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L'Italia dell'arte venduta
Un nuovo libro di Fabio Isman
Anna Marini

Grecia antica
Famosissimo Modigliani acquistato nel 2015 dal miliardario cinese Liu Yiquan per 170 milioni di dollari

C'è un'Italia scomparsa, un'Italia a brandelli e dispersa nei maggiori musei d'Europa e del mondo. C'è un'Italia che è stata divisa e disseminata in un breve lasso di tempo: è l'Italia dell'arte venduta. Sono i quadri, le statue, persino le biblioteche, i manufatti di pregio un tempo appartenuti a nobili e ad esponenti del clero, poi esportati all'estero per diverse ragioni. Molteplici le cause per cui intere collezioni sono state smembrate e alienate, quando non svendute, anche illegalmente, ai migliori acquirenti: abbienti famiglie cadute in disgrazia, razzie conseguenti a conflitti, oppure perché il possesso di un'opera d'arte ad un certo momento non rappresentava più uno status symbol.

È la triste narrazione di Fabio Isman, che con intelligente ironia e con il suo inequivocabile rigore nel riportare nomi, date ed eventi, coinvolge il lettore in questa ultima preziosa ed avvincente analisi. È l'incredibile destino delle città d'arte italiane, impreziosite dapprima da un morboso collezionismo, e spogliate in seguito dei loro tesori per mano di chi in precedenza li aveva accumulati; l'arte stessa, inizialmente anelata, viene frazionata e ceduta, e persino violentata nei tagli praticati ai dipinti, per selezionare i soggetti maggiormente adatti alla vendita.

Codice QR
Di grande interesse, e assolutamente inedito in Italia, il collegamento del libro con un sito internet ad esso dedicato, ove si possono ammirare a pieno schermo non soltanto le 31 opere che il volume riproduce in un inserto, ma anche molti altri capolavori, citati e contraddistinti nel testo da un asterisco. E utilizzando il codice QR si può accedere al sito anche con uno smartphone.

A Venezia, ricorda l'autore, nasce la prima forma di museo e anche il collezionismo privato. Pratica, quest'ultima perseguita dai nobili per autentica passione e non per esibizionismo, come avverrà invece in futuro. Ma la città che detiene diversi primati, tra i cui il ghetto, la censura, la statistica e la prima donna laureata, “inaugura” anche le aste d'arte. E proprio qui ha inizio la diaspora del patrimonio artistico italiano, con intere gallerie che prendono la strada per l'estero; autentiche meraviglie sono vendute da chi in precedenza aveva addirittura contratto debiti per acquistarle, o le aveva persino affittate.

A Genova, potente centro finanziario ma anche patria dei jeans, approdano illustri maestri in campo artistico che propongono la città ai loro allievi come centro di riferimento culturale. Ma anche da qui ha inizio l'esodo di massa dei capolavori italiani, dalle dimore di illustri casate, per mano di scaltri miliardari statunitensi che si riforniscono di opere d'arte con cui impinguare i musei americani. Numerosi capolavori vengono così trasportati “in barba ad ogni dogana” e in maniera del tutto stravagante: Widener avvolse le tele di Van Dyck nei tubi di scappamento che fece applicare alla sua originale vettura.

Condivide la medesima sorte Firenze, dove le opere d'arte non lasciano solo le collezioni private, ma anche chiese e conventi. E molto è partito, occorre ammettere, grazie all'abilità degli antiquari fiorentini. A Roma, Giampietro Campana, quando appena venticinquenne diventa direttore generale al Monte di Pietà, crea la più ricca collezione del XIX secolo, impiegando i fondi dei clienti. In seguito allo scandalo, anche questa splendida collezione prenderà la via dell'estero ed oggi diversi pezzi compongono la Galleria Campana del Louvre. Ma le opere subiscono anche amputazioni, come narra Giovanni Maria Sasso (il “mercante degli inglesi”) a proposito di una pala del Veronese che, non trovando acquirenti per le sue notevoli dimensioni, viene tagliata in tre parti e così venduta a tre differenti destinatari. Sempre Sasso dichiara, in una lettera, di aver ritagliato un piccione del Tiepolo e, per renderlo ben proporzionato, ha dovuto sacrificare tre dita del piede “al povero Enea”.

Nonostante i saccheggi, gli esodi, i furti di opere d'arte l'Italia intera pullula di meraviglie: sono numerosissime quelle tuttora presenti sul suolo italiano, certamente, ma l'autore invita saggiamente a riflettere sulle assenze e sul profondo legame che intercorre tra un'opera d'arte e il territorio nel quale è stata realizzata. Essa è intrinsecamente portatrice di valori, che sono intellegibili e apprezzabili solo nel contesto in cui è stata concepita, e quindi strettamente connessa, alla cultura dei luoghi natii. Come insegna il Codice dei beni culturali e del paesaggio le bellezze paesaggistiche e le opere artistiche concorrono assieme a realizzare l'identità del territorio. Ma se oggi sviluppiamo una concezione eterna dell'arte, non sempre è stato così e in passato artisti e committenti ammettevano la realizzazione del nuovo sull'eliminazione dei precedenti capolavori.
Per realizzare le stanze vaticane Raffaello cancella le opere dei predecessori, risparmiando un soffitto solo perché opera del Perugino, suo maestro, mentre Giulio II della Rovere ordina di abbattere la vecchia Basilica di San Pietro per commissionare a Michelangelo la Cappella Sistina.

Vendono tanti, dunque, nobili e privati, soprattutto a cavallo tra Ottocento e Novecento, ma non solo, come dimostra l'Ospizio dei convertendi che aliena ben 190 dipinti, mobili e sculture. Ma le opere d'arte sono anche oggetto di lotterie, oltre che di razzie conseguenti a conflitti. Quelle napoleoniche mettono in ginocchio le collezioni Albani e Braschi; a Monza vengono prelevati gli oggetti liturgici e il tesoro dei Longobardi, mentre a Roma vengono sottratte sculture al Vaticano e al Campidoglio. Da fonti francesi apprendiamo che nel 1815 sono 5.233 le opere italiane confluite al Louvre, in parte poi ricondotte in patria da Antonio Canova, nominato da papa Pio VII ispettore generale delle Belle Arti.
“Il vento di Hitler” soffia sull'intera Europa “in fiamme” e soprattutto a danni degli ebrei. Sono cifre da capogiro quelle che testimoniano i libri sottratti solamente in Francia: dai 10 ai 15 milioni; sempre Oltralpe sono 21.903 i quadri che il Führer ordina di prelevare per il suo futuro, e mai realizzato, museo a Linz.

Ma la fuga delle opere d'arte dall'Italia è un fenomeno tristemente attuale. Succede, anche se “non ce ne accorgiamo”, per esempio oggi per mano dei cinesi, come dimostra un celebre dipinto di Modigliani, realizzato appena due anni prima della morte dell'autore.
Nel novembre 2015 “sono bastati dieci minuti di un'asta da Christie's a New York, per farlo diventare del miliardario cinese Liu Yiqian, presente per telefono”.

Anna Marini

Grecia antica
Tavolette veneziane di Hyeronimous Bosh

copertina

L'Italia dell'arte venduta.
Collezioni disperse, capolavori fuggiti

Fabio Isman, Il Mulino, 2017
Pagine 273, € 16,00
ISBN 9788815270412



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  27 settembre 2017