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il leone dalla testa di drago


Il Portale dello Zodiaco
a cura di Primo Casalini


La Sacra di San Michele, come la intendiamo noi oggi, sorse sul monte Pirchiriano qualche anno prima dell'anno 1000. Una bella leggenda dice che Giovanni Vincenzo, che era stato vescovo di Ravenna, voleva ripristinare il culto di San Michele Arcangelo, ed aveva pensato ad una costruzione sul monte Caprasio, che è dall'altra parte della valle, ma in sogno vide una schiera di angeli trasportare i materiali da costruzione sull'altro monte, il Pirchiriano, e lì riprese a costruire la chiesa. E' storicamente certo che il maggior impulso iniziale alla abbazia di benedettini, che sorse accanto alla chiesa, lo diede Ugo di Montboissier, conte d'Alvernia, che fece in modo che il primo abate fosse Arverto, anche lui alverniate.
La strettoia fra i due monti è nota come la Chiusa della Valle di Susa: nel 773 i Franchi di Carlo Magno sconfissero i Longobardi di Desiderio, e nell'Adelchi del Manzoni uno dei brani più conosciuti è il racconto del diacono Martino, che scopre come trovare un sentiero per aggirare i Longobardi che bloccavano la Chiusa. Per chi voleva passare le Alpi attraverso il Monte Cenisio, la Chiusa ebbe sempre una grande importanza militare, il che fu uno dei motivi del grande sviluppo dell'abbazia sul monte Pirchiriano, (la Sacra, appunto), ma anche della sua successiva decadenza, dalla metà del secolo XIV in poi, finché il monastero fu soppresso nel 1621 da papa Gregorio XV.

vista della sacra di san michele

Fu il re Carlo Alberto di Savoia che il 29 agosto 1836 ottenne da papa Gregorio XVI che l'abbazia fosse ceduta in perpetuo ai padri Rosminiani. Ricominciò una nuova vita, religiosa e culturale, ormai da diversi decenni anche turistica. La sacra di San Michele ha una grande forza evocativa, quando la si comincia a vedere da lontano. Ora l'illuminazione notturna la rende visibile, lassù in cima sul monte Pirchiriano, che alto 962 metri, dalla strada di fondovalle.
Molti danno per scontato che la Sacra di San Michele abbia ispirato ad Umberto Eco il suo romanzo Il nome della rosa. Certamente Eco, che è piemontese, ha tenuto ben presente questa abbazia, come diverse altre, in Italia e fuori. Della Sacra ritroviamo nel romanzo di Eco la posizione dominante, in cima ad una montagna, ma anche il legame delle controversie religiose con le lotte di potere politiche e militari, e la conseguente decadenza: per una abbazia, 350 anni di storia viva sono un periodo breve.
Gli aspetti della Sacra di San Michele di cui occorrerebbe parlare sono tanti; ma il Portale dello Zodiaco, oltre alla importanza artistica e culturale, ha una sua unicità: è il più antico ciclo romanico sullo Zodiaco e su altre costellazioni.

due capitelli del portale dello zodiaco

Cosa è lo Zodiaco? “E' la zona del cielo che si estende da ambo le parti dell'eclittica simmetricamente ad essa con l'ampiezza di 18 gradi, entro la quale si muovono il Sole, la Luna e i pianeti maggiori. Lo Zodiaco è la strada maestra del Sole, della Luna, dei pianeti. I popoli antichi vi raffiguravano i loro miti ed i fenomeni stagionali.” (Luigi Gabba) Tale fascia venne suddivisa in dodici parti uguali, di 30 gradi ognuna, i segni dello Zodiaco, che sono designati con i nomi delle costellazioni (Ariete, Toro, Gemelli etc…) e che corrispondono ai dodici mesi astronomici. Quindi ci sono le costellazioni zodiacali e quelle extra-zodiacali, designate col singolare nome di Paranatellonta.
Popoli antichi quanto? Almeno dai babilonesi del secolo XV a. C. e successivamente in tutte le civiltà umane, in Oriente ed in Occidente. Anche gli Aztechi e gli Inca erano giunti ad una raffinata organizzazione degli spazi celesti. I popoli antichi di notte guardavano il cielo molto più di quello che facciamo noi, anche perché lo vedevano meglio: le luci terrestri ci impediscono di vedere bene il cielo, mentre le notti degli antichi erano buie sulla terra, ma rischiarate dagli astri celesti. E noi abbiamo tante cose da fare, piuttosto che metterci a guardare il cielo di notte…

