Oggi, 3 luglio, un duplice anniversario: tre anni, dal tragico distacco (e conseguente valanga) di un enorme seracco terminale del ghiacciaio della Marmolada (11 vittime); trent'anni, dalla morte di Alex Langer.
Stamattina, sul quotidiano trentino "il T", sono usciti due contributi che mi pare opportuno segnalare. Il primo è un editoriale di Fabio Gobbato "Langer tradito in Sudtirolo".
Il secondo è una Lettera in redazione del lettore trentino Vittorio Marchi "La lezione indimenticabile di Alex Langer. Maestro di vita che ha mostrato la fragilità".
Alla fragilità dell'ambiente e degli equilibri ambientali e climatici, nonché alla stupidità e irresponsabilità degli umani (che da questa "lezione" langeriana non hanno tratto nulla, anzi!), verrebbe da aggiungere, proprio mentre subiamo (lamentandoci!) le conseguenze della attuale continuata ("straordinaria"?) ondata di calore, che a rincarare la dose ci hanno pensato Ursula von der Leyen e la Commissione UE che hanno deciso una maggiore "flessibilità" nella riduzione di emissioni prima del 2050, nonché la possibilità, a partire dal 2026, di utilizzare crediti di compensazione internazionale del carbonio nel computo delle emissioni: seconda "mazzata" (direi quella definitiva!) alla politica green europea dopo le centinaia di miliardi del piano di Riarmo dei paesi Ue, sottratti all'ambiente e alla costruzione di quella Europa di "pace possibile e dolce" auspicata, appunto, da Alex Langer.
Contro questa decisione ha preso posizione Elly Schlein, minacciando di far mancare i voti PD all'interno del gruppo PSE in sede di votazione del Parlamento europeo. Certo, non so quanti del suo partito la seguiranno e la Commissione può rendere esecutivi i propri provvedimenti anche SENZA L'APPROVAZIONE del Parlamento europeo. Inoltre, secondo la strategia dei "due forni" la von der Leyen può "contare" anche sui voti dei gruppi parlamentari europei di destra (in primis, quelli di Fratelli d' Italia). Sarebbe comunque "qualcosa", meglio del vuoto politico siderale.
Mi preme sottolineare la "visione" complessiva di Langer e del suo concetto di "conversione" ecologica, che è anche e soprattutto "riconversione" della società, della cultura e della democrazia stessa. Sinora si è proceduto (poco e male!) sulla "transizione ecologica" ridotta a transizione energetica, cioè all'implementazione delle energie alternative e della mobilità elettrica. Ciò è del tutto insufficiente, ingannevole e illusorio, perché continua a "sfruttare" e "stressare" il pianeta in cui viviamo oltre ogni sua possibile sopportabilità. Come suggeriva il dolce , ma tenace Langer (e, con maggiore veemenza, Papa Francesco) è necessario un "cambio di paradigma": culturale, economico-finanziario e politico.
Ma, più passa il tempo senza alcun passo avanti, più la strategia langeriara di una "conversione" lenta e minimale, ma "dolce" e accettata e condivisa da quelli più coinvolti e "minacciati", perde di fattibilità e, scontrandosi contro il muro di una realtà che procede in direzione contraria, dà adito alla strumentale e interessata accusa di ideologismo.
E così, paradossalmente, l'ideologia del "realismo prammatico" (in soldoni, del continuare a fare, con qualche "ritocco", quel che si è fatto in passato e che ci ha portati alla situazione in cui siamo.
Tira una brutta aria di ritorno ad un moderatismo conformistico catto-democristiano: vedasi l'articolo di Susanna Tamaro ("il Corriere della sera" di stamattina) sui "gay pride", in cui, sotto la critica a presunti eccessi del cosiddetto "orgoglio gay", traspare una certa, anche se negata, omofobia. Fa il paio con l' intervento di Federico Rampini a "Quante Storie", noto fustigatore della cosiddetta "cultura woke" e inneggiante , nel suo ultimo libro, alle "magnifiche sorti e progressive" della civiltà occidentale che avrebbe prodotto nel corso della storia tutto ciò che di buono e progressivo esiste al mondo e di cui noi, ingrati uomini occidentali, ci vergogniamo, invece di andarne fieri: come invece fanno gli asiatici, i cinesi e tutte le altre vitali e prolifiche culture emergenti. Quanto di italiano ed europeo sia rimasto della doppia cittadinanza (italostatunitense) di Federico Rampini, lascio decidere al lettore. A me sembra che, sotto la sbandierata appartenenza ai democratici e alla sinistra (americana e italiana) che lui frequenta, ma accusa di "snobbismo" e "wokismo", si celi un effettivo trumpismo, di fronte al quale impallidisce la stessa Meloni (che almeno è più schietta e diretta).
Trovo molto indicativo dell'"ambiguità" del clima politico italiano che un personaggio come Federico Rampini sia onnipresente nei media e nei "salotti buoni" dell'intellighentia italiana.
Umberto Puccio
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3 luglio 2025