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Aldo Juretich a cent'anni dalla sua nascita
Umberto De Pace


L'8 agosto del 1924 a Fiume nasceva Aldo Juretich, per sorte italiano. Il 27 gennaio di quell'anno con il Trattato di Roma la città di Fiume passò definitivamente all'Italia, dopo la fugace Reggenza Italiana del Carnaro, capitanata da D'Annunzio e l'effimera breve stagione del Libero Stato di Fiume, liquidato nel marzo 1922 dagli squadristi fascisti fiumani e triestini. La madre di Aldo discendeva da popolazioni di migranti romeni, i Valacchi, insediatisi in Istria nel Quattrocento, detti Citti dagli istriani, e istro-romeni dagli studiosi. Il padre, italiano tedesco e jugoslavo, raccoglieva in sé quel coacervo di culture, lingue e popoli che intrecciati tra loro convivevano all'interno dell'impero Austro-Ungarico.


Famiglia Juretich con al centro, vestito da marinaretto, Aldo

Erano anni nei quali la Storia correva più veloce del tempo che scandiva la vita quotidiana, facendosi ancor più turbinosa in quelle terre di confine, dove il fascismo italiano e ancor più quello croato degli Ustascia, furono particolarmente crudeli nei confronti delle popolazioni slovena, croata e serba. Su tutto e tutti la Germania nazista imponeva con fermezza e ferocia il suo comando dopo l'invasione nell'aprile 1941. La crescita e la formazione di Aldo vennero accompagnate dalla figura del padre, di fede socialista, e dal Movimento Popolare di Liberazione Jugoslavo, che era ampiamente radicato nel territorio e godeva di ampi consensi. Aldo, nel '43, fu schedato come comunista, e nel '45 venne condannato a sei mesi di galera: operò per un breve periodo come staffetta partigiana. Terminata la guerra, per Aldo si aprì un nuovo capitolo, nel quale fu testimone e vittima di un'ulteriore pagina tragica della storia del secolo breve, che vide contrapposti il comunismo sovietico staliniano al comunismo jugoslavo guidato da Tito. Da una parte l'internazionalismo proletario, e dall'altra il sempre più prevalente nazionalismo jugoslavo, così fu vissuto da gran parte dei comunisti italiani in quelle terre di confine, quello che in realtà fu uno scontro epocale, parte delle grandi trasformazioni dei nuovi assetti ed equilibri mondiali.
Sul finire degli anni '40 Aldo, giovane studente di medicina a Zagabria, membro della cellula comunista universitaria, tenta insieme al giornalista Spartaco Serpi di organizzare altri giovani comunisti dissidenti dal partito ufficiale al potere. Sono gli anni della rottura tra il Partito Comunista Jugoslavo (PCJ) e l'ufficio di informazione dei partiti comunisti e laburisti (Cominform da Comunist Information Bureau) con sede a Belgrado, creato appositamente nel 1947 per “disciplinare” il PCJ. Il nuovo stato socialista jugoslavo, nato dalla straordinaria resistenza partigiana contro il nazifascismo, non accetta il predominio e il controllo imposto dall'Unione Sovietica staliniana. Aldo difese la sua idea internazionalista e pagò duramente tale scelta. Non fu il solo. Molti i comunisti italiani, e con loro quelli monfalconesi, che in duemila, nei primi mesi del 1947, abbandonarono i cantieri navali di Monfalcone per cercare lavoro nella Jugoslavia socialista e per andare incontro ai loro ideali politici. Il controllo e la repressione da parte della polizia jugoslava furono implacabili. Un loro infiltrato impedì ad Aldo di portare a termine il suo intento; e fu così che finì nel gulag di Goli Otok (l'isola Calva) dove trascorse ventidue mesi, dopo i sei, in prigione a Fiume, senza un'ora d'aria. In quest'isola dell'arcipelago del Quarnaro furono deportati i detenuti politici, per lo più anch'essi comunisti; combattenti della guerra di Spagna, partigiani, deportati nei lager nazisti, carcerati e torturati nelle carceri fasciste, si trovarono ora rinchiusi nei gulag jugoslavi e lì costretti a un lavoro massacrante nelle pietraie; sottoposti alla tortura, alle bastonate, alle umiliazioni, alla fame.


