
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 25 luglio 2004
Nota introduttiva
1. E' particolarmente lunga l'intervista a Giovanni Sartori fatta da Claudio Sabelli Fioretti, ma non me lo sono sentita di tagliarla. Sartori è sempre acuto e pungente negli articoli (si sia più o meno d'accordo con lui) ma in questa intervista aggiunge una limpidissima cattiveria toscana di cui, fra tanti altri, fanno le spese Pannella e Pera.
2. In un piccolo sito tedesco, La dolce vita - Berlin, ho trovato delle ottime immagini di film (parrà strano, ma in rete non è poi molto facile). Per forza di cose, ne ho ridotto le dimensioni, solo che non capivo il razionale che collega Anita Ekberg, Audrey Hepburn, Giulietta Masina e Gwyneth Paltrow. Alla fine credo di esserci arrivato: famose attrici in giro per Roma
p.c.
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E' arrivato Buttiglione con la piuma sul cappello
Eugenio Scalfari su la Repubblica 25 luglio
Tra le molte motivazioni dei successi elettorali di Berlusconi nel 1994, nel 2001 e anche nel ´96 quando l´Ulivo ebbe la meglio ma i voti raccolti da Forza Italia realizzarono comunque un record, ci fu l´elemento dell´antipolitico.
La sbronza del politichese, l´arroganza dei partiti, l´autoreferenzialità degli apparati, l´ipocrisia ideologica utilizzata come copertura del malaffare e del malgoverno, avevano generato un movimento di rigetto della politica che del resto aveva in Italia una sua tradizione secolare.
Berlusconi fu l´immagine-simbolo dell´antipolitico, nei comportamenti, nel linguaggio, nell´immagine che aveva di sé e che proiettava sulla gente, mille volte amplificata dalla potenza mediatica di cui disponeva.
Quest´immagine di un´Italia antipolitica è stata travolta dallo stesso Berlusconi venerdì 22 luglio con la nomina di Rocco Buttiglione nella Commissione europea, al posto di Mario Monti. Un uomo intriso di politichese, immerso da dieci anni fino al collo nel teatrino della partitocrazia, completamente digiuno della cultura economica necessaria per ricoprire l´incarico cui è stato destinato e per di più preferito a un tecnico di fama internazionale a causa d´uno scontro virulento all´interno del governo: questo è avvenuto due giorni fa sotto gli occhi stupefatti dei milioni di italiani che ancora credevano in un leader immune dalle manovre degli odiati partiti, portatore delle virtù del nuovo qualunquismo, fautore delle competenze e dell´eccellenza dei tecnici rispetto ai professionisti di partito.
Buttiglione al posto di Monti, l´intrigo politico vincente sulla qualità professionale universalmente riconosciuta, non è stata una sorpresa per chi non è mai caduto nella rete seduttiva berlusconiana, ma per quanti ci avevano creduto in buona fede e per dieci anni di seguito. Per isolare e colpire Follini si premia il suo avversario interno abbassando a un avvilente mercato un incarico europeo di primaria importanza. Questa scelta ha ferito a morte la residua fiducia che molti milioni d´ingenui ancora riponevano in un venditore d´illusioni preso purtroppo sul serio ancora fino all´altro ieri.
Il primo a esser messo a conoscenza di quella scelta - narrano le cronache - è stato il cancelliere tedesco Schroeder con il quale il nostro premier era a cena la sera di quel giorno "fatidico". Riferiscono le cronache "autorizzate" che tra le qualità del nuovo commissario italiano appena scelto, Berlusconi abbia decantato al Cancelliere la perfetta conoscenza, di Buttiglione, della lingua tedesca. Sembra che il Cancelliere se ne sia molto compiaciuto.
È fantastico. Questa roba viene riferita nei telegiornali con assoluta serietà, dai mezzibusti della Rai e di Mediaset senza una piega, un soprassalto di ironia o di stupore: Buttiglione sa il tedesco, informa Berlusconi, e Schroeder manifesta il suo contento. C´è mai stato nella storia d´Italia un primo ministro di questo conio? È mai stata calpestata e resa comica agli occhi del mondo intero una nazione che, pur nei suoi limiti storici, ha avuto al vertice delle istituzioni uomini di notevole e alle volte grande qualità morale, intellettuale, politica?
E Rocco Buttiglione non sente vergogna per esser stato strumento attivo di questa cialtronesca rappresentazione? "Debbo la mia nomina esclusivamente alla generosità del presidente del Consiglio", ha dettato alle agenzie il neocommissario europeo. Come se si trattasse d´una mancia, sicuramente generosa, e non dell´interesse dell´Italia in Europa! Lo ripeto, tutto ciò ha del fantastico. Raffigura un incubo dal quale finalmente ci stiamo risvegliando. Almeno così si spera. Non senza trovarci alle prese con un inventario di rovine che sono il risultato di tre anni di malgoverno affidato a una banda di dilettanti, di saltimbanchi, di clown e, diciamolo, di imbroglioni.
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Che fossero imbroglioni lo si diceva da tempo. Ma ora c´è la prova autentica, la prova provata, fornita dal neoministro Siniscalco, già direttore generale del Tesoro nei tre anni di Tremonti all´Economia e da un paio di settimane suo successore.
Dice Siniscalco (in Consiglio dei ministri e nel Documento di programmazione finanziaria approvato dallo stesso Consiglio) che: c´è un buco da ripianare di 24 miliardi; senza una manovra di quella dimensione il nostro deficit viaggerebbe a 4 punti e mezzo in rapporto col Pil; il medesimo Pil, che nell´anno in corso avrà sì e no un progresso dell´1,3 per cento, non si schioderà da un magro 2,2 nei tre anni successivi; in quei tre anni ci vorranno ulteriori manovre correttive pari a un totale di 27 miliardi, più quella appena effettuata di 7,5 miliardi. Il totale generale nel quadriennio 2004-2008 sarà dunque di 51 miliardi di euro, pari a 110mila miliardi di vecchie lire, più almeno 12 miliardi se si vogliono ridurre le imposte secondo il progetto Berlusconi. E siamo a 63 miliardi di euro, ma ancora non sono nel conto i soldi (molti) mancanti alla scuola, alla sanità, al rilancio delle imprese, alla formazione e agli ammortizzatori sociali; il tutto stimabile a un minimo di altri 15-20 miliardi (i soli ammortizzatori sociali pesano, ridotti al minimo, per 7 miliardi, dei quali ne erano stati stanziati nel bilancio 2004 soltanto 800 milioni ridotti a 300 dopo la stangatina votata l´altro ieri dalle Camere).
E siamo a 81 miliardi (160 mila miliardi di lire). Ma non è ancora finito.
Il debito pubblico sarà a 106 miliardi nel 2005 secondo l´ottimistica valutazione di Siniscalco. Il quale stima indispensabile ridurlo a 100 entro il 2008 per far fronte agli impegni europei e alle richieste delle agenzie di rating. Come? Con alienazioni di patrimonio (immobili e privatizzazioni) dell´ammontare di 75 miliardi nel triennio 2005-2008.
È possibile? Secondo me no, sulla base dell´esperienza passata e considerato che, salvo disfarsi delle azioni dell´Eni, dell´Iri e della Finmeccanica e di pochi immobili di pregio da cartolarizzare, non c´è trippa per gatti.
Insomma una rovina, un abisso finanziario per colmare il quale non si vedono le risorse disponibili salvo una cura da cavallo da imporre ai contribuenti di tutte le classi di reddito, con ripercussioni inevitabilmente depressive sul ciclo economico.
E dire che ancora un mese fa gli speaker della maggioranza, suffragati dal premier e da Tremonti, davano del farneticante a chi dai banchi dell´opposizione e dalle colonne della libera stampa avvertiva dell´incombente catastrofe. Distraendo l´opinione pubblica con ridicoli diversivi teleguidati.
Urge una domanda al buon Siniscalco: lui, direttore generale del Tesoro, che cosa ha fatto in questi tre anni? Chi ha avvertito del disastro? Perché è rimasto a condividere questa vera e propria rapina della pubblica ricchezza? E che cosa ha fatto (o non fatto) il Ragioniere generale dello Stato cui spettava il compito di registrare una tale rovina di giorno in giorno crescente?
Una risposta sarebbe non solo opportuna ma assolutamente dovuta.
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Follini si batte coraggiosamente per modificare alcune norme sciagurate della "devolution" e del premierato. Il partito sembra con lui, ma i nomi che contano no e gran parte dei gruppi parlamentari neppure.
Difficile prevedere come finirà. Finora pensavo che fosse una tigre di carta. Mi ravvedo e mi scuso con lui: non è di carta, è un carattere duro e serio e va dritto per la sua strada. Non è di carta, ma non è neppure una tigre poiché non ha dietro di sé le forze che potrebbero renderlo tale. È un onest´uomo che si è - forse tardivamente - accorto di stare dalla parte sbagliata, su un treno che viaggia senza controllo verso il nulla con crescente velocità.
Di fronte alle cifre sopra ricordate, che non sono le nostre ma del ministro dell´Economia, Follini dovrebbe portare il suo partito fuori dall´alleanza. Che ci sta a fare in quella compagnia? Bossi, una volta incassata la "devolution" si staccherà dal convoglio, tornerà nelle sue valli a coltivare quel po´ di potere che gli sarà stato regalato sulla pelle della Repubblica "una e indivisibile".
E Follini, ancora lì a battersi con i suoi Baccini, i suoi Lombardo, i suoi Buttiglione, che per una carica venderebbero - come stanno facendo - la dignità del paese e di se stessi? Non ho alcun titolo per dar consigli a Follini, ma fossi in lui salterei in corsa dal predellino finché è ancora in tempo.
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Il sociologo De Rita, celebrato autore delle ricerche del Censis, ha posto giorni fa una domanda interessante al centrosinistra: qual è il blocco sociale di cui volete assumere la rappresentanza? Ha avuto varie risposte tra le quali la migliore mi è sembrata quella di Piero Fassino: un lungo elenco di motivazioni civiche che spingono oggi un numero crescente di italiani a dissociarsi da Berlusconi. Ma De Rita ha replicato: la risposta regge finché c´è contro di voi Berlusconi; regge in negativo. Ma ci si aspetta da voi che vi candidate a governare un disegno positivo.
