prima pagina pagina precedente salva il testo



La settimana in rete
a cura di P.C. - 4 maggio 2003



Ma Previti con Craxi non c'entra
Federico Geremicca su
La Stampa 1 maggio

staino
  
La lunga lettera inviata ieri da Silvio Berlusconi a "Il Foglio" è qualcosa di molto diverso dalla legittima difesa dell'onorabilità del deputato Cesare Previti, amico personale del premier e suo ministro nel primo governo della Casa delle Libertà. Infatti, fermo restando l'assoluto diritto di critica di cui ogni cittadino deve godere anche nei confronti della magistratura, quel che trasforma la lettera da attestato di solidarietà verso l'amico condannato a detonatore di un nuovo duro scontro istituzionale, è la firma che essa porta: quella del capo del governo, appunto. Quando si mette nero su bianco che l'obiettivo della sentenza emessa dal tribunale di Milano "non è fare giustizia" ma "colpire le forze che hanno avuto il mandato di governare l'Italia"; quando si denuncia che "magistrati politicizzati non possono scegliersi, con una logica golpista, il governo che preferiscono"; e quando, infine, si richiama Tangentopoli, si cita il Craxi "uomo di Stato inviso agli ex comunisti e al loro partito giudiziario" e a fare tutto ciò è il presidente del Consiglio, è evidente che siamo di fronte a qualcosa di assai diverso rispetto al legittimo diritto di critica. I temi rievocati da Silvio Berlusconi nella sua lettera, per altro, non sono nuovi, ed hanno sotteso quasi per intero i dieci anni di Tangentopoli. Altri, molti altri prima di Berlusconi, hanno puntato l'indice contro taluni eccessi della magistratura e soprattutto verso l'indistinta e talvolta squilibrata criminalizzazione di un sistema, certo illegale, di finanziamento della politica. Si sono ascoltate e lette autocritiche da parte della sinistra perfino inaspettate; e si ricordano reprimende dell'allora presidente Scalfaro contro il protagonismo di alcuni giudici e addirittura (così erano i tempi) in difesa dell'onorabilità della classe politica. Gli argomenti utilizzati ieri da Silvio Berlusconi, dunque, non solo non sono nuovi, ma hanno una loro dimostrata fondatezza. Ma nel caso in questione, il punto è un altro. E cioè: che cosa c'entra con la politica, cui si dedicò in un secondo tempo, la condanna di un legale che, se la sentenza sarà confermata, avrebbe agito in modo spregiudicato e illegale? Che cosa c'entra, insomma, l'avvocato Previti con l'onorevole Craxi? In tutta evidenza, la presunta tangente per l'affare Imi-Sir o quella che sarebbe stata pagata per il Lodo Mondadori nulla hanno a che vedere con la politica e con il suo finanziamento. Parlare di complotti è dunque fuorviante. E Silvio Berlusconi, proprio perché andato al governo sull'onda del voto popolare e di un chiarissimo risultato elettorale, dovrebbe opportunamente distinguere tra il suo ruolo politico attuale e le responsabilità professionali, etiche e giudiziarie di Cesare Previti.


Toni fuori luogo, clima avvelenato
Sergio Romano sul Corriere della Sera 1 maggio

giannelli
  
Cercherò di spiegare perché la lettera al Foglio con cui Silvio Berlusconi ha dichiarato guerra alla magistratura mi sembri pericolosa per il Paese e dannosa per colui che l'ha scritta. Quando il leader di Forza Italia vinse le elezioni del maggio 2001 i suoi elettori sapevano di avere votato per un uomo che era stato "vittima" di un numero sconcertante di azioni giudiziarie. Il problema della giustizia era stato dibattuto in campagna elettorale e molti italiani si erano convinti che una parte della magistratura inquirente aveva oltrepassato i limiti del proprio compito. In altre parole, non era necessario essere "berlusconiani" per dubitare della saggezza di alcuni procuratori. Non era necessario credere nell'innocenza di Berlusconi per ritenere che alcune Procure si proponevano la creazione di un sistema in cui l'ordine giudiziario avrebbe tenuto a bada, dall'alto dei suoi pulpiti, l'intera classe politica. Chi ha votato per Berlusconi sapeva di avere votato un "inquisito" e non poteva ignorare che il governo si sarebbe servito della sua maggioranza per riformare la giustizia. Non potevamo sapere come l'avrebbe fatto, ma sapevamo che ne aveva, in linea di principio, il diritto e che stava al nuovo premier fare il migliore uso possibile del potere ricevuto. Avrebbe potuto ripristinare l'immunità parlamentare, limitare la discrezionalità dei procuratori, sottrarre i ministri e il presidente del Consiglio alle azioni giudiziarie per il tempo del loro mandato, introdurre nuove norme sulla selezione dei magistrati e sulla progressione delle carriere: riforme contestabili, ma tutte, in linea di massima, autorizzate dal voto popolare che gli aveva permesso di tornare a Palazzo Chigi. Berlusconi ha invece adottato subito una diversa strategia. Anziché impegnare il suo governo nel cammino difficile, ma legittimo, di una organica riforma giudiziaria, ha preferito lasciare che il grande disegno procedesse a passi di lumaca e che il Parlamento, nel frattempo, adottasse un considerevole numero di leggi ad hoc , dal falso in bilancio al legittimo sospetto. Non credo che fossero tutte necessariamente incompatibili con uno Stato di diritto, ma fu subito chiaro che erano tutte, per una ragione o per l'altra, riconducibili alla posizione personale del premier e di alcuni suoi vecchi collaboratori. Non basta. Dopo avere rinunciato a una grande battaglia istituzionale per fare una lunga e logorante sequenza di scaramucce politico-giudiziarie, ecco che Berlusconi abbandona la funzione di leader della nazione per diventare nuovamente, da Palazzo Chigi, "capo dell'opposizione" e per riscrivere polemicamente, nella lettera al Foglio , la storia italiana degli ultimi dieci anni.
Il problema non è se questa ricostruzione sia giusta o sbagliata (contiene, occorre ammetterlo, alcuni elementi di verità). Il problema è un altro. Può un presidente del Consiglio, forte di una considerevole maggioranza e implicitamente autorizzato a riformare l'ordine giudiziario, trarre spunto dalle disavventure legali di un suo collaboratore per trasformare la riforma in una battaglia personale? Capisce che è nuovamente parte in causa? Si rende conto che ha aperto una crisi istituzionale? E che questa crisi avrà inevitabili effetti sulla credibilità dell'Italia in uno dei più gravi momenti internazionali dalla fine della guerra fredda? E' in grado di immaginare quali pensieri passino per la testa dei suoi interlocutori stranieri quando esercita le sue funzioni di capo del governo italiano e prossimo presidente dell'Unione Europea?
La situazione non è irreparabile. Uno sfogo epistolare può essere corretto e dimenticato. Ma occorre che Berlusconi torni a Palazzo Chigi e si comporti da presidente del Consiglio.