Oltrepassato il portale d'accesso alla Sacra, ci si trova di fronte al cosiddetto Scalone dei Morti: un lungo e ripido scalone con a fianco ampie nicchie in cui fino ad alcuni decenni fa erano visibili gli scheletri dei monaci. Al di là del nome, è un luogo molto suggestivo: la luce proviene dall'alto dello Scalone, dove appunto c'è il Portale dello Zodiaco. Si è pensato che il Portale non sorgesse originariamente dove è ora, o (più plausibilmente) che sia stato ricomposto nel sito originario causa un crollo strutturale o un terremoto. Non si spiegherebbe altrimenti perché sono decorate le facce interne, mentre una faccia esterna disadorna, il contrario di ciò che sarebbe logico. Negli stipiti del Portale ci sono lesene scolpite sia sulle facce verso lo Scalone che su quelle interne; i segni dello Zodiaco per lo stipite destro, avvolti in cerchi formati da rami intrecciati, i simboli di sedici Costellazioni per lo stipite sinistro; sulle facce interne, decorazioni floreali e di animali. Nei capitelli sono rappresentati: un leone con testa di drago, Caino che uccide Abele - e dietro Caino c'è il volto del diavolo - due donne che allattano serpenti (forse è la rappresentazione della lussuria, più probabilmente è il simbolo della madre terra che nutre tutti i viventi), Sansone che scuote le colonne del tempio, alcuni esseri umani che litigano tirandosi per i capelli l'un l'altro, quattro falconi che si appoggiano su un cerchio. Nelle basi delle colonne, due grifoni beccano la testa di un uomo, tre leoni si rincorrono.

il segno del capricorno          il segno del sagittario

Nella rappresentazione dei segni dello Zodiaco ci sono alcune singolarità: la prima, forse casuale, è che il segno del Cancro, visto rovesciato, sembra la testa di un vescovo, poi il Capricorno è rappresentato con le ali e la Bilancia è rappresentata assieme allo Scorpione. Il modello a cui l'artista si ispira è un codice miniato che era nella Abbazia, e le particolarità derivano da un codice tratto da Arato, l'autore greco de I fenomeni, un poemetto didascalico ben noto e considerato un punto di riferimento astrologico nell'antichità e per tutto il Medioevo, sino al '500 inoltrato.

il nome di nicholaus nella fascia decorativa
particolare della decorazione
Conosciamo il nome dell'autore del Portale. Difatti su una lesena c'è la scritta: “Vos qui transitis sursum vel forte reditis / vos legite versus quos descripsit Nicholaus” (Voi che salite, o per caso ridiscendete, leggete i versi che scrisse Niccolò). Sullo stipite delle Costellazioni, ce n'è un'altra: "Hoc opus hortatur saepius ut aspiciatur" (Quest'opera spinge ad osservarla ripetutamente). Ed ancora, su altre lesene: “Hoc opus intendat quisquis bonus expendat / Flores cum beluis comixtos cernitis” (Osservi quest'opera chiunque, capace, ne misuri il valore; vedete fiori frammisti ad animali), e “Hoc opus intendat quisquis bonus / exi… (exit et intrat)” (Volga la sua attenzione a questa opera chiunque, capace, esca ed entri).
Quindi, c'è piena coscienza del valore della propria opera da parte dell'artista, ed è una coscienza rivolta ad attirare l'attenzione di chi visita la chiesa.
Di Nicholaus abbiamo notizie abbastanza precise. E' un architetto-scultore che lavora alla Sacra negli anni 1114-1120, alla Cattedrale di Piacenza dopo il 1122, che incide il suo nome a Ferrara nel 1135 ( nel portale del Duomo di cui fu anche architetto), e che nel 1138 lavora al portale di San Zeno a Verona. Tutte opere molto importanti. Si ricollega a Wiligelmo, il maestro che opera nel Duomo di Modena (1099-1110), ma ci sono inflessioni, modulazioni che derivano dalla Francia, in particolare da Saint Sernin a Tolosa, col maestro Bernardus Gilduinus, la cui tavola d'altare è consacrata da Urbano II nel 1096. Nicholaus, che si esprime anche con un linguaggio di influenza bizantina, è un temperamento eclettico, con una vasta bottega e molteplici collaborazioni, e le sue figure incassate negli stipiti a Ferrara ed a Verona sono importanti precedenti delle statue-colonne di Sant Denis e di Chartres. Potrebbe essere stato lui il tramite di Wiligelmo verso l'arte tolosana. Sono tutti artisti ben consapevoli del proprio valore: delle scritte di Nicholaus alla Sacra ho già detto, e Nicholaus scriverà anche a Ferrara ed a Verona. Celebre è l'iscrizione sul Duomo di Modena in cui si cita Wiligelmo, e Gilduinus a Tolosa in un capitello di Saint Sernin rappresenta se stesso mentre offre insieme ad un suo compagno la grande tavola d'altare.