Penso anch´io che sia urgente un programma positivo. Non una filosofia, ma quattro o cinque punti concreti di che cosa fare e come, cominciando dal come gestire il disastro che si andrà - si spera - a ereditare. Secondo me non c´è molto tempo.
Prodi pensa di cominciare a novembre una sorta di giro d´Italia "per ascoltare gli umori, i bisogni, i desideri dei concittadini". Sarà certamente utilissimo, ma individuare i punti da risolvere e il modo per affrontarli è un compito che spetta al leader e al gruppo dirigente che lo affianca. Perciò faccia pure il giro d´ascolto ma prima o nello stesso tempo formuli il programma completo, il "che fare" e vada con quello a confrontarsi con il paese. Sarà quella la sua vera investitura da leader, ma faccia presto. Le travi del tetto sono marcite e non tengono più.
La solitudine dei leader e la società in rete
Gianni Riotta sul Corriere della Sera 21 luglio
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Giuseppe De Rita, ex leader del Censis che costituì con i suoi Rapporti annuali l'ideologia della seconda metà della Prima Repubblica, sfida il leader dei Ds, Piero Fassino, a fondare la sua forza politica su " un blocco sociale " . Pena, in caso di fallimento, un partito spray, leggero, incapace di parlare agli italiani. Fassino replica usando la formula evangelica del " partito lievito " capace di far crescere l'intera società. La discussione è cruciale nel futuro della sinistra, che assiste al disfacimento del progetto politico fondato con successo undici anni fa da Silvio Berlusconi, stentando però ancora a presentarsi al Paese come credibile forza di governo. De Rita ha certamente ragione a ricordare come i partiti classici della Prima Repubblica componessero la propria forza su un blocco sociale. Contadini e braccianti, operai, impiegati, disoccupati e sottoproletari, massaie, intellettuali e professionisti, commercianti, imprenditori, artigiani, dividevano le loro adesioni tra Dc, Pci, Psi, Pri, Pli, Msi, con un blocco che passava catafratto di voto in voto. Deve dunque Piero Fassino ricercare i suoi pezzi di Lego nelle " classi " 2004 per costruire la vittoria? No. Sarebbe esiziale se ci provasse e condannerebbe il suo partito, e di conseguenza il centrosinistra, a una nuova lunga astinenza dal governo, simile a quelle che hanno colpito i Democratici in America prima di Clinton e i Laburisti in Inghilterra, prima di Blair. Le classi, nella società contemporanea, sono diventate una rete, come dice lo studioso Manuel Castells. Cercare di incastrarle come i mattoncini delle nostre costruzioni da bambini non funziona. Guardate ancora all'America e all'Inghilterra: finché Democratici e Laburisti hanno provato a duplicare la vecchia coalizione, operai, intellettuali, minoranze urbane, non hanno vinto, perché quel " blocco sociale " semplicemente non basta più a costruire la maggioranza del 51 per cento. Oggi le nostre società sono divise a clessidra, in alto gli individui che hanno le conoscenze che danno reddito e status, in basso coloro che non hanno il sapere digitale. All'interno delle due metà, però, ogni granello si distingue per cultura, religione, credenze, opinioni sociali, più che essere omogeneo per classe. In America un minatore cristiano-fondamentalista e un banchiere ebreo-ortodosso possono scegliere Bush, malgrado le diverse classi, in omaggio ai valori conservatori delle loro fedi, mentre una maestra nera di Harlem e un miliardario informatico di Silicon Valley, scegliere Kerry persuasi che sviluppo e solidarietà possano coesistere. Le recenti elezioni di Spagna, Gran Bretagna e Germania confermano la natura fluida della nostra era. La sinistra occidentale ha dunque ovunque un compito arduo: impedire che la società a clessidra strozzi i ceti medi e il welfare, rispettare e promuovere l'originalità e l'individualità di ogni granello sociale, sapere essere attiva in ogni reticolo del presente. Sconsiglierei perciò vivamente Fassino e gli altri leader progressisti dall'ego politico. Devono fare il contrario, guardare gli imprenditori che non vogliono vivere di rendita ma di innovazione, ai lavoratori che non si rassegnano allo status quo, ai giovani che assumono merito e sviluppo come amici e non nemici. La società delle classi era somma zero, se sciur padrun dalle brache bianche brindava, la mondina faceva la fame.
La società post moderna, soprattutto intorno a risorse come ricerca e turismo, può sollevare rapidamente nel benessere intere comunità. La sinistra deve saper parlare la lingua della speranza, dello sviluppo, dando con costanza un messaggio di fede nel futuro, e non di paura del presente e nostalgia del passato. Deve essere patriottica, solidale, efficiente, leale per i diritti civili, seria su difesa e sicurezza, capace di credere nei valori di uguaglianza e nella crescita di ogni singolo individuo. Tutto questo deve poi subito diventare nome e cognome di un leader, messaggio al Paese semplice come una parabola e coalizione elettorale. Effimera, che durerà solo per quel leader e messaggio e andrà poi, pazientemente, ricostruita quando si tornerà all'opposizione. Se vogliamo restare ai nostri vecchi giochi, il blocco sociale del Lego non serve più, serve la duttile Cera pongo per creare mille figure e mille colori.
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L'ultima mano al poker della Padania
Oreste Pivetta su l'Unità 20 luglio
Umberto Bossi parla a nome del popolo. Mai che gli scappi semplicemente di dire: noi, la Lega, faremo questo. Deve sempre aggiungere: il popolo lo vuole. Forse anche il suo addio al Parlamento italiano e al ministero. Forma penultima di protesta (Lega di lotta) prima della fuoriuscita di gruppo o semplice parentesi convalescenziaria (Lega di governo). Il popolo lo vuole. Da dove l'ex senatur e ora ex ministro della Repubblica italiana tragga questa convinzione non si sa. Non si capisce.
Semplicemente si capisce che il ministro "usa", dall'alto di un'incultura blasfema e di una astuzia politica sopra il record del ceto politico della prima repubblica, ma nella traccia del suo insegnamento. Bossi ha saputo per sé cogliere l'attimo fuggente.
La critica fino alla devastazione di un sistema malato (l'appoggio incondizionato a Mani pulite), l'esaltazione a programma politico di alcuni luoghi comuni (Roma padrona), l'astuta interpretazione di un arrangiamento elettorale (nel senso del maggioritario, difficile chiamarlo riforma), che lo rende prezioso in alcune situazioni, incurante dei numeri, della coerenza, dei principi, di ciò che aveva detto cinque minuti prima, giustificando ogni mattana del suo pensiero perennemente all'attacco e perennemente autodifensivo (della propria posizione) al grido: "Padania libera" (in alternativa "Padania sempre"). Attenzione: non è così semplice. Il capo rivolge la domanda: "Padania?". Il popolo risponde: "Libera". È un riflesso condizionato messo alla prova varie volte dal capo durante i suoi comizi, quando la tensione si vede che va scemando, quando il ragionamento si perde in contorsioni che sarebbe impossibile a chiunque raddrizzare.
Bossi è un uomo di potere, che da casciaball nullafacente s'è davvero ritrovato miracolato dal potere e lo coltiva, con spietata fermezza e con i suoi colpacci, un lucido casinista che tira sempre qualche metro più avanti la linea dello scontro, lasciandosi indietro le macerie, ma intanto illudendo della sua forza. È stato il cane da riporto di Berlusconi, come Giannelli lo ha disegnato ferocemente sul Corriere, ma uno smodato culto della personalità propria gli attribuisce spesso e volentieri vesti napoleoniche dopo Marengo. Non è così ingenuo da non rendersi conto quanto vale davvero. Fa la conta dei voti (per questo ad esempio si è presentato solitario al primo turno delle ultime amministrative) per metterli sulla bilancia incerta del maggioritario.
È pronto a schierare i suoi ministri al servizio del vero capo e cioè Berlusconi, che gli ha concesso qualche mancia (economica?), la possibilità di vantare qualche poltrona, in cambio della fedeltà là dove conta: quando si è trattato di muovere la carica contro l'articolo 18 su istigazione del presidente di Confindustria, il meridionale D'Amato, Bossi ha schierato il soldatino Maroni; quando s'è dovuto gestire il ministero della giustizia, l'ingegner Castelli si è messo sull'attenti, proponendo riforme insulse che non si faranno mai (tipo l'elezione popolare dei giudici, tanto per abbindolare il suo pubblico), e più sostanziosi provvedimenti, dal falso in bilancio alla separazione delle carriere giudiziarie, di cui il suo pubblico elettorale non saprebbe proprio che dire e che fare.
Ho ascoltato Umberto Bossi a Pontida, tra le stoppie del sacro prato. Bossi è pedagogico: non solo incita, vuole spiegare e incitare. Ripete: dobbiamo capire bene, bisogna capire bene... Questo ammonimento era stata la premessa anche nella sua ultima Pontida alla illustrazione della sua riforma federalista, osteggiata da un ex democristiano, la specie che Bossi odia più di tutte, al pari solo dei comunisti e dei giacobini. Con distinzioni però: i democristiani sono malfattori, i comunisti cialtroni e dittatori, i giacobini internazionalisti e sciupafamiglie. Bossi non s'accontentò allora di un sobrio giudizio politico, non si limitò a elencare le mostruose colpe dei nemici. Volle spiegare, seguendo le linea di una dotta ingegneria istituzionale, per il suo popolo, che doveva capire. Soprattutto il popolo della prima fila, perché l'altro era facile che si distraesse...