Rifiuta lo Stato di Diritto
Nicola Tranfaglia su l'Unità 30 aprile

staino
  
Silvio Berlusconi, in questi due anni di governo, ha mostrato una notevole varietà di incarnazioni: dall'imprenditore al politico, dal narratore facondo di barzellette, al pagliaccio che fa le corna ai suoi colleghi e via dicendo.
Ma ieri per la prima volta con la sua lunga lettera a il Foglio è andato oltre.
È diventato storico di se stesso e dell'intero Paese nell'ultimo decennio delle vicende italiane.
Già ieri, apprendendo la condanna del suo amico e sodale Cesare Previti, aveva anticipato la sua decisione di perseguire la magistratura politicizzata senza più distinguere tra "toghe rosse" e di altro colore, giudicando quello appena finito come un processo politico e irregolare, nonostante le sette ricusazioni, le numerose sentenze avverse della corte di Appello, le ordinanze della corte di Cassazione e persino la pronuncia della corte Costituzionale che hanno permesso ai giudici di arrivare in fondo. Ma subito dopo ha voluto, come si può dire, alzare ancora il tono e dichiarare guerra a tutti quelli che non hanno seguito le sue idee e hanno una diversa concezione della democrazia repubblicana e della sua Costituzione democratica.
Ci troviamo così di fronte ad una "vulgata" di questo decennio che interpreta le inchieste contro la corruzione pubblica e privata, di politici come di imprenditori, non come la risposta, sia pure tardiva, da parte di magistrati di ogni orientamento politico e culturale all'aumento patologico avvenuto negli anni Ottanta e Novanta che ha portato l'Italia alle porte del baratro finanziario bensì come il progetto consapevole secondo una logica golpista di sostituire la Repubblica parlamentare con una "Repubblica dei giudici". Si accusano nello stesso tempo gli uomini e le donne di centrosinistra di essere stati complici di questo progetto di golpe che sarebbe, secondo la lettera partita dall'autorizzazione a procedere chiesta contro Bettino Craxi nell'aprile '93 e si sarebbe realizzata con l'abolizione dell'immunità parlamentare. In questo periodo per lui oscuro l'unica luce sarebbe stata rappresentata dal suo primo governo nel 1994. Le sue dimissioni, conseguenza come è noto a tutti, dell'uscita della Lega e dell'attuale suo ministro Umberto Bossi nel dicembre '94 sarebbero a suo avviso effetto dell'azione dei suoi nemici feroci individuati appunto nei giudici e nel gruppo editoriale che fa capo a Carlo De Benedetti. Nella sua ricostruzione che non si può definire storica per le troppe affermazioni contrarie ai fatti, incomincia da quel momento con il cosiddetto ribaltone (leggi governo Dini da lui stesso in un primo tempo indicato come presidente di un governo di tregua) sarebbe iniziato un periodo di sei anni di nuovo grave oscurantismo. Berlusconi arriva al punto da dimenticare che nell'aprile del 1996 si sono svolte nel nostro Paese regolari elezioni politiche che hanno portato per cinque anni al governo i partiti del centrosinistra.
Per lui, con tutta evidenza, esistono soltanto le elezioni che lui ha vinto: parla di quelle del '94 e di quelle ultime del 2001.
Quelle del '96 vinte dalla coalizione di centrosinistra guidata da Romano Prodi non esistono più, sono un puro prolungamento del ribaltone che lo portò all'opposizione.
Come una simile falsa ricostruzione del decennio si leghi al processo che ha portato ieri alla condanna in primo grado dell'onorevole Cesare Previti non è chiaro. Ma la spiegazione emerge limpidamente dall'insistenza della logica golpista dei giudici che a suo avviso hanno collaborato con la quarta sezione del tribunale milanese in modo da consentire la conclusione del processo. Il progetto che gli sta a cuore è di ripristinare l'immunità parlamentare in una versione così ampia da impedire qualsiasi atto giudiziario non soltanto contro i ministri e il presidente del Consiglio durante il loro incarico ma anche di tutti i parlamentari, e dunque anche di Previti. E con questo ritorniamo all'inizio del discorso. Di fronte alla violenza dell'attacco di Berlusconi contro i complici di quello che egli definisce il mostro giustizialista e il ribaltone (bisognerebbe chiedersi cosa pensa oggi della Lega e di tutti quelli che fanno parte da poco della sua maggioranza) è inevitabile chiedersi se ci troviamo ancora una volta di fronte all'esigenza urgente e prioritaria di salvare Previti.
Quella stessa urgenza che ha fatto approvare a passo di carica da parte del Parlamento le leggi sulle rogatorie internazionali, sul legittimo sospetto, sul patteggiamento allargato e così via.
E c'è da pensare che Berlusconi sia terrorizzato dalle conseguenze di una condanna definitiva del suo amico. Forse quest'ultimo sa troppe cose e il presidente del Consiglio è disposto a tutto purché non le dica a nessuno. Anche ad una nuova accesa battaglia parlamentare come avvenne per la legge Cirami anche a uno scontro aperto con il Quirinale, anche alla violazione di principi fondamentali della Costituzione che per altro da due anni a questa parte si stanno succedendo non soltanto in campo giudiziario.
Ottenuto l'appoggio e il silenzio di una buona parte dei media, a cominciare da quelli televisivi, Berlusconi ha ora bisogno di ridurre all'obbedienza i giudici per ottenere sostanziali pieni poteri e si appresta a realizzare rapidamente questo secondo obiettivo se gli italiani e le forze politiche dell'opposizione non reagiranno con l'energia necessaria, nel Parlamento e nel Paese.


Abolire il 1° maggio?
Un preciso disegno politico
Edmondo Berselli su
L'espresso 1 maggio

