
sulla stampa
a cura di P.C. - 22 aprile 2003
La Democrazia totalitaria
Massimo Fini su l'Unità
Caro Direttore,
le motivazioni date per la guerra all'Iraq sono state cambiate più volte in corsa.
Prima era che Saddam non avrebbe mai accettato le ispezioni, ma quelle le ha accettate, poi che non avrebbe mai permesso a Blix e ai suoi di entrare nei "tenebrosi palazzi imperiali" e il raìs di Baghdad si è lasciato frugare persino nel frigorifero, quindi gli americani hanno sostenuto che, ispezioni o no, Saddam quelle "armi di distruzione di massa" ce le aveva di sicuro e che quindi non ciurlasse nel manico perché lo sapevano benissimo che c'erano. Per forza, verrebbe da dire, glieli avevano forniti loro il nervino e l'antrace, in combutta con altri Paesi occidentali e con la Russia.
Glieli avevano forniti perché li usasse prima contro gli iraniani di Khomeini - che allora era "il Male" di turno perché, a differenza di Saddam, all'epoca "laico" e socialisteggiante, non stava nella logica e nello schema del biimperialismo sovieto-americano, osava non essere né capitalista né marxista, orrore - e poi contro i curdi in rivolta divenuti insidiosi per l'alleata Turchia. Infine, poiché quelle armi non sono state comunque trovate nonostante i marines avessero setacciato l'Iraq in lungo e in largo, la giustificazione ufficiale è diventata che era necessario, giusto e morale abbattere un dittatore sanguinario e criminale ed esportare gloriosamente la democrazia in Medio Oriente.
Ebbene, se questa fosse davvero la motivazione della guerra all'Iraq, se le nostre opinioni pubbliche credessero sul serio che è un dovere morale dell'Occidente (termine già in sé sinistro, che evoca l'Eurasia e l'Estasia del "1984" di Orwell) abbattere con le armi le dittature, le teocrazie, i regimi tradizionali e tribali e insomma tutto ciò che non è democrazia, la riterrei la più agghiacciante delle motivazioni, più che se dicessimo che abbiamo occupato, pardon "liberato", Baghdad per il petrolio e per il colossale business della cosiddetta ricostruzione che mistifica come aiuto ciò che è invece un'ulteriore rapina.
Ci metteremo allora a fare guerre "di liberazione" alla Siria, come già si minaccia, e poi all'Iran, all'Arabia Saudita, alla Giordania, all'Egitto, al Pakistan, alla Cina, a Cuba e in seguito alle democrazie imperfette, alla Russia, al Venezuela e, perché no, anche all'Italia dove il capo del governo controlla l'intero sistema televisivo nazionale, come Saddam Hussein, e molto di più dell'autocrate Milosevic che pur siamo andati ad abbattere con le armi, senza l'avallo dell'Onu e in spregio di ogni norma di diritto internazionale, a cominciare da quella, fino ad allora mai messa in discussione, che vieta l'ingerenza militare negli affari interni di uno Stato sovrano, sempre in nome, va da sé, della democrazia e dei "diritti umani" (anche "umano" e "umanitario" stanno diventando termini inquietanti, che mettono in allarme come li si sente nominare)?
Ma, a parte questo, è lo stesso voler portare la democrazia ovunque, con le cattive ma anche con le buone, che è rabbrividente. Perché è una concezione totalizzante e totalitaria della democrazia, che somiglia molto a una dittatura universale. Non rispetta le tradizioni, il vissuto, i percorsi di popoli che hanno una storia che non ha nulla a che fare con la nostra e che si sono dati assetti politici diversi dalla democrazia ma non, necessariamente, meno rappresentativi. Qualcuno vorrà forse sostenere che i Taleban, che avevano il consenso, sia pur non espresso con i metodi elettorali di tipo occidentale, ridicoli e addirittura grotteschi in una realtà tribale, di tutte le zone rurali dell'Afghanistan, e cioè dell'80% della popolazione, fossero meno rappresentativi del governo "democratico" del Quisling Karzai, consulente da anni dell'americana Unocal, che controlla a malapena, nonostante l'appoggio delle truppe di occupazione chiamate, anche qui, "forze di liberazione" o di "peace keeping", Kabul e qualche città? Ma i Taleban erano "brutti, sporchi e cattivi", non erano democratici, imponevano il burqa (per la verità da quelle parti usava da sempre), avevano una concezione della dignità femminile diversa da quella che se ne ha in Occidente, dove la donna viene esposta e venduta, nelle Tv, nelle pubblicità, al cinema, a pezzi e bocconi come i quarti di bue in macelleria, non mettevano al primo posto l'economia ma il Corano, e quindi andavano abbattuti e il loro Paese spianato da bombe da dieci tonnellate. Ecrases l'infame!
Ma a parte la democraticità e la rappresentatività o meno di questi o di quelli, ogni popolo dovrebbe conservare almeno l'elementare diritto di filarsi da sé la propria storia, senza palesi supervisioni che vengono da migliaia di chilometri e da secoli di distanza. E invece questa concezione totalitaria della democrazia non rispetta, in nome di astrazioni, l'altro da sé, il diverso da sé. Rispetta e concepisce solo se stessa. È questo che ho chiamato "il vizio oscuro dell'Occidente", che viene da lontano, da molto lontano. Soffia, potente, non più in Europa ma sull'intero pianeta, lo spirito della Rivoluzione Francese, l'"esprit de géométrie", lo spirito dell'astrazione, dell'omologazione, della violenza ideologica, del giacobinismo. Lo spirito della ghigliottina. Ma noi la chiamiamo, disonorandola, democrazia.