Il popolo leghista è l'emanazione di quel ceto mediobasso che s'è guadagnato una discreta posizione, i suoi soldini, lavorando massicciamente, evasore fiscale di piccola entità, individualista, conservatore per la paura di perdere la casa. È lo stesso popolo che ha festeggiato l'onda montante di Mani pulite, che ha sentito come una vessazione il centralismo romano, traducendo il suo sdegno in un sommesso coro di "Roma ladrona", e che si è ritrovato strumento del centralismo di Arcore. È il popolo che si ribella identificandosi nel manifesto famoso, quello che dice: "Lumbard, paga e tas" (lombardo paga e taci) e che paga adesso tutti i ticket e tutte le crisi che la sua maggioranza gli impone, come fossero il balzello indispensabile al raggiungi mento di un sogno: il federalismo, che una volta si chiama devolution, un'altra diventa indipendenza. Un popolo che ha fiducia, sempre meno, ancora capace però di accontentarsi del "niente" che Bossi gli ha dato e di assistere impassibile all'affermarsi di una burocrazia ministeriale di capi e capetti, dopo essersi bevuto la favola della Padania.
Federalismo è la parola magica ed è stata la stella polare di un sessantenne lombardo nato il 19 settembre 1941 a Cassano Magnago, provincia di Varese, rinato alla politica vent'anni fa, nel 1980, dopo un'eterna adoloscenza tra scuole interrotte, balere, lauree festeggiate e mai raggiunte, macchine e motorini,chiacchiere... quando casualmente incontra Bruno Salvadori, leader dell'Union Valdotain. Sulla scia del Salvadori, Umberto Bossi s'avvolge nel verde padano del federalismo, mentre sulla scena politica sempre più prepotente cresce un altro lombardo, Bettino Craxi, e uno scandalo con pochi precedenti scuote la finanza italiana, lo scandalo dell'Ambrosiano.
Bossi si getta nella mischia, parla, scrive (anche poesie), travolge tutto e tutti, persino la famiglia, lascia la moglie Gigliola Guidali, dalla quale aveva avuto un figlio, sposa Antonella Marrone, dalla quale figli ne avrà tre: Renzo, Roberto Libertà e Sirio Eridano. Di Manuela dirà: "Ha condiviso senza fiatare le difficoltà".
Il dado è tratto, aveva detto un romano d'altri tempi. Bossi, per risolutezza, ne segue le orme. La politica lo conquista e lui conquista i suoi primi alleati: il veneto Franco Rocchetta, il piemontese Roberto Gremmo, l'editore bresciano Enrico Rivolta, che stamperà (con i soldi dei veneti) una rivista, il Vento del Nord. Bossi non rinuncia al suo partito e s'inventa l'Unolpa, Unione nord occidentale laghi prealpini, coinvolge il giovane procuratore legale della Avon Cosmetics, Roberto Maroni, qualche altro studente della zona, e persino il fratello minore, Franco Bossi. Simbolo dell'Unolpa, una lucia, la piccola barca che naviga sui laghi lombardi e nelle pagine dei Promessi sposi. La lucia ha vita breve: poco bellicosa. L'idea folgorante risale al 1982: legare il suo movimento alla memoria di Pontida, del giuramento cioè tra i liberi comuni che dopo essere stati a lungo in lotta tra di loro trovano l'accordo e uniti nella compagnia del Carroccio sconfiggono il Barbarossa. Il simbolo è inevitabilmente l'Alberto da Giussano, il guerriero che sguaina lo spadone. Bossi racconterà d'aver speso mezza giornata per fotografare la statua, sistemata in una piazza di Legnano, e d'averci lavorato su per ricavare il simbolo. In realtà pare che abbia semplicemente copiato il logo dell'omonima fabbrica di biciclette. Tutto è pronto per il battesimo della Lega autonomista lombarda, primi sostenitori Roberto Maroni, Dino Daverio, Sandro Ambrosetti, il sarto di Capolago che gestisce le casse del movimento, più tardi l'architetto Giuseppe Leoni, che oggi fa il direttore della Padania.
L'ideologo Bossi rammenta di quel periodo l'impegno nello studio dei classici, da Cattaneo a Jean Jacques Rosseau. Tanto studio si traduce nei lapidari testi dei manifesti, che cominciano a comparire nelle strade lombarde: "Roma ladrona", "Lumbard tas", "Lombardia gallina dalle uova d'oro". La Lega debutta alle elezioni amministrative. Si presenta alle comunali di Varese e Gallarate, alle provinciali di Varese e alle regionali di sette province su nove in Lombardia (escluse Como e Milano). Umberto non riesce ad essere eletto in consiglio provinciale. Ancora un anno e le ambizioni di Umberto Bossi troveranno soddisfazione: la Lega si schiera in lizza alle politiche, Giuseppe Leoni sarà eletto deputato e Bossi senatore, conquistando l'appellattivo che lo seguirà lungo tutta la sua vicenda politica, Senatur. Anni ancora di molti proclami e di modesta presenza nel dibattito politico nazionale. Bossi comunque investe: con i finanziamenti parlamentari permette alla Lega di registrare il suo primo bilancio in attivo evitando la bancarotta. L'anno dopo, l'anno del muro di Berlino che crolla, Bossi inventa un'altra versione del suo movimento, per "la pacifica trasformazione dello Stato italiano in un moderno Stato federale": ecco la Lega Nord, sintesi di Liga Veneta, Union Ligure, Alleanza toscana, Lega emiliano romagnola, Piemont autonomista. Con atto notarile. È il 4 dicembre. Tre mesi e, per la prima volta, i leghisti si radunano a Pontida. La storia si ripeterà due mesi dopo: si ripeterà anche il giuramento e Bossi lancia il progetto della Repubblica del Nord. In mezzo ci sono le elezioni regionali: la Lega conquista il 18,9 per cento in Lombardia, risultato che vale il 5,4 per cento nazionale. La Lega Nord, quarto partito in Italia, conosce i suoi contrasti. Bossi non tollera competitori interni. Non li tollererà mai. Espelle, per questo, il presidente del movimento, Franco Castellazzi, riabilitato post mortem. Poca cosa per l'egemone e tirannico Umberto. Che ha pronta la proposta choc. All'assemblea, ad Alzano Lombardo:"Se vogliamo riuscire nel nostro scopo, dobbiamo cercare non di rompere ma di costruire. Dobbiamo dirlo chiaramente: noi non mettiamo in discussione l'integrità dello Stato. Chiediamo la libertà di autodeterminazione e riteniamo che la Costituzione legittimi la nostra richiesta". E la richiesta sarà uno stato federale, dove la repubblica si fa in tre: Nord, Centro, Sud. Il 1991 sarà anche l'anno dei primi malanni fisici: a dicembre Bossi finirà all'ospedale per una ischemia miocardica. Si riprende Bossi e si riprende alla grande con un'affermazione alle elezioni politiche del 1992: il Carroccio sale all'8,7 per cento e ottanta leghisti sbarcano in Parlamento.
La disavventura dell'arresto del tesoriere del partito Alessandro Patelli (incastrato dall'inchiesta sulla maxitangente Enimont) non impedirà alla Lega un traguardo che nessuno si sarebbe mai immaginato: grazie a Berlusconi e al Polo delle Libertà, la Lega va al governo, sistemando al ministero degli Interni il fedelissimo di Bossi, Roberto Maroni. Ma Umberto si sente ingabbiato e per dimostrarsi libero regala subito alcune sentenze premonitrici che fanno tremare Berlusconi (un passo dopo il famoso decreto salvaladri): "Dov'è che vuoi andare, Berluscosa?", "Quello crede che la gente sia stupida e si faccia incantare da uno che usa il parrucchino e la plastica facciale... Invece la gente è intelligente e ha capito benissimo: uno che centoquaranta aziende, le pare che possa fare gli interessi del paese?". Attende i primi freddi invernali, invita a cena D'Alema e Buttiglione, apparecchia pane e sardine. Sceglie il 20 dicembre, "perchè i regali più belli si fanno a Natale", sventola il ribaltone e fa cadere l'esecutivo. Preferisce il movimento e i bellicosi annunci: la secessione, il parlamento del Nord a Mantova, la costituente per la Padania.
La Padania: altra straordinaria invenzione bossiana. Per darle corpo e anima, dopo il successo alle elezioni del '96 (ottantasette parlamentari) convoca la sua gente lungo le rive del Po, dalle sorgenti sotto il Monviso fino al mare Adriatico. La sceneggiata prevede il rito dell'ampolla: l'acqua che racconta al Pian del Re, dove sgorga il Po, viene riversata dal capo nell'inquinatissimo mare di Venezia, mentre nell'aria si diffondono le note del Nabucco verdiano. Bossi ama circondarsi di miti e di simboli. Ma sente attorno a sè anche aria di crisi. Alle ammnistrative del 1998 subisce una battuta d'arresto, alle europee dell'anno dopo non va oltre il 4,5 per cento. In un sussulto di confusione, vola a Belgrado per abbracciare il fratello serbo Milosevic. Tanta agitazione non paga. Alcuni dei suoi più in vista, Gnutti, Comino e Formentini (sindaco di Milano) lo abbandonano. Molti danno Bossi e la Lega per spacciati, un fenomeno in via d'estinzione. Alle regionali del 2000 la Lega si assista al 4,99 per cento. Umberto gioca la carta della disperazione: torna sui suoi passi e si allea con l'odiato Berlusconi nella Casa delle libertà. Il 13 maggio del 2001, il centrodestra vince, la Lega cala al 3,99 per cento, ma sa che i suoi voti sono stati indispensabili a Berlusconi per l'en plein in Lombardia e tratta da vincitore, anche se i suoi deputati si sono ridotti da 59 a 30 e i senatori da 27 a 17. Il primo suo commento è amaro: ci hanno fregati. Poi diventa realista: "Fossi andato da solo magari avrei preso il nove per cento. Ma per far cosa, tenere in mano una bandiera?". Alla fine diventa raggiante e sintetizza così: "Primo: è stato un successo. Secondo: nel nostro elettorato l'accordo con la Casa delle libertà ha creato divisioni. Ma rientreranno quanto prima, perchè manterremo la parola data. Terzo, abbiamo perso una ventina di parlamentari, cosa non da poco, ma questo non tocca la forza politica della Lega. Al Senato siamo determinanti, e lo dico nel senso positivo del termine. Conclusione: è andata benissimo e chi in casa nostra piagnucola deve prendersela con se stesso". E, per stupire, l'annuncio: "I nostri uomini andranno al governo in posti chiave". Conclusione: "La Lega ce l'ha così duro da non aver bisogno di proclamarlo". Così il ragazzo un po' spaccone di Cassano Magnago, l'11 giugno 2001, si presenterà in abito scuro, scarpe nere, camicia bianca, al Quirinale per giurare da ministro. Ministro alle riforme istituzionali. Avrà capito: ministro alla riforma federalista. Nel taschino non mancherà il fazzoletto verde: "Sarò ministro, ma resterò padano". Al seguito Castelli e Maroni. Maroni si esibirà nella battaglia per l'abolizione dell'articolo 18, Castelli si batterà per la legge Cirami, il lodo Schifani e altre nefandezze pro Berlusconi. Umberto Bossi minaccerà un giorno sì la crisi di governo, inseguendo il federalismo.