Foto contemporanea di Goli Otok

Ma la ferita più grande Aldo la portò per sempre nel suo cuore: come poteva accadere tutto ciò? Come potevano le vittime diventare carnefici dei loro stessi compagni? Come dimenticare il “topli zec”, il trattamento della “lepre calda”, riservato ai nuovi arrivati, quando nei gelidi inverni di quegli anni, a decine, centinaia, venivano costretti a correre nudi lungo la via che conduceva al campo, sotto i colpi dei “veterani”, mentre la strada grondava rosso sangue al loro passaggio.


I deportati mettono piede sull'isola Calva (disegno di Nicola Erceg – ex deportato)

Quale mente diabolica aveva potuto inventare la gogna del “revidirci” – il ravvedimento – grazie al quale il prigioniero doveva rivedere la propria posizione denunciando i propri compagni, amici, a volte fratelli, figli o padri. Forse la stessa mente che affisse al porto dell'isola il cartello che in più lingue annunciava: “Benvenuti all'isola della libertà” – e che accolse Aldo molti anni dopo al suo primo ritorno con la moglie a Goli Otok, facendolo “imbestialire” per una tale grottesca, quanto falsa, affermazione.


Trasporto di pietre sulla portantina (disegno di Nicola Erceg – ex deportato)

Aldo seppe fin dall'inizio chi lo aveva denunciato alla polizia ma, come ricorda la moglie Ada, non ha mai voluto dire il suo nome perché ripeteva: “Questo qui ha una moglie e dei figli, cosa penserebbero di lui una volta che sapessero tutto questo?” Abbiamo vinto una sola volta nella nostra vita, quando ci hanno messo in galera” – e poi ancora – “ Noi da questo usciamo puliti, gli altri, chi ci ha fatto questo, no” – queste le sue parole a testimonianza di una forza interiore che per poterla comprendere occorre però essere coscienti di cosa fosse la “galera” di cui racconta, così come occorre conoscere le vicende storiche di quel periodo, non ultima l'intenzione di Stalin di occupare la Jugoslavia e punire Tito, i suoi compagni e seguaci, per non essersi allineati alla sua volontà.
Si, Aldo è uscito “pulito” dall'inferno di Golj Otok, senza mai sottomettersi alla gogna del “revidirci” ma una volta tornato in libertà – a differenza dei molti che lì morirono per stenti e torture – si trovò in un secondo inferno dettato dal completo isolamento nella società in cui rientrava, suggellato dalla firma estorta sul quel documento in cui i sopravvissuti dichiaravano che mai avrebbero fatto cenno alla loro storia. Goli Otok non doveva esistere, e con Goli, nemmeno loro. Vissero per anni nel terrore e nell'isolamento totale, a volte anche da parte dei propri cari. Così fu per Aldo. Il silenzio si imponeva per non rischiare di coinvolgere parenti e amici in quella spirale di sospetti che durò decenni, persino dopo la morte di Tito.
Tutta questa mia sofferenza non è servita a niente se non se ne parla, e questo mi fa ancora più male”, così si esprimeva Aldo dopo aver tenuto nascosto per lunghi anni, alla stessa Ada, sua moglie, l'inferno da lui vissuto a Goli Otok.


