
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 17 aprile 2003
L'Europa unita: subito l'Onu in Iraq.
A Berlusconi non piace ma alla fine dice sì
sommari de l'Unità
Una dichiarazione dell'Europa che vuole l'Onu in un ruolo da protagonista nell'immediato dopoguerra in Iraq. Il documento Ue sancisce la riunificazione del Vecchio Continente. È stato infatti presentato dalla presidenza greca, concordato Spagna, Gran Bretagna, Francia e Germania. E approvato a conclusione del vertice di Atene, il primo dopo la fine della guerra. La dichiarazione non è affatto piaciuta al nostro Berlusconi: «Una procedura che non mi piace». Poi Berlusconi si è reso conto del suo isolamento e dopo aver incontraro Chirac e poi Annan, alla fine si è riallineato alla maggioranza dei paesi europei, inclusa la "belligerante" Gran Bretagna.
L'Europa si è fermata a Baghdad
I capi di stato e di governo della Ue provano a nascondere le divisioni sulla guerra e si dicono pronti a lavorare con l'Onu e a collaborare con gli Usa nella ricostruzione dell'Iraq. Ma a Parigi si parla di possibili «sanzioni» americane contro la Francia. L'allargamento ai 10 paesi dell'est europeo diventa realtà.
Anna Maria Merlo su il Manifesto
Una dichiarazione sull'Iraq non prevista in serata, dove tutti sono d'accordo per sottolineare il «ruolo essenziale delle Nazioni unite per la ricostruzione dell'Iraq» e la decisione, su proposta della Commissione, di stabilire un «ponte aereo» per evacuare il più rapidamente possibile verso i paesi dell'Unione europea feriti e bambini in accordo con l'occupante. In precedenza, una «Dichiarazione di Atene» che assicura il sostegno all'Onu: «L'Unione europea apporta il proprio appoggio alle Nazioni unite e agli sforzi per assicurare una legittimità internazionale e una responsabilità mondiale». L'Unione europea cerca di ritrovare, almeno nel giorno della firma solenne del trattato di adesione dei dieci nuovi membri dove si è sprecato l'aggettivo «storico», una parvenza di unità dopo le pesanti divisioni sulla guerra. Ieri ad Atene, ai piedi dell'Acropoli, sotto un ulivo centenario, con grande simbolismo i Quindici hanno firmato assieme ai Dieci (Ungheria, Repubblica ceca, Slovenia, Slovacchia, Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, Cipro e Malta) il trattato di adesione dei nuovi membri che porteranno all'Unione 75 milioni di abitanti in più dall'1 maggio del 2004, dopo i referendum di ratifica (per il momento tre paesi hanno già votato, Slovenia e Ungheria con entusiasmo con più dell'80% di sì, Malta con moderazione, solo il 54%). Una cerimonia di due ore, alla presenza dei tre che restano candidati (Romania, Bulgaria e Turchia) e sotto l'occhio benevolo del segretario generale dell'Onu Kofi Annan, con tre minuti per ciascun stato membro, vecchio e nuovo, per sottolineare la «storicità» del momento.
Un minimo di unità è stato trovato con il riferimento al ruolo dell'Onu e, nei corridoi, nella forte perplessità sull'ipotesi di un possibile attacco alla Siria (persino la Spagna ha deciso di inviare a Damasco la ministra degli esteri, Ana de Palacio, e Josè Maria Aznar ha assicurato Bashir Assad del suo appoggio). Ma la soluzione è di compromesso: Germania prima e poi anche Francia hanno messo un po' la sordina all'opposizione dura dei giorni della guerra. Parigi è sotto tiro: oggi a Washington, secondo la radio pubblica France Inter, dovrebbero riunirsi a Washington George W. Bush e i suoi consiglieri per decidere delle «sanzioni» contro la Francia: riduzione della cooperazione militare, rifiuto di partecipare al salone aeronautico del Bourget di giugno, riduzione del potere francese nella Nato. Bush avrebbe deciso di punire la Francia (ma di ignorare Berlino e di perdonare la Russia) per l'opposizione alla guerra. Parigi ha accettato così di parlare di «nuova fase» dove, ha spiegato Jacques Chirac, «bisognerà trovare una nuova articolazione tra il ruolo dell'Onu, che deve essere essenziale, e le forze statunitensi e britanniche, che sono sul terreno». L' «articolazione» pero' è tutta da vedere. La portavoce di Chirac ha citato i terreni su cui dovrà essere realizzata e che sono forieri di forti controversie: amministrazione dell'Iraq (Usa o Onu?), gestione delle risorse petrolifere, rappresentanza degli iracheni (a quando un governo democratico locale?), ricostruzione fisica dell'Iraq, aiuti umanitari. La fretta italiana di mandare i carabinieri senza aspettare una decisione concordata con i partner dell'Unione è stata passata sotto silenzio, anche perché gli Usa hanno proposto ad altri, tra cui Polonia e Danimarca, una partecipazione analoga. Ma il nuovo «pragmatismo» (la parola è stata usata da Chirac nella telefonata con Bush di martedì, la prima dal 7 febbraio scorso) permette di affrontare «caso per caso» i problemi della ricostruzione. Oggi a Parigi, all'Unesco, si parlerà di recupero archeologico e dei musei saccheggiati.