Un colpo tragico della sorte gli ha risparmiato di dover partecipare da ministro al fallimento del più pasticciato dei suoi sogni. Ma non gli ha impedito di giocare alla sua maniera un'altra carta, un altro azzardo, usando persino di un letto e di una camera d'ospedale, cercando di mettere all'incasso persinoi una malattia. Il popolo lo vuole. L'avrebbe detto se la salute gli avesse consentito una domenica a Pontida.
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Dialetto, tasse e razzismo
La lunga sfida di Bossi a Roma
Francesco Merlo su la Repubblica 20 luglio
Esce dal Parlamento italiano la cascina di Cassano Magnago, elevata a cattedrale e ad università. "È stata la mia via Gluck", raccontò Bossi al suo migliore biografo, quel Daniele Vimercati che nel 1992 gli dedicò "Il vento del Nord", un libro insuperato, "il libretto rosso" del bossismo, che fissò per sempre negli archivi e nelle menti degli italiani la biografia di quello strano deputato che girava per Montecitorio con l´aria dissipata di chi si è appena svegliato in un fienile o di chi abita stabilmente in una Cinquecento, i capelli sempre unti di fatica anche dopo lo shampoo, la lingua povera, gli anacoluti, una formazione da scuola serale, frequentata nei ritagli di un tempo occupato a sbarcare il lunario.
Non sorprende che Bossi, gran maestro pataccaro anche da impedito, voglia adesso far credere di avere optato per il Parlamento di Strasburgo, non come si sceglie una clinica o una casa di riposo, ma per punire Roma ladrona, per lanciare l´ennesimo finto avvertimento, per fare rumore. Ed è certo che quell´ospedale di Lugano continuerà ad essere, chissà per quanto tempo ancora, come il sanatorio della Montagna Incantata, il laboratorio metafisico del berlusconismo, il luogo dove si discute, si fanno esperimenti di trasmutazioni d´essenze, tra flebo e pitali, infermiere e pastine. Altri momenti ci saranno attorno al letto di degenza per rianimare la rivoluzione padana, rimodulare la litania del federalismo o resuscitare il proporzionalismo. Il malesser fisico di un uomo, per giunta marginale culturalmente, politicamente e geograficamente, continuerà a identificarsi con la poltica del paese, sarà il paravento di ambizioni inconfessabili, di inadeguatezze, mediocirtà, di conflitti di interesse irrisolti, di miopia istituzionale e di beghe partitocratiche.
E tuttavia sono fortissimamente simboliche le dimissioni, da deputato più ancora che da ministro, dell´uomo che voleva la secessione e che adesso si è "secesso". Bossi lascia, da sconfitto, l´odiatissima Roma che ieri lo ha salutato con la riverenza democristiana di Casini, la più violenta delle carezze: "Ci mancherà la sua grande intelligenza".
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Casini sa bene che esce dal Parlamento italiano il capo dei razzisti, l´ormai vecchio "uomo nuovo" del nativismo settentrionale, lo straniero camusiano che piacque ai cronisti e agli intellettuali perché nella politica degli anni novanta, soffocata dentro un linguaggio esangue, tutto rituali e finzioni, Bossi sembrava autentico, simpatico e sanguigno, con le sue camice incredibili, i colletti alati, le cravatte in opposizione ideologica. In tv liquidava De Mita dicendogli in milanese "attaccati al tram", ed era un sollievo perché la battuta volgare era l´uscita collettiva dal soffocamento della cipria, l´illusione dell´ossigeno tra profumi stagnanti e irrespirabili, la catarsi. De Mita infatti incarnava, suo malgrado, l´arzigogolio del meridionale, l´imbonimento della politica, la sordità delle istituzioni.
Ebbene, "attaccati al tram" era l´invito che tutta l´Italia voleva rivolgere a quel mondo bloccato, ingessato nei suoi abiti di gessato istituzionale.
Ma Bossi non era solo folklore liberatorio. Prometteva pallottole. Mario Segni era "una lumaca bavosa"; con i giornalisti voleva fare a pugni "visto che non abbiamo soldi per comprarvi"; con la bandiera tricolore "si puliva le palle"; gli avversari politici bisognava "impiccarli"; ai meridionali voleva mettere l´anello al naso; gli immigrati extracomunitari andavano schedati con le impronte delle dita dei piedi... Bossi è un repertorio infinito, che fra l´altro ha alimentato la parte peggiore e più divertita del giornalismo italiano, spesso mascherato come giornalismo moralista e di sinistra. Bossi infatti è stato la tracimazione rancorosa di tutti i più vieti luoghi comuni del suburbio. Altro che federalismo, altro che Hamilton, Jefferson, Cattaneo e Gioberti, tutti finiti, come non potevano non finire, nelle mani di Francesco D´Onofrio, autore per conto del governo Berlusconi di una riforma da federalismo fru-fru, fortunatamente inattuabile.
La verità è che Bossi ce l´ha a morte con tutti quelli che ritiene responsabili della sua povertà, materiale e culturale. Pensa che la Cascina di Magnago dov´è cresciuto sia stata il campo di concentramento istituito dal centralismo burocratico mondiale, col soccorso dei terroni del sud e dei padroni del nord: "Mio nonno, povero operaio, tornava a casa e diceva che l´emigrazione era un trucco del grande capitale per fregare i lavoratori. Poi buttava il suo pugno immenso sul tavolo di legno e urlava con la sua voce carvernosa: va a caga´ i padrun, va a caga´ i terrun´" Ai giornalisti raccontava con orgoglio di essere cresciuto, il Bossi, come una specie di Gianburrasca, che è la cifra simbolica e mitica degli adolescenti. La sua biografia è quella di un uomo che cerca di uscire confusamente da quella cosa vera e strana che era l´oblio di una grossa parte dell´Italia, quella parte che lui chiamava la nuova frontiera di Brianza, Varesotto e Comasco.
Un´Italia, che ancora negli anni Sessanta, il tempo del Bossi adolescente, era fatta solo di Milano, Torino, Firenze e Roma mentre tutto il resto era appunto frontiera, il Varesotto come Eboli, il Nord Est più povero del Sud.
Infatti Bossi si descriveva come un contadinello inurbato, teppistello che "imbrogliava la fame con un panino", lavori saltuari, trombettista con le labbra grosse, una specie di Cerutti Gino: "Vivevo spesso al limite della legalità". Insomma Bossi si conduceva come oggi un albanese, come ieri un terrone.
Come loro, Bossi vorrebbe essere risarcito dalla storia. Dunque cattivo carattere, sistemi politici punitivi, la crudeltà di far pagare al mondo quell´essere stati maltrattati, di avere fatto il muratore a sedici anni, di avere dovuto affrontare i rivali (vincenti) in amore in questo modo: "Era più alto di me. Ci accorgemmo che aveva lasciato la moto all´uscita della balera: aprimmo il serbatoio e ci pisciammo dentro". Tutto è stato raccontato: Bossi lavorava in una tintoria, friggeva patatine nelle feste paesane e scriveva parole di canzoni, genere padano-demenziale: "Noi siam venuti dall´Italy / abbiamo un piano per fare la lira / entriamo in banca con un caterpillar / ci prendiamo il grano, ye ye".
E Bossi ha pure raccontato che a vent´ anni, con la terza media, scoprì la cultura: "Mi iscrissi alla Scuola Radio Elettra per corrispondenza". E qui tutto diventa ancora più confuso, più bossianamente truccato: "Divorai 500 libri in poche settimane". Sostenne di avere addirittura dato lezioni private: meccanica, chimica, fisica, soprattutto matematica: "Mi chiamavano il professorino di Samerate, i miei allievi si ricordano ancora di me e mi ricordano come un professore di sinistra" E´ difficile spiegare come si diventa razzisti. Bossi lo divenne dentro l´ingenuità adolescenziale che si accanisce contro i difetti dei vinti della nuova frontiera, dei marginali del Varesotto, in nome del nonno, della voglia di risarcimento, della banalissima, diffusa rivolta contro il fiscalismo dello Stato che ruba ai produttori del nord per mantenere i clienti, qualche volta criminali, che gli organizzano il consenso al sud. Egli stesso lo racconta in maniera inconsapevole ma straordinaria: "Decidemmo di sfruttare l´antimeridionalismo così diffuso in Lombardia come in altre regioni del Nord per attirare l´attenzione del vasto pubblcio e dei mass media. Diedi volutamente un taglio un po´ rozzo a certe parole d´ordine e posi al centro della nostra propaganda la questione del dialetto, sia per fare scandalo, sia per gettare fumo negli occhi ai partiti romani". Fondarono la lega autonomista, l´organizzazione che voleva rimandare i terroni a casa loro, per vessillo "lo smantellamento dei privilegi ai meridionali nei concorsi pubblici", e poi niente più tasse devolute a Federico Barbarossa, un giornale, Alberto da Giussano "che campeggiava così bello nella piazza di Legnano".
