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Ul cantón dal djalett
a cura di Ul Manzón


... 'Sa disevum la völta passada? Ah, sí! Parlavamo del dialetto! Passata la prima filippica, veniamo a un altro luogo comune in merito al dialetto, riguarda la scrittura. “È difficile leggerlo”. Be', forse, ma proviamo a operare dei 'distinguo'. Probabilmente, se un italiano nascesse e vivesse trent'anni in America, rientrato in Italia, avrebbe dei problemi nell'affrontare la lingua scritta più di quella parlata. E perché? Semplicemente perché non ha frequentato scuole italiane (il che, forse, non sarebbe una gran disgrazia ...), non scrive correntemente in italiano e così via. Il suo Italiano sarebbe essenzialmente orale, appreso dalla bocca dei genitori, non dai libri, o, almeno, senza l'ausilio di questi. Il dialetto ci pone nella medesima posizione; se a scuola l'avessero affiancato, con un pochino di magnanimità, all'italiano, e ci avessero fatto leggere Porta o Maggi in originale, non ci porremmo il problema.

Dunque, ecco, volevo innanzi tutto esporre quella che è la mia visione, la mia trascrizione del dialetto, che vuole essere tanto fonetica che etimologica, cioè – e mi pare funzioni! - con un piede nel passato e uno nel presente. Vale a dire che cerco di trascrivere i suoni nella maniera più semplice, economica e aderente possibile, e quindi contemplo le vocali: a, e, è, i, ò, ó, ö, oeu, u, ü accentandole qualora la parola non sia piana, cioè con la vocale tonica non in penultima posizione. Faccio notare, poi, come la 'ö' più aperta , oeu (presente ad esempio in poeu, “poi”, saldoeur e ascensoeur, ma anche nel plurale oeuv, “uova”), venga resa così sulla scorta della tradizione francese (e, parzialmente, tedesca), e non resa come ø, di tradizione scandinava ma piuttosto estraneo a occhi e tastiere italiane. Poi, la resa come s'c di quei suoni separati presenti in dialetto come in s'ceppà, “spaccare” e in italiano in scervellato (che, non a caso, è un milanesismo; infatti qui non si ha la solita 'sce' di scemo), che l'apostrofo ('), appunto, separa.
Ancora, il mantenimento grafico di 'v' in finale di parola, seppur pronunziata [f], come in lov, “lupo”, che infatti, a correo, a sostegno della giustezza della mia tesi, al femminile ha lova o löva, “lupa”. (Le ragioni le vedremo magari in seguito...) Così per tutte le consonanti (occlusive labiali e dentali) sonore, pronunziate in detta posizione come sorde, e quindi b > [p], d > [t], gh > [k], z > [s] (esempio grand, “grande”, al femminile granda; lungh, “lungo, alto”, al femminile lunga; ranz, “falci”, plurale di ranza; ròb, “cose; vestiti”, plurale di ròba). Un tocco un po' russo o germanico in Brianza...
Noterete che qui ho usato alcune convenzioni: con le parentesi quadre [ ] ho indicato la pronunzia del 'suono'; con il simbolo > l'evoluzione di un termine o il 'diventare' dello stesso (leggi: “diventa”); con il simbolo < “deriva da”.

