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la danza


Teodolinda a Monza
Gli affreschi degli Zavattari a cura di Primo Casalini


Il massimo splendore di Monza iniziò con l'arrivo dei Longobardi. E' una storia diffusa ma non del tutto vera, perché Teodorico circa un secolo prima diede una buona mano con i suoi Ostrogoti, ma sta di fatto che ancor oggi a Monza, nel Museo Serpero - attiguo al Duomo - è conservato un tesoro di quei tempi con dei pezzi unici, malgrado alcune spoliazioni, ivi compresa quella del solito Napoleone. Nel Duomo custodita la Corona Ferrea, che fu eseguita comunque in tempi posteriori rispetto a quelli di Teodolinda: è costruita attorno ad una anello, il Sacro Chiodo, con sei segmenti d'oro uniti a cerniera, e decorata con smalti e pietre preziose. Inoltre, un po' prima della metà del '400, fu eseguita nella cappella a sinistra dell'altare maggiore una vasta decorazione ad affresco il cui tema è la storia di Teodolinda, una storia-leggenda, come vedremo poi. Il ciclo di affreschi fu eseguito dalla bottega degli Zavattari, una famiglia di artisti-artigiani di cui si hanno notizie per cinque generazioni, dagli ultimi anni del '300 all'inizio del '500. Come usava allora, non erano solo pittori, ma certamente miniatori e autori di disegni per vetrate di chiese; questa loro versatilità la si nota anche a Monza, nelle ricche decorazioni spesso dorate, in certe finiture a secco, il tipico lavorìo alla fine degli affreschi del gotico internazionale, la cui curiosa conseguenza è a volte di far assomigliare gli affreschi a delle enormi miniature.

il paggio

Teodolinda fu per diversi motivi un fiore all'occhiello della chiesa di Roma. Anzitutto era cattolica, mentre ai suoi tempi i Longobardi prevalentemente erano ariani (l'eresia che negava la natura divina di Cristo) o pagani. Ma Teodolinda non era longobarda, era la figlia di Garibaldo duca di Baviera. Prima sposò il re longobardo Autari, e dopo la sua morte sposò Agilulfo, duca di Torino, che divenne re dei Longobardi anche in virtù di questo matrimonio. Fece costruire dal 595 in poi, vicino al suo palazzo di Monza, una chiesa dedicata a San Giovanni Battista, che dotò di rendite e tesori. Della chiesa costruita da Teodolinda non è rimasto nulla o quasi, era più o meno corrispondente come ubicazione all'attuale Duomo. Teodolinda fu sempre sostenuta da Papa Gregorio, poi San Gregorio Magno, e ricevette diversi doni dal Papa, come segno di attenzione della Chiesa di Roma che tramite Teodolinda mirava alla conversione dei longobardi ed a migliorare il trattamento riservato a molti vescovi; in quei tempi ad esempio il vescovo di Milano era esule a Genova, sotto protezione bizantina. Ancora oggi, nella liturgia, a Monza vige il rito romano, diverso dal rito ambrosiano utilizzato a Milano. Una altro episodio di contrapposizione ci fu diversi secoli dopo, quando Monza fu la sede di Federico Barbarossa durante le sue lotte contro Milano. L'iniziatore della fortuna di Monza fu Teodorico, che apprezzava Monza sia perché prossima a Milano - in cui l'ostilità verso le popolazioni barbariche era più diffusa per la tradizione amministrativa e burocratica dell'impero - sia per la maggiore salubrità climatica. Nel 603 la chiesa appena costruita fu utilizzata per il battesimo di Adaloaldo, figlio di Teodolinda e di Agilulfo; il battesimo fu officiato dall'abate benedettino Secondo di Non, che era consigliere spirituale della regina. Teodolinda morì nel 627 e fu sepolta nella chiesa da lei voluta e realizzata.