Ecco, Bossi diventa razzista per farsi notare, come elemento della sua scapigliatura. E diventa razzista perché, come tutti quelli che provano a fare mille cose, in realtà non aveva nulla da fare. Divennne razzista perché era disorientato. Neppure ci credeva, ma il razzismo fu una opportunità come le altre. Divenne razzista perché, sbandato, incontrò la politica più sbandata del secolo, e divenne razzista "con l´autorevole avallo del professore Miglio", professore emerito di stupidaggini storiche, bravissimo nel Diritto costituzionale ma ben più volgare di Bossi stesso, perché la simpatia razzista, con la scienza di mezzo, diventa Inquisizione bestiale, e non c´è nulla di peggio della legittimazione dotta delle corbellerie. Se non avesse catturato il consenso, quel razzismo sarebbe stato per Bossi una delle tante cose cominciate e lasciate a metà.
Ma Bossi ha consenso politico, intercetta Tangentopoli, diventa un fenomeno di fine epoca, la corruzione alimenta il suo strampalato movimento, l´Italia non sopporta più né Machiavelli né Marx, e Bossi è la versione incolta e settentrionale del moralismo anticapitalista di Leoluca Orlando e della Rete: entrambi vogliono rinnovare il linguaggio, entrambi vorrebbero mandare tutti in galera. Bossi porta in politica la cavernosità del nonno padano, "va a caga´ i padrun e va a caga´ i terrun", mentre Orlando introduce il sospetto dei Gesuiti, Torquemada, la politica come materia da Codice penale. Bossi dura di più perché dietro di lui c´è l´economia, ci sono fabbriche, una nuova ricchezza che si sente in pericolo, operai che diventano padroncini mentre monta un nuovo razzismo planetario, la disperazione degli immigrati neri, la fuga dall´Europa dell´est, il rancore dell´Islam e verso l´Islam. Comincia con la difesa del dialetto veneto o lombardo, comincia dunque con pulsioni pasoliniane, inventa la Padania, una specie di Ellade longobarda, lancia slogan che sono ormai patrimonio politico nazionale, come "Roma ladrona" che può non piacere ma rende l´idea. Entrato in scena come un Mangiafuoco, Bossi sta uscendo come una Cenerentola, un povero diavolo che cerca di vendere la propria malattia come l´ultimo dei suoi tappeti.
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Castelli sul caccia, Fini sott'acqua
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera 23 luglio
Alla faccia della giustizia lumaca, il " Corsaro Verde " Roberto Castelli, padanamente lanciato nella scia del " Corsaro Celeste " Gabriele D'Annunzio, ha voluto provare ieri i brividi della velocità.
E approfittando un filino dei privilegi dei ministri romani, si è fatto ieri portare da un F- 104 nei cieli di Grosseto. Dove ha potuto infine realizzare il suo tenero sogno di bimbo: pilotare, sia pure per pochi secondi e grazie all'assistenza del comandante, un caccia da combattimento. Una scheggia capace di accelerare da 0 a 1.000 chilometri l'ora in 52 secondi.
Il simpatico regalino che si è fatto il ministro lumbard, regalino che apre belle prospettive per tutti quei ministri che sognano dall'asilo di mettersi alla guida di un treno, stare al timone di una corazzata o immergersi con l'occhio sul periscopio d'un sommergibile, non è però che l'ultimo esempio di una lunga serie di piccole vanità dei nostri uomini di potere.
Certo, sono passati i tempi in cui Nerone andava a Olimpia per vincere 1.808 lauri tra i quali quello per la corsa delle quadrighe, vinta dopo che, caduto a metà gara dal cocchio per un brusco movimento degli irrispettosi equini, aveva visto tutti gli avversari fermarsi in segno di devozione per dargli il tempo di risalire, riprendere la corsa e tagliare per primo il traguardo.
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E neppure i più untuosi mezzi- busti e mezzi- cronisti nostrani, che pure ci deliziano con quotidiane sviolinate, oserebbero scrivere quanto tuonavano gli speaker dell'Istituto Luce nei filmati sugli idrovolanti di Italo Balbo e le parate del Capoccione: " L'intenso lavoro del Duce è quotidianamente preceduto da una intensa attività sportiva che ritempra le sue fresche energie e il suo vigore fisico. Eccoci a villa Torlonia nel bel parco dove Egli, ogni mattina, col primo sole, si allena a cavallo sul campo degli ostacoli... " .
Per carità, così no. Ma se nella Prima Repubblica il massimo dell'esibizionismo sportivo e giovanilista erano le foto di Emilio Colombo ignudo sullo scoglio come la sirenetta di Copenhagen, di Giorgio La Malfa sul Cervino con casco e occhiali neri tipo Umberto Nobile al Polo o di Bettino Craxi che si reggeva l'asciugamano sui fianchi ad Hammamet, nella Seconda abbiamo visto uno sfoggio di bicipiti, piccozze, motori e pettorali che manco alla fiera del fitness.
Come se il passaggio da un'epoca all'altra, dalla politica delle sottigliezze a quella muscolare, fosse riassumibile nel passaggio dai conventi alle palestre, dai brodi liebig al body- building.
Certo, mica solo a destra. Della sinistra chiffon restano indimenticabili le immagini di Antonio Di Pietro in tenuta da cacciatore, di Francesco Saverio Borrelli in divisa da cavaliere che pareva D'Inzeo, di Leoluca Orlando che per mostrare che non aveva paura proprio di niente entrò nella gabbia delle tigri di un circo, di Massimo D'Alema che andava a Maranello per provare le Ferrari e ghignava " io mi faccio cinquecento addominali al giorno " , di Katia Bellillo e Alfonso Pecoraro Scanio nelle bellicose pose del kick- boxing, di Romano Prodi che sfidava i cronisti a tenergli il passo ( " Vi ho fregato eh? Vergogna! Allenarsi! Dimagrire! " ) e raccontava di essersi fatto in bicicletta 837 chilometri del camino di Santiago.
Ma la destra! Franco Frattini, maestro di sci e ministro degli Esteri abbronzato come un bagnino, ha voluto " testare " personalmente con Alberto Tomba le piste di Torino 2006. Roberto Formigoni si è fatto calare come da un elicottero nelle acque del lago di Como durante una finta intervista organizzata da quei discoli di " Scherzi a parte " , per salvare un finto naufrago. Giancarlo Cito, collerico rappresentante del post-fascismo villoso, si è cosparso di grasso di foca ( " io sì che so' unto! Io sì! " ) per farsi a nuoto il Mar Piccolo davanti a Taranto. Silvio Berlusconi, nella versione tuta blu ( ve la ricordate quella foto fantastica in cui aveva messo la corte intera in braghette e maglietta alle Bahamas?), infligge agli ospiti corse di jogging che loro, educatamente, definiscono massacranti, spaventose e sopportabili soltanto da un gigante sia pur bonsai qual è il Cavaliere.
Per non dire di Gabriella Carlucci, che dal paracadutismo al lancio con l'elastico ne ha fatte più di Indiana Jones. O di Gianfranco Fini. Il quale non perde occasione per manifestare la sua passione per le immersioni (Umberto Bossi l'accusò d'esser " uno che sta sempre sott'acqua ") al punto di avere inaugurato, prima ancora del cosiddetto sub- governo, la stagione delle sub- cerimonie ministeriali. Prime fra tutte la deposizione di una corona all'isola del Giglio per i caduti del mare e la preghiera in ginocchio con le bombole davanti al Cristo degli Abissi nelle acque di Camogli.
Nessuno, tuttavia, ha dato tanto su questo fronte quanto Roberto Castelli e Gianni Alemanno. Il leghista, prima di improvvisarsi Corsaro Verde nei cieli maremmani, aveva infatti già messo a segno tre imprese.
La prima fu la scalata ( un metro e mezzo di dislivello) alla statua di Alberto da Giussano sul colle capitolino del Pincio, dove allacciò al collo del suo eroe un fazzoletto verde.
La seconda l'ascesa al Monte Bianco, che si picca d'aver raggiunto con Jas Gawronsky e due colleghi della sinistra anche se il diessino Giovannelli dice: " È arrivato su tre ore dopo, l'ho incrociato scendendo " . La terza la regata sul Garda " Cento Games " alla quale partecipò a bordo della " Ita 117- Sport Padania " .
Quanto ad Alemanno, il " Corsaro Nero " è un mito: riposto il giovanile manganello, si tiene in forma con pesi, bilancieri, manubri... Si è preso un personal training, si è immerso con Fini al Giglio e a Camogli mostrando di avere più capacità toracica del capo, si definisce ridendo " il campione del mondo di alpinismo senza allenamento ", si fa vanto d'avere scalato " le Tre cime di Lavaredo: la Grande, la Ovest, la Piccola e la via Preuss sulla piccolissima ", di essere arrivato in cima al Bianco e di aver fatto esperienza anche sull'Himalaya.
Il massimo lo diede però a Murcia, in Spagna, a una riunione dei ministri dell'Agricoltura quando accettò un invito e si fece calare in una vasca piena di tonni. Titolo spaziale: " Alemanno tra i tonni del sushi " . La prossima volta, lo sfidano, " provaci con i piraña " . Lui ride: figuratevi, abituato agli ' amici' del Polo...
Interessi loro e cavoli nostri
Enzo Biagi su L'espresso
Scuola di seduzione
12 luglio, s. Giovanni Gualberto
A Pitigliano, vicino a Grosseto, hanno lanciato dei corsi di studio per imparare a sedurre. Da quelle parti le chiamano anche 'bischerate'.
Ho il ricordo delle confessioni di due grandi ammaliatrici: Joséphine Baker e, lette, le confidenze amorose della Contessa Castiglione che, per il bene dell'Italia, concesse a Napoleone III le sue esaltate grazie. Vedendolo un giorno sfilare a cavallo davanti ai reggimenti per le vie di Parigi, la nobildonna disse a una amica: "Eppure quella testa così fiera io l'ho avuta fra le gambe".
Ho assistito all'ultima 'tournée' in Italia di Joséphine Baker, in un teatro di Bologna. C'era un giovanotto che la scrutava col binocolo, e lei gli disse: "Signore, conservi le sue illusioni".
