L'Italia si prepara a una delle più importanti riforme costituzionali degli ultimi decenni: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Ma la novità non si limita a questo punto simbolico. La riforma, promossa dal governo e approvata in Parlamento con maggioranza semplice, riscrive intere parti della Costituzione e ridefinisce l'architettura della magistratura. Il testo, non avendo ottenuto la maggioranza dei due terzi, sarà sottoposto a referendum confermativo, probabilmente nella primavera del 2026.
Le principali modifiche
Il cuore della riforma è l'introduzione esplicita di due percorsi distinti per la magistratura giudicante (i giudici) e per quella requirente (i pubblici ministeri)
Non sarà più possibile - se non in casi eccezionali e definiti per legge - passare da una funzione all'altra. Si vuole così evitare, spiegano i promotori, l'"osmosi" che oggi può portare un magistrato a fare prima l'accusa e poi il giudice.
Ma la riforma interviene anche su altri fronti:
Due Consigli Superiori della Magistratura, uno per i giudici e uno per i PM, sostituiscono l'attuale CSM unico.
Nasce una Alta Corte disciplinare, che si occuperà delle sanzioni nei confronti dei magistrati, in posizione autonoma rispetto ai due nuovi CSM.
Si modificano gli articoli costituzionali sull'ordinamento giudiziario (in particolare 102, 104 e 105) per recepire la nuova distinzione.
Alcune ipotesi iniziali, come quella di un concorso d'ingresso distinto per i due rami, sono state accantonate o rinviate a leggi ordinarie.
In sostanza, il potere giudiziario si sdoppia: due carriere, due organi di autogoverno, un sistema disciplinare indipendente.
I sostenitori: "Una giustizia più imparziale"
La maggioranza di governo - Fratelli d'Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati - difende la riforma come una tappa storica verso una "giustizia più equilibrata e più giusta".
Il ministro Carlo Nordio, da sempre fautore della separazione delle carriere, parla di "una riforma liberale" che restituisce terzietà ai giudici e garantisce maggiore chiarezza di ruoli tra chi accusa e chi giudica.
Anche Azione ha votato a favore, condividendo la linea della maggioranza.
Italia Viva, invece, ha mantenuto una posizione intermedia, chiedendo ulteriori garanzie per l'autonomia dei PM.
Per i sostenitori, la riforma rafforza la fiducia dei cittadini: giudici più indipendenti, PM più autonomi ma separati, meno rischi di collusione interna e più trasparenza nei meccanismi disciplinari.
I critici: "A rischio l'indipendenza del pubblico ministero"
Le opposizioni, al contrario, vedono nella riforma un pericoloso passo indietro.
Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra accusano il governo di voler "subordinare" il pubblico ministero all'esecutivo, creando una magistratura dell'accusa più vulnerabile alle pressioni politiche.
La posizione più dura arriva dall'Associazione Nazionale Magistrati (ANM), che ha parlato di "un attacco all'indipendenza della giustizia".
L'ANM teme che due carriere separate portino alla nascita di due magistrature sbilanciate: una, quella dei giudici, protetta e indipendente; l'altra, quella dei PM, più debole e meno autonoma.
Anche tra gli avvocati le opinioni divergono:
Il Consiglio Nazionale Forense riconosce la legittimità dell'obiettivo ma chiede che la riforma sia accompagnata da un aumento di risorse e da un miglioramento dell'efficienza del sistema. Alcuni penalisti sostengono che la separazione "chiarisce i ruoli" e favorisce il giusto processo, altri temono una maggiore difficoltà di dialogo tra accusa e difesa.
Un equilibrio delicato
Sul piano costituzionale, la riforma rappresenta una cesura storica rispetto al modello originario voluto dai costituenti, che avevano previsto un'unica magistratura autonoma.
I fautori la considerano una modernizzazione necessaria per garantire la terzietà del giudice; i detrattori, invece, la vedono come un vulnus all'indipendenza della pubblica accusa.
Molto dipenderà, nei prossimi mesi, da come saranno scritte le leggi di attuazione e da quale sarà il risultato del referendum confermativo.
Molti sono infatti i problemi applicativi, dalla stabilizzazione o meno dei magistrati nell'attuale inquadratura, al livello retributivo massimo raggiungibile nei due rami. Per ora, la riforma divide profondamente politica, magistratura e società civile.
Tra autonomia e fiducia pubblica
La sfida, in ultima analisi, è trovare un punto di equilibrio tra due esigenze:
garantire l'indipendenza dei magistrati da ogni potere esterno;
assicurare ai cittadini una giustizia imparziale, efficiente e trasparente.
La separazione delle carriere potrà essere un passo avanti verso una giustizia più chiara - o un passo falso che ne compromette la coerenza.
Come spesso accade in Italia, sarà il referendum a dire l'ultima parola.
Sapientina
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16 ottobre 2025