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“Io capitano” … e noi?
Il film di Matteo Garrone
Umberto De Pace

La scorsa settimana Rai1 ha trasmesso in prima serata il film “Io capitano” del regista Matteo Garrone, uscito nelle sale nel 2023. Un'opera potente e coinvolgente, che suscita commozione e indignazione. Potente nella sua capacità, magistrale, di raccontare storie di vita senza infingimenti, travestimenti, trasposizioni o allusioni, ma così come sono nella loro nuda complessa semplicità che il destino alle volte rende uniche, straordinarie, liete o tragiche oltre qualsiasi inimmaginabile fantasia. La storia di Seydou e di suo cugino Moussa è la storia di tanti adolescenti o giovani migranti, così come di uomini e donne adulti che, con il loro carico di desideri e speranze riposte in un viaggio verso il nostro continente, affrontano un calvario di sofferenze, violenze e ingiustizie inenarrabile. L'umanità che traspare dalle immagini e trasmessa dalle parole del film non può non coinvolgere anche gli animi più duri o prevenuti nei confronti dei migranti – non certo quelli cinici o ideologicamente schierati – perché in esse si possono rispecchiare le vite di ognuno di noi, fatte di affetti, desideri, sogni, progetti, bisognose di beni primari quali cibo, acqua, aria, salute, ma \soprattutto di libertà. Quella libertà non solo privata e calpestata brutalmente dalla polizia di frontiera violenta e corrotta, o dalle bande criminali che lucrano sulla tratta umana e dalle milizie paramilitari che traggono potere e finanziamenti dalla gestione dei flussi migratori, ma quella libertà ancor prima negata dagli ordinamenti securitari nazionali e internazionali che negano il diritto al libero movimento ai cittadini del mondo, dopo averlo garantito alle merci e ai capitali finanziari. La storia, o meglio le storie raccontate nell'opera di Matteo Garrone, sono talmente vere che molti di noi, sono certo, le possono riscontrare in persone conosciute se non famigliari. Sono storie personali, individuali, ma accomunate nella tragedia e nelle sofferenze da uno stigma degradante quanto mistificante, quello di “immigrato clandestino”, che in realtà è un costrutto politico innanzitutto e conseguentemente sociale, nel quale trovano compimento politiche incapaci, nel migliore dei casi, a governare un fenomeno epocale quale quello delle migrazioni. Sono storie delle quali conosciamo da decenni la loro famigliare umanità, quanto le brutali sofferenze lungo le rotte del deserto del Sahel, le acque del Mediterraneo o attraverso i sentieri della rotta balcanica. Fra le tante testimonianze, nel guardare “Io capitano” non ho potuto non pensare al libro di Fabrizio Gatti, “Bilal. Il mio viaggio da infiltrato nel mercato dei nuovi schiavi” (Rizzoli editore, 2008), nel quale era già stato descritto passo dopo passo il cammino di sogno e speranza, di atti eroici e tragedie, di torture, stupri e violenze, affrontato dai migranti lungo le rotte del Sahel. Parliamo di quasi vent'anni fa o, per essere più chiari, di qualche decina di migliaia di morti fa che ora giacciono sui fondali del mar Mediterraneo o fra le dune del deserto o nelle fosse comuni nei pressi dei lager libici.


La vivida realtà, la potenza delle immagini, priva del filtro della parola scritta narrante di un libro, colpisce come un pugno nello stomaco, lasciando senza fiato, soprattutto chi ha piena coscienza del ruolo svolto in tutto ciò dalla politica, dai nostri governi, partiti e istituzioni; pur non essendo mancati in questi anni momenti, atti, azioni e impegni meritevoli e condivisibili, la bilancia pende inesorabilmente dal lato delle ingiustizie, della ignavia e delle colpe. Tutto ciò oggi aggravato da un governo di estrema destra che della lotta contro i più deboli e indifesi fa la sua bandiera, primi fra tutti i migranti cosiddetti “clandestini” o i presunti “scafisti” costruiti per decreto, insieme ai centri di detenzione ed esternalizzazione, strutture per le quali lo sperpero di denaro pubblico vale pur sempre quale spot pubblicitario per il proprio presunto operato. La ferocia di questo governo nei confronti delle organizzazioni umanitarie che si prodigano per il salvataggio in mare dei migranti è pari alla benevolenza che riserva agli aguzzini, torturatori e trafficanti di esseri umani, come il caso Elmasry e il più recente caso Al-Kikli a dimostrare.


L'urlo disarmante del giovane Seydou, “Io capitano … sono io il capitano!”, all'indirizzo dell'elicottero che sorvola l'imbarcazione con la quale ha faticosamente portato decine di migranti dalla costa libica fino a quella italiana, è un urlo di orgoglio e di gioia per aver saputo aver cura della vita di chi gli era stato forzatamente affidato e che lui non ha mai abbandonato, sorretto dall'incoscienza dei suoi sedici anni, dal disperato attaccamento alla vita propria e altrui, dalla agognata conquista di un sogno di libertà e speranza. Quell'urlo dirompente pieno di dignità e forza – che sappiamo oggi essere costretto a infrangersi contro il cinismo e la ferocia delle politiche securitarie e antimmigrazione delle destre planetarie e contro l'ignavia delle loro controparti – è destinato a propagarsi come un'eco nel futuro non così remoto come si possa pensare. Un futuro nel quale le generazioni che verranno ricorderanno questa epoca come una pagina buia per l'umanità intera e porteranno dei fiori sulle tombe o ai piedi dei monumenti eretti a memoria di quei migranti sacrificati da politiche barbare di chiusura dei confini.
I dati parlano chiaro. Sono quelli raccolti da Eurostat tra il 2015 e il 2020, prima della parentesi della pandemia. Per ogni 150 mila avventurieri senza visto che in media ogni dodici mesi riescono ad attraversare le acque del cimitero Mediterraneo o a risalire i sentieri della rotta balcanica, altri 3 milioni di nuovi immigrati non europei atterrano regolarmente negli scali dell'UE. Sono gli 800 mila coniugi e figli autorizzati ogni anno a ricongiungersi al proprio nucleo famigliare, i 400 mila studenti e ricercatori ammessi alle università europee e il milione e 200 mila lavoratori assunti con un contratto, vero o fittizio che sia. Più i 600 mila overstayers che in dogana si spacciano come turisti e poi provano a mettersi in regola con l'asilo o con le sanatorie.” – ci rammenta Gabriele Del Grande nella sua opera “Il secolo mobile. Storia dell'immigrazione illegale in Europa” (ed. Le Scie Mondadori, agosto 2023). Certo i controlli anti-immigrazione nelle ambasciate all'estero e alle dogane e alle frontiere permettono di evitare circa 1 milione e mezzo di arrivi, di cui circa più della metà ritenterà, alcuni più e più volte, fino a quando non ci riusciranno in un modo o nell'altro. Questo è certo “Perché non c'è muro che tenga”.
“Io capitano” e noi … che cosa siamo?

Umberto De Pace


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  1 aprile 2025