L'hanno già detto che alle manifestazioni del Primo maggio sono previste troppe bandiere rosse? Ce n'erano troppe nelle manifestazioni pacifiste, secondo l'acuta sensibilità cromatica della Casa delle libertà, e quindi è logico aspettarsi che anche la festa dei lavoratori sia inquinata dalla criminalità del comunismo e dei suoi residui. Il 25 aprile è soggetto ormai da tempo a un attacco "revisionista", ispirato dall'idea di equiparare anche politicamente le vittime dell'una e dell'altra parte. Quanto alla Costituzione, l'arguzia interpretativa di Silvio Berlusconi ne ha già messo in luce le infezioni sovietiche.
Sembrerebbero boutade non perfettamente riuscite. Oppure pulsioni revansciste da parte della destra più pugnace. In realtà sono il frutto di un disegno politico, e anche piuttosto scoperto. Perché l'aggressività verso le date e i simboli della sinistra non risponde all'intento di ripristinare verità storiografiche su cui si sono inevitabilmente impressi retoriche e stereotipi: in sé non c'è nulla di sacrilego nel ripercorrere i momenti di frattura nazionale, di guerra civile, di scontro di classe, di crudeltà politica o privata che hanno costellato le vicende cruciali del nostro Novecento, di cui la lotta di liberazione è un esempio. Così come è perfettamente legittimo riconsiderare il confronto fra democristiani, laici e comunisti che portò alla stesura della carta costituzionale ("Il primo compromesso", secondo Norberto Bobbio).
Solo che la storia va interpretata e compresa, non brandita e usata. Mentre alcuni settori del centrodestra ne fanno un uso politico spregiudicato. Più ancora alcune frange di Forza Italia che non Alleanza nazionale. Il fatto è che dentro An il risentimento anticomunista e antipartigiano trova una sua origine nelle vicende che hanno coinvolto i progenitori di quel partito, e nel lascito di memorie e rancori di una guerra civile combattuta dalla parte sbagliata, che Gianfranco Fini cerca di coprire con il silenzio. E non va dimenticato che il Movimento sociale è stata l'unica forza politica esclusa, salvo imbarchi strumentali, dall'arco costituzionale e dalle tessiture politiche "consociative", cioè dalla fondazione e dalla prassi politica della Repubblica: e anche su questo argomento An non ama passare per un plotone di guastatori.
Risulta più interessante sul piano politico l'anticomunismo di Berlusconi, che ormai assomiglia sempre più all'antisemitismo dei giapponesi. Eppure sarebbe sbagliato attribuire l'animosità permanente del capo del governo contro un nemico scomparso a una sua nevrosi culturale. Tutt'altro. È più probabile che si tratti di un calcolo a freddo. Il leader di Forza Italia infatti ha un interesse primario nel fissare in chiave ideologica la divisione politica fra gli elettori. Di qua ci siamo noi, la Casa delle libertà. Dall'altra parte c'è tutto quello che noi odiamo: lo statalismo, il professionismo politico, i funzionari sindacali, il richiamo irritante alle regole, i giudici, il settore pubblico, il sociale.
Basta riunire tutto questo sotto l'etichetta del "comunismo", per scavare una trincea nel bipolarismo. Si tratta di lanciare un messaggio martellante ai cittadini, per rievocare vecchie pregiudiziali e per rinfocolare l'idea che da una parte c'è il culto e la virtù della libertà, e dall'altra il vizio dottrinario. D'altronde, è vero o no che nel centrosinistra sono rimasti soltanto quei cattolici che erano più disposti a patteggiare con il Pci? È vero o no che partigiani comunisti si sono macchiati di imprese esecrabili? È vero o no che la Costituzione risente di mediazioni sociali tali da renderla un documento non ascrivibile all'integralismo liberale?
È tutto quasi vero. In quel "quasi", tuttavia, è racchiusa la pesantezza e la drammaticità della storia. Nella verità rivendicata dai berlusconiani è implicita la strumentalizzazione del passato per rovesciarlo sul presente. Hanno ragione loro, naturalmente: è utile e conveniente ricordare che il movimento operaio non è mai stato un campione di liberalismo: troppo rossi, i lavoratori, troppo legati a un'idea di riscatto egemonizzata dai comunisti. E allora, se riscrivere la Costituzione è un'impresa troppo complicata, se riadattare i libri di storia richiede tempo, forse è il caso di abrogare il Primo maggio. O almeno di trasformarlo in una parata di reduci e di sconfitti, insieme a quell'Italia minoritaria che si ostina a non credere alle grandi ricette ideologiche della destra superliberale.


vauro
  

Primo maggio con bananas
Meno date per tutti
Marco Travaglio su Centomovimenti 1 maggio

"Aboliamo il Primo Maggio", titolava l'altro giorno in prima pagina il Giornale, per la penna di Pietrangelo Buttafuoco, il secondo e ultimo “intellettuale della nuova destra” che di solito viene interpellato quando Marcello Veneziani è in bagno o al consiglio d'amministrazione Rai. E questa di abolire le date o le ricorrenze sgradite sta diventando una mania.
Aveva cominciato l'avvocato professor onorevole presidente Gaetano Pecorella, nell'imminenza dell'inaugurazione dell'anno giudiziario: dato che il suo partito e il suo più illustre cliente ne stavano combinando di tutti i colori, era prevedibile che qualche procuratore generale l'avrebbe segnalato nel suo discorso inaugurale.
E allora Pecorella pensò di risolvere il problema a modo suo: “Aboliamo le inaugurazioni dell'anno giudiziario, cerimonie ormai inutili”. Poi c'è stato il 25 aprile, festa della Liberazione, che quest'anno il presidente Ciampi ha deciso di celebrare con maggiore solennità del solito (anche perché il presidente del Consiglio aveva appena definito “sovietica” una bella fetta della Costituzione repubblicana).
Costringendo il cavaliere a inventarsi una scusa puerile, che nemmeno più un ragazzino un po' scemo userebbe per bigiare la scuola e scampare a un'interrogazione: un misterioso infortunio alla mano sinistra, occorsogli vari mesi fa “suonando le campane a San Giuliano di Puglia” e improvvisamente riacutizzatosi proprio alla vigilia della Liberazione, per poi svanire nel nulla alla mezzanotte in punto. Un'altra data da abolire senz'altro è il 29 aprile.
In quel giorno, dieci anni fa, il noto ladro Bettino Craxi fu subissato di banconote e monetine, senza avere neppure il tempo di raccoglierle, all'uscita dall'hotel Raphael. In quella stessa data, per una curiosa coincidenza, Previti e i suoi compari sono stati condannati in primo grado dal tribunale di Milano.
Berlusconi, nella lettera che gli ha scritto e fatto firmare Giuliano Ferrara al Foglio, sottolinea quelle due date per insinuare che non a caso il presidente Carfì ha scelto il 29 aprile. L'ha fatto apposta. Anzi, visto che Previti continua a ripetere che lui non ha usato “alcun mezzo ostruzionistico”, è stato proprio il Tribunale a far durare il processo Imi-Sir/Lodo Mondadori 89 udienze e 35 mesi, per piazzare la sentenza giusto giusto nel decennale del luttuoso evento.
I calendaristi, dunque, prendano buona nota: dall'anno prossimo, si passa direttamente dal 28 al 30 aprile, come sugli aerei Alitalia e in certi alberghi sensibili alla scaramanzia che non contemplano poltroncine o camere con il numero 17, passando dal 16 al 18.
Quanto al 25 aprile e al 1 maggio, se proprio non si può farne a meno, resteranno in calendario, ma ribattezzati 24 aprile-bis e 30 aprile-bis. E' l'ultimo punto da realizzare del famoso patto con gli italiani, siglato sulla scrivania in noce di casa Vespa: “Meno date per tutti”.


Anni e anni di Primo Maggio
Giovanna Marini a Piazza San Giovanni
Sandro Portelli su il Manifesto 3 maggio

