Con queste strofe iniziali di un canto dedicato alla rotta di Caporetto, i soldati italiani imprecavano contro il capo di Stato Maggiore dell'esercito che li guidò alla tragica disfatta. Ma per il general Cadorna le responsabilità di quell'insuccesso e di tutte le criticità riscontrate sui campi di battaglia erano da attribuire esclusivamente ai fanti. Alla loro viltà si imputa la condizione di prigionieri di guerra che subirono, perché da disertori, la preferirono al combattimento. Agli indegni figli della Patria venne dunque negata quell'assistenza necessaria per sopravvivere che gli altri stati garantirono invece ai propri combattenti; al termine del conflitto, l'Italia li accolse internandoli ai propri confini rendendoli prigionieri in casa propria. Una quarantena psicologica avrebbe contenuto quei sentimenti antipatriottici e sovversivi scatenati dalle disumane condizioni imposte ai soldati durante la prigionia austro-ungarica.
Ma di queste tristi ed ignobili vicende non si trova cenno nelle pagine cantate dal fascismo, impegnato ad onorare il Milite ignoto e a trasformare i morti in caduti. Così questi tristi volti, queste realtà altamente scomode vennero destinate all'oblio. L'anonimato è la principale caratteristica di una guerra che ha privato milioni di soldati della loro individualità: in vita, quando erano carne da cannone da lanciare fuori dalle trincee nella terra di nessuno e da morti, resi corpi irriconoscibili. Cadaveri sepolti dai commilitoni che non avevano il tempo di affidare i loro nomi alla memoria; cadaveri coperti da divise prive di piastrine di riconoscimento perché smarrite nelle battaglie o rese illeggibili; cadaveri sfigurati dall'esposizione prolungata alle intemperie oppure dall'atrocità inedita di una guerra tecnologica incompresa dall'arroganza degli strateghi, fermi all'arte militare ottocentesca.
La grande diffusione delle pallottole dum-dum, che colpivano il bersaglio e rilasciavano frammenti in grado di devastare i corpi, e i proiettili da una tonnellata dell'artiglieria pesante sfiguravano l'aspetto dei cadaveri, ma anche quello di chi, restando in vita andava ad aumentare il copioso numero dei mutilati di guerra. Nel loro aspetto, scomodo e sgradito alla retorica nazionalista, i mutilati suscitavano compassione unita all'orrore unito, che li escludeva da ogni intenzione celebrativa. Le disumane condizioni di una guerra logorante, l'insopportabile rumore e il superamento di ogni limite sensoriale mai prima sperimentato non solo sfiguravano i corpi e i cadaveri, ma colpivano indelebilmente anche la psiche dei soldati, che convivevano ogni giorno con il pericolo della morte. I pazzi di guerra sperimentarono l'afasia, la perdita di memoria e del controllo muscolare, in un disperato e quotidiano tentativo di fuga dal terrore, che, non avendo possibilità di compimento, trovava rifugio nella malattia.
In trincea la fantasia si univa al reale e a tratti lo soverchiava, nella narrazione epica dei miti. Realtà parallele univano in un' armonica vita di pace e reciproco rispetto militari di eserciti contrapposti, che ridicolizzavano ogni divisione dettata dalle diverse oligarchie. Nella prima guerra di massa non era solo il corpo del soldato ad essere oggetto di estrema e disumana violenza, ma anche quello delle prostitute, sfruttato nei casini ad uso militare: sottoposto ad un numero di innumerevoli prestazioni sessuali si trovava al centro di uno squallido e scellerato progetto di segregazione.
Ma per la propaganda fascista prima e per la memoria storica poi, le note da sfondo alla grande guerra sono quelle che accompagnano la marcia eroica dei fanti sulle rive del Piave; per le fanfare ufficiali l'immagine del soldato al fronte era quella ritratta dalla Domenica del Corriere, che immortalava nei corpi intatti una morte dai tratti soavi e del tutto simile ad un sonno dolce e rigeneratore. Nella retorica patriottica e nell'immaginario nazionalista la morte imposta diveniva volontaria e dalle trincee si lanciavano soldati impavidi, desiderosi di gloria. Intellettuali di ogni foggia acclamavano a gran voce l'entrata in guerra di un'Italia che avrebbe avuto tutti i motivi per continuare a dichiararsi neutrale. I patti della Triplice alleanza l'avrebbero preservata dall'ingresso nel conflitto perché nessuno dei paesi alleati era stato attaccato. Tuttavia il bel paese partecipò ad uno scontro dettato dagli interessi economici del capitalismo, che vedeva nella guerra un'ottima occasione per uscire da una rischiosa crisi di sovrapproduzione. Acclamato da sedicenti intellettuali, iniziò un conflitto firmato all'insaputa dei ministri e senza il favore della maggioranza parlamentare.
Così scese in campo, contro gli alleati storici, un'Italia armata con forniture scadenti e oggetto di un meccanismo di corruzione sistemica in grado di pompare dallo Stato risorse insperate attraverso merce non consegnata, ma fatturata; merce avariata o scadente; merce pagata più volte; merce pagata tre o quattro volte il valore di mercato. Il 24 maggio i soldati marciarono con indumenti esterni avidi di acqua; in seguito combatterono con fucili modello 1870 e in loro assenza gli alpini si esercitarono con bastoni. Nel dicembre 1917 alcuni reparti erano ancora sprovvisti di elmetto. Con questi armamenti i soldati italiani affrontarono una guerra tremendamente classista, al comando di generali che non si assunsero alcuna responsabilità né degli ordini impartiti e tanto meno degli insuccessi che ne derivarono. Eppure gli esiti nefasti erano il frutto di decisioni e strategie scellerate imposte con l'obbedienza assoluta e pretesa in ogni istante a dai soldati. Anche i cappellani militari esaltarono la figura del soldato privo di coscienza e di libero arbitrio. Ai combattenti-automi venne concessa un'unica libertà: quella di scegliere tra il fuoco nemico oltre la trincea e quello amico dei carabinieri che, schierati alle loro spalle, avevano ricevuto l'ordine di sparare a chiunque fosse retrocesso durante l'assalto.
Sugli altipiani furono combattute due guerre: una oggetto della più ignobile mistificazione, l'altra nella grande illusione di riacquistare i territori irredenti e nell'arroganza spietata di strateghi militari al servizio di un sistema corrotto; la prima venne volutamente dimenticata e taciuta, la seconda, in principio incensata dall'aberrante entusiasmo di ipocriti intellettuali e in seguito utilizzata per preparare un'altra grande tragedia che la storia non può né deve dimenticare.
Tania Marinoni
La grande menzogna
Valerio Gigante, Luca Kocci, Sergio Tanzarella
Dissensi, 2015
Pagine 162, 13,90
ISBN-9788896643471
27 luglio 2015