prima pagina pagina precedente




Fosse Ardeatine, il processo Priebke

Fabio Isman
April 24, 2012 11:39 AM


Carissimi e carissime,
vorrei farvi degli auguri per il 25 aprile, che, anche se non c'eravamo, resta un po' anche “nostro”, vero?
E per farveli, ho pensato bene di riesumare un pezzo che scrissi il primo giorno del processo delle Fosse Ardeatine contro Priebke: mi costò autentiche lacrime, ma mi sembra che ne valga la pena.

Priebke

ROMA - Michele Bolgia era senza testa; ma al polso, aveva ancora l'orologio: «Glielo avevano lasciato, solo perché non era d'oro». L'orologio di Michele Bolgia, macabra ironia, era di marca tedesca: «Era quello delle Ferrovie. L'abbiamo trovato fermo; segnava l'ora in cui era stato ucciso. Lui era partigiano, lavorava alla stazione Tiburtina; l'avevano arrestato dieci giorni prima, all'inizio di marzo: scendeva da un tram, appena smontato dal turno di notte», racconta Giuseppe Bolgia, il figlio. La mamma di Giuseppe, cioé la moglie di Michele, «se n'era andata sette mesi prima: morta nel bombardamento di Roma; sa, noi siamo di San Lorenzo», dice con un pizzico di fierezza. Di suo padre, Giuseppe non ha saputo subito. «A Regina Coeli, gli avevano detto che li portavano in una cava. Pensavamo che fosse per lavorare. O forse, lo speravamo soltanto: che dal carcere non gli avessero fatto prendere nemmeno gli abiti, ci avrebbe pur dovuto insospettire. Si figuri: quando non abbiamo saputo più nulla, abbiamo cominciato a sperare che fosse finito in un campo di concentramento; si rende conto lei: sperare in un lager; che enormità».

Ieri, all'improvviso, l'orologio (tedesco) del partigiano Michele Bolgia ha ripreso a camminare. Dopo 52 anni che era fermo, ha ricominciato a scandire il tempo. Ma il tempo del dolore. Ieri, troppe ferite, che in mezzo secolo non erano mai diventate cicatrici perché a rimarginarle non basta una vita, hanno ripreso a buttar sangue. In un'aula di tribunale davvero troppo inadeguata (e lo Stato perde un'occasione di offrire di sè un'immagine almeno decorosa); al Ghetto; in tante e tante case -per carità: non solo ebree- della Roma qualunque. Perché ieri, dopo mezzo secolo, un'intera città è tornata a vivere una delle sue tragedie, forse la più terribile.

Lui, l'ultimo di quelli che hanno contribuito a crearla, sembra ancora il soldato (e il nazista) che allora era, e che forse non ha mai smesso di essere: cammina troppo fiero e impettito, per non sembrare anche irritante. Spesso, ai processi -e ne ho visti tanti- negli imputati dei delitti anche più tremendi, la solennità delle toghe, l'aria del tribunale, le circostanze, la presenza stessa dei parenti di quanti magari hanno ucciso, riescono ad instillare, se non il pentimento o qualche resipiscenza, almeno qualche dubbio e un po' d'umanità. Lo si vede magari da piccole cose: una testa che talora si china; uno sguardo che sfugge; qualche titubanza. In Priebke, no: nulla di tutto questo. Non è solo un vecchio di 82 anni, come qualcuno un po' anagraficamente dice: è soprattutto uno per il quale l'orologio (tedesco) di Michele Bolgia non ha mai ripreso a camminare.

L'aula è piccolissima: non contiene nemmeno la metà di quanti dovrebbe. Fuori, in un'anticamera, la giustizia italiana ha organizzato una sorta di bivacco, davanti a un bar che -è scritto- «chiude alle 12.55»: due televisori, e chi non riesce a entrare si deve accontentare. Per limitare lo spazio del gran bivacco, niente di meglio delle transenne che s'usano per i lavori di strada. Non è la giustizia militare che non sa offrir di più, bensì lo Stato italiano: il tribunale, poveri noi, ha «accertato l'indisponibilità di aule anche civili fino a tutto giugno». Marcello Gentili, avvocato milanese di mille battaglie (difese anche i primi terroristi ”pentiti”), lamenta giustamente che di 70 testi citati dalle parti civili, i giudici abbiano già detto che intendono ammetterne solo sette, «manifesta sovrabbondanza»; e dice: «La brevità si trasforma in trasandatezza». Ha ragione: la cornice, e il resto, danno l'impressione che si stia giudicando non già una pagina di storia, bensì un furto di pollami.

Da New York è appena arrivato uno che della storia (e non dei polli) ha fatto il suo mestiere: Roberto Katz, autore di Morte a Roma. La sciatteria del rito lo colpisce un po', ma «non potevo mancare, per vedere un frammento di quel che ho scritto». Carlo Galante Garrone, lucido personaggio storico della sinistra italiana, avvocato ormai avanti negli anni, è venuto «per inquadrare le tappe giuridiche della vicenda di Erik Priebke»: sa già che il tribunale vorrebbe escluderlo dalla lista dei testimoni. Chissà: forse, l'orologio di Michele Bolgia, è rimasto fermo troppo a lungo per riprendere con il tempo giusto.

«L'orologio fermo, e l'immagine, davvero terribile, di mio padre quando siamo stati chiamati a riconoscerlo: sa, come quando uno arresta la tv, fotogramma fisso. Ecco: è quella foto che per 52 anni è rimasta stampata nella mia testa», dice Giuseppe Bolgia. Rossella Stame aveva sei anni; ora ne ha 58, e ieri in aula è svenuta: «Un mancamento; la tensione. Mi hanno curato, mi sono ripresa. Ho il dovere di essere qui». Il padre, Nicola, era un tenore lirico niente male, «cantava Puccini e Verdi»; ma era anche un comandante partigiano, del gruppo di Bandiera rossa: torturato da Priebke in via Tasso, ucciso chissà se da Priebke stesso o da un altro dei suoi, alle Fosse Ardeatine.

In quest'aula, Giuseppe Bolgia e Rossella Stame faticano perfino a comprendere quanto accade: i microfoni funzionano poco e male, l'assembramento, la ressa. Priebke ha l'onore d'esser circondato da un colonnello dei carabinieri e da quattro ufficiali: lo trattano meglio che non i giornalisti. Così, nell'incertezza su quanto avviene, il processo inizia quasi accompagnato da un coro greco di sussurri e commenti: «Ha da mori'»; «che, i giudici gli hanno detto di no? Hanno fatto bene»; «nun se capisce niente, anche questa tortura ce devono da'». Sono parenti di ebrei e non, di partigiani e non; li accomunano soltanto le Fosse Ardeatine: un misfatto che forse soltanto quello di Marzabotto, almeno in Italia, può oscurare. In aula, una luce s'accende e spegne: nemmeno le lampadine sono in ordine. Priebke ascolta con la testa lievemente flessa sulla destra; la mano che sostiene il mento. E quando passa, lo fa con aria marziale. Proprio come uno che non abbia nulla, se non di che pentirsi, almeno di che vergognarsi.

Fabio Isman


EVENTUALI COMMENTI
lettere@arengario.net
Commenti anonimi non saranno pubblicati