E' emozionante pensare che il momento culminante di un grande concerto dedicato ai giovani sia arrivato quando sul palco è salita una signora che porta come una bandiera tutti i suoi anni. Ma nessuno più di Giovanna Marini ha il diritto di dire, come ha detto lei: "Questa è la nostra festa". Nessuno più di lei ha da offrire la sapienza di tutta una vita di artista dedicata alle persone, al mondo, ai suoni, ai valori che questa festa antica esprime ancora oggi e per molto tempo a venire. Mediata dalla presenza generosa e a suo modo protettiva di Francesco De Gregori, Giovanna Marini ha regalato ai ragazzi sulla piazza l'amarezza delle mondine, la speranza di un lavoro liberato ("verrà un giorno che tutte quante lavoreremo in libertà"), la memoria storica (l'attentato a Togliatti, con quel finale - "l'interesse di noi lavorator": di che altro parla se non di questo, il primo maggio?). Ma ha regalato anche una canzone nuova, dolcissima e spietata, sommessa e durissima, invocando un Dio che torni a spazzare via i potenti che piangono ai funerali delle loro vittime, gli arroganti che fanno legge dei propri interessi e vogliono farci diventare come loro. E ha tenuto in pugno una piazza sterminata con gli stessi mezzi che adopera nei teatri o nelle cantine: una voce, una chitarra acustica, e la passione della verità.
La guardavo in televisione e pensavo: chi avrebbe mai pensato di vedere Giovanna Marini sul megaschermo a San Giovanni come una star? Ma pensavo anche: lo strano non è che lei ci sia adesso; l'assurdo è che non ci sia stata tutti questi anni. Dando per obsoleta, per elitaria, per estremista una voce come quella di Giovanna Marini, la sinistra e il movimento operaio hanno mancato di ascoltare la propria stessa voce, hanno messo a tacere un pezzo della propria anima. C'è speranza, se adesso le prestano ascolto di nuovo.
Certo, adesso, Giovanna Marini e Francesco De Gregori si presentavano sull'onda di un inaspettato successo discografico: un'idea coraggiosa e anticonformista che, per una volta, è stata premiata. Ma il ruolo di protagonista che gli è stato riconosciuto a San Giovanni non è solo l'adeguamento a un fatto di mercato. E' anche il segno che qualcosa è cambiato, che l'aggressione revisionista e reazionaria alle fondazioni del nostro vivere comune ha risvegliato anche nei giovanissimi il senso della necessità della memoria storica. E' il segno che i movimenti di questi anni portano con sé anche una domanda di contenuti, di conoscenze, portano con sé il bisogno di una musica che, coltissima e semplice al tempo stesso, si lascia usare senza lasciarsi consumare, che resiste al tempo e ritorna nuova ogni volta che la riprendiamo.
Sullo schermo, i sottotitoli datavano le canzoni: "Sento il fischio del vapore - 2002". In realtà, è come minimo del 1920. Ma è anche del 2002, non solo perché è questo l'anno in cui l'hanno incisa Francesco De Gregori e Giovanna Marini, ma soprattutto perché parla ancora di noi e del nostro tempo. Le navi cariche di armi e di soldati continuano a partire, e gli stessi che cantano queste canzoni continuano a cercare di fermarle: anche ai tempi di quella prima spedizione in Albania, si bloccavano i binari e si occupavano le stazioni. Giovanna Marini sul palco, i ragazzi in piazza, tenevano tutto insieme, e lo riportavano a casa.


Americani e antiamericani
Furio Colombo su
l'Unità 2 maggio

bruegel: la torre di babele
  
Esiste un sentimento antiamericano a sinistra. Non ha cancellato o intaccato la memoria della Liberazione che la sinistra, insieme a tanti italiani, insiste nel ricordare come un patto tra alleati. Ma la guerra fredda ha certo lasciato ferite, giudizi, pregiudizi, brutti ricordi. E anche qualche leggenda che continua a raggiungere come un boomerang le persone più giovani mentre si affacciano alla vita politica. È un problema e un errore.
Con questo sentimento si confronta la persuasione di molti di noi.
E certo di chi scrive: è il sentimento di un legame profondo e fraterno con un Paese che ha lasciato una vasta impronta sul senso di dignità e libertà delle persone nel mondo, una impronta più grande di tante contraddizioni ed errori.
La guerra in Iraq, con la tempesta di argomenti prepotenti, confusi e irrazionali che l'hanno preceduta e seguita, con la tenace difesa della pace da parte di milioni di persone, che si è contrapposta, ha creato un mare di impegno anti-guerra ma solo margini di sentimenti antiamericani. E infatti anche gli osservatori più interessati hanno faticato non poco a estrarre episodi di intolleranza in eventi cui partecipavano centinaia di migliaia di persone.
Ciò non ha impedito il pronto costituirsi di uno schieramento di capifabbricato pronti a gridare l'accusa di anti-americanismo, determinati a fare apparire ogni dissenso della vita interna italiana come "anti-americano", a dichiararsi paladini e difensori esclusivi di tutto un Paese e anzi decisi a scambiare - imbrogliando - il loro personale bushismo con un preteso amore per tutta l'America. A questo singolare episodio della vita, della cultura e della moralità di una strategia politica, si propone di rispondere questo articolo.
Ci stanno vendendo una patacca. La patacca è questa. Vogliono farci credere che George W. Bush e il suo gruppo di persone ossessionate dal controllo dell'Universo non sono un frammento della storia americana, non sono un pezzo temporaneo e strano della sua politica. No, vi intimano di credere che Bush e Rumsfeld (detto affettuosamente Rummy dalla columnist del New York Times Maureen Dowd, che lo detesta) e Jay Gardner e Richard Perle e Paul Wolfovitz e tutta la corte dei miracoli (di tutti i tipi, tranne che miracoli economici) che abitano alla Casa Bianca in questo momento, siano "l'America". Vi dicono, anche con toni minacciosi (come per accennare a un rischio di vendetta), che Bush e i suoi si mangiano per traverso Allen Ginsberg, e Norman Mailer, che alla loro presenza potete scordarvi di Arthur Miller e di Henry Miller, del poeta Frost e del poeta Cummings, di William Carlos Williams e di LeRoi Jones-Amiri Baraka, che Martin Luther King e i diritti civili sono dettagli irrilevanti, che Jimmy Carter e i diritti umani sono debolezze d'altri tempi, che Woody Allen è roba da imboscati e che Tim Robbins e Susan Sarandon, beati loro che sono americani, ma non sognatevi di prenderli come modello: fuori dall'America la loro opposizione non è tollerabile. Tanto che se non siete della partita Perle-Wolfovitz venite invitati a non presentarvi alla festa dei partigiani. Chi non marcia con il generale Franks comunista è. Nel senso antico e persecutorio anni Cinquanta. E non andate in giro a dire che comunisti non siete mai stati. Prima di tutto queste sono cose che decidono Bondi (che se ne intende) e Schifani.
E poi la domanda che divide il mondo è: da che parte stai sulla guerra infinita?
Eppure il discorso è semplice. La cultura americana, la sua complessa folla di volti, di nomi, di provenienze, di radici, di storie contraddittorie e incrociate, tutta la tradizione romanzesca da Henry James a Paul Auster, tutta la sua poesia da Robert Hughes a Kenneth Koch, tutto il suo humour da Mark Twain a Woody Allen, tutto il suo cinema, da Frank Capra al Truman Show, dentro questo contenitore che adesso vogliono venderti col marchio esclusivo "America", prendere o lasciare, non ci sta.
Questa è un'America senza humour, senza sorriso, senza contraddizioni, senza voci diverse e solitarie, senza individui che lottano e trionfano da soli, e masse che si sostengono e spalleggiano nei momenti peggiori, senza il giudice giusto che si alza verso la fine, senza Bob Hope e Bing Crosby che mettevano e toglievano il fez per passare indenni attraverso la rivoluzione, senza lo sguardo straordinario e tragico e ironico di Cabaret e di All That Jazz.
Questa è un'America che non si può raccontare in un musical, non è un dramma alla Mamet, non è un film di Altman, non è una canzone di Bob Dylan, non è un racconto di Cheever, non è una vignetta del New Yorker . Qui nessuno ride e tutti ti vogliono in marcia, obbediente e ligio a qualcosa, pena qualche altra cosa. D'accordo, non tutto il mondo è Paese e non tutti in Europa vivono sotto le minacce di Bondi e di Schifani, e il disprezzo "macho" orchestrato con cupa allegria dal Foglio.
Ma poniamo che sia vero ciò che vediamo, o vogliono farci vedere qui. E poniamo che siano, dopo tutto, amichevoli i consigli quando vi dicono "mettetevi in testa che avete perduto la guerra, e che dovete fare buon viso a cattiva sorte, come gli iracheni".
E proviamo, come contro verifica dello stato dei fatti, a immaginare un film sul "governatore dell'Iraq", un film che sia nella grande tradizione americana. Il protagonista è un certo Jay Garner, generale in pensione. Profittando della caduta di un tirannico regime, arriva in un Paese arabo per fare il governatore. Evidentemente si tratta di un grande equivoco. Non ci sono governatori bianchi nel mondo arabo. Il problema è dunque trovare un attore adatto. Woody Allen è troppo intellettuale. Forse Tom Hanks, nella versione Forrest Gump dell'uomo semplice che capisce e non capisce, e casca giusto più per moralità che per intelligenza? Il problema è la moralità. Qui ci sono un sacco di intrighi, affari e l'attore deve apparire o talmente ingenuo da non capirlo (nella tradizione di Peter Sellers in Oltre il giardino) oppure una volpe astuta, malevola, destinata a pagare per il segno negativo della sua abilità, tipo The Talented Mr. Ripley. Il fatto è che un simile copione sarebbe rifiutato da un qualunque produttore americano. È una vicenda del tutto estranea a ciò che fino ad ora sappiamo dell'America. Governatore? Una follia europea. Il bidone? Una commedia all'italiana. Personaggi che si candidano a governare pur avendo sulle spalle condanne a vent'anni per truffa, come l'ex iracheno Ahmed Chalabi? Sono tipici di un "thriller" francesce che richiederebbe di riavere i volti di Jean Gabin o Lino Ventura.