La democrazia non nasce in un giorno
Maurizio Molinari su La Stampa
Le bandiere verdi dell'Islam e nere degli sciiti accompagnano centinaia di migliaia di pellegrini in marcia sulle strade dell'Iraq verso le città sante di Karbala e Najaf per ricordare il martirio di Hussein. L'imponente dimostrazione di libertà religiosa è un frutto del rovesciamento del regime di Saddam da parte delle forze della coalizione e lascia intendere che gli sciiti non sono solo la maggioranza della popolazione ma anche il gruppo più determinato a rivendicare da subito un ruolo politico.
La democrazia a Baghdad non potrà fare a meno degli sciiti ma il nuovo Iraq non può nascere nello spazio di un mattino. I tedeschi non andarono a votare con il bunker di Hitler ancora fumante né i giapponesi, o gli italiani, lo fecero subito dopo la sconfitta del nazifascismo. Votare subito, sulle ceneri di una dittatura, significa rischiare quanto avvenuto in alcuni Paesi dell'Est dopo il crollo del Muro di Berlino: premiare chi dispone di più risorse e potere, senza offrire a tutti pari opportunità di affermazione.
Da qui l'importanza della ricostruzione, la cui prima fase è iniziata con l'arrivo a Baghdad dell'ex generale americano Jay Garner. Il suo compito è rimettere in moto i servizi essenziali in 90 giorni e passare la mano ad un governo ad interim iracheno per arrivare entro due anni a libere elezioni. I passaggi necessari per arrivare alla meta sono quelli a cui abbiamo già assistito in Bosnia, Kosovo e Serbia: regole per la libertà di stampa, garanzie di ordine pubblico e di una concorrenza politica il più aperta possibile. E' la fase, cruciale e pericolosa, della costruzione della società civile. L'America di George Bush sarà giudicata da come riuscirà ad aiutare questo processo.
Compito di Garner è di creare un solido dialogo con gli sciiti perché è da questo seme che può nascere la democrazia in Iraq. Compito degli sciiti è evitare una fuga in avanti che ostacolerebbe la ricostruzione. La scelta dipende dai loro leader religiosi, che sono ad un bivio. Possono sfruttare il vuoto di potere per tentare di porre le basi di uno Stato islamico simile a quello che gli Hezbollah si propongono in Libano. O possono intraprendere la strada nuova, e per il Medio Oriente rivoluzionaria, dell'edificazione di una sistema rappresentativo dove fra sciiti, sunniti e curdi non ci saranno preferenze. La posta in palio è più alta di ciò che appare. Nel primo caso ad avvantaggiarsene sarebbe Teheran, che vedrebbe allargarsi la propria influenza regionale, mentre nel secondo il nuovo Iraq minaccerebbe la stabilità dell'Iran khomeinista.
Quattro basi Usa in Iraq
Un piano del Pentagono
Maurizio Ricci su la Repubblica
NEW YORK - La Casa Bianca assicura che l´Iraq non diventerà un protettorato americano, ma, più o meno stretti che siano i futuri rapporti fra Bagdad e Washington, il Pentagono sembra aspettarsi dal governo del paese la concessione, a lunga scadenza, di almeno quattro basi militari, distribuite sul territorio nazionale: una testa di ponte che modificherebbe radicalmente la situazione strategica nell´intero Medio Oriente e, insieme, i rapporti politici degli Stati Uniti con i singoli paesi, a cominciare dall´Arabia Saudita.
La notizia, trapelata alla stampa, di un piano per basi permanenti in Iraq è stata seccamente smentita dal segretario alla Difesa. Donald Rumsfeld è apparso acutamente consapevole dell´impatto che il progetto potrebbe avere, in una situazione tuttora dominata da una vasta diffidenza verso l´intervento americano in Iraq. Rumsfeld ha, dunque, definito "completamente falso" che il vertice del Pentagono abbia affrontato il problema. Ma si è fermato prima di escludere che, in futuro, Washington possa orientarsi in questa direzione. Del resto, le fonti del Pentagono interpellate dal New York Times erano state attente a sottolineare che le basi sono condizionate a quello che deciderà, a tempo debito, il legittimo governo iracheno che uscirà dalle prime elezioni democratiche. Data la situazione attuale in Iraq, tuttavia, sembra difficile che un futuro governo neghi agli americani una presenza a lungo termine. Il Pentagono, inoltre, sarebbe pronto a renderla meno visibile possibile: non ci sarebbe l´annuncio ufficiale dello stazionamento permanente di truppe Usa sul territorio iracheno e queste sarebbero ridotte al minimo. L´obiettivo, ha spiegato al New York Times un funzionario del Dipartimento della Difesa "è avere non una presenza permanente, ma un accesso permanente", con la sola struttura logistica stabile strettamente necessaria.
Le basi o, meglio, i punti d´appoggio ipotizzati sono distribuiti ai quattro angoli dell´Iraq. Una all´aeroporto di Bagdad, una a Tallil, vicino a Nassiriya, una terza nel nord, alla pista d´atterraggio di Bashur, nel Kurdistan e l´ultima nel deserto occidentale, a quella base irachena, definita H1, che le Special Forces occuparono nei primi giorni della guerra. Le quattro basi ridisegnerebbero lo scacchiere logistico del Medio Oriente. L´Iran, stretto fra Turchia, Asia Centrale, dove gli americani si sono stanziati dopo la guerra in Afganistan, lo stesso Afganistan, l´alleato Pakistan e il Kuwait, è completamente circondato. Analogo discorso per la Siria, fra Turchia, Iraq e Israele.