Aldo e Ada sposi

Ma fu grazie al suo amore, e alla determinazione del giornalista-scrittore Giacomo Scotti, che alla fine degli anni '80 iniziarono ad affiorare le prime rivelazioni e testimonianze da parte di Aldo e di altri suoi concittadini fiumani e compagni di sventura i quali, come ci ricorda lo stesso Scotti: “Per primi ebbero il coraggio di aprire il vaso di Pandora del triste calvario vissuto sull'isoletta quarnerina nella micronesia di Arbe/Rab bagnata dal sudore e dal sangue loro e di altri diciassettemila comunisti fra cui alcune centinaia di italiani tra il 1949 e il 1956.” Giacomo Scotti fu il primo a scriverne sui giornali in Jugoslavia nel 1989 e nel 1991 a raccontarlo nel suo libro: “Goli Otok. Italiani nel gulag di Tito”.
Il 5 novembre del 2011 Aldo Juretich moriva nel suo letto di ospedale al San Gerardo dei Tintori di Monza, città dove ha vissuto a partire dalla fine degli anni '60, con la moglie Ada, e il loro figlio. E dove hanno visto crescere la loro amata nipotina. Quel filo di speranza affidato da Aldo a sua moglie e al giornalista-scrittore Giacomo Scotti, affinché la memoria non venisse cancellata per sempre, si intrecciò successivamente tra le mani di Renato Sarti, che con cura e passione seppe trarne un'opera teatrale di grande spessore e umanità: “Goli Otok. L'isola della libertà”. Regista e attore ma soprattutto amico di Aldo, Renato porterà per sempre con sé “ la sua incrollabile fede nei valori della democrazia, della libertà e della fratellanza; valori ai quali ha dedicato la sua vita e sacrificato gli anni più belli”. Ada ricorda come Aldo sentì sulla sua pelle, fino alla sua morte, le ingiustizie nel mondo, e come ne soffrisse: “ il socialismo … non il partito socialista ma il socialismo …“ fu per lui un ideale fortissimo e sempre attuale. Grazie all'opera di Renato Sarti, quel filo continuò a svolgersi e intrecciarsi, ritornando nella città di Monza, dove nel novembre del 2012 sul palcoscenico del Binario 7, Elio De Capitani interpreterà Aldo, “rivestendone l'anima”, la sua fragilità, e al contempo, la ”sensazione che il sovraumano dolore si possa esprimere quando lo si è attraversato mantenendo fino al limite del possibile quell'integrità della persona che gli altri volevano distruggere”. E poi ancora, quel filo si intrecciò con la sensibilità e cura di altre cittadine e cittadini monzesi, associazioni come ANPI e ANED, insegnanti e studenti dell'istituto comprensivo Don Milani, che coinvolgendo istituzioni e amministrazione locale portarono nel 2017 all'intitolazione della biblioteca comunale di Triante ad Aldo Juretich per conservarne la memoria. La memoria di un uomo che – parafrasando l'epilogo del documentario del giornalista scrittore Marco Coslovich, “Il tramonto di Spartaco”, in cui sono raccolte la sua ed altre testimonianze - racconta un pezzo di “… storia della fede comunista, delle speranze e delle illusioni di militanti comunisti, della loro lotta ed eroismo”, senza nascondere o dimenticare la violenza e la disumanità degli “altri” pur sempre comunisti. Una sera, seduti di fronte alla loro casa di vacanza ad Arbe, Aldo e Ada incontrarono Coslovich e la discussione cadde su Abu Ghraib dove, alla fine di aprile di quell'anno, il 2004, era appena venuta alla luce la notizia delle umiliazioni e torture che venivano compiute sui detenuti iracheni da parte dei militari statunitensi e dei loro mercenari. Ne scaturì una discussione furibonda: Aldo non poteva accettare alcuna giustificazione in difesa dei metodi adottati dai soldati americani, per lui Abu Ghraib era niente meno che Goli Otok: quale differenza può esserci? Quale fine supremo può giustificare la tortura, l'umiliazione, il sopruso?

               
Disegni di Ante Lukateli – ex deportato a Goli Otok

Ogni volta che Aldo era costretto a confrontarsi con quegli orrori, riaffiorava alla mente quanto aveva vissuto; ripensava ai suoi compagni di prigionia, fra essi anche a quei “Giusti” che seppero di fronte all'abiezione, custodire con ostinazione nel loro cuore residui di umanità, confortando con un gesto, una parola, uno sguardo, i loro fratelli vessati. Fra essi Mario Bontempo: “un uomo straordinario, in quelle condizioni ci cedeva le sue razioni: “Magnè fioi. Voi siete giovani, gavè più fame, mi son vecio” – così Aldo ricordava Mario. Per volontà del destino, Monza ha un legame anche con questo “uomo straordinario”, questo “esempio da seguire” come ricorderà per sempre Aldo: la nuora di Bontempo e i suoi nipoti sono a tutt'oggi cittadini monzesi.
Quest'anno cade il centenario della nascita di Aldo, e quel filo di speranza da lui lasciato e mai interrotto, continua a tessere a Monza memoria, storia, legami e affetti; continua a intrecciare le nostre vite, non solo per conservarne il ricordo, quale atto di “carità e giustizia per le vittime del male e del dolore – come scrive Claudio Magris – ma quale atto di “resistenza” alla violenza della Storia universale.
Grazie Aldo.

Umberto De Pace

               


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16 settembre 2024