caino e abele          le donne che allattano i serpenti

Per noi, oggi, la parola astrologia è fuorviante. Ci vengono in mente gli oroscopi che ogni giorno troviamo nei giornali o alla Tv, i maghi e le chiromanti a cui milioni di italiani si rivolgono ogni anno, oppure strane ricerche esoteriche, per cui, ad esempio, Mont Saint Michel in Bretagna è in qualche modo collegato alla Sacra di San Michele ed al Santuario di Monte Sant'Angelo nel Gargano, con tutta una serie di considerazioni (qualcuna senz'altro vera) sulle grandi vie dei pellegrinaggi, le crociate, il Graal ed i templari, su cui si diffonde Umberto Eco ne Il pendolo di Foucault. L'astrologia è stata per circa 3000 anni una griglia di interpretazione del reale adottata da tutte le civiltà, con una grande capacità di persistenza nei passaggi da una civiltà all'altra, da una religione all'altra. Tutto ciò è finito nel XVI secolo, quando si impose la teoria eliocentrica; per fare un esempio, il Veronese a Masèr fa una correttissima esposizione astrologica : nella stanza dell'Olimpo, in alto c'è la Divina Sapienza con attorno i sette Pianeti ognuno col suo simbolo astrologico, poi i quattro elementi, e scendendo nelle pareti, le quattro Stagioni. Ma la sua è ormai una splendida decorazione, mentre l'attenzione è tutta alla vita da semidei terrestri dei suoi committenti, che trattano da pari a pari gli dei dell'Olimpo ed i simboli cristiani. Nei 1508, poco più di cinquant'anni prima, Raffaello nelle Stanza della Segnatura rappresenta l'Astronomia, che in realtà è l'oroscopo di papa Giulio II, il cielo di Roma come si presentava al momento dell'elezione, il 31 ottobre del 1503, tre ore dopo il tramonto. E questo non è un gioco decorativo, è un gioco molto serio, a cui Raffaello e Giulio II credevano.
Generalmente le opere a tema astrologico sono opere di alta qualità, e non hanno nulla di sognante, sono assai concrete, lo si vede anche in Nicholaus alla Sacra. Gli antichi vedevano i fenomeni celesti e quelli terrestri, tutti fenomeni la cui evidenza era indiscutibile, e con l'astrologia cercavano di interpretarli. Nel collegamento che si stabiliva fra cielo e terra il microcosmo si raccordava al macrocosmo.
Neppure il cristianesimo e l'islamismo riuscirono a demolire la teoria degli influssi celesti, che sembrava inverata ogni notte dai movimenti delle stelle e dei pianeti. Tommaso d'Aquino e Dante Alighieri credevano alla astrologia e cercavano di salvare tutto: gli influssi celesti ed libero arbitrio umano, di fatto inconciliabili. Aby Warburg ha scritto nel 1920: “Gli dei antichi, ininterrottamente, dall'inizio della civiltà occidentale alla grande fioritura religiosa del Cristianesimo, appartengono alla sfera cosmica, e determinano talmente la vita pratica, che si deve ammettere la continua esistenza, accanto alla chiesa e da essa silenziosamente tollerato, di un secondo regno, in cui domina la cosmologia pagana, e specialmente l'astrologia”. E nel Warburg Institut, che è a Londra dal 1929, ci sono oltre un migliaio di codici antichi con rappresentazioni astrologiche. Non solo, l'astrologia era apertura in senso naturalistico e popolare, perché nasceva dalla osservazione del cielo e della terra. Le tematiche erano le stagioni, i lavori, le mutazioni della natura, anche gli svaghi, e scene di genere effettivamente ispirate da temi collegati al calendario ed all'astronomia. Faccio un esempio curioso: chi ha seguito corsi di yoga, ha senz'altro notato che certe posture (asana), le conosce il gatto di casa, che evidentemente corsi di yoga non li segue: sono gli antichi maestri che hanno imparato dalle movenze dei gatti d'allora, che più o meno sono come quelli di adesso.