"Non dobbiamo considerare solo il benessere aggregato sia di una certa regione, sia di una certa famiglia, ma dobbiamo considerare la distribuzione di risorse e opportunità di ogni singola persona, pensando a ogni singola persona come dotata di linea di diritto di una propria dignità".
È un contenitore, quello che viene spacciato come "tutta l'America" dai nuovi americanisti, che non ha spazio per la visione del mondo di Joseph Nye, già viceministro della Difesa con Clinton e ora scrittore e commentatore tra i più influenti. Non c'è alcun adeguato tipo di intelligenza e di attenzione tra gli iperattivi di questo presunto nuovo mondo per "Il paradosso del potere americano" (in Italia, Einaudi): "A differenza dei secoli passati, la guerra non è più il grande arbitro. Oggi è molto più proficua l'attrattiva culturale, l'ideologia, la definizione di priorità, lo stanziamento di ingenti somme per la cooperazione. Gli Stati Uniti potrebbero gettare al vento il proprio potere applicando un pesante unilateralismo. Qualsiasi tentativo di dominio non godrebbe del supporto interno e stimolerebbe la resistenza a livello internazionale. Ciò porterebbe alle stelle i costi dell'egemonia. La cattiva notizia per gli americani è che ci sono sempre più elementi fuori controllo persino nello Stato più potente. Alla fine di questo millennio, il paradosso del potere americano consiste nell'essere troppo grande perché qualsiasi altro Stato lo sfidi, eppure non abbastanza grande per risolvere problemi come il terrorismo. L'America ha bisogno dell'aiuto e del rispetto degli altri Paesi".
E non ci sarebbe spazio, nel mini-contenitore politico di Bush, Rumsfeld, Rice, Wolfovitz e Ridge, rivenduto a noi come l'unica America, per la grande rappresentazione filosofica e giuridica del pensiero americano: "Una teoria della giustizia" di John Rawls (in Italia, Feltrinelli).
"Il legame del governo della gente con la libertà è chiaro. I confini della nostra libertà sono delicati, incerti. La libertà di solito è ristretta da un ragionevole timore del suo esercizio. Abbiamo questa conseguenza se il processo giudiziario manca della sua integrità essenziale. Il governo della legge ha dunque uno stabile fondamento nell'accordo con i cittadini. Per avere fiducia nel possesso e nell'esercizio della libertà i cittadini vorranno che il governo della legge sia mantenuto con scrupolo ed equanimità assoluta").
Questa è l'America di cui alcuni di noi si sono occupati per decenni, vi hanno coinciso con la propria vita, l'America alla cui cultura, musica e vita tanti nel mondo prestano attenzione con coerenza e rispetto, l'America che ha detto e contraddetto, fatto e disfatto, dato e negato. E soprattutto rivelato. È il paese che ha una poderosa batteria di anticorpi contro i propri errori e i propri mali. È l'America che ha speso rivelato testimonianze, denunce, evidenze senza le quali non sarebbero altrimenti mai esistite storie e vicende che sono state usate contro l'America.
Ora vorrebbero ridurre un immenso edificio con tante finestre, e una straordinaria ricchezza di voci, ispirazioni e visioni del mondo, ad un bunker che guarda il mondo da una feritoia, lo divide in seguaci e nemici, lo giudica senza ascoltare, ed esegue il giudizio in base al potere di farlo.
Mi domando se "anti-americano" - a volte inconscio, a volte in perfetta malafede - non sia chi ci vende una immagine pietrificata con il volto di Rummy, la voce di Bush, le idee di Condoleezza Rice. Ci intima di credere, sotto minaccia, che questo è tutto ciò che resta del vasto universo chiamato America. Per fortuna non è vero.

