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Il Medico della peste
Tania Marinoni


Le mascherine, come stiamo constatando in questi giorni di emergenza per il Covid-19, costituiscono un dispositivo di protezione per chi opera in ambito sanitario: sono indispensabili per medici ed infermieri e assolutamente necessarie per i familiari che assistono i propri cari affetti da patologie del sistema respiratorio. Sul mercato esistono mascherine di diversi tipi che, in relazione alle loro caratteristiche, offrono un determinato livello di protezione. Nell'industria alimentare e nella ristorazione si indossano normalmente dispositivi che non tutelano le vie respiratorie, in ambito sanitario, invece, vengono utilizzate le mascherine chirurgiche, che proteggono da secrezioni grossolane e svolgono un'azione più o meno efficace, in relazione al numero di strati filtranti. Le mascherine dotate di filtri sono le uniche adatte contro i virus e vengono classificate con sigle in base al grado di protezione da esse offerto.

Il personale medico e infermieristico impegnato, ad esempio, a curare i malati di Ebola scende in campo con una sorta di scafandro, che protegge l'intero corpo esposto al virus: mascherina, visiera, camice, pantaloni, copri scarpe e doppio paio di guanti; la vestizione richiede un quarto d'ora, mentre il processo inverso può durare anche mezz'ora e deve essere verificato da un altro sanitario, poiché rappresenta una fase altamente soggetta a rischio infezione.
La stessa procedura purtroppo non è stata adottata per i medici e gli infermieri in prima linea nella lotta contro il Covid-19 e, proprio per questo motivo, il personale sanitario ha registrato un altissimo numero di contagiati ed anche di morti.

Le mascherine e i moderni dispositivi di protezione non sono sempre esistiti, eppure i medici si sono trovati spesso nei secoli scorsi ad affrontare gravissime epidemie. Come si proteggevano?
Un uso rudimentale di mascherine risale al secolo XIV, quando i medici iniziarono ad indossare curiose maschere a forma di becco, assicurate alla nuca tramite due lacci. Ma è nel 1619 che il medico di Luigi XIII, Charles de Lorme, ispirandosi alle armature dei soldati, propose una vera e propria divisa, in seguito denominata Abito del Medico della peste. Utilizzata fino al secolo XVIII, questa curiosa “uniforme” prevedeva una copertura totale, dalla nuca fino ai piedi, conferendo al medico un aspetto tanto buffo quanto temuto, poiché associato alle orribili sofferenze inferte dal flagello epidemico. L'abito prevedeva una veste in tela cerata nera, che arrivava fino alle caviglie, guanti, scarpe, cappello a tese larghe ed una canna utile per esaminare i pazienti. La maschera, realizzata in cuoio, era una sorta di respiratore: in essa si trovavano due fori protetti da lenti di vetro per gli occhi, due buchi per il naso e un rostro che conteneva spugne imbevute di aceto ed essenze profumate. La medicina dell'epoca, fondata sui dettami impartiti dall'antica teoria miasmatico-umorale, riteneva infatti che il contagio si propagasse tramite i cattivi odori: per questo gli oli profumati erano considerati un dispositivo efficace per tutelare il medico. La dottrina miasmatico-umorale, che attribuiva la propagazione di malattie infettive alla diffusione nell'aria di miasmi e di particelle velenose, si basava sulla teoria umorale sviluppata da Ippocrate ed ampliata in seguito da Galeno. Secondo questa dottrina, che oggi appare assai curiosa, nel corpo umano convivono quattro sostanze, dette umori, che occorre mantenere in equilibrio reciproco, per evitare l'insorgere di una patologia a carico del corpo, o dello spirito. Bile nera, bile gialla, sangue e flegma: questi gli umori, che suggeriranno poi a Galeno l'esistenza dei quattro temperamenti: malinconico, collerico, sanguigno e flemmatico.

Come riporta il Trattato della Peste di Jean-Jacques Manget, il medico dalle grottesche sembianze di uccello fu una presenza costante e temuta durante l'epidemia che colpì dal 1636 al 1637 la città di Nimega nei Paesi Bassi. Il Medico della peste aveva prestato servizio anche a Venezia dal 1630 al 1631, come testimonia la lettera che Alvise Zen indirizzò a monsieur d'Audreville qualche anno dopo l'imperversare del morbo. In quei tempi, quando la medicina si fondava ancora sulla superstizione, il Medico della peste ben poco poteva nell'alleviare le sofferenze degli ammalati e si limitava a formulare diagnosi infauste. Per questo, la sua presenza, nonostante le buffe sembianze, era presagio di morte.

La figura del Medico della peste entrò ben presto nell'immaginario collettivo e venne associata alla Commedia dell'Arte, il genere teatrale che animò la scena dalla metà del Cinquecento fino alla fine del Settecento, con personaggi stereotipati tuttora vivi nella tradizione del Carnevale. Pur non appartenendo alla schiera della Commedia dell'Arte, questa singolare maschera veneziana è entrata a pieno titolo nella ricorrenza carnevalesca, forse nel tentativo inconscio di esorcizzare il terrore della peste che mise in ginocchio la Serenissima in diverse occasioni. Ancora oggi, dopo quasi cinque secoli, la terza domenica di luglio i veneziani commemorano, durante la Festa del Redentore, la liberazione dal terribile flagello che decimò la popolazione.

Tania Marinoni


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  24 marzo 2020