Aveva una filosofia: "Sono una donna al cento per cento, mi getto tra le braccia del pubblico e lo amo. Ballerò tutta la vita; mi piacerebbe cadere, sfinita, al termine della danza". Raccontavano che alle Folies-Bergère si esibiva nuda, coperta solo da un gonnellino di banane che poi, una dietro l'altra, buttava alla platea. Senza imbarazzo, sosteneva che c'erano culi e culi, e il suo era intelligente. È un accessorio che i francesi, ma non solo loro, apprezzano giustamente.
Si legge nelle 'Memorie' del generale Bertrand che Napoleone non sapeva resistere a Giuseppina che lo tradiva, e che lui non stimava, ma "aveva il più grazioso culetto che si possa immaginare".
Joséphine l'ho vista due volte; mi piaceva. Cantava ancora 'J'ai deux amours', ma era vestita con abiti scintillanti che la fasciavano, molte penne colorate sul capo; prima teneva i capelli corti e incollati, così anche nei momenti frenetici non si scomponevano. Arrivò dall'America nel 1925. Più tardi venne in Italia, e fu una gran festa. A Bologna il commendator Gazzoni si fece fotografare accanto alla 'Venere nera'.
Fa parte dei ricordi della mia generazione.
Tv armate
13 luglio, s. Enrico imperatore
Tra i rischi, o gli inconvenienti del potere, c'è anche quello di suscitare l'ira o il dileggio popolare. Perfino De Gasperi, un grande italiano, dovette ascoltare un coro a lui dedicato: "Con De Gasperi alla testa/ non si mangia la minestra". Invece, con gli aiuti americani, non ci fu bisogno di saltare i pasti.
Arie agitate a Roma. In una commedia di Forzano, Cavour diceva: "L'è nervus anc La Marmora". Senza ricorrere al teatro, possiamo dire che è molto teso anche il Primo Ministro (chi sa il secondo) Silvio Berlusconi che, sconvolto da una rissa con Follini, lo minaccia: "Ti scaglio contro le mie televisioni".
Non mi stupisce l'eventuale ricorso all'arma contundente della tv, mi meraviglia la considerazione che ha dei suoi giornalisti: "Ragazzi, all'attacco, via". E quelli, se quel discorso ha un minimo di attendibilità, scattano.
Ho 84 anni, e faccio questo mestiere da quando ne avevo diciassette. Solo al tempo del Duce c'era un foglio di disposizioni quotidiano: "Attaccare", "Tacere", "Minimizzare". E c'era chi aggrediva, chi ragionava, chi taceva. Un grande collega a cui ero legato non solo dalla stima, ma anche dall'affetto, Giovanni Ansaldo, descrisse in un libro di memorie quei compromessi con se stesso, con dolore, e pagò anche un duro conto.
Chi è che va all'assalto agli ordini del generale Berlusconi, quale Bastiglia c'è da conquistare perché la verità trionfi? Anche la mia categoria ha tutte le fragilità umane, ma a proposito di Berlusconi, in questo caso, mi pare giusta la frase che doveva dimostrare l'efficienza della nostra contraerea di fronte agli attacchi dei 'Liberators': "Fecero bum con la bocca ottenendo lo stesso risultato".
Bilanci falsi
14 luglio, s. Camillo De Lellis
È stata approvata la legge sul conflitto d'interessi: mi pare superflua perché badano soprattutto al loro. Esempio: guardate come proprio questo governo ha sistemato il falso in bilancio, e non vi venga in mente di presentare una falsa dichiarazione dei redditi.
Ho assistito a una scena comica che avrebbe entusiasmato perfino Charlie Chaplin: un reparto della Guardia di finanza che presentava le armi a una altissima autorità che forse ha qualche pendenza col fisco. Ma, insisto, come diceva Orwell, la legge è uguale per tutti, ma per qualcuno di più.
Ogni tanto mi capita di dare un'occhiata stupita alle prose di un ex socialista oggi aggregato a Forza Italia: vorrei fargli notare che, con tutto il rispetto per i defunti, Bettino Craxi (che ebbe il merito di rilanciare il partito socialista, poi la responsabilità di distruggerlo) non era un esule, ma un cittadino che evitava di mettere a posto certi conti, giusti o no, coi tribunali italiani.
Non falsifichiamo la storia, almeno quella che abbiamo vissuto.
La lotteria Rai
15 luglio, s. Bonaventura cardinale
Mai accaduto prima: è passata ieri, con i voti dell'Ulivo, la mozione dell'Udc per azzerare i vertici del Consiglio di amministrazione della Rai anche se il ministro Gasparri, che ha un cuore generoso (mentre della testa non sappiamo niente), dice: "Restino altri sei mesi" ed è questo il solo programma di cui si sente parlare a Viale Mazzini.
Diceva Paolo Grassi: "Le dimissioni non bisogna darle perché qualche volta le accettano"; deve pensarla così perfino il professor Rumi (anche se sollecitato dal suo partito, a cui dovrebbe fare riferimento); resta al suo posto e lo capisco: nella lotteria delle cariche è quasi impossibile che il biglietto buono capiti due volte, e se la cava con una battuta: "Un episodio della lotta politica che passa sopra la testa e non è chiaro a chi è diretto".
Come è lontana la Rai dei Pugliese e dei Bernabei. Adesso se ne occupa Maurizio Gasparri, e il direttore generale ha solo precedenti di comunicazione col fratello di Berlusconi.
Amanti focosi e uditori invidiosi
16 luglio, Nostra Signora del Carmelo
A una coppia romana è stato vietato di fare l'amore tra le ore ventitré e le sette del mattino. Motivo: un eccesso di espansioni sonore a cui erano costretti a partecipare, come 'uditori', si intende, i vicini. Troppo focosi, e questo disturbava il sonno dei coinquilini, qualcuno forse anche un po' invidioso.
Donne e amore sono le parole più usate dai cittadini della nostra Repubblica: ma c'è, dunque, anche chi esagera e urla. "Il sesso è il motore dell'universo", spiegava lo scrittore Luigi Bertolini. E un illustre e spiritoso fisiologo, il professor Ezio Boeri diceva: "Metà del piacere non sta nell'impresa amorosa, ma nel raccontarla all'indomani stesso agli amici".
Come sono mutati i tempi: per scambiarsi un bacio i fidanzati poveri, inventati da Achille Campanile, andavano in stazione simulando dolorosi distacchi.
Speranze per l'Aids
17 luglio, s. Alessio confessore
Si aprono le speranze di nuove terapie contro il virus dell'Aids. L'infettivologo Adriano Lazzarin del San Raffaele di Milano ha scoperto che il virus, per sfuggire ad alcuni farmaci altera i propri geni, ma perde la capacità di replicarsi e questo fa pensare che in futuro si trovino nuovi e validi rimedi al male del secolo.
Non dimenticherò mai la ragazza, una assistente sociale, che era stata contaminata perché si era messa con un giovane tossicodipendente e forse pensava di salvarlo.
Cominciò anche lei, ci provò: "Per curiosità, lui era già perduto e io cercavo di aiutarlo. Abbiamo continuato finché siamo stati insieme: sei o sette natali. Una vita maledetta: fatiche, strapazzi, umiliazioni".
Parlava con distacco. E un giorno scoppiano i linfonodi: una parola che non capisce. Allora le spiegano che si tratta di quello.
"Abbiamo avuto anche momenti felici", mi diceva, "ma c'era sempre un continuo affanno a cercar quattrini, con l'incubo di soffrire. Quella polvere ti trasforma: volevo ammazzare tutti. Penso di avere preso il male con la siringa: eravamo tutti pieni di ghiandole. Lui, poverino, aveva cominciato a diciotto anni, era stato anche in carcere. Io sono rimasta incinta e ho perso il figlio. Non si pensa mai alla morte, e ci si arriva impreparati, magari legati a tanti interessi terreni, con stati d'animo cattivi. Voglio essere serena, distaccata; comunque, tutti dovrebbero rifletterci un po' di più. Da un giorno all'altro può succedere. Io credo nella reincarnazione: penso sia una fortuna nascere uomini perché si ha la possibilità di raggiungere il cielo, Dio, di liberarsi completamente, però c'è anche una specie di purgatorio, e bisognerebbe affrontarlo con un po' più di riguardo, non come ho fatto io. Ho sprecato qualcosa".
Il medico mi disse: "Non arriverà alla fine dell'estate".
Verso il silenzio del pensiero
Giuliano Boccali su Golem l'Indispensabile
E' diventato quasi un luogo comune, in Occidente, che per l'India antica il volto presentato dalle cose non sia quello vero, ma sia velato e mascherato dalla maya, il grande e misterioso potere illusionistico che avvolge l'universo. Esso sarebbe emanato o meno da Dio a seconda delle scuole di pensiero; non c'è però dubbio che, dietro di esso, si celi il volto autentico della realtà. Per il filosofo da questo punto di vista più radicale, il grande Shankara (VII secolo), questo "volto" altro non è se non Dio, nel quale la realtà intera (e unica) si identifica. Ma Dio è privo di "volto" è l'Assoluto privo di qualificazioni: nella sua consequenzialità rigorosa, Shankara sostiene che, al termine del processo conoscitivo, ogni illusoria parvenza svanisce e il cosmo si dissolve, o meglio, per formulare nel modo più esatto possibile, non è mai stato!
Al polo opposto della visione di Shankara, ma con effetti paradossalmente molto simili, si colloca il buddhismo, con i pensatori più o meno coevi ma con una tradizione diretta che risale in definitiva all'insegnamento dell'Illuminato. Non esiste, qui, nessuna realtà ultima - men che meno Dio o lo spirito, l'atman - e tutto è privo di sostanza; questo però non significa che le parvenze del mondo quali noi le percepiamo - le nubi, i laghi punteggiati di loti, i desideri o le ripulse segrete del cuore - siano il vero volto delle cose. Tutt'altro: l'intera manifestazione, dietro alla quale - lo ricordiamo - non c'è nessuna realtà, è l'effetto dell'aggregarsi e disaggregarsi istantaneo di impulsi, chiamati dharma, che appaiono e scompaiono sollecitandosi a vicenda. Questo processo è così veloce e continuo che gli esseri senzienti si illudono dell'esistenza di qualcosa di stabile che subisce i mutamenti; ma questa impressione è, appunto, illusoria: il vero volto delle cose è un processo incessante e impersonale sostenuto da elementi interdipendenti e transitori.