Jay Garner, l'uomo che volle farsi re
Stefano Liberti su il Manifesto
Lo scenario era suggestivo: una grande tenda all'ombra della monumentale zigurrat di Ur, la città biblica che ha dato i natali ad Abramo. La data, anche, simbolica: il 15 aprile 2003, giorno del suo 65esimo compleanno. Seduto al centro della tavola degli oratori, con un'espressione beata sul volto, il generale in pensione Jay Garner sottolineava con la dovuta enfasi la sacralità della sua missione: "Quale compleanno migliore che essere non solo dove è nata la civiltà, ma dove oggi comincia un nuovo Iraq democratico?". Dopo un'attesa snervante di lunghe giornate piene di nulla all'Hilton di Kuwait City, Garner poteva infine prendere direttamente contatto con il paese che il presidente George W. Bush gli aveva promesso in gestione. L'ultima volta che era stato in Iraq, inviato nel nord per assistere i kurdi dopo la prima guerra del Golfo, il generale era stato accolto come un salvatore. L'operazione umanitaria "Provide comfort", promossa da Stati uniti, Gran Bretagna, Francia e Turchia e da lui guidata sotto mandato Onu, era stata un successo: migliaia di pasti distribuiti, centinaia di tende messe in piedi per intere famiglie di rifugiati. Al momento di partire, una folla giubilante l'aveva accompagnato fino al confine acclamandolo come si fa di solito solo con i campioni sportivi. Tornato a Washington era stato promosso da Bush padre allo stato maggiore inter-armi.
Dodici anni dopo, il ritorno è meno trionfale. La conferenza delle opposizioni irachene, che doveva sancire la sua nomina a governatore, è un guscio vuoto: assente lo Sciri, il principale gruppo sciita, assente persino Ahmed Chalabi, il leader di quell'Iraqi national congress creato e foraggiato dal Pentagono. Presenti e furenti invece 20mila manifestanti, che al grido di "No Saddam, no America" danno il benvenuto nella vicina città di Nassiriya al nuovo governatore in pectore. Lui, l'ex generale tutto d'un pezzo, si limita a una constatazione dai toni marziali: "La missione che ci attende non sarà facile da adempiere".
Ritiratosi dalla vita militare attiva nel 1997 - con tre stellette sulla sua scintillante uniforme - Garner si ritrova oggi nuovamente sul campo di battaglia, chiamato da Bush ad amministrare l'Iraq liberato dall'alto del suo Ufficio per la ricostruzione e l'assistenza umanitaria (Ohra). E d'altronde i campi di battaglia non gli sono mai stati completamente estranei: una volta congedato dall'esercito, Garner non ha nemmeno fatto in tempo a riporre la divisa nell'armadio che ha ricevuto una chiamata da un'importante industria nazionale. La SY Technology, impresa specializzata nella costruzione dei missili anti-missile Patriot, gli offriva l'illustre carica di amministratore delegato. Data un'occhiata all'assegno proposto, l'ex generale accettava di buon grado.
Soldato per 38 anni, veterano del Vietnam, Garner è un buon patriota, animato da quegli stessi sogni di grandezza che guidano l'attuale inquilino della Casa bianca. Il quale peraltro, secondo le parole dell'ex generale, "se fosse stato presidente negli anni Sessanta avremmo vinto la guerra del Vietnam". Ma più che a Bush, Garner appare particolarmente legato al gruppo di falchi neo-conservatori che oggi imperversano al Pentagono e nei suoi immediati dintorni: insieme al segretario alla difesa Donald Rumsfeld, al suo vice Paul Wolfowitz e al vice-presidente Richard Cheney è un promotore dell'unilaterismo più sfrenato. I suoi fan raccontano con una punta d'orgoglio che è stato lui a convincere il presidente - che lo aveva consultato nella sua qualità di esperto - a stracciare il trattato Abm, l'accordo anti-missili balistici siglato con Mosca nel 1972. E non è un segreto che il nuovo governatore dell'Iraq sia un convinto assertore della necessità di non coinvolgere le Nazioni unite nell'amministrazione del dopoguerra. Per quanto riguarda poi la visione generale del Medioriente, Garner si mostra completamente in linea con le idee dei suoi amici neo-conservatori, gli unici al mondo a collocarsi a destra del Likud.
E tanto organicamente appare l'ex generale legato a questi ambienti, che nel 2000 lo si è visto tra i partecipanti entusiasti di un viaggio-studio di 10 giorni in Israele organizzato dallo Jewish Institute for National Security Affairs (Jinsa), centro studi di Washington che si propone di "sostenere l'importante ruolo che può avere lo stato ebraico nel promuovere interessi democratici in Medioriente". Poco dopo firmava con altri ufficiali in pensione una dichiarazione di condanna della seconda Intifada ed elogiava le "importanti misure" prese dall'esercito dello stato ebraico nei confronti della rivolta palestinese.
Responsabile riconosciuto delle distruzioni inflitte all'Iraq con le armi smerciate dalla sua azienda, Garner avrà una qualche difficoltà a districarsi nel labirinto delle fazioni e dei clan iracheni. E possiamo supporre che non alzerà il suo già scarso livello di gradimento quando renderà nota quella che probabilmente sarà la prima decisione del suo nuovo governo: il riconoscimento da parte dell'Iraq dello stato d'Israele.
Carabinieri in Iraq, quante menzogne
Pino Arlacchi su l'Unità
"Raccomandazione-chiave n. 2. Assistere i civili vittime di un qualunque uso delle armi di distruzione di massa. Assicurare la protezione dei rifugiati. Sostenere, per il momento, la struttura del programma "Oil for Food". Reclutare una polizia civile internazionale. Forze di polizia come i Carabinieri italiani possiedono l'equipaggiamento, il training e l'organizzazione che li rendono capaci di mantenere l'ordine pubblico e di fronteggiare le rivolte civili. Inoltre, una polizia internazionale può giocare un ruolo importante nel selezionare, formare e guidare la polizia irachena".
