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Atiq Rahimi, Terra e cenere
La dominazione sovietica in Afghanistan in un nuovo toccante romanzo
di Mauro Reali


Terra e cenere

Questo romanzo breve (o racconto lungo, ma in questo caso il genere letterario conta poco…) appena pubblicato da Einaudi (pp. 86, euro 7.50) è stato scritto da un quarantenne afgano che vive esule a Parigi, con un passato – personale e familiare – carico di dolore per le ingiurie che da più parti la sua patria ha subito. Si tratta di un'opera aspra, secca, che poco indulge ai fronzoli letterari; ha come protagonisti un nonno – Dastghir – un nipotino divenuto sordo - Yassìn – che, sopravvissuti ad un bombardamento sovietico che ha distrutto la loro famiglia, vanno alla ricerca di Moràd, che di Dastghir è figlio e di Yassìn è padre, minatore lontano da casa. Lo scopo, tragico, di questa visita è proprio quello di annunziare a Moràd la strage avvenuta; ma è il viaggio stesso di nonno e nipote (breve chilometricamente ma, nei fatti, lunghissimo) ad essere tragico, fatto com'è di strade polverose, camion che non passano, sete, fame, paesaggi riarsi e lunari. Lo scenario è quello dei dintorni della città di Polkhomorì e l'epoca è – appunto – quella della dominazione sovietica del paese; una ventina di anni fa, dunque, anche se non è difficile immaginarsi la vicenda anche in tempi più recenti e non meno travagliati per l'Afghanistan. Tre protagonisti dunque, più o meno; più qualche altro personaggio secondario. Ma forse di questa storia (di cui non rivelo il finale…), il vero protagonista è il dolore, che – come dice a Dastghir un pietoso negoziante incontrato nel suo viaggio «o si trasforma in lacrime e scende giù dagli occhi o diviene spada e ti arriva sulla lingua. Oppure talvolta si trasforma in una bomba all'interno del tuo cuore, una bomba che un bel giorno ti fa esplodere…». Lettura, dunque, piena di dolore; ma anche – pur tra le pieghe di queste allucinate situazioni – di tanta, tanta poesia: basta saperla trovare, ad esempio, in immagini come quella della «mela del fagotto rosso ornato di bianchi fiori di melo», unico pasto dei due viandanti, in palese contrasto cromatico con la terra e la cenere che avvolgono ogni altra cosa.

Mauro Reali

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  27 maggio 2002