Canta, il liuto, con il suo dolce timbro, la flebile melodia di un popolo senza voce e vibrano le sue corde tra le mani sicure dell'artista palestinese, Faisal Taher. La scena del teatro Verdi di Milano, sabato 26 settembre è tutta per lo strumento, progenitore della chitarra, che narra alla calda luce dei riflettori la triste sorte del popolo di Palestina.
Musica dimensione di libertà, organizzata da AssoPace Palestina e patrocinata dal comune di Milano, dedica una serata al ruolo fondamentale che la musica ricopre nei luoghi della prepotenza e del terrore. L'iniziativa destina il ricavato alla raccolta fondi per 50 borse di studio in favore di giovani strumentisti dei campi profughi di Qalandiah in Palestina e Bourj in Libano.
L' Occidente associa la prima intifada ad un' immagine: quella di un fanciullo immortalato mentre scaglia pietre contro i soldati israeliani nel campo profughi di Al Amari. Il giovane è Ramzy Aburedwan, oggi affermato violinista oltre che suonatore di bouzouki. Il sogno che ha nutrito per anni, di dedicare la sua vita alla musica, e adesso coltivato da altri giovani palestinesi, diventa un progetto. Il maestro fonda nel 2002 in Francia l'associazione Al Kamandjati (Il violinista), riconosciuta poi nel 2004 dall'Autorità Palestinese. La speranza è che giovani dei villaggi e dei campi profughi palestinesi possano studiare la musica e, incontrando in questa forma d'arte una dimensione di libertà che superi ogni barriera e tutti i muri, arrivino ad esprimere se stessi.
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La Palestina è stretta nella morsa dell'orrore e in Occidente ne sono testimoni i media, che operano per commuovere chi è ormai assuefatto alla brutalità di un conflitto tremendo, combattuto all'insegna dell'assurdità. Surreale è la politica discriminatoria di Israele nei confronti dei palestinesi, ma anche il flusso informativo, che riduce la tragedia a dati quantitativi. Oggi, il mio corpo era un massacro trasmesso in tv da ritagliare in frasi a effetto e parole contate che contenessero abbastanza dati statistici per controbattere a reazioni misurate, tuonano con grande fervore recitativo le strofe di We teach life (Noi insegniamo la vita, Signore) nella voce di Alessandra Falletti, conduttrice della serata. La celebre poesia è stata composta dall'
artista e attivista canadese-palestinese
Rafeef Ziadah, in occasione della operazione Piombo fuso, come ricorda l'autrice mentre su Gaza cadevano le bombe. Nelle rime l'orrore privato diventa scena mediatica su cui rappresentare la commedia dell'arida informazione, con le sue regole restrittive e il suo copione. Le parole dei media frastornano, cariche di pathos e di vacuità nei contenuti: i morti sono costretti in un numero e nessuna frase ad effetto, nessuna risoluzione ONU li riporterà in vita.
Vibra con estrema malinconia e struggente dolcezza l'archetto sul violino e nel suono nasale si riconosce l'opera di Mozart. Il brano è solo apparentemente fuori luogo in una manifestazione dedicata alla Palestina, perché protagonista della serata è la musica, con il linguaggio della speranza. Trionfa, nella sua carica espressiva, anche nelle immagini dello splendido video trasmesse davanti ad un pubblico assorto, che percepisce la meraviglia della melodia stagliarsi contro i luoghi dell'occupazione e della sopraffazione. La musica è intesa come forma espressiva, come partecipazione attiva alla volontà di esistere; la musica come dimensione intima e corale.
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Per i Palestinesi anche respirare è resistere ammonisce Luisa Morgantini, presidente di AssoPace Palestina, e in passato vice presidente del Parlamento Europeo, durante il suo intervento a favore dell'iniziativa. Dobbiamo rompere gli stereotipi dei palestinesi ritenuti povere vittime, oppure terroristi , aggiunge poi la Morgantini. Nonostante la brutale occupazione, i Palestinesi vogliono vivere, i giovani rivendicano il diritto all'educazione e a trovare nella dimensione pedagogica non le forme costrittive, ma quelle dell'accoglienza: la scuola non sia per loro una prigione, ma una famiglia.
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Il canto è un'arma disarmata, ricorda Faisal Taher, ma proprio in questo paradosso risiede il suo straordinario fascino e la sua grandiosa forza. Lo strumento che per eccellenza dona le magiche sfumature della meraviglia sonora, la voce umana, si esibisce al teatro Verdi nell'abilità del Coro Hispano-Americano. Il gruppo, con la classica formazione a cappella, fondato nel 1984 dal Maestro Marco Dusi e dalla giornalista cilena Tonka Mimica Silva, è contraddistinto da una forte eterogeneità musicale. Antonio Neglia dirige brani legati al tema della terra intesa come appartenenza, come distacco, ma anche percepita nella grande bellezza che può offrire.
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Good news female gospel choir è un coro al femminile diretto da Cristina Buaretto e fortemente sensibile al tema dei diritti umani. Solidarietà e rispetto della libertà in ogni forma espressiva guidano il brano I ain't afraid nella serata dedicata al diritto alla musica e alla vita. Le diversità in termini religiosi e civili non sono una minaccia per l'altro, che professa un'altra confessione e si attiene a differenti usi e costumi. Il pericolo risiede nella strumentalizzazione dei valori, nel nome dei quali vengono compiute terribili atrocità.
Io non ho paura del tuo Yahveh
Io non ho paura del tuo Allah
Io non ho paura del tuo Gesù
Ho paura di quello che fai
Nel nome del tuo dio
Bred and roses gridavano i lavoratori dell'industria tessile nel 1912 a Lawrence durante uno sciopero: oggi lo slogan designa la manifestazione divenuta celebre nel corso della storia. E' stato adottato anche dai movimenti femministi nel rivendicare l'emancipazione della donna e intonato in ogni occasione in cui si affermavano i diritti universali. Al teatro Verdi si declama lo slogan in onore della lotta palestinese che rivendica il diritto a vivere, e non solo ad esistere, del suo popolo. Vogliamo il pane, ma anche le rose.
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E infine arriva sul palco il tanto atteso Moni Ovadia declamando le celebri strofe di Mahmoud Darwish de Il passaporto e introdotto dalle parole di Faisal Taher. L'artista interpreta le parole dello scrittore palestinese, conosciuto come il poeta straniero in terra propria. Nella sua produzione artistica canta l'orrore della guerra e l'oppressione dell'esilio, subito in prima persona; nelle rime l'appartenenza negata ad una terra coltivata con le proprie mani e l'identità misconosciuta dalle autorità è ritrovata in Tutti i cuori degli uomini.
Canzone con una storia ha una sola melodia e viene cantata in tutti i paesi un tempo appartenuti all'impero ottomano: bulgari, bosniaci, arabi, siciliani la intonano ognuno nella propria lingua. Non riconosciuta come comune, ma rivendicata come propria, accompagna il sentimento nazionalista.
Un canto invece, noto in tutto il mondo, divenuto l'inno di tutte le forme di Resistenza, viene intonato da tutti i cori riuniti sul palco del teatro Verdi, a conclusione della splendida serata. Bella ciao risuona prima in lingua palestinese e poi in italiano, coinvolgendo il pubblico, nella
dimensione corale ed universale, di cui la musica è portatrice e testimone.
Tania Marinoni
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| BELLA CIAO
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1 ottobre 2015