Poche frasi, contenute nel documento "Iraq: the day after", reperibile all'indirizzo internet del Council on Foreign Relations Usa, che definiscono lo scopo della missione militare italiana in Iraq in modo molto più credibile della relazione del ministro Frattini alla Camera. Il documento proviene da una task force guidata da illustri personaggi e descrive punto per punto, con una serie di raccomandazioni, ciò che il governo americano deve fare subito dopo la vittoria. Esso è stato pubblicato addirittura prima della guerra stessa, verso i primi del marzo scorso.
Il ministro degli esteri italiano ha perorato la causa dell'invio in Iraq di 3000 militari, prevalentemente Carabinieri, con argomenti strettamente umanitari: scorta di convogli alimentari, protezione dei depositi dei beni da distribuire, sminamento delle vie di transito degli aiuti, eccetera. Nessun accenno ad altri compiti, se non per escludere funzioni a più largo raggio, quali appunto il mantenimento dell'ordine e la repressione di rivolte. "La missione che avremo in Iraq non è l'Isaf dell'Afghanistan e neppure quelle dei Balcani: missioni, queste, destinate alla stabilizzazione politica e sociale, oltre che alla sicurezza. Quella dell'Iraq di oggi è, invece, una missione italiana che ha scopo emergenziale ed umanitario".
Doveva essere evidente a tutti i presenti di trovarsi di fronte ad una storia poco attendibile, raccontata senza molta cura dei dettagli (la nave della marina militare da inviare per mettere a disposizione degli iracheni un ospedale in più è solo una delle perle contenute nel discorso di Frattini). Ma così non è stato, e ciò rattrista molto, perché in un paese civile dovrebbero esistere dei limiti alle menzogne che un governo può raccontare ai cittadini, ed anche a quelle che può sopportare l'opposizione.
Se l'invio dei Carabinieri ha funzioni solamente umanitarie, esso è inutile e controproducente. Sono già sul posto le maggiori organizzazioni mondiali di soccorso e di gestione delle emergenze, da quelle Onu a quelle private. Esse detengono tutta la competenza e la logistica necessarie per far fronte ai loro compiti, e il problema consiste semmai nel garantire loro un adeguato afflusso di fondi. Le Nazioni Unite hanno lanciato un appello per 2,2 miliardi di dollari di aiuto umanitario per l'Iraq. L'Unione Europea si è impegnata finora a fornire 305 milioni. La parte di fondi complessivi che dovrebbe essere gestita dal Programma Alimentare Mondiale, che ha sede a Roma e che ha 44mila punti di distribuzione di cibo in Iraq, è di 1,3 miliardi. Finora sono arrivati solo 290 milioni di dollari, dei quali 260 dagli Stati Uniti e il resto da Gran Bretagna, Germania, Canada, Spagna, Nuova Zelanda ed Italia.
In realtà è di altro che si tratta. "The Day After" dell'Iraq prevede la costruzione di una forza di polizia multinazionale di serie B, con connotati paramilitari, formata da uomini provenienti dalle province più remissive dell' Impero americano: l'Italia, un gruppo di paesi dell'ex- Europa dell'est, qualche nazione balcanica. Non vedrete poliziotti inglesi, né olandesi né scandinavi, e forse neppure spagnoli, da quelle parti. (È inutile parlare di quelli americani). Governi, opposizioni e opinione pubblica di queste ultime nazioni sanno fare bene i loro conti. La produzione e l'uso di un agente di polizia sono moneta pregiata e scarsa, che serve per fornire sicurezza quotidiana ai contribuenti senza infastidirli troppo. Una polizia democratica costa tanto, perché il bisturi costa più dell'accetta. Nessun amministratore pubblico con la testa sulle spalle si sogna di mandare all'estero un intero pezzo della sicurezza dei propri cittadini (3mila Carabinieri sono quasi il 3% dell'intera Arma) per sedare tumulti e reprimere insurrezioni dai cento colori.
Si invia semmai l'esercito, ma in missione di pace, secondo pratiche collaudate di mantenimento e di promozione attiva della stessa, e sotto l' egida della legalità internazionale. Con mandato Onu, cioè.
E qui arriviamo al punto più politico della questione Carabinieri in Iraq. La storia raccontata da Frattini non è abbastanza opaca da non far intravedere la connessione tra la costituzione di una forza multinazionale di polizia paramilitare a guida americana da un lato e quanto gli estremisti di Washington vanno facendo e dicendo in parallelo, dall'altro. Si tratta, in pratica, di un altro aspetto non dell'emarginazione, ma della sostituzione vera e propria dell'Onu con gli Usa come fonte del monopolio legale della forza su scala globale. Wolfowitz ed altri vogliono soppiantare le Nazioni Unite con una coalizione di paesi democratici amici degli Usa, pronti a fornire sostegno politico economico e militare ad un disegno di stabilizzazione e di dominio del pianeta.
Le forze che possono ostacolare questo progetto che sta a metà tra il colonialismo liberale teorizzato dai collaboratori di Blair e l'impero del libero scambio praticato dagli Usa fino a Clinton sono la Russia e la Cina da un lato, e l'Unione Europea dall'altro. Il cosiddetto "ruolo centrale dell'Onu" nel prossimo futuro è solo una metafora per indicare il reale oggetto del confronto. Che è appena ai suoi esordi.
