre agile quasi settantenne Ovadia di accennarne i passi e di uscire così di scena, fra applausi scroscianti, dando spazio ad una scatenata esibizione dello stesso Nidi. Non per niente è stato scelto come gran finale dello spettacolo nei bis già programmati da Moni, ma certamente reclamati dal pubblico.

Moni Ovadia è un personaggio fortemente impegnato nella politica, basti citare le sue dimissioni dalla Comunità ebraica in segno di disaccordo e di protesta per la politica di Israele nei territori palestinesi. E lo ha dimostrato anche in questa occasione quando ha parlato della sua vicinanza a Enzo Jannacci proprio per l'impegno sociale delle sue canzoni e ancor più quando ha rilevato come negli anni Cinquanta e Sessanta fosse radicato un forte sentimento antifascista e si ricordasse il significato e l'importanza della Resistenza, al contrario di quanto avviene oggi con il prosperare di movimenti di chiara matrice fascista. E qui si è vista l'eterogeneità del pubblico, tutti ammiratori di Moni Ovadia ma non molti disposti a seguirlo sulla strada di un dichiarato antifascismo.
E pochi sono stati gli applausi.

Franco Isman

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  10 gennaio 2016