Ecco, questo per l'aderenza fonetica. Quanto all'etimologia, invece, la nota principale è quella del mantenimento sistematico della 'h', sporadicamente presente in italiano ma tesa a evitare omofonie (ho verbo, contro o congiunzione; ha verbo, contro a preposizione) ove presente in Latino, Celtico o nelle lingue germaniche, ciò anche perché in taluni casi influenzante esiti fonetici successivi.
Ancora per etimologia, mantengo, nella grafia, le consonanti geminate (le 'doppie') nonostante non vengano pronunziate che scempie ('singole'). Questo è anche funzionale alla loro distinzione. La 's', in tutta l'area settentrionale, si pronunzia sonora (es. Italiano casa), mentre la 'ss' si pronunzia sorda (come in Italiano cassa, ma con una sola 's'). Così scrivo tolla, “latta; fuga”; bèlla, “bella”; tütta, “tutta”. Sbaglio? Oltretutto, essendo stati educati per anni alla grafia dell'italiano, ha il pregio di essergli più simile.
Ultimo, la resa di 'i' non-consonantica con la grafia j, come nel vecchio (e corretto!) italiano juta e jeri. Sarebbe valido anche introdurre w per la 'u' non-consonantica (pensate all'Italiano uovo e quando), ma è così estranea al contesto italiano che non me ne pare il caso.
Di più, il pregio della grafia che ho ideata, è la flessibilità: con poche variazioni può trascrivere tutti i dialetti brianzoli, nelle varie forme e pronunzie.
Ora, con ciò non voglio dire che è l'unica grafia giusta, e neanche l'unica indigena. Alcuni adottano la grafia milanese, che è molto etimologica (riflette infatti la facies del milanese antico) e inadatta a molti nostri dialetti (es. perché scrivere piscinin? A parte il fatto che ci vorrebbe almeno l'accento, tanto per facilitare la lettura, ma poi, andrà bene da qualche parte della Brianza, ma né da me né a Monza, ove più giusto sarebbe scrivere piscinén), altri grafie proprie. Ora, nulla in contrario e lode all'ingegno. Però, meditare prima, minga fà i ròb da loch! A questo proposito, vi cito un fatto ílare che da qualche anno si perpetua al mio paese, Villasanta. In occasione del Palio della Rosa, manifestazione ludico-sportiva comprensiva anche di belle sfilate in costume dedicata alla Madonna della Rosa, un neo-campanilismo ha spinto i contradaioli a ornare del nome indigeno i varî palî rionali, cioè ad abbellirli col nome in dialetto. Ora, che quello che io scriverei Palassètt, “Palazzetto”, sia scritto Palasett, non quadra tanto (la 's' SECONDO ME, verrebbe letta [z] come in casa. Voi non dite cas(s)a come nel Sud, no?!?); che Vilola sia scritta così va benissimo, ma la cosa divertente è la Casina di löff!!! Vi spiego subito. “Cascina” andrebbe scritta, per le stesse ragioni di Palassètt/Palasett e casa/cassa, cassina, poiché 'ss' rende la 's' sorda mentre 's' la sonora [z] di casa, per intenderci.
Ora, la Cassina di lov, altresì “Cascina Recalcati”, tra San Fiorano e Concorezzo, verso la sopra-elevata tra i due paesi, in origine si chiamava, appunto, Cassina (di) Recalcàa, senonché, un giorno si avvistò – o si credette di avvistare - un lupo nero, che forse era un vitello, e da allora si chiama cosí (Così ci riferisce Daniele Fossati nello splendido e gigantesco lavoro da lui curato, Villasanta – La Santa Villa S.Fiorano ed edito dal Comune di Villasanta, con uno splendido corredo fotografico. Ahimè !, anch'egli parla di loeuff. Come si vede, una sorta di ortografia comune brianzola ci farebbe comodo!).
Ora, che “lupo, lupi” venga scritto come suggerisco lov o in altro modo, poco importa. Ma che stia in piedi! Così, 'löff', ne è uscito un ibrido privo di significato che, scusatemi!, a voler cercare un termine simile mi ricorda la compianta Teresa dei 'Legnanesi' che dice al suo Gjuvànn: “t'ho fàa 'n pjatt ca fenéss in lòff!”, Gjuvànn:“.. In '-lòff'. Cusa gh'è ca fenéss in '-lòff'?”, Teresa: “I fasöö!!!!”. Ecco, mi si scusi una certa qual volgarità nel riportare la scenetta, ma, per dirla in Sanfioranese o Villasantese, a fà i ròb, duperèm ul có!

Per concludere: parliamo di non saper leggere il dialetto, ma quanti dei tanti giovanotti 'fluent English' saprebbero scrivere correttamente in italiano perché e non l'errato perchè; e pronunziare correttamente ílare e non ilàre, scandinàvo e non scandínavo, Caraíbi e non Caràibi? Ebbene, se vi dico che, vocabolario alla mano, la pronunzia o la grafia corretta è sempre la prima, cosa diremo? Che oltre a non saper leggere il dialetto, adesso non sappiamo più nemmeno parlare l'italiano?

Ul Manzón


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7 ottobre 2001