altan
  

Si può vincere avendo torto
Umberto Eco su L'espresso 30 aprile

In guerra si diventa manichei, la guerra fa perdere il ben dell'intelletto, storie vecchie. Ma è certo che in occasione della guerra in Iraq abbiamo assistito a delle manifestazioni che - se non fossero probabilmente dovute all'incattivirsi collettivo che una guerra produce - dovremmo ascrivere a malafede.
Si è cominciato col dire che chi era contro la guerra era dunque per Saddam, come se chi discute sull'opportunità o meno di somministrare al malato una certa medicina stia dalla parte della malattia. Nessuno ha mai negato che Saddam fosse un dittatore esecrabile e caso mai tutta la questione era se, a cacciarlo in quel modo violento, non si buttava via anche il bambino con l'acqua sporca.
Poi si è detto che chi era contro la politica di Bush era anti-americano viscerale, come a dire che chi è contro la politica di Berlusconi odia l'Italia. Caso mai il contrario.
Infine, anche se non tutti hanno avuto questa faccia tosta, si è insinuato che chi marciava per la pace appoggiasse le dittature, il terrorismo e magari anche la tratta delle bianche. E pazienza.
Ma le sindromi più interessanti sono emerse dopo che la guerra in Iraq è stata, almeno formalmente, vinta. Vedete, hanno incominciato a dire trionfanti su tutti gli schermi, che chi parlava di pace aveva torto. Bell'argomento. Chi ha detto che chi vince una guerra avesse buone ragioni per farla? Annibale ha vinto i romani a Canne, perché aveva gli elefanti, che erano i missili intelligenti dell'epoca, ma aveva avuto ragione a passare le Alpi e a invadere la penisola?
Poi i romani vincono lui Zama, e non è detto che avessero ragione a eliminare del tutto il polo-Cartagine, e non invece a cercare un equilibrio di forze nel Mediterraneo. E avevano ragione a dargli la caccia tra Siria (torna in ballo sempre la Siria...) e Bitinia per poi costringerlo ad avvelenarsi? Non è detto. Magari sì e magari no.
E poi perché insistere con quel "vedete che hanno vinto"? Come se chi criticava questa guerra dubitasse che gli anglo-americani avrebbero vinto. C'era forse qualcuno che credeva che gli iracheni li avrebbero ributtati a mare nel Golfo? Non ci credeva neppure Saddam, che parlava tanto per rincuorare i suoi, a meno che non gli fosse andato definitivamente il cervello in acqua.
Il problema caso mai era se gli occidentali avrebbero vinto in due giorni o in due mesi. Visto che per ogni giorno di guerra in più muore un sacco di gente, meglio venti che sessanta giorni.
Quello che gli irrisori da teleschermo dovrebbero dire è: "Avete visto, voi dicevate che la guerra non avrebbe eliminato il pericolo terrorista, e invece ce l'ha fatta". E questa è l'unica cosa che non possono dire, perché non c'è ancora la prova che sia vera. Coloro che criticavano la guerra, a parte ogni considerazione morale e civile sul concetto di guerra preventiva, sostenevano che un conflitto in Iraq avrebbe probabilmente aumentato e non diminuito la tensione terroristica nel mondo, perché avrebbe spinto gran parte di arabi, che sino allora si mantenevano su posizioni moderate, a odiare l'Occidente, e quindi avrebbe suscitato nuove adesioni alla guerra santa. Ebbene, sino ad ora l'unico risultato tangibile della guerra sono state le brigate volontarie di possibili kamikaze che si sono mosse dall'Egitto, dalla Siria, dall'Arabia Saudita verso le trincee di Baghdad. Un'avvisaglia preoccupante.
Anche ammesso che chi sosteneva la tesi della pericolosità del conflitto avesse torto, quello che è successo e che sta succedendo non lo ha ancora provato, anzi pare che laggiù si stiano scatenando odi etnici e religiosi abbastanza difficili da gestire, e assai pericolosi per l'equilibrio medio-orientale.
Infine, nella scorsa Bustina, scritta e inviata a "L'espresso" prima che gli anglo-americani entrassero in Baghdad e l'esercito iracheno si sfaldasse, avevo ricordato che non si era ancora sfaldato perché malauguratamente le dittature producono anche consenso, e questo consenso si rafforza, almeno all'inizio, di fronte a un esercito straniero sentito come invasore. Poi l'esercito si è sfaldato e le folle (ma quanti in verità?) sono andate a festeggiare gli occidentali. Ed ecco che qualcuno mi ha scritto dicendo "vedi?". Vedi cosa? Ricordavo che prima dell'8 settembre il fascismo aveva potuto contare anche sul consenso implicito dei poveretti che si erano battuti ad El Alamein o in Russia. Poi la disfatta, via a tirare giù le statue del Duce dai piedistalli, e tutti antifascisti. In Italia ci sono voluti tre anni e passa, in Iraq molto meno, ma la dinamica è stata la stessa. E con quello che sta succedendo ora tra varie fazioni che vogliono dirigere il paese senza gli occidentali di mezzo, mi pare che si sia disciolto il consenso nei confronti di Saddam ma - a differenza dell'Italia di allora - non il sentimento di diffidenza e insofferenza verso lo straniero.
Che è poi quel che volevasi dimostrare, e il contrario non è ancora stato dimostrato.


Ritratti di virtù
Isa Melli su
Golem l'Indispensabile

Temperanza
Conversando con Marco Boccioli


Filosofia open space, vasti capannoni suddivisi da separé che ti arrivano al busto. C'è freddo perché le macchine devono stare al freddo. T'infili un maglione e, quando sei seduto lì, è tutto funzionale: il nostro è un lavoro di team. Visto che me lo chiedi, provo a spiegartelo: l'Azienda crea "autostrade informatiche" che gettano linee in grado di trasferire informazioni tra i punti più lontani della terra. Progetti di grandissimo respiro che richiedono l'impiego di migliaia di persone per far sì che il Signor Rossi alla fine possa portarsi in casa tutti i dati che gli interessano, tutti i suoni e le immagini che più gli piacciono.

macchinisti del transatlantico rex, 1930
  

Io sono uno dei trecento ingegneri informatici in questa sede dell'Azienda: novanta per cento uomini, ma per fortuna abbiamo alcune giovani colleghe. Ogni giorno fisicamente vicini, ci si stressa, si ride, si mangia, si soffre, magari in tempi diversi, ma tutti insieme, in questa sorta di Giochi senza frontiere che a volte sembra il nostro lavoro. Ma, sempre concentrati per riuscire a battere il tempo, "Siamo noi gli operai del Duemila...", ogni tanto mormora qualcuno nelle pause.
Il nostro approccio deve essere meticoloso. Dicono "Mi raccomando, fammelo asap" (dire "asap", As Soon As Possibile, fa appartenenza); ma, dietro alla riga di un codice di mille pagine, c'è l'errore e, se non hai una pazienza da certosino, non riuscirai a trovarlo. Devi, insomma, avere la predisposizione a non dare nulla per scontato. Se lavori bene, dicono che sei una persona performante, cioè intraprendente e costruttiva, insomma hai dei punti. Da noi c'è linearità: l'informatica è una scienza sicura e, quando tutto è andato liscio, il tuo codice (l'output, il frutto del lavoro) farà per un miliardo di volte solo quello che gli hai chiesto di fare. Fuori, invece, quando conosci una ragazza, non puoi prevedere per quale motivo le piacerai o non le piacerai.

Ascolto attentamente i miei colleghi con storie simili alla mia: ingegneri sui trenta-trentacinque anni, esperienza lavorativa quanto basta per aver già capito cosa continueremo a fare. Parecchi sono stati chiamati qui, come me, da altre città subito dopo la laurea. Allora è stato ancor più grande il senso dell'attesa: "Chissà cosa troverò...".
Adesso, più o meno, tutti riteniamo di essere rimasti abbagliati, al momento di scegliere la Facoltà, dall'idea che, finiti gli studi, avremmo raggiunto un posto di comando con uno stipendio di riguardo. Un retaggio che sino ad allora aveva funzionato e che ancora risento in certi commenti sempre più sfumati: "Non avrei mai pensato di guadagnare a quest'età quello che adesso sto guadagnando con un affitto così alto da pagare". L'iscritto a Lettere sin dall'inizio s'era preparato meglio di noi su questo argomento.
Ripensare adesso all'università è un po' come ripensare al servizio militare: "Beh, io l'ho fatta, ci sono già passato". Una Facoltà vecchio stampo, ancora abbarbicata nella seconda metà degli anni Ottanta a severe tradizioni: "Ingegneria deve essere difficile" ripeteva un nostro professore e sembrava molto gratificante per lui promuoverci in due o tre soltanto. Difficile infatti lo è stata, ma solo perché voleva esserlo. Una miriade d'ostacoli creati intorno all'esame: doveva essere sostenuto entro un tot di tempo e non più di due volte... Una selezione quasi d'immagine, ma gli iscritti non erano duemila come ad Architettura!
Io poi sono arrivato alla laurea nel periodo d'oro della New Economy, quando si credeva che Internet fosse Re Mida e che leggendari ragazzini facessero soldi a palate rivendendo i loro siti. Forse mi sono fidato troppo di qualcosa d'irreale, ma ho continuato a farlo sino a quando, circa un anno e mezzo fa, iniziarono ad arrivare dall'America le prime notizie sui falsi in bilancio. Quello che sembrava oro era solo argento: un colpo morale al quale le aziende, strapiene di dipendenti, hanno reagito subito licenziando per cercare di ridimensionarsi il più in fretta possibile. In quello che adesso ti sto dicendo c'è senz'altro il riflesso di questa nuova realtà.
Ti faccio un altro po' di the? Guarda che per me è a costo zero. Quante nottate sui libri... Ma, se tu sei diventato un ingegnere, e rimani un ingegnere che si presta a fare l'informatico, non stai dando un grande valore al tempo speso all'università.
L'informatica è essenzialmente scambio d'informazioni che nascono e muoiono in continuazione. Come può trovare il tempo d'entrare nei libri? E a cosa mi servono adesso tutta quella chimica, quella dinamica e aerodinamica che ho studiato? Se interessa il titolo, perché poi sarai dottore, questo è un altro paio di maniche. Ma, se è l'informatica che cerchi, io sono ormai convinto che si tratti essenzialmente di una passione casalinga. Non appartiene affatto ad un'élite, depositaria di chissà che... Basti questo: dà il pane a milioni di persone in tutto il mondo. Va bene la gavetta, ma adesso, dopo tre anni di laboratorio, sto ancora usando un linguaggio di programmazione che avrei potuto imparare in un anno e che potrebbe benissimo essere affidato ad un perito informatico o, ancor meglio, ad uno smanettone.