Chi si stupisse di queste dissolvenze (o complicazioni), magari attribuendole a una presunta vaghezza orientale, a una congenita incapacità indiana di tenere i piedi per terra, può ripensare ad Anassimandro e all'infinito, agli atomisti, o rileggere per esempio qualche frase del I Libro della Metafisica di Aristotele. Lo stupore si trasferirebbe, come su un magico (e... illusorio) tappeto volante, da Oriente a Occidente; anche qui, infatti, il vero volto delle cose non è affatto quello che appare, che si esperimenta nella continua mutevolezza delle percezioni:
"Inoltre pensiamo che nessuna sensazione sia sapienza, anche se le sensazioni sono le conoscenze più valide delle cose individuali; il fatto è che le sensazioni non ci dicono il perché di nessuna cosa... (mentre) tutti ritengono che quella che viene chiamata sapienza verte intorno alle cause prime e ai principi..."
Si deve dunque presumere che "ciò che è sottostante" (l'hypokeimenon, il subiectum) e (finalmente) immutabile costituisca il "vero" volto delle cose: Aristotele veramente non lo dice, ma è lecito supporre che gli oggetti per elezione della "sapienza" non siano falsi (sarebbe divertente concepire una gnoseologia per la quale la conoscenza è correlata al falso, anziché al vero...).
Cartesio rincarerà la dose, a scanso di equivoci, ricorrendo nella Prima delle Meditazioni metafisiche anche all'artificio estremo del cattivo genio (genium aliquem malignum) "non meno astuto e ingannatore che possente, che abbia impegnato tutta la sua industria ad ingannarmi"... la fine è nota - a proposito, è anche il titolo di un bellissimo noir del misterioso G. Holiday Hall che ha molto a che fare con l'enigma del "vero" volto delle cose. Tornando a Cartesio, questo volto, l'unico in grado di assicurare la verità di ogni altra è, nel Discorso del metodo, "una sostanza, di cui tutta l'essenza o natura consiste solo nel pensare, e che per esistere non ha bisogno di luogo alcuno, né dipende da alcuna cosa materiale". Perfetto: il "vero" volto delle cose, dell' "io" in questo caso, è svincolato da qualsiasi volto, "è qualcosa d'interamente distinto dal corpo e [...] anche se il corpo non esistesse, non perciò cesserebbe di essere tutto ciò che è".
Sarà Nietzsche, naturalmente - e pagando un prezzo altissimo -, il primo a scuotere l'impalcatura di queste certezze che, per sussistere, sembrano dover trovare fondamento in qualcosa di antecedente e di diverso, comunque, dall'attualità dell'esperienza; a polemizzare con feroce (e disperato) sarcasmo contro la necessità, per dare senso a questo mondo, di inventarne un altro molto poco esperibile:
"Che cos'è ora per me 'apparenza'? In verità non l'opposto di una qualche sostanza; che cos'altro posso asserire di una qualche sostanza se non appunto i soli predicati della sua apparenza? In verità, non una maschera inanimata che si potrebbe applicare a una X sconosciuta e pur anche togliere! Apparenza è per me ciò stesso che realizza e vive, che va tanto lontano nella sua autodecisione da farmi sentire che qui tutto è apparenza e fuoco fatuo e danza di spiriti e niente di più..."
Così lo splendido aforisma 54 de La gaia scienza; e nella prefazione aveva anticipato, tornando ai Greci:
"Oh questi greci! Loro sì sapevano vivere; per vivere occorre arrestarsi animosamente alla superficie, all'increspatura, alla scorza, adorare l'apparenza, credere a forme, suoni, parole, all'intero olimpo dell'apparenza! Questi greci erano superficiali - per profondità."
Eccolo, per Nietzsche, il "vero" volto delle cose: la loro apparenza!
La fine, a questo punto, è meno nota, anche perché l'itinerario è in corso - quello di tutta la grande ricerca filosofica del '900 e di oggi; ma chi scrive non è uno specialista, forse a malapena solo un dilettante e, quanto all'Occidente, si limita ad aggiungere la sua impressione (del resto così condivisa da rischiare la banalità) che Wittgenstein sia un altro passaggio obbligato del percorso. Ma la mèta qual è? Chi potrebbe dire il "vero" sul "vero" volto delle cose? Grazie a Nietzsche, soprattutto, ma anche a Wittgenstein con prospettiva diversissima, pare affacciarsi l'idea che questo volto inafferrabile non sia qualcosa di fisso da svelare, profondamente celato o profondamente in vista che sia, ma abiti in un'attitudine o, forse meglio, in una ricerca continua e nel rinnovarsi di una relazione.
Anche questo itinerario non appartiene esclusivamente né all'Occidente né all'Oriente: incommensurabile con Nietzsche da ogni punto di vista, Jiddu Krishnamurti ha dedicato tuttavia l'intera vita a una battaglia, serena ma implacabile, contro i pregiudizi che affollano (anzi, letteralmente, costituiscono) il pensiero e avvelenano la vita, a Est come a Ovest: pregiudizi di ogni sorta, la civiltà, la cultura, l'educazione, le religioni e i guru, il senso del dovere, le dottrine le ideologie e gli ideali - tutto ciò che, in definitiva, preclude o inquina l'attualità dell'esperienza spossessandoci del presente.
Da tutto questo, per Krishnamurti, non si può diventare liberi - la nozione stessa del "diventare" implica tempi e condizioni estranee al presente - ma si può essere liberi, ora, qui, esaminando "ciò che è senza giudizi, senza confronti, senza accettare, senza condannare" o, come altrimenti dice, "senza analisi, senza interpretazione, senza simpatie o antipatie", limitandosi ad "ascoltare" o ad "osservare, vedere". Provo un moto di avidità - ascolto "ciò che è" (questa passione) in modo equanime, senza approvarla, senza rifiutarla, e soprattutto senza volerla modificare. Vedo una bella casa, in un giardino ben curato - la osservo com'è, assorbendomi nell'osservazione a un punto tale che il desiderio di possederla, causa di turbamento e di tensione, neppure insorge. L'effetto di quest'opera è duplice; da una parte immerge nel presente:
"Possiamo capire noi stessi solo in rapporto al presente; e proprio questo rapporto è il guru".
Dall'altra provoca una conseguenza più radicale e preziosa: interrompe il pensiero, che è fatto appunto di preconcetti, di cognizioni fossilizzate, di reazioni ripetitive che incatenano irrimediabilmente al passato. In quell'attimo di silenzio del pensiero, si apre il varco per dove può giungere a noi la verità - dove possiamo scorgere il "vero" volto, fuori e dentro di noi - perché essa
"è in ogni foglia, in ogni lacrima, [...] nelle piccole cose della vita di ogni giorno, in ogni parola, in ogni sorriso, in ogni rapporto"
ed è insieme
"senza tempo [...] uno stato dell'essere che sorge quando la mente che cerca di dividere, di essere esclusiva, che può pensare solo in termini di risultati, di successo, è giunta alla fine".
Intervista a Giovanni Sartori
Claudio Sabelli Fioretti su Corsera Magazine 8 luglio
È uno dei più famosi e cattivi politologi italiani. Di formazione liberale, è diventato un idolo della sinistra, anche di quella più radicale. Giovanni Sartori, 80 anni, ripercorre, nell'immaginario della gente, la strada di Indro Montanelli. La sua autonomia di pensiero e la sua indipendenza di giudizio lo pongono spesso in contrasto con il mondo di Berlusconi. Tanto basta per farlo diventare un campione della libertà, perfino negli ambienti girotondini. È l'unico italiano che non è mai andato nel salotto di Bruno Vespa. "Non è esatto. Ci sono andato una volta".
Che impressione le ha fatto?
"Vespa è uno che sa il fatto suo. Ma quelle trasmissione non mi piacciono, gong che squillano, ballerine che entrano".
Di che cosa avete parlato?
"Di guerra, di ciecopacismo".
Ciecopacismo?
"La cecità dei pacifisti. Che non vedono nulla, non capiscono nulla e non sanno nulla di nulla. Strada, Agnoletto, Di Pietro, Occhetto".
Anche lei era contrario alla guerra.
"Sapevo che sarebbe stato un boomerang che avrebbe prodotto un'ulteriore esplosione del fondamentalismo. Ma se adesso tutti scappano nell'Iraq, nasce uno Stato terrorista".
Chi c'era a Porta a Porta?
"C'era anche il delizioso Pecoraro Scanio. Una volta di più mi sono convinto che io il mio voto non glielo darò mai".
Dramma del maggioritario.
"Sistema che ho sempre combattuto".
Berlusconi vuole tornare al proporzionale.
"Un giorno sì e uno no. L'uomo è incostante. Però quando lo propose, io mi precipitai dai capi della sinistra: Accettate subito! Vi salva".
Loro ci hanno pensato due mesi e Berlusconi ha cambiato idea. Le costa essere nella lista nera della Rai?
"Sopravvivo. Ogni tanto vado su Rai Tre. L'Uno e il Due dal 2001 non li ho più visti. Ma non mi sono ammalato per questo".
Ha mai preso qualche premio?
"Premi di un qualche rilievo mai".
Si dà una spiegazione?
"Chi non fa branco non piglia premi".
Qualcuno voleva farla senatore a vita.
"In fondo dopo Bobbio chi c'è? Ma io, non ho claque di sostegno. Sono soltanto un battitore libero".
Le piacerebbe diventare senatore?
"Nel nuovo Senato non ci vorrei proprio andare. Guardi questo volume. Sessanta costituzionalisti, di destra, di sinistra, di centro, dicono tutti che questa proposta di riforma costituzionale è una schifezza".
