Nel febbraio 2014 esplode in Guinea un'epidemia di ebola che presto si estende in Liberia e in Sierra Leone. La patologia non ha mai colpito quella parte civilizzata del globo che è l'Occidente e quindi non ha interessato la ricerca medica, totalmente impreparata di fronte ad una catastrofe tanto terribile, quanto inattesa. Di ebola non si conosce nulla, dalle modalità contagio, alle cure per poterla trattare: al paziente si può solo offrire supporto, sostenendo gli organi vitali, per favorire lo sviluppo di anticorpi che contrastino la malattia. Alla sua irruzione il mondo intero non sa offrire soluzioni e soprattutto guarda al fenomeno con ignobile disinteresse. L'Occidente non lo sa ancora, ma è alla vigilia di una rivoluzione in campo medico, politico ed etico, nata proprio in quelle regioni che furono la culla dell'umanità.
Mentre i giornali trascurano l'argomento che considerano non più in auge, la battaglia contro il virus, seppur con minore urgenza rispetto al passato, continua. Chi ha preso parte attivamente ad essa sente la necessità di comunicare quanto ha vissuto. Da questo bisogno nasce in Gino Strada, Roberto Satolli e Fabrizio Pulvirenti, l'idea di scrivere un libro, che narri Una storia soggettiva e parziale, ma scritta in presa diretta.
Dal 2001 Emergency opera in Sierra Leone, in quei territori dilaniati da una logorante guerra civile, grazie ai numerosi professionisti che fanno della medicina l'amore per il prossimo e una battaglia in favore dei diritti umani. L'associazione ha realizzato a Goderich un centro chirurgico e pediatrico, che al passaggio di ebola resta l'unica realtà nosocomiale ad offrire assistenza gratuita nell'area, perché il virus ha colpito mortalmente anche il personale sanitario locale, costringendo gli ospedali a chiudere. A settembre 2014,
in sole tre settimane, si apre a Lakka una struttura in tende, che diventa inizialmente un centro di trattamento per ventidue pazienti (a dicembre dello stesso anno sarà operativo il nuovo Centro di cura per i malati di Ebola di Goderich
con
cento posti letto): al suo interno si distingue la zona rossa, riservata ai malati e quella verde, destinata a medici ed infermieri. Quella porzione del centro che ospita i casi acclarati, rivela il suo paradosso intrinseco: il luogo del dolore, dove Ebola è il vero padrone di casa, mentre il personale sanitario e i pazienti sono ospiti, diviene un'oasi di salvezza per chi, ligio alle procedure, si attiene alle severe misure per evitare la trasmissione della malattia.
I medici hanno l'aspetto di astronauti e, ammutoliti dentro i loro scafandri, operano in condizioni igieniche protette. Esplorano territori inospitali, dove la Full Personal Protective Equipment, la tuta che li isola da qualunque possibilità di contagio, diviene tuttavia una barriera tra loro e il paziente. Il malato non vede il volto di chi si prende cura di lui e il medico deve rinunciare al linguaggio non verbale.La cosa più terribile è non poter giocare coi bambini constata tristemente Sara, infermiera italiana, responsabile dell'ospedale di Goderich. I gesti della solidarietà sono banditi laddove il nemico infonde una paura nuova e subdola: non è localizzabile, ma onnipresente, pur non essendo visibile. Costringe le sue vittime all'isolamento, all'emarginazione, al rifiuto dei sintomi che divengono sempre più chiari, perché chi viene colpito da Ebola subisce l'allontanamento, per il terrificante timore dell'infezione.
Solitudine e disperazione regnano su un popolo che reca ancora sui propri corpi mutilati i segni di una recente e sanguinosa guerra civile. Ebola si prende la loro vita, la loro dignità di essere umani, il senso civico delle comunità e le loro tradizioni. Il virus si diffonde dove si concentra un alto numero di persone, così vengono presto banditi ufficialmente i riti funebri, che prevedono anche un diretto contatto con il corpo del defunto. I funerali non si possono più fare come una volta. Ma la gente ci prova lo stesso. L'amore è più forte della morte.
E l'Occidente resta a guardare con indifferenza, con incredibile ed ingiustificabile distacco. Il 22 marzo 2014 il ministero della salute della Guinea lancia l'allarme, ma all'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) occorrono cinque mesi prima di dichiarare l'epidemia un'emergenza internazionale. All'insorgere della patologia in Africa, il mondo civilizzato risponde come uno spettatore assente e l'evento non desta particolari timori o allarmismi. Anche l'ONU inizialmente affronta il problema molto timidamente. Solo quando si teme il diffondersi del virus anche nei paesi sviluppati, si scatena un'epidemia mediatica, che suscita serie preoccupazioni: l'indifferenza lascia allora spazio all'angoscia, che addita nell'immigrato, nel clandestino e nel rifugiato, l'untore e un veicolo di infezione.
