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Il coniglio Hitler e il cilindro del demagogo
Tania Marinoni

Moni Ovadia

Sul male assoluto, inspiegabilmente compiuto dall'uomo, troppo spesso ci si interroga con domande retoriche che trovano risposte edulcorate dall'ipocrisia dei luoghi comuni. Ma per affrontare la tematica più difficile da comprendere sotto il profilo etico-morale e da accettare sotto quello religioso quali strumenti occorre adottare?
Moni Ovadia, scrittore e drammaturgo di origine ebraica, milanese d'adozione e nativo della Bulgaria, riflette sul fenomeno doloroso della Shoah e sulla natura del popolo eletto in una straordinaria opera che vuole essere, nelle intenzioni dell'autore, “un libricino deliberatamente polemico e maleducato, che non si cura di essere politicamente corretto, non vuole essere ossequiente alla retorica imperante, neppure alle sue manifestazioni più raffinate”.

Moni Ovadia sostiene, con convinzione arendtiana, che lo sterminio non fu una tragedia episodica, ma il figlio legittimo della fiorente cultura europea, del mondo civile intriso di cristianesimo e arricchito dal pensiero filosofico.
Il pregiudizio razziale non esplode all'improvviso sulla scena politica, ma vanta le sue origini diversi secoli prima per venire poi sdoganato nelle pagine firmate da personalità indiscusse della cultura viennese d'Ottocento. Lo sterminio di un intero popolo deve la sua attuazione sia alla miopia dei principali oppositori ai partiti che lo proponevano nel loro programma, le sinistre, sia all'opportunismo dei protagonisti della politica che leggevano nel comunismo il male assoluto.
Ma il terreno che ha permesso l'insorgere e lo sviluppo della peggiore catastrofe della storia viene ancora oggi coltivato con amorevole cura nella disposizione del tutto italiana all'autoassoluzione: si analizza così il terribile episodio delle foibe senza contestualizzarlo nel periodo storico in cui si è manifestato e si annoverano solo le occasioni in cui il popolo italiano fu vittima, dimenticando i crimini attuati dal generale Graziani in Cirenaica e la strage di massa compiuta dal generale Badoglio.
Di queste interpretazioni parziali, divenute ormai tradizione nelle ricorrenze celebrative, si nutre il vampiro delle più terrificanti pratiche che il genere umano, revisionisti a parte, rifiuterebbe di riconoscere come proprie.

Il male, terribile ed assoluto, non è episodio eccezionale e nemmeno una patologia di un organismo normalmente sano, ma la manifestazione fisiologica di una cultura e forse anche un'attitudine propria dell'animo umano, governato da numerose e tremende contraddizioni.
La propensione all'odio, l'intolleranza che genera mostri, appartengono anche agli illustri studiosi di tutte le epoche storiche. Così il teologo di chiara fama Martin Lutero, animato da un altissimo spirito cristiano, nel suo abominevole libello “Degli ebrei e delle loro menzogne” sciorina in sette punti il programma di annientamento della cultura ebraica e di uccisione degli appartenenti al popolo di Dio. Cinque secoli più tardi l'illustre cattedratico Padre Agostino Gemelli, in occasione del suicidio dello storico di origine ebraica, Felice Momigliano, auspica, in uno scritto intriso di livore, la conversione seguita dalla morte di tutti gli ebrei.

Le ragioni che permisero la follia nazista non solo vantavano lontane origini, ma legittimarono in seguito altre forme di prevaricazione, praticate in nome di una presunta superiorità culturale nei confronti di altre popolazioni, oppure in quanto attribuite al volere divino. La giusta rivendicazione da parte di un popolo di uno spazio vitale venne distorto in diverse declinazioni nel corso del XX secolo e altre forme di lebensraum sono tuttora imposte con la violenza e la forza della disinformazione: dall'esportazione della democrazia a stelle e strisce, all'occupazione scellerata dei territori palestinesi, numerosi crimini vengono ipocritamente mascherati da giuste e nobili intenzioni.

Se nell'immediato dopoguerra il fenomeno della Shoah veniva offuscato dagli eventi della guerra fredda, o sottaciuto perché scomodo all'Occidente, nel 1967 gli ebrei, quando “cominciarono a entrare a far parte del salotto dei vincitori”, ritornarono a svegliare l'interesse della cultura e della politica mondiale. Ma la memoria dello sterminio venne strumentalizzata per giustificare un'azione espansionistica e la Shoah, relegata a mito, soppiantò qualsiasi mitologema di origine biblica. L'ebreo ritornò alla ribalta sulla scena della moderna società, ma sotto la bandiera di Israele si rivelò profondamente diverso dagli antichi profeti che indicarono il cammino verso la Terra Promessa. Da popolo vessato, perseguitato e cacciato, il popolo eletto divenne colonizzatore e fu sostenuto dalle principali potenze occidentali. La pericolosa identificazione tra il popolo eterno, la sua storia e il governo di Israele diventa tuttora occasione per legittimare ogni atto di forza compiuto da una politica criminale e per nutrire la paradossale e maccartistica fobia dell'ebreo antisemita.

Nell'immaginario moderno occidentale l'ebreo ha oggi la sua sede, ma per negare ciò che invece sostiene di difendere: la sua splendida eredità tramandata nel tempo. L'ebreo della diaspora, il goles yid, abita una presunta patria che ha soffocato la sua identità di un tempo e lo ha perseguitato all'interno della Terra Promessa: i fondatori dello stato d'Israele imposero l'antico ebraico come lingua ufficiale, misconoscendo lo yiddish, parlata per secoli nell'Europa centro-orientale ed i sabra, i nativi del nuovo stato, disprezzarono l'ebreo errante per le numerosi e atroci persecuzioni subite. L'israeliano è l'ebreo nazionalista che, succube della più pericolosa delle idolatrie, quella per la terra, disobbedisce al comando divino di abitarla senza possederla. Perché questa è la vera natura del popolo eterno, l'errare, di terra in terra, vivendo da meticci, da visitatori, senza mai perdere la propria identità. In questa pratica “con una storia plurimillenaria, con un'identità migrante e aggregato intorno a una patria mobile, la Torah”, l'ebreo ha potuto vivere la sua età più fertile nel cuore di un'Europa a cui ha regalato le vibranti emozioni di un sapere ricchissimo.

La cultura della paura ha diffuso nei secoli lo stereotipo dell'ebreo avaro e usuraio, ma l'attitudine del popolo eletto è da sempre rivolta all'arte e alla cultura, di cui ha ampiamente beneficiato il mondo del grande schermo americano. L'antisemitismo ha diffuso le spregevoli caricature dello stereotipo dell' ebreo, ma la sapiente ironia della yiddishkeit sapeva ridere, nella straordinaria pratica dell'autodelazione, dei propri tratti somatici e caratteriali. Lo humor ebraico è potenza straordinaria e creatrice che non si ferma di fronte a nulla, nemmeno alla morte e neppure al terrore generato dai nazisti. Di queste perle tramandate nel tempo dà testimonianza la penna di Moni Ovadia, che, lirico cantore della cultura ebraica, ne ricorda orgogliosamente nella sua opera la preziosa e rara attitudine all'autoironia.

Tania Marinoni


copertina
Il coniglio Hitler
e il cilindro del demagogo

Moni Ovadia
La nave di Teseo (collana Le onde), giugno 2016
Pagine 153, € 15,00
ISBN 9788893440080

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  25 luglio 2016