Lo "smanettone" è quello molto abile ad usare le mani sui comandi della tastiera. Non ha un titolo di studio (mi aspetto, anzi, che non l'abbia), ma non posso dire che non sia intelligente. Spesso devo inchinarmi di fronte alle informazioni che lui passa. Lo smanettone che conosco io, perché l'Azienda a volte gli chiede consulenze, è sui vent'anni, vestito sempre allo stesso modo (a lui non interessa piacere); solo al pensiero di un baco informatico gli s'illumina lo sguardo: non mi viene mai in mente d'invitarlo a cena.
Ciò che predomina è la sua passione. È il programmatore nato che, trascinato dalla curiosità, ha iniziato molto presto a trascorrere le notti chattando e ormai sa sempre come muoversi per accedere a quel passaparola d'informazioni che non si trovano nei libri. Credo non sia giusto definirlo un solitario: il tamtam notturno si propaga grazie ad un forte senso di solidarietà virtuale, fatto anche, credo, di una nuova forma di disagio. Impossibile capire se si tratta ancora di una scelta.
Forse, però, l'estrema dedizione costringe, in ogni campo del sapere, a vivere soltanto per coloro che condividono la tua passione. Ma la normalità della gente, nella quale mi ci metto anch'io, dopo un po' non riesce più di tanto a trovare grossi stimoli nel lavorare dieci ore al giorno solo per raggiungere quel fatidico print hello che dirà alla macchina che sì ci siamo, les jeux sont faits, la connessione tra A e B è stata stabilita.
Uscito dall'Azienda, è fatica anche riuscire a staccare e per questo a casa non ho voluto mettere un computer. Un po' d'esercizio fisico, un po' d'inglese... poi magari si va in un pub dove, se non sei stato bravo a coltivarti altri input, può risultare difficile trovare argomenti adatti ad una conversazione con gli amici. Anche per questo è di moda tra giovani ingegneri frequentare dei corsi serali: Antonio sta andando a yoga, io accarezzo l'idea d'iscrivermi a quello di teatro.

Dopo i numerosi ostacoli che sin qui ho già superato, non ho comunque smesso ancora di credere che dentro di me non si siano davvero sedimentati quel background significativo, quella benedetta forma mentis, quella specie di determinazione o durezza interiore che mi permetterebbero di tenere in pugno le situazioni, pur non avendo tutti gli elementi in mano. Insomma, io spero ancora di riuscire prima o poi a raggiungere ruoli di maggior responsabilità. Ma devo ammettere che i tre psicologi, chiamati dall'Azienda ad individuare tra noi il nuovo leader, dopo aver esaminato il mio comportamento durante una simulazione di trattativa, hanno rilevato purtroppo che il mio è il profilo di una persona che ascolta molto attentamente e che poi dice la sua, ma solo quando l'altro ha finito di parlare. E non va bene. Un vero leader anticipa, incalza, punzecchia. Così mi è rimasta quest'unica certezza: mai metterebbero uno smanettone a dirigere un settore dell'Azienda.


LibroMania
La Biblioteca On-Line

Ancora biblioteche telematiche. Stavolta
LibroMania, con il latino maccheronico di Teofilo Folengo e l'italiano scapigliato di Carlo Dossi.


Teofilo Folengo
Dal libro primo del Baldus

Phantasia mihi plus quam phantastica venit
historiam Baldi grassis cantare Camoenis.
Altisonam cuius phamam, nomenque gaiardum
terra tremat, baratrumque metu sibi cagat adossum.
Sed prius altorium vestrum chiamare bisognat,
bosch: il carro di fieno
  
o macaroneam Musae quae funditis artem.
An poterit passare maris mea gundola scoios,
quam recomandatam non vester aiuttus habebit?
Non mihi Melpomene, mihi non menchiona Thalia,
non Phoebus grattans chitarrinum carmina dictent;
panzae namque meae quando ventralia penso,
non facit ad nostram Parnassi chiacchiara pivam.
Pancificae tantum Musae, doctaeque sorellae,
Gosa, Comina, Striax, Mafelinaque, Togna, Pedrala,
imboccare suum veniant macarone poëtam,
dentque polentarum vel quinque vel octo cadinos.
Hae sunt divae illae grassae, nymphaeque colantes,
albergum quarum, regio, propiusque terenus
clauditur in quodam mundi cantone remosso,
quem spagnolorum nondum garavella catavit.
Grandis ibi ad scarpas lunae montagna levatur,
quam smisurato si quis paragonat Olympo
collinam potius quam montem dicat Olympum.
Non ibi caucaseae cornae, non schena Marocchi,
non solpharinos spudans mons Aetna brusores,
Bergama non petras cavat hinc montagna rodondas,
quas pirlare vides blavam masinante molino:
at nos de tenero, de duro, deque mezano
formaio factas illinc passavimus Alpes.
Credite, quod giuro, neque solam dire bosiam
possem, per quantos abscondit terra tesoros:
illic ad bassum currunt cava flumina brodae,
quae lagum suppae generant, pelagumque guacetti.