Il falso patriottismo dei media americani
Mark Hertsgaard su la Repubblica
Se gli americani e gli europei hanno punti di vista divergenti sulla guerra in Iraq e sul dopoguerra, ciò non dipende dal fatto che gli americani sono di Marte e gli europei di Venere, come l´ex consigliere di Ronald Reagan, Robert Kagan ha suggerito. Una spiegazione preferibile è che gli americani si basano su informazioni diverse da quelle su cui fanno affidamento i non americani, per la semplice ragione che gli organi d´informazione Usa riportano le notizie di politica internazionale dall´ottica di Washington, mentre i media degli altri paesi no. Le principali fonti d´informazione di gran parte delle notizie americane inerenti la politica estera sono il Pentagono, il Dipartimento di Stato e la Casa Bianca, così che gli articoli finiscono col riflettere sia le rivendicazioni effettive che i presupposti ideologici di queste e di altre componenti della classe al governo di Washington.
Sebbene negli Usa lo si ammetta di rado, nella vita politica l´ubiquità e l´egemonia della propaganda ufficiale sono sconfinate. Chiunque dovesse mettere in dubbio ciò dovrebbe nondimeno ammettere quanto segue: alla vigilia della guerra in Iraq il 45% degli americani riteneva che Saddam fosse "direttamente coinvolto" negli attacchi terroristici dell´11 settembre. Invece, non esisteva alcuna prova d´un tale legame, come la stessa Cia ha dichiarato. Eppure l´amministrazione Bush ed i suoi alleati della destra hanno propagandato quest´idea - sostenendo implicitamente che la guerra contro l´Iraq fosse un atto di ritorsione e di autodifesa - presso una considerevole percentuale dell´opinione pubblica americana, grazie all´aiuto dei succubi e compiacenti media di informazione.
Il discorso pronunciato da Bush il 26 febbraio 2003 ben illustra in che modo la Casa Bianca abbia associato Saddam alle atrocità dell´11 settembre, mentre al tempo stesso distoglieva l´attenzione da Osama Bin Laden, il vero responsabile degli attentati, ancora a piede libero. Gli speechwriter di Bush sono stati abbastanza accorti da non fargli mai sostenere espressamente che Saddam e al Qaeda erano collegati - proprio perché non v´è prova alcuna che un simile collegamento esista. Il discorso di Bush parlava di colpevolezza di Saddam per semplice associazione d´idee, e per essere credibile ha richiesto solo 4 mosse.
Con la prima Bush ha evocato il sacro ricordo dell´11 settembre, quando i terroristi infersero agli americani indicibile dolore e sofferenza. In seguito il presidente ha promesso solennemente che non avrebbe mai consentito al terrorismo di colpire di nuovo gli Usa. Con la terza mossa Bush ha dichiarato che Saddam era un terrorista in possesso d´armi di distruzione di massa che costituivano un pericolo per l´America. Infine Bush ha concluso che per impedire il ripetersi della tragedia dell´11 settembre Saddam doveva essere destituito.
S´è trattato di un´astuta finezza: poiché il terrorismo ha colpito l´America, Saddam deve andarsene - pur non essendoci prove che egli fosse il mandante degli attentati. Con grande fortuna di Bush, i media americani quando hanno trasmesso il suo discorso hanno omesso di far risaltare questo suo accorgimento. La tv, come sempre, è stata la meno critica nei suoi confronti. I notiziari della sera davano grande risalto alle accattivanti immagini di Bush che pronunciava il suo discorso, mentre gli accomodanti conduttori ripetevano le sue accuse contro Saddam e la sua affermazione secondo cui detronizzando il dittatore si sarebbero portate la democrazia in Iraq e la pace in Medio Oriente.
Gli organi di stampa di Washington funzionano come l´ufficio stampa d´una vera e propria corte. Sono abili nel riportare ciò che combinano le varie fazioni di palazzo, ma raramente prendono le distanze da queste controversie interne, sfidandone le implicite premesse oppure offrendo l´analisi d´eventuali alternative.
In America la definizione tradizionale di resoconto responsabile degli avvenimenti implica che si debba essere politicamente neutrali. Affinché questo si verifichi, i giornalisti di Washington controbilanciano le dichiarazioni rilasciate dall´amministrazione con le dichiarazioni del partito all´opposizione. Il risultato è che il resoconto degli avvenimenti d´una qualsiasi amministrazione è critico solo nella misura in cui lo è il partito d´opposizione. Se quest´ultimo è aggressivo, come lo furono i repubblicani nei confronti di Bill Clinton, il resoconto di ciò che dice o fa un presidente è piuttosto critico. Se invece il partito d´opposizione è schivo, come i democratici lo furono negli Anni '80 nei confronti di Reagan, e come sono stati dopo l´11 settembre nei confronti di Bush, l´informazione è relativamente poco critica.
La propensione dei media a dare risonanza al punto di vista ufficiale, piuttosto che a sfidarlo, è tanto più marcata in tempo di guerra, quando chi solleva qualche obiezione è spesso stigmatizzato quasi fosse un traditore. Continuando a dare degli americani l´idealistica visione dei bravi ragazzi, i servizi giornalistici si sono concentrati molto più sulla temerarietà dei soldati Usa e sulle prodezze tecnologiche delle loro armi che sugli effetti letali che queste stavano causando. Mentre le tv europee e, a maggior ragione, quelle arabe mandavano spesso in onda le forti immagini dei civili coinvolti - corpi straziati, vedove in lacrime, bambini singhiozzanti - la tv Usa tendeva a mostrare le vittime civili in procinto di ricevere i soccorsi dai medici alleati.
Paradossalmente è proprio in tempo di guerra che un popolo libero ha maggiormente necessità d´una stampa indipendente. Quando in gioco ci sono il sangue e un vero tesoro, qualsiasi governo è tentato dal desiderio di nascondere la verità, di mascherare gli episodi imbarazzanti, e di far prevalere il proprio interesse sul diritto della popolazione a esser informata. È falso patriottismo equiparare l´obbedienza a un governo con la lealtà a un paese. Secondo ciò che specula la democrazia Usa, solo una stampa libera - che abbia preso le distanze dal governo - può mettere a nudo i tentativi di raggirare l´opinione pubblica e di mettere in discussione quel consenso informato che è basilare al principio di self-governance.