i commensali

Vediamo quale storia raccontano gli Zavattari, e risalendo a ritroso vedremo quello che raccontano gli scrittori a cui gli Zavattari fanno riferimento, cioè Paolo di Warnefrido (Paolo Diacono) e Bonincontro Morigia, ed ancora più indietro come più o meno fu la storia vera in base ai documenti che ci sono rimasti, e soprattutto alle date, che hanno la testa dura, cioè se accertate dicono cose che non possono essere smentite. I tre livelli di racconto sono parzialmente diversi fra di loro e cercheremo di capirne il perché. Cominciamo dagli Zavattari, per meglio dire da quelli che decisero il programma iconografico che gli Zavattari eseguirono. Le scene sono rappresentate in 45 riquadri disposti in cinque registri, e si leggono orizzontalmente da destra a sinistra, dal registro più alto a quello più basso.

La sorella di Childeperto, re dei Franchi, riceve gli ambasciatori di Autari, re dei Longobardi, e rifiuta di sposarlo. Allora gli ambasciatori si recano in Baviera e chiedono per Autari la mano di Teodolinda, figlia del duca Garibaldo. Poi vanno a Verona da Autari che si reca in incognito in Baviera per conoscere Teodolinda, che gli porge da bere. Autari torna in Italia e festeggia le nozze imminenti, ma i Franchi attaccano Garibaldo sconfiggendolo e Teodolinda fugge in Italia. Autari e Teodolinda si sposano presso Verona, e Teodolinda viene dichiarata regina dei Longobardi. Autari entra vittorioso in Reggio Calabria ma poco dopo muore a Pavia e si svolgono le sue esequie. Teodolinda chiama Agilulfo, duca di Torino, per sposarlo, Agilulfo riceve il battesimo a Pavia, sposa Teodolinda e viene incoronato re dei Longobardi. Banchetto e caccia attorno a Pavia. Teodolinda sogna il luogo dove edificare la basilica di San Giovanni Battista, ed il sogno si realizza a Monza; lo Spirito Santo sotto forma di colomba indica il posto giusto a Teodolinda. Si tagliano piante per procurarsi il legno necessario, fervono tutti i lavori, si distruggono idoli pagani per costruire nuovi tesori per la chiesa. Teodolinda ed il figlio Adaloaldo si danno da fare , e l'arciprete riceve ben volentieri i doni. Muore Agilulfo. Arrivano reliquie da Papa Gregorio Magno. Muore Teodolinda e l'arciprete ne officia i solenni funerali. Con un salto temporale, Costante II, imperatore bizantino, sbarca a Taranto per abbattere il regno longobardo, ma viene dissuaso da un eremita che gli spiega che il regno è protetto da San Giovanni Battista per volontà di Teodolinda, e Costante II rinuncia alla sua impresa.
Ho abbreviato un po', perché gli ambasciatori vanno e vengono da una corte all'altra e si riceve, si banchetta, si beve e si fa musica di frequente, tutte occasioni ghiotte per le rappresentazioni cortesi degli Zavattari, ma ho lasciato intatto il succedersi degli avvenimenti.

il re e la regina      il dignitario

La storia raccontata dagli Zavattari non è in fondo diversa da quella che racconta Paolo di Warnefrido nella sua Historia Langobardorum, scritta circa due secoli dopo gli avvenimenti e dalla cronaca di Bonincontro Morigia, scritta nel XIV secolo. In comune hanno l'atmosfera favolistica da “c'era una volta”. Da Bonincontro è tratto l'episodio etimologico di come a Teodolinda che riposava sulle rive del Lambro apparisse lo Spirito Santo sotto forma di colomba con un cartiglio con su scritto “Modo” e la regina rispondesse “Etiam” da cui Modoetiam, cioè Monza. C'è negli Zavattari una insistenza maggiore sui doni e sulle reliquie della chiesa, sugli interventi degli ecclesiastici, l'arciprete nelle scene finali è una specie di deus ex machina, ma più o meno è sempre la favola bella – con un fondo di realtà - della regina che converte i longobardi alla vera fede. Un brano di Paolo di Warnefrido ha un singolare sapore di amor cortese ante litteram, e qui lo riporto tradotto in una pagina di Maria Grazia Tolfo nel sito Storia di Milano :