Dispetti
Jena su il Manifesto
D'Alema, furbo come una volpe, ha convinto i deputati del suo partito ad astenersi sui carabinieri in Iraq per fare un dispetto a Berlusconi che così non avrebbe potuto accusarli di disfattismo. I deputati del correntone, furbi come due volpi, si sono astenuti sull'astensione del loro partito per fare un dispetto a D'Alema che così non avrebbe potuto accusarli di scissionismo. L'elettore di sinistra non sarà furbo come una volpe ma è dispettoso come una scimmia, soprattutto quando si astiene.
Il Correntone Ds a Fassino: «Uno strappo quel voto sull'Iraq»
sommari de l'Unità
«Consideriamo uno strappo quello avvenuto martedì in Parlamento, con il voto di astensione dei Ds sull'invio di un contingente militare al di fuori dell'egida dell'Onu e della Ue». In una lettera aperta i deputati e senatori del correntone componenti del comitato direttivo o membri delle presidenze di gruppi parlamentari accusano Piero Fassino di incoerenza nella votazione sull'Iraq e chiedono, se la linea dei Ds è cambiata, di affrontare la questione «di fronte agli organismi dirigenti» del partito.
Le parole di questa guerra
Una temibile potenza di inganno e di ipocrisia
Lietta Tornabuoni su La Stampa
POSSONO mettere paura le parole? Come no: la loro forza d'inganno e d'ipocrisia è molto temibile. A esempio, il modo in cui i termini della Seconda guerra mondiale, così veri, così cari nel ricordo, sono stati adottati per la guerra d'Iraq: definendo «liberazione» una guerra unilaterale, senza alcuna legalità internazionale, senza motivi confessabili; definendo «liberato» un Paese ridotto in polvere al quale si sottrae militarmente l'unica fonte di ricchezza, il petrolio; definendo «alleati» forze armate e comandi americani con una modesta coda inglese.
Altro esempio di parole che mettono paura, il modo in cui in Parlamento sono stati usati i termini dell'altruismo ai quali gli italiani sono tanto sensibili: definendo «soccorrere», «portare aiuto», «garantire sicurezza», «assicurare il recapito degli aiuti umanitari», una spedizione di tremila militari armati, soli, non richiesti da nessuno, al di fuori dell'Onu, al di fuori della Unione europea. Un'operazione che secondo molti serve soprattutto a Berlusconi e al governo per mostrarsi zelanti con gli americani, per fingersi vincitori d'una guerra non combattuta, per acquisire diritti sul bottino petrolifero, per «tornare interlocutori di Blair». Un'operazione che coinvolge direttamente l'Italia in una guerra sporchissima, che espone senza necessità migliaia di militari italiani ai gravi rischi già messi in evidenza dalla cronaca bellica: e questo (altro che pericolo delle parole) viene definito senza vergogna «fare politica».
Il dollaro «conquista» l'Iraq
La Banca centrale americana le trasporta a Bagdad per pagare gli stipendi statali e combattere l'inflazione
sul Corriere della Sera
WASHINGTON - Ponte aereo tra la Federal Reserve Bank di New York e l'Iraq. Da ieri, la Banca centrale americana trasporta banconote da 1 a 5 dollari a Bagdad. Servono per pagare fino a 2 milioni e mezzo di statali iracheni, civili e militari e, si spera, a combattere l'inflazione, che è arrivata al 70 per cento. A partire dal fine settimana, in Iraq ogni dipendente pubblico prenderà 20 dollari al mese in piccoli tagli, poco più della media dei salari e degli stipendi dell'epoca Saddam. La Casa Bianca definisce la misura «di emergenza» e spiega che il dinaro ha subito troppi contraccolpi, e bisogna stabilizzare il sistema monetario.
Ma il mondo arabo, colto di sorpresa, protesta: vede nella incipiente dollarizzazione la conferma che l'Iraq diverrà un protettorato Usa.
