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Umberto De Pace

La proposta di lettura mi viene offerta della Biblioteca Civica Centrale: "Una nazione bagnata di sangue" di Paul Auster con fotografie di Spencer Ostrander, edizioni Frontiere Einaudi del novembre 2024. Il libro è esposto all'ingresso sugli scaffali delle novità, incuriosito dal titolo, attratto dalla foto di copertina e dalla curata edizione, mi soffermo a leggere la breve sinossi in quarta di copertina nella quale ritrovo parole e significati che avevano formato un tempo la mia conoscenza sugli Stati Uniti d'America: "Perché gli Stati Uniti, la ricca, meravigliosa terra della libertà e delle opportunità, sono anche il Paese più violento del mondo occidentale?" Parlo di un tempo passato non perché io abbia cambiato parere in merito al "paese più violento del mondo occidentale" quanto per il fatto che la retorica mainstream – diffusa dalle principali fonti di informazione con un particolare trasporto da parte dell'intellighenzia "liberal" – mi pare da troppo tempo impegnata a evidenziare solo le prime qualità, ricchezza, libertà, opportunità, dimenticando o mistificando non tanto la violenza armata in America, quanto "il sangue, lo schifo e l'orrore" che si lascia appresso e la cultura che la alimenta. Ripercorrendo dall'infanzia la sua storia personale, segnata tra l'altro da una tragica e violenta vicenda famigliare legata ai nonni paterni, l'autore traccia una lucida quanto acuta riflessione critica sull'America e sul suo rapporto con le armi e la violenza, un "…Paese nato nella violenza ma nato anche con un passato, centottanta anni di preistoria vissuti in continuo stato di guerra con gli abitanti delle terre di cui ci siamo impossessati e continui atti di oppressione contro la nostra minoranza schiavizzata: i due peccati che abbiamo portato dentro la Rivoluzione e che non abbiamo ancora espiato. Ci piaccia o no, e malgrado tutto il bene che l'America ha fatto nel corso della sua esistenza, continuiamo a essere oppressi dalla vergogna associata a quei peccati, da quei delitti contro i principi in cui professiamo di credere." Paul Auster ama il suo paese e non penso, data la sua autorevole fama, che lo si possa liquidare con l'accusa di "wokismo" o "cancel culture" (termini sempre più usati in tono spregiativo e a mio parere alle volte anche fuori luogo) ma anzi proprio per il sentimento che prova per esso, implacabile e netto è il suo giudizio. Gli Stati Uniti a differenza della Germania nazista non hanno mai fatto i conti con il proprio passato, scrive l'autore, ammonendo chi pensa che il suo sia un confronto azzardato: "…che le politiche razziali di Hitler si ispiravano direttamente alle leggi segregazioniste e al movimento dell'eugenetica in America." Per Auster quel "diritto naturale alla violenza" trova le sue radici nei "…principi del capitalismo, che è un sistema economico alimentato dalla competizione e quindi, giocoforza, dal conflitto…". Le statistiche che cita sono alquanto evidenti: "Ottantamila feriti e quarantamila morti, o centoventimila richieste d'ambulanza ed emergenze da pronto soccorso nell'arco di dodici mesi dell'anno…" ricordando più volte al lettore che a quelli delle vittime dirette vanno aggiunti i numeri, o meglio le vite, delle loro famiglie, dei parenti, degli amici, delle comunità di cui fanno parte, portando l'impatto della violenza armata a cifre che vanno calcolate in milioni di americani. A fronte di una percentuale di famiglie che detengono armi in casa in costante calo da cinquant'anni "…il numero di armi attualmente possedute dagli americani non è mai stato così elevato – ragion per cui sempre meno persone comprano sempre più armi." Incredibile ma vero, il vecchio West era "un luogo ben più civile, pacifico e sicuro della società americana odierna", sosteneva lo studioso W. Eugene Hollon nel suo studio del 1974 "Frontier Violence". Paul Auster analizza i casi più truci della violenza armata nel suo Paese, in particolare gli omicidi di massa generalmente compiuti da giovani uomini solitari, pervasi da reconditi rancori di ogni tipo, desiderosi non solo di emulare chi li ha preceduti ma sopraffatti dall'ambizione a "…battere il record e conquistare così la fama e l'imperitura gloria criminale del più grande assassino di massa della storia americana." Di fronte a tali fatti l'autore coglie lo stupore e l'orrore negli sguardi di amici e conoscenti di altri continenti, nel quale si riconosce quando posto di fronte alle violenze, in altre parti del mondo, nei confronti di adolescenti che subiscono le mutilazioni genitali o di donne lapidate a morte per infedeltà. Lo scrittore pone una domanda disarmante che ha la forza di riassumere la semplice quanto al contempo maledettamente complessa questione: "Se il problema sono i troppi cattivi che girano armati, non sarebbe più saggio togliere le armi a loro anziché armare i cosiddetti buoni, che in molti casi, se non quasi sempre, sono buoni solo fino a un certo punto, e quindi eliminare il problema alla radice, perché se i cattivi non avessero armi, che bisogno ne avrebbero i buoni?"
Nel ricostruire la lunga storia del movimento per il diritto alle armi da fuoco l'autore con estrema sintesi riconosce che "…la battaglia delle idee su chi siamo e chi dovremmo essere come nazione…" è stata vinta dal Partito repubblicano, così come quasi tutte le elezioni a partire dal 1968, e che anche quando hanno vinto i democratici, come Jimmy Carter e Bill Clinton, questi hanno seguito le derive di destra del Paese. Aggiunge inoltre: a partire dagli anni Settanta comparve sulla scena il neoliberismo, "ideologia capitalista regressiva", a seguire l'"estremista di destra" Ronald Reagan con l'idea diffusa "…secondo cui il governo non è la soluzione ai nostri problemi ma il problema stesso (che, in una democrazia basata su "Noi, il popolo", significherebbe che il problema siamo proprio noi) …"; e poi ancora la nascita del Tea Party " che ha asfaltato" i democratici alle elezioni di midterm, negli anni del primo mandato di Barak Obama, e "ha continuato ad asfaltarli" anche nel secondo suo mandato togliendogli il potere di varare qualunque legge importante negli ultimi anni della sua presidenza; fino a giungere nel 2016 al presidente dal "ciuffo imbarazzante" che "per poco non ha mandato in rovina il paese, e anche se nel 2020 non è stato rieletto, non è da escludere che lui e i suoi seguaci possano trovare il modo di completare l'opera." Fu comunque negli anni Settanta che l'Nra (National Rifle Association of America) "… si trasformò in una delle lobby più potenti del Paese e fu eletta a principale portavoce del sempre più vasto movimento contro il controllo della armi …", ponendo fine a quella che fino ad allora era stata un'associazione apolitica disponibile ad accettare, "per gli sportivi americani", una legislazione tesa al controllo delle armi a fronte della crescente violenza armata. L'ironia di tutto ciò, evidenzia l'autore "…sta nel fatto che un movimento a prevalenza bianca, rurale e conservatrice sia nato sposando la filosofia di un gruppo nero, urbano e rivoluzionario, ovvero la radicata convinzione che le armi sono innanzitutto uno strumento di autodifesa e, per citare il presidente Mao (come facevano le Pantere), che "il potere politico nasce dalla canna del fucile"." Il riferimento è ai trenta membri del partito delle Pantere Nere che il 2 maggio 1967 entrarono armati nella sede del parlamento della California, nel pieno rispetto della legge in vigore allora, per protestare contro un disegno di legge avanzato dai repubblicani. Tale legge, sulle armi, fu quindi modificata in quello stesso anno per portare al disarmo delle Pantere Nere e lo stesso Congresso degli Stati Uniti, nel 1968, approvò i primi provvedimenti federali, a partire dagli anni Trenta, in materia di armi da fuoco.