i partecipanti alla festa

" Il re Autari mandò i suoi messaggeri in Baviera a chiedere in sposa la figlia del re Garibaldo. Questi li accolse con favore e promise loro sua figlia Teodolinda. Appena Autari conobbe la risposta di Garibaldo, volle vedere di persona la sua sposa e partì subito per la Baviera, portando con sé pochi uomini e un vecchio di fiducia, d'aspetto piuttosto autorevole. Quando furono ammessi alla presenza di Garibaldo, Autari, di cui nessuno conosceva la vera identità, si avvicinò a Garibaldo e gli disse: - Il mio signore Autari mi ha mandato qui apposta per vedere la vostra figliola, sua sposa e nostra futura regina, onde io possa poi descrivergli con precisione che aspetto ha. Garibaldo fece subito venire la figlia e Autari restò a guardarla in silenzio, poiché era molto graziosa. Infine, soddisfatto per la sua scelta, disse al re: - Vostra figlia è davvero bella e merita di essere la nostra regina. Ora, se non avete nulla in contrario, vorremmo ricevere dalle sue mani una tazza di vino, come ella dovrà fare spesso in avvenire con noi. - Garibaldo acconsentì e la principessa, presa una tazza di vino, la porse prima a colui che sembrava il più autorevole, poi la offrì ad Autari, senza immaginare neanche lontanamente che fosse il suo sposo: e Autari, dopo aver bevuto, nel restituire la tazza, sfiorò furtivamente con un dito la mano e si fece scorrere la destra dalla fronte lungo il naso e il viso. La principessa riferì arrossendo la cosa alla nutrice e questa le rispose: - Se costui non fosse il re che deve essere tuo sposo, certo non avrebbe osato neppure toccarti. Ma adesso facciamo finta di niente: è meglio che tuo padre non ne sappia nulla. Secondo me, però, quell'uomo è un vero re e un marito ideale.- In effetti Autari era allora nel fiore della giovinezza, ben proporzionato di statura, biondo di capelli e assai bello d'aspetto. Finalmente i Longobardi si accomiatarono dal re e in breve tempo furono fuori del territorio dei Norici. Ma non appena giunsero in vista dell'Italia, quando i Bavari che li scortavano erano ancora con loro, Autari si sollevò il più possibile sul cavallo e con tutte le forze scagliò la piccola scure contro l'albero più vicino, dicendo: - Tali colpi suol dare Autari!- "
(Paolo Diacono, III.30)

cantori e suonatori

Secondo di Non, abate benedettino e consigliere spirituale di Teodolinda, compilò una cronaca, e circa due secoli dopo questa cronaca fu utilizzata da Paolo di Warnefrido (dal 787 in poi). Un'altra fonte da cui attinse fu l'Origo gentis longobardorum compilata attorno al 650 sulla base della tradizione orale. Per i Franchi era disponibile la Historia Francorum di Gregorio, vescovo di Tours: è la saga dei Merovingi fino al 590. Paolo era di nobile famiglia longobarda, ma strettamente legato a Carlomagno, difatti insegnò grammatica alla sua corte dal 782 al 786. Negli anni successivi, si ritirò nella abbazzia di Montecassino e lì scrisse la sua Historia Langobardorum, importante fra l'altro anche per quello che riguarda la presenza dei Longobardi a Cividale .
I Franchi erano da tempo i burattinai della situazione italiana, Paolo lo sa bene e ne tiene conto nella redazione della sua storia, anche se la chiude con la fine del regno di Liutprando (744), prima delle guerre finali fra Franchi e Longobardi. Quindi tira in ballo il fascino femminile per coprire le manovre che oltre ai Longobardi coinvolgevano almeno quattro altri attori: i Franchi, i Bizantini, il Papa e la popolazione goto-romana con cui bisognava pure fare i conti. Alcune date ci aiutano a capire come si svolsero le cose; gli eventi fondamentali si svolgono in quattro anni successivi: 588, 589, 590, 591.