Sommata alla scarsità di beni, la scarsità di moneta circolante potrebbe fare esplodere l'inflazione e scatenare la furia popolare. Di qui l'intervento della Federal Reserve Bank, che attinge al fondo di un 1 miliardo 700 milioni di dollari di beni iracheni congelati negli Usa.
il riferimento all'Afghanistan, tuttavia, ha rafforzato i dubbi sulla diplomazia del dollaro americana. All'Afghanistan, la Casa Bianca consigliò l'adozione del dollaro per le transazioni governative e con l'estero, e quella della locale moneta per il resto. In Iraq inoltre, occorrerebbero da sei mesi a un anno per la ricostituzione di un sistema bancario. E' un tempo più che sufficiente per la sua dollarizzazione di fatto. I Paesi arabi più ostili agli Stati Uniti sospettano che sia una mossa per prevenire il boicottaggio del dollaro a vantaggio dell'euro nel Golfo Persico e in Medio Oriente, una guerra santa monetaria come proposto da alcuni leader religiosi islamici che vorrebbero mettere in ginocchio Wall Street.
Non è escluso che ai 20 dollari mensili agli statali facciano presto seguito 50 dollari mensili ai dirigenti e i tecnici dell'industria petrolifera, l'equivalente di quello che pagava il raìs. Rilanciare il petrolio iracheno è il primo obbiettivo della Casa bianca.
Dopo l'apertura di Sharon nessuno crede che gli Usa vogliano attaccare la Siria
Igor Man su La Stampa
PRIMA il silenzio, adesso lo sgomento (intrecciato d'ira): gli arabi non amavano Saddam Hussein ma lo rispettavano. In primo luogo perché ricco raíss d'un paese beneficato da una incalcolabile riserva di greggio; in secondo luogo perché era riuscito a sfangarla nonostante due disastrose sconfitte (la guerra degli otto anni con l'Iran - la Desert Storm). Nessuno, nel mondo arabo, s'aspettava la vittoria di Saddam ma un po' tutti scommettevano che avrebbe combattuto «sino all'ultimo bambino», come aveva pubblicamente giurato. In Occidente, i pacifisti stradali e i pacificatori erano apertamente contrari alla «guerra preventiva», postulata da Bush, non soltanto in odio alla guerra in se stessa ma per cristiana avversione alla cosiddetta «dottrina Bush» incentrata sulla progressiva eliminazione dei «regimi canaglia», uno appresso all'altro. E poiché i «regimi canaglia» pochi non sono, il timore era che ci si infognasse in una guerra prolungata, in una sorta di ergastolo bellico senza fine mai.
Come vediamo, anche il fortissimo esercito di Saddam ha avuto il suo 8 di Settembre
Soltanto la divisione Medina combatté, nei primissimi giorni di guerra, con onore e con valore ancorché dissennatamente dal punto di vista tecnico. Gli americani, i marines non si nascondevano che i futuri combattimenti col resto della truppa sceltissima di Saddam si profilassero aspri, non privi di incognite. (Lo Stato maggiore Usa aveva addirittura commissionato ben 5000 bare, poi stipate a Sigonella). Invece niente, la Guardia s'è data seguendo l'esempio del Tiranno e della sua malefica cupola.
Gli arabi, invece, specie gli intellettuali (dalla Giordania alla Siria, fino al Sudan e ancora più giù, senza escludere il «moderato» Egitto) sono letteralmente traumatizzati. E si vergognano.
Persino i vecchi signori cinici di Zamalek, il quartiere-bene del Cairo che ospita preziosi «osservatori del Medio Oriente», sinanco loro che han sempre snobbato Saddam si dicono «indignati, offesi, feriti nella propria dignità islamica» (testuale).
Va qui detto come nessuno di codesti «esperti» (che esperti son davvero), creda (o tema) in un secondo round bellico. Vale a dire a una guerra angloamericana contro la Siria. Ancorché altissimi personaggi americani abbiano accusato Damasco di aver agevolato la fuga dei gerarchi iracheni, di aver - più grave - custodito le armi proibite di Saddam (dimenticando, gli accusatori, l'odio profondo che divide i baasisti legati a Saddam e quelli che in fatto comandano la Siria) pochi o nessuno al Cairo, nella stessa Damasco, in Amman o a Khartum sembrano temere una guerra nuova a ridosso di quella che starebbe concludendosi in Iraq. E questo perché, sia pur stentatamente, nel cielo buio della Regione levantina sta riapparendo la Stella della Speranza. Il discorso di Shimon Peres sulla «necessità» di una pace con i palestinesi e la clamorosa intervista di Sharon ad Haaretz in cui il premier si dice «pronto a dolorosi sacrifici»: lo sbaraccamento degli insediamenti, ripropongono il «dopo» in chiave non più tanto pessimistica. Recita il Corano: «Dio vi fa conoscere i suoi segni affinché troviate la giusta via» (III, 103).
