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La Befana
Lina Agostini



La mattina di un gennaio freddo seppi che era morta la Befana. Era stata proprio mia madre a darmi la triste notizia. Le avevo chiesto per l 'ennesima volta come sarebbe stata la bambola che aspettavo dalla vecchina a cavallo della scopa e lei mi aveva risposto così. La Befana era morta mentre attraversava cieli e camini per portare regali anche ai bambini sfollati sulle montagne. Non riuscivo a immaginare come poteva essere successo e che fine avesse fatto la sua scopa. Forse si era scontrata in volo con un aereo forse tedesco, forse americano. Forse era stata colpita da una sventagliata di proiettili sparati in cielo. Forse era stata soltanto ferita e ora si stava rimettendo in volo per non deludere i bambini che l'aspettavano nonostante la guerra e la rinuncia dei genitori. Avevo cinque anni ma dovevo già capire che eravamo in guerra e che non dovevo piangere per una bambola negata. Era morta la pace e io non avrei più avuto la bambola tanto desiderata e immaginata. Una bambola con la faccina paffuta lucida di porcellana, la cuffia a incorniciarle il viso e gli occhioni azzurri che si chiudevano se la tenevi in braccio come avevo visto fare a tutte le mamme con i loro bambini. Si può piangere tanto per una bambola? Io lo feci da Natale all'Epifania fino a restare senza fiato. Inutile cercare di consolarmi.
E venne la neve a peggiorare quella notte di inutile attesa. La Befana era morta e io non avrei avuto la mia bambola. Misi lo stesso la calza appesa al camino, se la Befana si fosse salvata sarebbe sicuramente passata dal mio camino. La notte era trascorsa senza portare nulla di nuovo. La calza che avrebbe dovuto annunciare l'arrivo della mia bellissima bambola, era ancora appesa al camino ma non era vuota. Forse la mia speranza era stata ripagata, forse la Befana aveva con la sua scopa veloce schivato aerei e proiettili. forse la guerra non voleva deludere i bambini. Con quell'ansia fra lacrime e moccoli che sono i segni della gioia dei piccoli quando sono sorpresi, tirai fuori dalla calza tutto quello che conteneva. Un mandarino, tre caramelle, cinque caldarroste ancora calde e una bambola. Ma non era quella che avevo tanto sognato. L'aveva fatta mio nonno intagliando la gamba di legno di un vecchio tavolo. Come Geppetto quando aveva fatto Pinocchio. Una Barbie rigida e dura, le braccia e le gambe avvitate al busto tozzo, il viso appena abbozzato, due piccoli bottoni per occhi e i capelli fatti di lana da materasso. Era la più brutta bambola che avessi mai avuto fra le mani, ma mi sembrò bellissima. Mia madre l'aveva rivestita con la stoffa del mio vestito e ora io e la mia bambola eravamo proprio uguali.
L'amai subito, la Befana non era morta inutilmente e se proprio era stata abbattuta da qualche aereo, aveva pensato a me prima di cadere giù dalla scopa. Ho giocato con la mia bambola di legno per tutto il tempo che passai in montagna in attesa della pace. Emma, così l'avevo chiamata per la sua somiglianza con la moglie di mio zio, divise con me tutti i giochi silenziosi che i bambini fanno quando sono soli, la tenevo in braccio quando, in mezzo agli uomini del paese, vidi appendere ad un ramo un soldato tedesco che si era perso. I suoi piedi nudi furono gli ultimi a morire ma Emma non doveva vedere uno spettacolo della guerra e le avevo messo la testa sotto il mio vestito. Nessuno aveva pensato ad allontanare me bambina da quella lezione crudele. Quando tornammo in città anche i grandi erano meno buoni, la guerra era stata per tutti una cattiva maestra, anche in famiglia. Finita le legna per il camino Emma venne sacrificata da mio nonno per finire di cuocere la polenta nel paiolo di rame. Non ho mai dimenticato quella bambola più uguale a Pinocchio che a Barbie e ancora mi chiedo se la guerra potrebbe di nuovo uccidere la Befana .

Lina Agostini


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  6 gennaio 2025