San Francisco Chronicle: L'allora parlamentare Willie L. Brown Jr., Democratico da San Francisco, al centro, parla con un attivista delle Pantere Nere il 2 Maggio 1967. Photo: Walt Zeboski / Associated Press 1967 (tratta da The bottom up)

"L'America è entrata in un nuovo territorio, mai immaginato in precedenza, e oggi, mentre scrivo queste parole, sette mesi dopo che Trump ha finito il suo mandato, non c'è nessuno tra il Maine e la California, tra il confine settentrionale del Minnesota e la punta meridionale della Florida, che abbia la più pallida idea di quello che succederà." Paul Auster è morto nell'aprile del 2024 e quindi non sa che la sua profezia purtroppo si è avverata e che Donald Trump è tornato per continuare la sua opera distruttrice. Nel frattempo il 18 aprile scorso per mano di un "suprematista bianco" si consumava nella Florida State University l'ennesima sparatoria di massa con due morti e sei feriti. Donald Trump ha subito chiarito che difenderà sempre il secondo emendamento, che prevede il diritto per i cittadini americani di possedere un'arma. Chi si ostina ad affermare ancora oggi che gli Stati Uniti d'America sono la più grande democrazia al mondo, forse farebbe bene a leggere questo breve ma istruttivo libro e a guardare le foto che lo accompagnano dei luoghi delle stragi "…riproposti in scatti i bianco e nero, senza mai alcuna presenza umana, perché di umano non è rimasto più nulla."

Umberto De Pace


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  28 aprile 2025