Il contagio
Marco D'Eramo su il Manifesto
Tosse secca, affanno, febbre sopra i 38°, così si manifesta la «polmonite atipica», ovvero Sars (Severe acute repiratory syndrome), la prima epidemia del XXI secolo. Propagata nel mondo da una micidiale combinazione di tirannide e globalizzazione, la Sars è il prototipo del «nuovo ordine biologico mondiale». La tirannide ha colpito per mezzo della sua arma più antica: la pratica della segretezza. Già a novembre infatti l'epidemia si era manifesta nel sud della Cina, nella regione di Guangdong, capoluogo Canton. Fin da gennaio, le autorità di Pechino ricevevano rapporti allarmati dalle autorità locali, ma fu solo a marzo, con quattro mesi di ritardo, che il mondo seppe dell'epidemia. Per non danneggiare l'economia, la Cina disse che tutto era «sotto controllo», e invece a quel punto la malattia si era già diffusa, dilagava a Hong Kong, infettava Pechino, a 2.000 km di distanza e si spandeva persino nella regione settentrionale dello Shanxi, rurale e isolata.
Da allora la Sars ha viaggiato sui Jumbo jet delle rotte intercontinentali, di solito in business class, insieme ai manager delle corporations globali. Il virus faceva colazione a Hong Kong e, insieme al suo indaffaratissimo ospite umano, cenava a Parigi o a Vancouver, per poi migrare in un altro ospite.
Col loro silenzio, i signori della Cina hanno ottenuto quel che volevano evitare: un pesantissimo contraccolpo economico. Solo lunedì, di fronte a 15 nuovi casi nella sola città di Pechino, il premier Wen Jiabao ha ammesso che «la situazione è grave»: in Cina 64 persone sono morte e 1.430 sono state contagiate. Ma il peggio avviene a Hong Kong, di fronte a Canton, che ha registrato fino a oggi 56 morti e 1.232 casi di contagio. Qui, nell'ex colonia britannica, il virus si sta incattivendo: dei 56 decessi, 16 sono avvenuti nei soli ultimi due giorni. Una volta frenetica, questa metropoli sembra ora una città fantasma.
A tutt'oggi la Sars ha infettato 3.235 persone in oltre 20 paesi e ne ha uccise 154. Ma è probabile che i dati noti siano inferiori alla realtà: solo ieri il governo cinese ha permesso all'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) d'ispezionare uno degli ospedali militari di Pechino.
Se si pensa che negli anni `50 sulle rotte aeree intercontinentali volavano ogni anno 500.000 viaggiatori, mentre ora sono un miliardo e mezzo, allora la Sars è un'epidemia «aerea», come nel 1918-19 la Spagnola fu un'epidemia «navale». Per fortuna è molto meno virulenta di quell'influenza che fece 20 milioni di morti: la Sars è letale solo nel 5,1% dei casi (vuol dire però che uccide 51 persone ogni mille infette).
Ma ha già ha messo al tappeto l'economia di Hong Kong e sta sferrando una mazzata micidiale all'economia cinese, l'unica che tirava in questo plumbeo orizzonte bellico. Le prenotazioni aeree della Cathay Pacific sono crollate dell'80%. Quasi 200 voli al giorno sono cancellati a Hong Kong. Alberghi e ristoranti sono deserti. La fiera di Canton è un flop di fantasmi. Per la Sars, a Singapore il governo taglia i salari. Vengono annullati fino a settembre i viaggi di lavoro a Pechino. Gli svizzeri cancellano missioni d'affari persino a Tokyo. Già ora il costo della Sars supera quello della guerra in Iraq e Stanley & Morgan prevede un calo dell'1% del Prodotto lordo di Hong Kong e dello 0,6% di quello cinese.
Condono, dietrofront di Tremonti: "Sbagliate le cartelle, mi scuso"
"La sanatoria non è un obbligo, ma semplicemente una facoltà". Il ministro in diretta televisiva accusa concessionari e banche per gli avvisi pazzi e ai contribuenti dice: "Stracciateli pure"
Roberto Petrini su la Repubblica
ROMA "Mi dispiace, mi scuso io per tutto questo, per il disagio causato ai cittadini". Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti si cosparge il capo di cenere di fronte alle telecamere del Tg1 e invita gli italiani a perdonarlo per "avvisi pazzi" e "cartelle pazze" che negli ultimi giorni stanno arrivando a valanga nelle case dei contribuenti.
