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La separazione delle carriere
Sapientina
I giudici e i pubblici ministeri appartengono alla stessa carriera: sono entrambi magistrati ordinari, entrano per concorso comune e possono passare, nel corso della loro carriera, da una funzione all'altra. La riforma proposta punta a dividere questi percorsi: da una parte i giudici, che giudicano in base alle leggi; dall'altra i pubblici ministeri, che esercitano l'azione penale, cioè accusano nei processi. Carriere distinte significherebbe anche concorsi separati, percorsi di formazione diversi, e soprattutto due Consigli Superiori della Magistratura, uno per ciascuna categoria. L'idea di separare le carriere non è nuova. Se ne parla almeno dagli anni '90, ma è diventata centrale con i governi Berlusconi, in particolare dal 2001 in poi, quando l'esecutivo e una parte del Parlamento cominciarono a premere per una riforma della giustizia che, secondo i promotori, avrebbe garantito maggiore imparzialità nei processi. In quegli anni, il conflitto tra politica e magistratura era fortissimo, soprattutto dopo le inchieste di Tangentopoli. L'obiettivo dichiarato era rendere il giudice più "terzo", cioè più imparziale rispetto alle parti in causa. La Costituzione italiana però non prevede questa distinzione. All'articolo 104 sancisce che la magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere e che il Consiglio Superiore della Magistratura governa tutti i magistrati, siano essi giudicanti o requirenti. L'articolo 107 garantisce l'inamovibilità, mentre il 112 obbliga il pubblico ministero all'esercizio dell'azione penale, principio che evita il rischio di giustizia "a comando". Proprio per questo, la riforma richiede una modifica della Costituzione, che segue l'iter previsto dall'articolo 138: doppia approvazione in entrambe le Camere, a distanza di almeno tre mesi l'una dall'altra, e se nella seconda votazione non si raggiungono i due terzi dei voti, può essere richiesta la conferma popolare tramite referendum , e in questo caso . , quindi il referendum sarà valido indipendentemente dal numero dei votanti. L'iter in corso è stato avviato formalmente nel 2024, su proposta del ministro della Giustizia Carlo Nordio, con il forte sostegno del governo Meloni. Dopo la prima approvazione alla Camera il 13 giugno 2024, il testo ha proseguito il suo percorso parlamentare. Ieri, 22 luglio 2025, la riforma ha ottenuto il primo via libera anche dal Senato. Non ha però raggiunto la maggioranza dei due terzi, e salvo sorprese nella seconda lettura, il referendum costituzionale nel 2025 appare ormai quasi certo. Le posizioni politiche sono chiare: Fratelli d'Italia, Lega e Forza Italia sono nettamente favorevoli, così come Azione e Italia Viva. Più critici il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle e gran parte della sinistra. Una delle opposizioni più decise è quella della magistratura, rappresentata dall'Associazione Nazionale Magistrati, che vede nella separazione un rischio per l'autonomia e l'indipendenza del pubblico ministero. Secondo alcuni critici, questo atteggiamento è anche una forma di difesa corporativa; secondo altri, invece, è la naturale preoccupazione di chi teme che la giustizia penale venga sottratta a un controllo imparziale e soggetta a pressioni esterne, in particolare della politica. Chi sostiene la riforma insiste sull'importanza della terzietà del giudice, che deve essere davvero "terzo" rispetto all'accusa e alla difesa, e non appartenere alla stessa carriera del pubblico ministero. A loro avviso, l'attuale sistema italiano, pur essendo formalmente accusatorio, conserva ancora caratteristiche del vecchio modello inquisitorio. Con la separazione si rafforzerebbe il modello anglosassone, in cui il giudice è arbitro imparziale tra due parti in conflitto, e non collega o ex collega di uno dei contendenti. Chi si oppone teme invece che un pubblico ministero separato dalla magistratura giudicante e magari soggetto a un proprio Consiglio Superiore, distinto dal CSM, possa diventare più vulnerabile rispetto al potere esecutivo. In altri ordinamenti, come quello francese o statunitense, i procuratori dipendono in varia misura dal governo. Se questo modello fosse applicato in Italia, si teme che venga minata l'obbligatorietà dell'azione penale e si aprano spazi a una giustizia selettiva, dove le indagini seguono priorità politiche più che esigenze obiettive. In sostanza, la riforma divide il campo: da un lato chi la vede come un passo necessario per rendere il processo più equo e trasparente; dall'altro chi teme che possa compromettere la capacità della magistratura di indagare liberamente, soprattutto su criminalità organizzata, corruzione e potere politico. Il testo ora dovrà essere approvato in seconda lettura entro la fine del 2025. Se non ci saranno i due terzi dei voti parlamentari, come è probabile, si andrà al referendum popolare. Saranno dunque i cittadini a decidere se accettare o respingere una delle riforme più delicate degli ultimi anni. Sapientina Condividi su Facebook Segnala su Twitter EVENTUALI COMMENTI lettere@arengario.net Commenti anonimi non saranno pubblicati
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