588: non ci si mette d'accordo per il matrimonio di Autari con la sorella di Childeperto re dei Franchi, e subentra il fidanzamento di Autari con Teodolinda, figlia di Garibaldo, duca di Baviera.
589: i Franchi guerreggiano con i Bavari, che vengono sconfitti, Teodolinda ed il fratello Gundoaldo si rifugiano da Autari, che sposa Teodolinda il 15 maggio nei campi di Sardi vicino a Verona.
590: il 5 settembre muore avvelenato (da chi?) Autari, poco dopo Teodolinda sposa Agilulfo che a novembre si proclama re dei Longobardi.
591: a maggio Agilulfo viene accettato come re da tutti i duchi Longobardi.

Non ha proprio l'apparenza di una storia rosa, e così sarà anche in seguito, con Gundoaldo, fratello di Teodolinda, ucciso (da chi?) nel 612, con Adaloaldo, figlio di Teodolinda, sostituito come re nel 625 da Arioaldo, marito di Guneperga, figlia di Teodolinda, che in tempi successivi sposerà Rotari, quello del ben noto Editto.
E' l'incrocio di una faida familiare con la lotta politica, militare e religiosa che era in corso. Mentre sembra che anche Agilulfo si sia convertito al cattolicesimo, Arioaldo e Rotari, che vengono dopo, continuano ad essere ariani. La politica di Teodolinda era probabilmente la più saggia, vista la situazione: appoggiarsi alla popolazione goto-romana ed al Papa, che così manteneva un suo spazio di autonomia rispetto a Bisanzio. Ma l'abile diplomazia dei bizantini e la forza militare dei Franchi rendevano precario un equilibrio del genere. Tempi aspri e difficili, in ogni caso.

il re, la regina, il falcone e la scimmia

Di queste crude storie di alto medioevo, gli Zavattari danno una rappresentazione che Renata Negri definisce benissimo: aprire la porta della cappella è come sollevare il coperchio di un cofanetto prezioso. L'oro è dovunque: nei cieli, nelle corone, nei gioielli, ma anche nei capelli, negli elmi, sulle vesti, negli strumenti musicali, sulle tavole imbandite, nella coppa che i reali fidanzati si scambiano, negli speroni, negli scettri sottili, che sembrano bastoncelli da passeggio, sui paramenti sacri, nelle croci astili, nei candelabri, perfino sulle candele, nelle bardature dei cavalli, numerosi e che sembra guardino incuriositi noi visitatori (anche un asino lo fa). Oro a rilievo sulle pastiglie di gesso predisposte, oppure punzonato sul fondo, come facevano per le carte da gioco, i Tarocchi Viscontei in cui gli Zavattari erano coinvolti con Bonifacio Bembo. Parte della decorazione a secco si è persa attraverso i secoli, anche a causa di vecchi restauri non appropriati, ma lo stato di conservazione è assai buono, se confrontato con quello di opere degli stessi tempi e dello stesso genere, che spesso sono completamente scomparse.
Quasi tutti i riquadri sono affollatissimi, i personaggi sbucano da tutte le parti, si accalcano uno dietro l'altro, sarebbe meglio dire uno sull'altro, ma sembra più che altro un soffice pigia pigia, anche per la rappresentazione dei corpi tutt'altro che anatomicamente vigorosa, sembra che siano le vesti a reggere i corpi, non viceversa.