È vero che lei se ne andò negli Stati Uniti per paura dei comunisti?
"Chi lo dice?".
Lo hanno scritto in tanti. Gianni Pennacchi, sul Giornale.
"Capirà, bella fonte".
Pierluigi Battista.
"È già persona più assennata. Ma è caduto in errore".
Fisichella, un suo allievo.
"Una cattiveria che gli è scappata una volta che era molto arrabbiato con me. Ritengo che se ne sia pentito".
Lei era anticomunista?
"Sono sempre stato anticomunista. Morto il comunismo, non lo sono più".
Per chi ha votato?
"Mai Pci, Dc, Msi. Sono sempre stato un liberale moderato".
Le fa impressione essere diventato un campione della sinistra?
"Io non mi sono mai mosso. È la sinistra che si è mossa. E meno male".
Lei ha inseminato cultura politica a destra e a sinistra. È il maestro di Fisichella, di Pasquino, di Urbani. Si parte da lei e si arriva dovunque.
"Sono uno studioso che ha allevato studiosi".
Le hanno mai chiesto di entrare in politica?
"Tutti. Anche Berlusconi quando andava a caccia di intellettuali. Ma più osservo i politici e meno mi incantano".
Dicono che lei è altezzoso.
"Certi personaggi sono dei pigmei. È inevitabile guardarli dall'alto in basso".
Ricorda qualche bella rissa?
"Uno dei miei bersagli preferiti è stato Marco Pannella. Un grande esibizionista, con l'Ego sempre in erezione. Avrebbe fatto bene al circo. Con quei finti scioperi della sete".
In che senso finti?
"Nel senso che beve".
Altri bersagli?
"Bertinotti, l'assassino della sinistra".
Si può vincere solo con Bertinotti, si può governare solo senza Bertinotti. L'ha detto lei.
"Ma la sinistra continua a non capirlo e continua a corteggiarlo".
Che cosa potrebbe fare?
"Eliminarlo".
Soluzione un po' drastica.
"Il doppio turno elettorale lo avrebbe eliminato".
Durante il '68 il suo bersaglio preferito erano i contestatori.
"Hanno aiutato a distruggere l'università come strumento di trasmissione del sapere. Loro sapevano già tutto. Si consideravano l'inizio della storia. Ridicolo. Ho avuto scontri durissimi quando ero preside di Scienze Politiche a Firenze. Andavo alle assemblee e combattevo".
E la lasciavano parlare?
"Mi hanno sempre rispettato. Avevo avvertito: Se uno di voi dice che sono un fascista gli tiro il più grande ceffone della mia vita. Quando Capanna disse: Formidabili quegli anni, io commentai: Formidabili sicuramente per lui".
Non salva nessuno?
"I sessantottini falliti sono diventati radicali e verdi. Quelli in gamba sono diventati direttori di giornali, grandi scrittori".
Lei nasce bene, da una famiglia alto borghese.
"Mio padre era direttore di un lanificio".
La mamma era bella.
"Bellissima. Ero figlio unico. Appena laureato ho cominciato a insegnare. I vecchi baroni erano accusati di fascismo e all'università non c'era nessuno".
Lei organizzava le famose domeniche a casa Spadolini.
"Gli amici della domenica. Gli inviti erano molto ambiti. E selezionati. Io sono un elitista. C'erano sempre Silvano Tosi, Franco Borsi, Dino Frescobaldi, Alberto Predieri, Michele Castelnuovo. Verso le dieci andavamo a mangiare da Sabatini".
Dicono di lei: è un rompiballe, crede di essere l'ombelico del mondo, è un politologo che non sa niente di politica.
"Chi lo dice?".
Nell'ordine: Berlusconi, Pera e Baget Bozzo.
"L'importante è non essere confuso con Baget Bozzo. Lui non è un politologo, è un sacerdote travestito".
Non si può essere sacerdoti politologi?
"Che libri ha scritto? Dove ha insegnato?".
Lei è l'ombelico del mondo, dice Pera.
"Il mondo è fortunato ad avere un bell'ombelico come me. Io conosco Pera da quando era assistente di Francesco Barone a Pisa. Pera non era molto bravo. Ha avuto perfino difficoltà a vincere i concorsi quando tutti li vincevano facilmente. Non ha mai avuto molto prestigio. La sua materia dovrebbe essere peralogia. Lui era cultore dell'anarchia del metodo. Ma se c'è metodo non ci può essere anarchia, anche un professore di peralogia dovrebbe arrivarci".
È presidente del Senato.
"Di forza propria non ne ha. Deve vivere di buoni servizi resi a chi lo ha nominato".
E Berlusconi che dice che lei è un rompipalle?
"Lo criticavo spesso. E lui, incauto, mi rispondeva. Io ci andavo a nozze perché me lo mangiavo facilmente, senza eccesso di orgoglio o intenzione di offesa".
Lei ha scritto: quelli che hanno votato la legge Gasparri dovrebbero vergognarsi.
"Non sono stato leggero nemmeno con Ciampi. Secondo me ha fatto la manfrina".
Ma ha rinviato la legge al Parlamento.
"Gasparri era e Gasparri è rimasta. Un po' di cosmetica e basta. E lui l'ha firmata dopo un'ora. Poteva almeno aspettare un mese. Avrebbe dovuto destruzzizzarsi".
Destruzzizzarsi?
"Smettere di fare lo struzzo".
Lei è terzista?
"Chi è il terzista? Quello che difende il portiere?".
Quello è il terzino. Terzista è l'uomo che dichiara la sua parte ma è disposto ad accettare i suoi torti e le ragioni della parte avversa.
"Tutte le persone serie accolgono gli argomenti della controparte. Terzismo è un vocabolo di invenzione giornalistica".
Secondo lei c'è regime oggi in Italia?
"Se si intende per regime un sistema democratico reso anomalo da una personalizzazione eccessiva del potere allora il nostro è un regime. È curioso che chi mi ha contraddetto più di altri, su questo tema, è stato D'Alema. Che cosa gliene importa? A cosa gli serve dire che non è un regime quello di Berlusconi?".
Dicono tutti che è tanto intelligente.
"In un dibattito fa la sua figura. Ma politicamente sbaglia spesso. Ha perfino sostenuto che il conflitto di interessi se lo doveva regolare Berlusconi da solo. Come dire a un carcerato di disegnare la sua prigione".
Le ultime elezioni danno il segnale dell'inizio del declino di Berlusconi?
"Si direbbe di sì. Il Cavaliere sa vincere ma non sa perdere. A meno che non abbia mille vite, come i gatti".
Chi è che non le piace a sinistra?
"Oltre Bertinotti e Pannella? I verdi alla Pecoraro Scanio. Non piangerei se scomparissero. E l'assurda coppia Occhetto-Di Pietro".
Era più assurdo il duo Occhetto-Di Pietro o il duo Sgarbi-La Malfa?
"I secondi erano una cosa per far divertire, una sgarbata".
E Scognamiglio-Segni?
"Una cosa patetica".
Lei è uno dei pochi intellettuali che ha difeso Oriana Fallaci nella polemica sull'islamismo.
"Io non ho detto che la Fallaci aveva ragione. Ho detto: Se queste sono le critiche - e mi referivo a quelle demagogiche di Tiziano Terzani e di Dacia Maraini - allora la Fallaci ha ragione. Cioè ritenevo la Fallaci migliore dei suoi critici".
Anche Dacia Maraini era demagogica?
"Dacia Maraini scrive romanzi gradevolissimi, ma a ognuno il suo mestiere: lei entrava in questioni di antropologia culturale di cui non sa niente".
Lei guarda la televisione?
"In Italia il meno possibile. La Rai non serve gli interessi pubblici. È vergognoso. C'è solo rumore. Del tutto inesistenti i problemi del mondo. Se scoppia una bomba si fanno vedere le mamme che piangono e non si spiegano le ragioni per cui scoppiano le bombe".
Gioco della torre. Gasparri o La Russa?
"Gasparri in un dibattito non è irritante come La Russa che si traveste da Mefistofele. È implacabile anche lui, ma ha un certo garbo".
Cofferati o Bertinotti?
"Butto Bertinotti. Ma non riuscirò mai a capire perché Cofferati si sia fermato mentre era in corsa come leader di una sinistra che metteva in difficoltà anche Bertinotti".
Dicono per un patto di ferro D'Alema-Bertinotti.
"Poteva andare avanti lo stesso. Quando ha lasciato la Cgil era fortissimo".
Previti o Dell'Utri?
"Strabutto Previti. Dell'Utri ha seguito gli interessi del suo padrone forse in modo non corretto, ma è scandaloso il modo in cui Previti cercava di sottrarsi al giudizio del tribunale. Una volta si era dato malatissimo e io l'ho incontrato all'Argentario in un ristorante mentre mangiava felice e contento. C'è un limite all'arroganza".
Socci o Battista?
"Socci è insalvabile. Si rilegga i suoi scritti sul Giornale".
Mimun o Mentana?
"Nei limiti che si impone, Mentana ha intelligenza e autonomia. Mimun è completamente appiattito".
Fa più ascolti.
"Se facesse fare lo spogliarello alle sue annunciatrici andrebbe ancora meglio".
Giorgino o Marzullo?
"Ho un debole per Marzullo. Riesce a tirar fuori sangue dalle rape".
Baget Bozzo, Bondi o Schifani?
"Baget Bozzo è il peggiore. Bondi è soave, ha un sorriso angelico".
Vespa o Costanzo?
"Preferisco Costanzo perché ogni tanto dice male del Cavaliere. Per esempio ha detto che è un mentitore nato. Vespa non l'ha mai detto".
Sofri. Bisogna farlo uscire?
"Secondo me la sua forza è stare in prigione".
Cosa?
"Se esce ha meno tempo di scrivere".
Bisogna tenerlo dentro per motivi professionali?
"Non vuole chiedere la grazia. In prigione fa quello che vuole, è trattato con guanti bianchi, scrive quanto vuole quello che vuole, guadagna un sacco di soldi e vive gratis. Mi pare una situazione accettabile".
25 luglio 2004