Mi è venuta la fantasia - una matta fantasia - di cantare la storia di Baldo con le mie grasse Camene. La sua fama altisonante, il suo nome gagliardo fa venire ancora la tremarella alla terra, e la voragine infernale, nella sua nera paura, si caga addosso.Ma prima l'aiuto vostro bisogna chiamare, o Muse che spandete la bell'arte macaronica. Potrebbe la mia gondola strigarsi dagli scogli di questo mare, se il vostro favore non la raccomandasse? E non mi stiano a soffiare negli orecchi i loro carmi né Melpomene né quella minchiona di Talia né Febo che se ne sta grattando tutto il giorno la sua chitarrina: perché quando penso al budellame della mia pancia, non fa per me, per la mia piva, la chiacchiera del Parnaso. Ma solo le Muse mangione, le dotte sorelle, Gosa, Comina, Striazza, Mafelina, Togna, Pedrala, vengano qui a imboccare il loro caro poeta di gnocchi, e mi diano cinque o anche otto tegame di polenta fumante. Queste sono le mie dee e le mie ninfe, bell'e grasse che colano; e il loro albergo, la regione e terra loro è lontana lontana, in un cantone del mondo che la caravella degli Spagnoli non ancora è stata buona di trovare. C'è qui una grande montagna che si leva fino alle scarpe della luna e se uno la vuol paragonare allo smisurato Olimpo, non un monte ma una collina deve dire che è l'Olimpo. E qui non ci sono le corna del Caucaso, non la schiena del Marocco, non l'Etna che sputacchia ogni tanto i suoi colanti bruciori di zolfo: qui non viene Bergamo a cavare, come fa nelle sue montagne, le rotonde macine che poi vedi pirlare nei mulini e tritare le granaglie: ma Alpi di formaggio sono quelle che noi abbiamo passato per di là - formaggio ora tenero, ora ben stagionato, ora di mezza via. Credetemi, non sono tanto storie, ve lo giuro: e poi una bugia, anche una sola, non la direi per tutto l'oro del mondo. Al basso corrono giù cavi fiumi di buon brodo che poi vanno a finire in un lago di zuppa, in un pelago di stracottini.
Traduzione di G.Tonna, dall'edizione Feltrinelli del 1958

bruegel: il paese della cuccagna
  

Carlo Dossi
Introduzione da “L'altrieri”

I mièi dolci ricordi! Allorchè mi trovo rincantucciato sotto la cappa del vasto camino, nella oscurità della stanza - rotta solo da un pàllido e freddo raggio di luna che disegna sull'ammattonato i circolari piombi della destra - mentre la gatta pìsola accovacciata sulla predella del focolare, ed anche il fuoco, dai roventi carboni, dal leggier crepolìo, sonnecchia; oppure quando, seduto sulla scalèa che dà sul giardino, stellàndosi i cieli, sèntomi in faccia alla loro sublime silenziosa immensità, l'ànima mia, stanca di febbrilmente tuffarsi in segni di un lontano avvenire e stanca di battagliare con mille dubbi, colle paure, cogli scoraggiamenti, strìngesi ad un intenso melancònico desiderio per ciò che fu.
Io li evòco allora i mièi amati ricordi, io li voglio; li voglio, uno per uno, contare come la nonna fa co' suòi nipotini. Ma essi, sulle prime, mi si tìrano indietro: quatti quatti èrano là sotto un bernòccolo della mia testa; io li annojo, li stùzzico; quindi han ragione se fanno capricci. Pure, a poco a poco, il groppo si disfa; uno, il men timoroso, caccia fuori il musetto; un secondo lo imita: essi comìnciano ad uscire a sbalzi, a intervalli, come la gorgogliante aqua dal borbottino.
Ed èccomi - a un tratto - bimbo, sovra una sedia alta, a bracciuoli, con al collo un gran tovagliolo. La sala è calda, inondata dal giallo chiarore di una lucerna a olio e, intorno intorno alla tàvola dalla candidìssima mappa, dai lucenti cristalli, quà e là arrubinati, dalla scintillante argenterìa, vi ha molti visi - di chi, non sovvengo - visi rossi ed allegri, da gente rimpinzita. E lì, due mani in bianchi guanti, pòsano nel mezzo, su un piatto turchino, quel dolce che è la vera imàgine dell'inverno, che così bene rappresenta la neve e le foglie secche. Io batto le palme, e... Io mi trovo un cialdone, gonfio di lattemiele, appiccicato al naso...
E tutto rovina. Segue una tenebrìa: a mè par d'èssere solo, solìssimo, in una profonda caverna in cui l'aqua stilla, gelata, lungo le pareti; in cui la terra risuona. E mi fu detto ch'io ebbi molto bìbì... Sia! doppiamente presto che sopra un teatro, la scena si muta. Rimpolpato, rimpennato, stavolta le rondinelle mi scòrgono in un giardino a capo di una viuzza orlata dall'una e dall'altra banda con cespi di sempreverdi. Il cielo è d'un azzurro smagliante; l'àura, fresca, odorosa. Una bambina con i capelli sciolti spunta all'estremo della viuzza e corre spingendo davanti a sè un cerchio. Com'ella mi giunge, si arresta, si sbassa: stringèndomi colle sue manine le guancie, m'appicca uno di quelli schietti baci che làsciano il succio. E il cerchio intanto, abbandonato, traballa, disvìa... giravoltando, cade.
Ma, col sangue che questo baciozzo attira, vien, pelle pelle, ogni ricordo dei tempi andati. È la paletta che sbracia il caldano. Spiccatamente io comincio a vedere, io comincio a sentire.
E tò, in un salone (che stanzettina mi sembra adesso! ) entro una màchina di una sèggiola, mia nonna, ammagliando una bianca calzetta eterna, col suo ricco e nero amoerre dal fruscìo metàllico e con intorno allo scarno adunco profilo, un cuffìone a nastri crèmisi e a pizzi: vicino a lei, sul lùcido intavolato, rùzzola, da mè lanciata, una trottola.
Strìduli suoni d'un ansante organetto sàlgono dalla strada. Io, sùbito, dimenticando il favorito pècoro di cartone e gli abitanti di una gigantesca arca di Noè, delle cui verniciate superfici sèntomi ancora ingommate le mani, balzo al poggiuolo, arràmpico sul balaustrata e giù vedo un microcosmo di cavalieri e di dame che salterèllano convulsi sullo sfiatato istrumento.
- Oh i belli! i belli! - grido applaudendo... e lascio cadere verso quel cenciosello, che con un berretto, da guardia civica, del padre, cerca d'impietosire impannate e vetriere, il mio più lampante soldo. In questa, uno zoccolare dietro di mè. È Nencia, la bambinaja: sobbràcciami d'improvviso, mi porta via - mi porta, in làgrime e sgambettando, in una càmera dove stà un tepido bagno. E lì, essa e mamma, mi svèstono, mi attùffano, m'insapònano da capo a piedi. Imaginate la bizza! Ma il martirio finisce: tocco il paradiso. Sciutto, incipriato, rinfoderato in freschi lini dal sentor di lavanda, mamma mi piglia sulle ginocchia... Giuochiamo a chi fà il bacio più pìccolo. Un barbaglio di quelle graziose paroline, dolce segreto fra ogni madre e il suo mimmo, le nostre labbra, nel baciucchiarsi, pispìgliano. E babbo sopraviene; ei vuole averne la parte sua, naturalmente! - Cattivo babbino - dico io schermèndomi - tu punci, tu... -
Oh, i mièi amati ricordi, èccovi. Mentre di fuori, ai lunghi sospiri del vento, frèmono, piègansi le pelate cime degli àlberi e batte i vetri la pioggia - qui vampeggia il più allegro fuoco del mondo, scoppietta, trèmolo illuminando lieti visi dai colori freschìssimi; quì, un mucchio di crepitanti marroni, or or spadellati, forma il centro del cìrcolo... Amici mièi, novelliamo.

tranquillo cremona: in ascolto
  


   4 maggio 2003