Se la febbre bellica continuerà a contaminare il modo in cui sono riportate le notizie dai media Usa, gli americani continueranno a considerare le avventure oltreoceano del proprio governo in una luce completamente diversa da quella con cui le guarderà il resto del mondo. Siete avvertiti: i leader americani progettano di rimanere in guerra per gli anni a venire. Il 2 aprile James Woolsey, ex direttore della Cia e ora consigliere di Bush, ha dichiarato che l´attacco all´Iraq è l´inizio della Quarta guerra mondiale. Woolsey ha auspicato che questa guerra non si riveli lunga quanto la Guerra fredda, ma s´è detto certo che sarà più lunga d´entrambe le prime due guerre mondiali. Benvenuti nel XXI secolo.
L´autore è scrittore e giornalista americano. Il suo ultimo
libro è "L´ombra dell´aquila: perché l´America affascina
e irrita il mondo"
traduzione di Anna Bissanti
Polmonite atipica in Cina
"A nudo la crisi del sistema politico: opaco e inefficiente"
Renato Ferraro sul Corriere della Sera
La stampa cinese ieri s'è scatenata contro il ministro della Sanità Zhang Wenkang e contro il sindaco di Pechino Meng Xuenong, accusandoli di avere inizialmente minimizzato la gravità dell'epidemia di polmonite atipica, ritardando così la mobilitazione del sistema ospedaliero. Purtroppo lo ha fatto solo dopo che i due, domenica, erano stati destituiti dal governo ed espulsi dal Partito comunista con l'accusa di irresponsabile inefficienza. "La crisi della Sars è la crisi del nostro sistema politico: burocratico, opaco, incline a coprire ogni problema con il segreto di Stato, incapace di prendere decisioni fino a che non giungono ordini dai vertici del Politburo - ci dice da Pechino un intellettuale democratico -. I funzionari, alla loro solita maniera, pensavano che nascondendo la gravità della situazione avrebbero impedito il panico e difeso l'economia. Invece hanno solo dato un altro colpo alla fiducia dei cittadini e degli investitori stranieri". Il bilancio delle vittime della polmonite atipica nella Repubblica Popolare è salito ieri a 92 morti e duemila casi di infezione, ma soprattutto grave è il diffondersi della malattia nel Paese. Partita dalla provincia del Guangdong in novembre, ha dilagato in tutto il Sud e poi sulla costa orientale e a Pechino, quindi nel Nord. Finora non è apparsa nelle zone rurali più povere del centro e dell'Ovest, però è solo questione di tempo, poiché venti milioni di immigrati dalle campagne lavorano nelle città, dove vivono in condizioni igieniche precarie, passando le notti in dormitori sovraffollati. "Non c'è da inquietarsi, tutto è sotto controllo, aveva garantito in televisione il ministro Zhang Wenkang solo pochi giorni fa. E il sindaco di Pechino aveva comunicato cifre sul contagio rivelatesi un decimo di quelle reali. "Non eravamo pronti e non siamo stati capaci di reagire tempestivamente" ha ammesso il viceministro della Sanità Gao Qiang. Il sistema si è messo in moto solo dopo che il capo del governo, Wen Jabao, ha disposto la mobilitazione generale: "Siamo in guerra contro la Sars. Chiunque cerchi di nascondere casi di infezione sarà punito".
Non tutti gli ostacoli sono però stati tolti agli esperti inviati dall'Organizzazione mondiale di sanità, i quali non hanno ancora ottenuto l'accesso agli ospedali gestiti dall'esercito, mentre si dice che solo in quelli della capitale siano stati registrati almeno 140 casi di Sars. "Il personale è nel panico - ci racconta un medico di Pechino -. Manca lo spazio per isolare i casi di Sars dagli altri ricoverati. I sanitari non sanno come difendere i pazienti, se stessi, i familiari. Nei reparti scoppia l'isteria. Molti ospedali hanno chiuso le accettazioni. A chi ha una polmonite ordinaria viene chiesto di venire da casa ogni giorno per le cure, anche se ciò comporta rischi di contagio". Davanti alle farmacie si allungano le code: la gente chiede rimedi, medicinali preventivi, e deve accontentarsi di prescrizioni erboristiche che promettono miracoli. E' esploso il consumo di aglio, un disinfettante naturale. "Guai se l'epidemia si diffondesse nelle campagne, dove le strutture sanitarie sono inadeguate, se non inesistenti" ha avvertito il rappresentante dell'Oms Henk Bekedam. E il premier cinese Wen Jabao ha riconosciuto: "Le conseguenze sarebbero terrificanti".
Il Vietnam progetta la chiusura della frontiera con la Repubblica Popolare mentre gli altri Paesi del Far East rafforzano i controlli negli aeroporti e stazioni. "Occorrerebbe un isolamento completo dalla Cina, impossibile perché le economie dell'Asia sono integrate quasi quanto quelle dell'Europa e la Cina è proprio la locomotiva - afferma un imprenditore taiwanese -. La Sars è un aspetto spaventoso della globalizzazione ".
25 aprile, nei Comuni sfida tra destra e sinistra
Lorenzo Salvia sul Corriere della Sera
ROMA - Questa volta a complicare le cose c'è anche la campagna elettorale per le amministrative di maggio. E il 25 aprile, a più di mezzo secolo dalla Liberazione, rischia di riaprire le ferite invece che chiuderle. Da Bologna a Genova, da Milano a Trieste, le manifestazioni sono in molti casi occasione di scontro fra destra e sinistra. Mirko Tremaglia, oggi ministro per gli Italiani all'estero, sessanta anni fa ragazzo di Salò, chiede che "questa ricorrenza diventi un'occasione di pacificazione nazionale, per ricordare i morti di una parte e dell'altra". Replica Tino Casali, vice presidente dell'Associazione nazionale partigiani: "Pietà per tutti i morti, certo. Ma senza dimenticare che allora c'era chi combatteva per la libertà e chi per la dittatura".