il sogno di teodolinda      si esce dal castello

La cappella è alta e relativamente stretta, come tante cappelle gotiche; i registri sono cinque uno sovrapposto all'altro, e quindi, anche se è buona l'illuminazione, si possono ammirare veramente nei dettagli - che in questo tipo di affreschi sono fondamentali - solo i primi due registri; occorrerebbe una specie di piattaforma su un elevatore, e non scherzo del tutto. Non è certo il solo caso di difficoltà visive nel contemplare opere d'arte: si ricordino gli affreschi di Piero della Francesca di Arezzo, anch'essi sulle pareti di una cappella gotica (e realizzati non molto tempo dopo gli affreschi di Monza). Ma anche più tardi, nel Cinquecento, non si badava sempre al punto di vista di chi guardava: il Correggio, nella cupola del San Giovanni Evangelista di Parma è rimasto per secoli pressoché invisibile, a meno di essere dotati di torce potenti – difatti ne tenne conto nella successiva cupola del Duomo, facendo aprire degli oculi nelle pareti. Lo stesso Michelangelo, nella Sistina, si accorse dopo aver dipinto il riquadro del Diluvio che le figure erano troppo piccole viste dal basso e cambiò completamente le modalità rappresentative. Mentre altri artisti erano spontaneamente attenti alla visibilità: Giotto nella cappella degli Scrovegni, ad esempio. Ho avuto la fortuna, qualche tempo fa, di ammirare gli Angeli a Saronno di Gaudenzio Ferrari da breve distanza, ed è tutta un'altra cosa che osservarli guardando dal basso, laggiù in fondo alla chiesa.

i trombettieri

Sulla parete destra della cappella compare, vicino alla data 1444, la scritta seguente:

“Suspice qui transis, ut vivos corpore vultus
peneque spirantes, ut signa simillima verbis,
De Zavatariis hanc ornavere capellam
Praeter in excelso convexae picta truinae”

Il terzo verso per molto tempo fu male interpretato: si pensò che gli Zavattari fossero i committenti, non gli esecutori, e soltanto quando cominciarono a comparire i documenti ci si rese conto dell'errore. Il 1444 non è l'anno in cui tutti gli affreschi furono finiti, ma la fine di un primo ciclo e l'inizio del secondo. Difatti fu rintracciato un documento del 1445 in cui si stipulano accordi per un ciclo successivo, probabilmente per i riquadri dei due registri inferiori. Nel documento si citano Franceschino Zavattari ed i figli Gregorio e Giovanni. Franceschino – che aveva un altro figlio, Ambrogio - era a sua volta figlio di Cristoforo, attivo nel Duomo di Milano nei primi anni del Quattrocento. Si ritiene quindi che l'esecuzione degli affreschi si sia svolta fra il 1440 ed il 1446. Nel contratto del 1445 risultano ben sette canonici con un solo fabbriciere in rappresentanza del comune; questa presenza preponderante spiega come mai negli affreschi spesso si trattino argomenti che riguardano la chiesa: doni, reliquie, battesimo di Adaloaldo, esequie di Autari ed infine di Teodolinda. Ma l'impressione visiva è in gran parte profana: è la vita cortese all'inizio del Quattrocento, il tipico tema del gotico internazionale. Anche a Castiglione Olona, in un contesto un po' diverso, qualche anno prima Masolino aveva fornito, nel convito di Erode, una rappresentazione da corte quattrocentesca, in cui diviene figurativamente secondario il tema tragico del martirio di San Giovanni Battista.