Il fenomeno denunciato da Repubblica l'8 aprile scorso, con la pubblicazione della fotocopia di una delle cartelle incriminate che sollecitava il pagamento di appena 14 euro, è stato oggetto delle proteste dell'Adusbef e della Cgil. Gli avvisi, o solleciti di pagamento, sono stati circa 5 milioni e molti di questi, nonostante le indicazioni dell'Agenzia delle entrate, non contenevano una "memoria" che consentisse al contribuente di ricostruire la vicenda fiscale cui si riferiva la richiesta di pagamento. Così più che le cartelle erano i contribuenti a diventare pazzi. A questo vanno aggiunti gli avvisi inviati ai defunti e quelli spediti per chiedere somme che vanno dai 10 ai 20 euro.
Tremonti ha comunque messo alla sbarra concessionari, esattori e banche. Le cartelle pazze che in questi giorni alcuni contribuenti si vedono recapitare, ha sostenuto il ministro dell'Economia, sono "il geniale prodotto delle esattorie e dei concessionari". Quello dei concessionari, ha osservato, è "un sistema privato che noi abbiamo trovato e che deve essere riformato".
I contribuenti, ha precisato il ministro, "non devono preoccuparsi: quei pezzi di carta magari sono semplicemente un invito a fare un condono, ma sono sbagliati. In ogni caso ha concluso il condono non è un obbligo ma una facoltà. Uno li può leggere ma anche stracciare, non è questo che deve essere una ragione di angoscia".
La vicenda è stata oggetto di un severo commento da parte del responsabile dell'economia della Cgil, Beniamino Lapadula. "Una bella parte degli incassi del condono deriverà dal raschiare il fondo del barile degli archivi delle esattorie", ha detto. "Siamo di fronte ha aggiunto all'impossibilità per il contribuente di verificare la fondatezza della pretesa del fisco". "Il governo ha concluso tenta di scippare milioni di cittadini per bene".
«L'Unità »: non siamo saddamiti. Sì ad «Aprile» come inserto
Dario Di Vico sul Corriere della Sera
ROMA - Alla fine Furio Colombo e Antonio Padellaro l'hanno vinta. Sabato 26 aprile il quotidiano che dirigono, l'Unità , farà da marsupio al lancio del mensile Aprile che uscirà in veste rinnovata. La scelta non è stata facile perché fieramente avversata dal segretario dei Ds, Piero Fassino, contrario a che il quotidiano finanziato dal suo partito promuovesse la diffusione dell'organo ufficiale del Correntone. L'unica concessione che Colombo e Padellaro hanno fatto ha riguardato la data dell'operazione-marsupio: in un primo tempo Aprile aveva chiesto di uscire in edicola il 25, ma si è preferito evitare di far coincidere il giorno della Liberazione con uno «strappo» verso il Botteghino.
Ieri i redattori dell' Unità hanno avuto modo di discuterne in un'assemblea-fiume che doveva fare il punto sullo stato del giornale a due anni dall'inizio della gestione Colombo. Sul caso Aprile il direttore ha sostenuto, riferendosi al recente confronto tra Fassino e Sergio Cofferati, di essersi mosso «con lo spirito dell'abbraccio del Mugello». Colombo ha anche rivendicato l'autonomia del giornale nella copertura del conflitto iracheno e ha garantito che le vendite sono attorno a quota 70 mila.
A questo proposito, un esponente del comitato di redazione, Umberto De Giovannangeli, ha attirato l'attenzione dei colleghi «sul fuoco di fila a cui il giornale è stato sottoposto, ci hanno accusato di fare un giornale saddamita sostenendo che per questo abbiamo perso 10 mila copie». Si tratta di capire «non solo chi ha pubblicato questi attacchi nei nostri confronti, ma chi li ha ispirati». Non sono mancate le voci discordi. Come quella di chi ha messo in guardia dal rischio che l'Unità diventi l'organo della minoranza Ds: «Il giornale si vende di più se ha l'aria di non essere fazioso». L'assemblea è stata conclusa dal condirettore Padellaro che ha voluto smentire l'immagine di un giornale sotto assedio. «Non ci sentiamo pressati e condizionati - ha detto -. Le telefonate che arrivano dalla politica sono la regola in questo mestiere». Padellaro ha anche sostenuto che «dobbiamo caratterizzarci non solo come giornale della sinistra, ma come giornale dell'opposizione, anche dell'opposizione delle idee». In concreto significa che l'Unità dovrà avere nei confronti della sinistra la stessa asprezza e lo stesso rigore che usa verso il governo.
17 aprile 2003