BOLOGNA - Il caso di Bologna, prima di tutto. Fabio Garagnani, deputato di Forza Italia, ha scritto al sindaco: "Nelle celebrazioni del 25 ci deve essere un esplicito riferimento alle vittime del terrore di sinistra che macchiò di sangue le nostre terre tra il 1945-48". Per il momento il Comune non ha risposto. Mesi fa lo stesso parlamentare aveva presentato una proposta di legge per creare una commissione di studio "sulla violenza politica nell'immediato Dopoguerra".
TRIESTE - Due gli appuntamenti nel capoluogo giuliano: una alla foiba di Bassovizza, l'altra alla Risiera di San Sabba. Il sindaco Roberto Di Piazza, (Fi), si augura che non ci siano polemiche come in passato. Ma la Cgil chiede che l'unica cerimonia sia quella della Risiera, "perché la vicenda non consente commistioni con situazioni drammatiche, ma del tutto diverse".
Oggi riprende la trattativa. Il comitato per la Resistenza ha pronto un programma alternativo: una propria manifestazione alla Risiera con "Bella ciao", la canzone dei partigiani, per rispondere al coro multietnico della cerimonia ufficiale.
ALTRE CERIMONIE - A Genova il vice presidente della Giunta regionale, Gianni Plinio (An), ha proposto di portare, venerdì prossimo, una corona di fiori al sacrario dei morti della Repubblica sociale. Idea criticata dai Ds come una "provocazione politica e morale". Anche a Milano è polemica per i fiori: una corona da mettere davanti al monumento ai caduti di Piazza Miani. Il consiglio circoscrizionale ha negato il patrocinio all'Anpi. Ma la questione sarà di nuovo esaminata nei prossimi giorni. Infine Caravaggio, paesino del bergamasco, dove il 25 aprile sarà una festa sotto il segno degli Stati Uniti: musica di Glenn Miller e marines in uniforme originale. Spiega Ettore Pirovano, sindaco e senatore della Lega Nord: "E' doveroso ricordare tutti i caduti della II guerra mondiale, senza dimenticare quelli che ci hanno liberato: gli americani".
PACIFICAZIONE - Dice Tremaglia: "Se l'Italia vuole andare avanti, la pacificazione nazionale è ineluttabile. Per anni il 25 aprile è stata festa nazionale per una parte e lutto nazionale per l'altra. Io stesso non riesco a parlare di festa. Quel giorno ho perso la guerra, io. Onoriamo tutti i morti, stringiamoci la mano: solo così potremo capire che la guerra civile è davvero finita". Lo stesso ministro, in passato, ha presentato diverse proposte di legge per riconoscere il servizio prestato dei repubblichini. La pensione, in sostanza. "In questa legislatura ho preferito non farlo, visto il mio incarico". Ma un testo alla Camera c'è: riconoscimento del servizio militare prestato alle dipendenze delle forze armate della Repubblica Sociale Italiana, primo firmatario Marco Airaghi, Alleanza nazionale. Replica Casali: "Nessuno rifiuta la pietà per i morti. Ma analizzare quello che hanno fatto da vivi è un'altra cosa. Nella Resistenza ci sono le radici della nostra democrazia. Mettere tutto sullo stesso piano significa capovolgere la storia".
Politica "en plein air" e patti elettorali a cena
Un illuminista milanese alla scoperta di Roma
Mirella Serri su La Stampa
"Giovanotto faccia un po' come vuole. Resta il fatto che i romani stanno sulle balle a tutti". A emettere questa sentenza fu Gianfranco Miglio, scomparso maître-à-penser e costituzionalista della Lega. Sarà stato per una sfida postuma, sarà per la voglia di contraddizione che può essere un elemento scatenante se si tratta di un milanese illuminista e pragmatico come il giovanotto in questione, Riccardo Bocca, giornalista e romanziere, ma Roma può anche essere una terra di esplorazione e di conquista. Così ha deciso Bocca, scrittore venuto dal Nord, approdato a vivere nella capitale e qui dedicatosi a un'inchiesta sul vero volto della città (Rom a, città a parte. Cronache di un milanese nella capitale). Un ritratto che Bocca - sbarcato con il coltello fra i denti, pronto a non lasciarsi sedurre da nessuna sirena capitolina - è riuscito a tracciare fuori da ogni stereotipo.