i lavori per la chiesa

Nel 1441 aveva avuto luogo il matrimonio fra Bianca Maria Visconti e Francesco Sforza, dopo un più che decennale fidanzamento tutto politico. Difatti Bianca Maria era figlia di Filippo Maria Visconti, Duca di Milano, e tramite questo matrimonio lo Sforza pensava di aprirsi la strada verso il potere, cosa che gli riuscì nel 1450, tre anni dopo la morte di Filippo Maria. Si è fatta quindi l'ipotesi assai intrigante che dietro la rappresentazione del matrimonio di Teodolinda con Agilulfo si adombrassero le nozze di Bianca Maria con Francesco, cosa non probabile perché Filippo Maria fino alla sua morte nel 1447 cercò sempre di tenere lo Sforza lontano dalla Lombardia. Ma nella cappella, ben 28 riquadri su 45 riguardano temi di carattere matrimoniale… Ci sono anche gli stemmi di Filippo Maria Visconti e di Francesco Sforza, quest'ultimo chiaramente apposto dopo la morte del Visconti. Sembra in definitiva molto probabile che la decorazione sia sorta per iniziativa dei canonici locali, sia pure con l'approvazione di Filippo Maria.

Negli affreschi hanno operato certamente più di due esecutori, anche se è chiaro che c'è una mente direttiva che organizza le rappresentazioni; non solo, negli affreschi eseguiti per ultimi è probabile che ci sia stato qualche intervento posteriore: maggiore attenzione alle fisionomie – veri e propri ritratti, specie se si tratta di ecclesiastici. Un tentativo di rappresentazione rinascimentale, ma l'ispirazione degli Zavattari è assai vicina a quella di Michelino da Besozzo, e prima ancora a Giovannino de' Grassi. Gli affreschi compiuti da Pisanello a Verona ed a Mantova attorno al 1435 erano certamente conosciuti, specie le scene del ciclo cavalleresco nel castello di Mantova. Sembra minore l'influenza degli affreschi di Masolino a Castiglione Olona, pure così recenti; molto diverso è il senso spaziale che in Masolino è toscano, sia pure con una prospettiva più sognata che reale. Inoltre l'episodio di Castiglione Olona è ben delimitato come tempo e come committenza, mentre Michelino da Besozzo ed Antonio Pisanello erano assai noti agli Zavattari, ed in genere nell'Italia settentrionale. Per comprendere la situazione, è bene ricordare la frase di André Chastel: “La Lombardia, il paese tradizionale dei tagliatori di pietre e dei buoni decoratori, grazie alle cave delle Alpi, è una regione lenta; era giunta tardi al gotico, e giunse tardi al Rinascimento”. Le prime opere di Vincenzo Foppa sono infatti della metà degli anni '50; si è pensato che se ne sia tenuto conto a Monza, ad esempio nei due dignitari che si guardano faccia a faccia da soli nel riquadro della scelta di Agilulfo come re dei Longobardi. Una epoca di graduale transizione quindi, in cui gli Zavattari, da artigiani assai concreti, si tengono vicini alle vecchie certezze, che erano poi quelle che i canonici desideravano da loro, non accorgendosi che in tal modo il loro programma di esaltazione ecclesiastica locale veniva offuscato dall'affollato, sorridente, profano racconto cortese.

i tetti di monza

Nella scelta delle immagini ho privilegiato i dettagli rispetto alle scene vaste, sia per ragioni di visibilità sia perché erano gli episodi che probabilmente gli Zavattari amavano più eseguire, trattando le grandi pareti del Duomo di Monza con lo stesso gusto con cui affrontavano le vetrate del Duomo di Milano, le miniature dell'ouvraige de Lombardie o addirittura le carte da gioco, i Tarocchi per i Visconti. Il gusto per le preziosità nelle opere d'arte di grandi dimensioni non finirà con loro: alla Pinacoteca di Breera c'è un'opera del 1494, la Pala Sforzesca, in cui lo sconosciuto autore, pur dopo aver visto il Foppa, Bramante e Leonardo (!) ha ancora il gusto per la materia e le preziosità che si trova negli affreschi degli Zavattari, solo che lo esprime con una pesantezza un po' greve, rispetto alla levità favolistica che ancor oggi apprezziamo negli affreschi di Monza.

il rapace e la cicogna              cane e padrone



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  18 ottobre 2004