Il terrore dilaga anche nei territori del benessere, alimentato dall'ignoranza e dalla disinformazione, finché non ci si rende conto che il pericolo non esiste dove sono garantite condizioni igienico sanitarie anche appena sufficienti. Quell'occidente prima egocentrico e poi fobico è stato il principale responsabile di una tragedia, che il New York Times ha definito in un'inchiesta evitabile. Il barbaro modello di sviluppo neocoloniale prevede, attraverso accordi bilaterali stipulati con compagnie straniere, la realizzazione di strade in cambio dello sfruttamento di materia prime, presenti abbondantemente in Africa occidentale. Proprio le vie di comunicazione hanno permesso lo spostamento di gran parte della popolazione in tempi eccezionalmente brevi. In molti, infatti, si muovono per recarsi ai funerali di amici e parenti, creando così le condizioni propizie al dilagare della malattia.
Appena giunto in Sierra Leone, Satolli nota subito ciò che appare come un grande paradosso: una forte presenza sul territorio di pubblicità di telefonini cellulari e numerose strade asfaltate che contrastano aspramente con la totale assenza di fognature ed acqua potabile. L'apparenza del progresso vorrebbe occultare il volto dell'indigenza.
Con il male dell'ebola, loro, gli abitanti dimenticati, si confrontano da decenni, da quando, nel 1976 si verifica il primo focolaio. Tuttavia, seppur spietata, la patologia è confinata dal sistema insediativo locale: la popolazione vive disseminata nei numerosi centri e gli episodi di contatto sono sporadici. Il terribile virus non viene perciò esportato, ma muore nella comunità in cui nasce. Le infrastrutture del nuovo colonialismo, che espletano la sola funzione di agevolare lo sfruttamento delle risorse locali, invece, rendono il virus accessibile a tutti e in tempi incredibilmente brevi.
Successivamente anche i democratici USA e Inghilterra si impegneranno attivamente per questa regione 'bambina' che è l'Africa occidentale. Ma inizialmente Medici senza frontiere ed Emergency rappresentano l'unica speranza per le vittime di Ebola. Emergency non retrocede nemmeno quando viene anch'essa colpita in uno dei suoi uomini. Fabrizio Pulvirenti è un medico catanese, che ha scelto di combattere con Emergency la battaglia degli ultimi, dei malati di serie B, per i quali anche l'introduzione di un catetere viene valutata eccessivamente invasiva. Svolge la sua missione con dedizione ed assoluto rispetto delle norme sanitarie. Ma quando accusa i primi sintomi sospetti, la PCR non lascia ombra di dubbio: è contagiato, diventa un intoccabile. Quel male misterioso e sconosciuto, spiato sui corpi tumefatti di una popolazione inerme, si nasconde e prospera silenzioso nel suo corpo. Da paziente allo stesso tempo sperimenta il senso del limite che solo la sofferenza può concedere, la totale disperazione riguardo l'incertezza del decorso di una patologia dai tratti sconosciuti persino agli esperti. Da medico, abbandona l'angoscia, per studiare in prima persona e con lucidità l'azione dell'imprevedibile virus. Ma anche da malato Fabrizio è al prossimo che rivolge le sue cure e decide di essere ricoverato a Roma. Preferisco essere rimpatriato da vivo
figurarsi quanto sarebbe complicato riportare in Italia il mio cadavere contagiato.
Quella che intraprende Emergency è una sfida inedita perché per la prima volta affronta un'epidemia in pieno corso e la sua missione si rivela subito chiara: Curare quante più persone possibile e, mentre si cura, osservare e capire. I medici studiano la malattia direttamente sui pazienti e spesso il virus stupisce con veri e propri colpi di scena, con un decorso improvviso e non previsto dagli studi compiuti in laboratorio. Una battaglia contro il virus, contro l'indifferenza e i pregiudizi, contro una mentalità che ritiene esistano pazienti di serie A e malati di serie B. Una lotta contro gli interessi spudorati delle case farmaceutiche, che scorgono nella sofferenza solo una ghiotta occasione per fare business.
I fatti narrati nel testo iniziano ad ottobre 2014 e terminano a marzo 2015, ma questa storia non ha ancora conosciuto la parola fine. Ad oggi solo la Liberia è stata dichiarata ebola free, mentre in Sierra Leone e in Guinea si registrano uno o due nuovi casi al giorno.
Affinché tutto ciò non si debba più ripresentare in futuro è indispensabile realizzare in questi paesi vulnerabili sistemi sanitari più solidi ed ispirati ai principio di uguaglianza e al rispetto dei diritti umani: i capisaldi sui quali si fonda Emergency.
Esistono infatti molti possibili modi di fare l'antico mestiere di medico: dalla clinica alla politica, dal giornalismo al volontariato, dall'etica alla ricerca, per arrivare a capire che alla fine si tratta sempre di impegnarsi a non subire e non rifiutare la malattia e la morte.
Tania Marinoni
Zona rossa
Roberto Satolli, Gino Strada,
con la testimonianza di Fabrizio Pulvirenti
Feltrinelli, 17 giugno 2015
Pagine 192, 15,00
ISBN- 9788807172946
18 luglio 2015