Che i figli della lupa abbiano perso il carattere originario, verace e vivace, e che non siano più quelli di un tempo, oggi, ne conviene pure Carlo Verdone. "Roma è effettivamente volgare. Mi disturba il tono strafottente delle voci, il rumore della moltitudine che la domenica corre a Ostia come fosse la Thailandia. Sere fa ho ascoltato in un gruppo di ragazzi uno che strillava "Ahò, 'namo a fa' traffico". Si stavano organizzando il sabato sera e sapevano che avrebbero finito per passarlo in macchina, in fila sul Lungotevere", racconta a Bocca il regista-attore. Ma, come Verdone è innamorato fin dell'ultimo sampietrino della città, così anche Bocca è stato conquistato dalla sua capacità di fare spettacolo di virtù e di difetti che il giornalista non lascia certo passare. Eccolo pronto a descrivere i vari volti della politica alla romana (detta anche all'amatriciana) che si può fare en plein air ai tornei di tennis, ai circoli del golf, dove in buca ci va, più che la pallina, la candidatura alle prossime elezioni o alla direzione di qualche quotidiano, nelle case private dove si sanciscono patti e si formano coalizioni. Tutto con rituali, modalità assai strane, peculiari e impensabili in altre capitali: "L'accordo di desistenza tra l'Ulivo e Bertinotti del '96 è stato fatto a casa mia. Dini l'abbiamo convinto a stare dentro la coalizione di centrosinistra, sempre a casa mia", spiega Veltroni. A Roma la politica esce dai luoghi deputati e si svolge tra fornelli e salotti. "La verità è che a Roma non si smette mai di lavorare, perciò il Palazzo non basta", osserva il sindaco. Nemmeno al ristorante ci si riposa. Soprattutto se si chiama il Bolognese, luogo cult, ironia della sorte, della politica e non della cucina romana. "Spesso i contrasti che sorgono in sedi istituzionali vengono risolti qui, tra un primo e un secondo. Colaninno ha preparato la scalata alla Telecom nella saletta del primo piano. Nel mezzo della bufera Rai sono venuti l'ex presidente Antonio Baldassarre e Fedele Confalonieri", racconta il gestore del celebre locale in piazza del Popolo. Sui campi di terra rossa se si sfidano un ex presidente della Rai, Roberto Zaccaria, e un personaggio di prima fila delle cronache mondane, Giovanni Malagò, titolare della Samocar, partner commerciale numero uno nel mondo della Bmw, puoi star sicuro che tra una voleé e l'altra cercano di fare il punto anche su intrallazzi vari. Nemmeno nei salotti romani si dorme seduti o in piedi: da quello celeberrimo di Maria Angiolillo, detto addirittura la Terza Camera per la capacità di incidere sulla vita politica italiana, a quelli di Guia Sospisio, di Sandra Verusio, di Maria Pia Dell'Utri, moglie del manager Fininvest Alberto, gemello del senatore di Forza Italia Marcello, di Marisela Federici, sono tutti una fucina che non si arresta mai. Il colore politico da questo punto di vista è addirittura inessenziale: i luoghi di riunione romani possono arrossarsi come un cielo al tramonto con star come Bertinotti, Cofferati, Epifani e poi sbiancare e tingersi di azzurro ospitando Schifani, Frattini, Tremonti, e magari all'ultimo momento s'infila pure Bossi. Ma il loro segreto è di essere mezzi e mezzi, e dunque bipolari, in un'effervescenza che, è la conclusione di Bocca, rende Roma una città altamente produttiva (400 mila imprese a confronto con le 412 mila della rivale Milano). Insomma l'illuminista milanese ancora non ci crede: il lavoro lo ha scoperto a Roma.
Tv di notte per 350 mila bambini
Gloria Satta su Il Messaggero
Nella tv che annaspa, imbarbarita dalla lotta per l'Auditel e ancora incapace di darsi un'identità a prova di critiche, accade anche questo: va in picchiata il varietà del sabato sera Rai, vale a dire la Messa cantata" della televisione italiana, e cresce il pubblico dei nottambuli che restano incollati al video fino all'alba. Sarà perché, per incrementare la raccolta pubblicitaria e far lievitare lo share, molte trasmissioni tendono ormai a sforare" fino ad ore impossibili. E molti programmi di sicuro ascolto, come gli spettacoli satirici o gli interminabili talk-show d'attualità, vanno avanti ad oltranza, fino allo sfinimento fisico dello spettatore.
Ma il dato più grave è che tra gli insaziabili della notte risultano in aumento anche i bambini: sarebbero ben 350.000 i piccoli sventurati parcheggiati dai genitori di fronte a trasmissioni inadatte alla loro età e soprattutto colpevoli di privarli del sonno che, come qualunque pediatra insegna, nell'infanzia è un patrimonio più importante del cibo.
Dicono le statistiche commissionate dagli allarmatissimi pubblicitari che in cinque anni il varietà del sabato sera ha perso sei milioni di spettatori, bruciando investimenti per milioni di euro. Non è difficile spiegarsi il perché: basta accendere la tv per imbattersi in banalità, battute volgari, ammiccamenti da caserma, numeri" già visti, nel migliore dei casi in formule che risultano superate, invecchiate, bollite. E che tuttavia sopravvivono nella presunzione che un ospite illustre (e strapagato), e una bellona preferibilmente poco vestita abbiano il potere di incollare al nulla milioni di sprovveduti. Questi baracconi costano milioni di euro ma, come la cronaca riferisce, da un po' sono pronti a sbriciolarsi al primo confronto Auditel. E il pubblico, che è meno ingenuo di quanto i televisivi amino immaginare, risponde con l'unica arma che possiede, il telecomando: quando non va a cena fuori, al cinema o a un concerto, spazia nell'etere certo di imbattersi in proposte per tutti i gusti.
La crisi del sabato sera è lo specchio di una televisione travolta da una crisi di identità e dall'incalzare delle tecnologie. Mentre il satellite ha permesso la proliferazione di centinaia di canali tematici, la tv cosiddetta generalista si dibatte tra vecchi schemi e la nevrosi della concorrenza, che ha fatalmente abbassato la qualità dei programmi. Infuria il dibattito e persiste un equivoco. Qualcuno pensa che per avere la patente di qualità basti parlare in tv di argomenti alti" come letteratura, storia, filosofia e bandire l'intrattenimento. Pochi si rendono conto che la tv di qualità è quella fatta dai professionisti con creatività, talento e competenza. Per cui uno sceneggiato popolare come Un medico in famiglia, imbattibile per sceneggiatura, ritmo e interpretazione, può risultare migliore di una cattiva trasmissione sui libri. Ma forse è proprio questo equivoco l'origine della crisi di certi ascolti.
22 aprile 2003