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Sul referendum
Umberto De Pace
Al di là dell'esito scontato che avrà il prossimo referendum e lasciando a chi è più competente in materia le implicazioni tecniche, politiche e costituzionali che si trascina appresso, vorrei qui esprimere brevemente il mio pensiero in materia. Anche perché entrare nel merito di un quesito a mio modo di vedere mal posto, fuorviante, pericolosamente strumentalizzabile, estrapolato irresponsabilmente dal suo contesto (trattasi banalmente della nostra Carta Costituzionale), sinceramente, sarebbe come cercare di ricomporre i cocci di un vaso oramai spezzato. L'avventatezza con la quale è stata trattata la materia in oggetto la vedo plasticamente raffigurata dallo sparecchiare una tavola imbandita sfilando la tovaglia anziché riporre prima ciò che si trova su di essa. Ma tant'è, ci tocca, il 20 e 21 settembre siamo convocati per esprimere il nostro parere su una legge di riforma costituzionale approvata dal Parlamento la quale, non avendo ottenuto i due terzi dei consensi al Senato, ha permesso di ricorrere alla richiesta di referendum da parte di un quinto dei senatori per poter convalidarne l'attuazione. Essendo un referendum confermativo non è richiesto il raggiungimento del quorum, ovvero la metà più uno degli aventi diritti di voto; l'accorpamento del voto con quello delle elezioni amministrative, pur non coinvolgendo l'intera nazione, rappresenta una inopportuna facilitazione alla partecipazione che, trattandosi di materia costituzionale, dovrebbe essere veicolata da ferma convinzione e spontanea mobilitazione. La banalità del quesito d'altronde riflette la banalità di gran parte della classe politica, la quale per lo più sprovvista di progetti, idee e programmi strutturali e di lungo respiro, si crogiola negli umori della piazza o della cosiddetta gente. Fu così a suo tempo per il referendum sul finanziamento ai partiti (1993) che con il mandato plebiscitario (90,3%) mise fuori dalla porta ciò che rientrò poco dopo dalla finestra. Cosa ovviamente prevedibile anzi necessaria ad una democrazia sana e matura, che solo un finanziamento pubblico e trasparente da parte dei suoi stessi cittadini può contribuire a mantenere tale. Tale esperienza avrebbe dovuto insegnare che al di là delle apparenze e delle strumentalizzazioni, la costruzione, il mantenimento o la revisione di strumenti e meccanismi democratici sono questioni complesse e articolate che non possono e non devono seguire le passioni, i furori passeggeri o i fatti di cronaca contingenti, ma essendo parte di una struttura a sua volta complessa e articolata e alla luce di essa che vanno considerati. L'ampia e variegata discussione intorno alla materia dell'odierno referendum ne è conferma. Un tema, la riduzione del numero dei parlamentari, all'apparenza banale può assumere connotati completamente diversi a seconda dei suoi sostenitori o detrattori e, al netto delle ampie strumentalizzazioni, del pressapochismo dilagante e del voto di pancia imperante, è indubbio che non mancano voci autorevoli e degne di attenzione in entrambi gli schieramenti. Nel 1993 votai contro l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti convinto che la risposta da dare al malcostume e agli scandali dell'epoca andasse data con una regolamentazione che garantisse equità, trasparenza e sostenibilità. Oggi voto NO al referendum sul taglio dei parlamentari perché quando sparecchio una tavola prima di togliere la tovaglia mi assicuro che non ci sia più niente sopra, salvo le briciole che spero i più convengano che non si possano paragonare a chi ci rappresenta nelle più alte istituzioni del nostro paese; ciò al di là di chi oggi nel bene e nel male presiede tali istituzioni, dato che non è solo all'oggi che dobbiamo saper guardare. Umberto De Pace Condividi su Facebook Segnala su Twitter EVENTUALI COMMENTI lettere@arengario.net Commenti anonimi non saranno pubblicati
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