le costellazioni ara e nothius            la costellazione hydra

Quando la terra cessò di essere al centro dell'universo, l'astrologia, la griglia di interpretazione adottata per migliaia di anni, si rivelò errata. Ma aveva consentito, stimolato, un realismo nella rappresentazione di cui è grande esempio il Portale dello Zodiaco, come poi lo saranno le tante rappresentazioni dei mesi con i lavori nei Battisteri e nelle Cattedrali romaniche ed anche con gli svaghi, nei Livres d'Heures e nei castelli, come nella Torre dell'Aquila del castello di Trento. L'Oroscopo era “il risultato finale di una serie di calcoli, rappresentante la situazione della volta celeste, così come si configura in corrispondenza con una certa ora e facendo riferimento ad un luogo ben preciso del pianeta Terra”. C'è un po' di differenza rispetto agli oroscopi di oggi! Addirittura, il Rinascimento fu il periodo più alto dell'astrologia, per l'attenta ricerca delle fonti culturali e per il rigore delle interpretazioni. I sovrani laici e religiosi ed i grandi artisti dedicavano alla astrologia i programmi iconografici più ambiziosi e più raffinati. Poi, con l'irrompere della civiltà moderna e con le scoperte scientifiche, l'Astronomia prende il posto della Astrologia, e la Chimica quello dell'Alchimia, che per secoli avevano dato spiegazioni a loro modo coerenti e profonde. Senza di loro le civiltà umane sarebbero state peggiori, certamente meno attente alla realtà, per curioso paradosso. Quindi, esattamente come è per noi fonte di ammirazione la mitologia greca, col suo ricco pantheon di dei e di eroi peraltro del tutto inesistenti, così dovrebbe essere l'astrologia di tutte le civiltà, di cui, a ben vedere, la mitologia greca è una parte. Oltre a tutto, l'astrologia è riuscita a creare una specie di globalizzazione delle credenze: cristiani, musulmani, indiani più o meno adottavano le stesse modalità astrologiche(se non altro perché il cielo era lo stesso per tutti). Per ciò stesso, i motivi di contrasto diminuivano.
Italo Calvino, nella introduzione alla sua antologia di Fiabe italiane, concludeva dicendo che le favole sono vere, ed anche queste favole antiche, mitologiche od astrologiche, hanno una loro verità: basta giudicarle dai frutti che hanno dato alla cultura ed all'arte, e che senza di loro non ci sarebbero stati. Di ciò, Nicholaus era ben consapevole, e fra le sue iscrizioni, che accompagnano le lesene e le fasce sugli stipiti, c'è questa: “Hoc opus intendat quisquis bonus expendat”, in cui appare evidente la coscienza di rivolgersi a chi sa, a chi è capace. Per noi, oggi, dopo secoli in cui l'astrologia è diventata un gioco spesso truffaldino, è difficile ripristinare la giusta visione di quei tempi, in cui era una chiave fondamentale di interpretazione del mondo. Una chiave a suo modo vera, che Nicholaus utilizzò alla Sacra di San Michele all'inizio del secolo XII, come fecero tanti altri artisti dopo di lui.

il cancro ed il leone          l'acquario e i pesci          l'ariete ed il toro



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  28 agosto 2004