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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 7 novembre 2004

Nota introduttiva
Nei Bei Momenti è stato pubblicato Agostino di Duccio a Rimini, riguardante le sculture ed i bassorilievi del Tempio Malatestiano e la storia controversa di Sigismondo Malatesta. Le immagini di questa settimana in rete sono tratte da opere di Agostino di Duccio e da foto storiche dell'interno e dell'esterno del Tempio Malatestiano.
p.c.

madonna col bambino
  
Perché non possiamo non dirci laici
Eugenio Scalfari su
la Repubblica 7 novembre

Da parecchio tempo avevo in animo di tornare su un tema che accompagna da molti anni i miei pensieri e i miei comportamenti politici e professionali. Il tema è quello del laicismo, del rapporto tra le credenze religiose e lo Stato, tra i diritti individuali e l´organizzazione d´una società di uomini liberi.
Questo gruppo di questioni sta all´origine della modernità occidentale e perfino dell´evoluzione delle Chiese cristiane. Se infatti il cristianesimo ha saputo e potuto aggiornare costantemente la propria dottrina e i canoni interpretativi della realtà sociale senza rinchiudersi nelle bende del dogma, ciò è dovuto soprattutto al fatto della presenza dialettica del potere civile accanto a quello ecclesiastico, nella reciproca autonomia dell´uno e dell´altro, alle lotte che ne sono derivate e agli equilibri che di volta in volta ne sono scaturiti.
Dal "date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio" alla guerra delle investiture sul finire dell´XI secolo, al lungo contrasto tra Impero e Papato che segnò il XIII e il XIV, fino alla nascita dell´Umanesimo, della libera scienza, della Riforma, delle monarchie nazionali, del diritto civile accanto e al di sopra del canone ecclesiastico, questa è stata la storia dell´Occidente europeo. Essa ha toccato infine il suo culmine nell´epoca dei Lumi, dell´egemonia della ragione e della tolleranza, nella dichiarazione dei diritti dell´uomo e del cittadino, nella guerra d´indipendenza americana e nella grande rivoluzione dell´Ottantanove incardinata nei princìpi tricolori di libertà eguaglianza fraternità.
Se tra le grandi religioni monoteistiche il cristianesimo è stato quello che più e meglio ha conservato e arricchito la sua dinamicità e se l´Occidente euro-americano ha prodotto il pensiero, la cultura e le istituzioni liberali e democratiche, l´elemento fondativo e il filo con il quale questo percorso è stato tessuto sta interamente in quella dialettica mai spenta tra lo Stato, le Chiese, gli individui. La compresenza degli Stati e delle Chiese ha consentito agli individui di essere attori sia all´interno delle Chiese sia all´interno degli Stati, impedendo alle prime di scivolare nella teocrazia e ai secondi di tracimare dall´assolutismo regio al totalitarismo, approdando infine alla democrazia repubblicana.
Certo la religione fu cemento comune in un´epoca che stava ancora traversando la profonda crisi dell´Impero Romano, delle sue istituzioni, del suo assetto economico e sociale. Ma quella religione sarebbe rimasta probabilmente semplice culto se non avesse potuto recuperare le tracce di Roma e di Bisanzio che avevano irradiato il "lago" mediterraneo e pontico con i rispettivi retroterra in tutti i quattro punti cardinali.
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angelo reggicortina
  
La discussione storica è dunque aperta da tempo su queste questioni, ma essa ha registrato negli ultimi anni una trasformazione rapida e profonda. La sua natura storica ha ceduto il posto ad un´attualizzazione politica, ideologica e addirittura elettorale. Si è visto sorgere, nel corso delle elezioni presidenziali americane, una sorta di "partito di Dio" nell´ambito della destra conservatrice, i teo-con accanto ai neo-con con alla testa lo stesso George W. Bush sempre più infervorato e pervaso da un ruolo quasi messianico che ha saldato la sua azione politica con i sentimenti di una vasta parte del popolo.
L´analisi del voto effettuata dopo il 2 novembre è ormai univoca: Bush e i suoi strateghi elettorali hanno unito insieme la pulsione missionaria di chi assegna all´America il compito di portare nel mondo il modello americano della democrazia e del libero mercato con la pulsione altrettanto potente di chi vuole recuperare nella società la moralità tradizionale contro ogni deviazione. Ethics-con e teo-con uniti insieme presuppongono come punto di riferimento religioso, anzi ideologico, un barbuto e severo Dio degli eserciti, il Dio mosaico tonante dalle vette del Sinai, che ha molto più i tratti vetero-testamentari che non quelli del Figlio incarnato e ammantato di amore e misericordia. Non a caso le Chiese evangeliche mobilitate in occasione del voto del 2 novembre hanno indicato il loro modello di riferimento nel "maschio bianco che ha il fucile in casa e che va ogni domenica in chiesa". È l´immagine antica del pioniere alla conquista del West, con la pistola nella fondina e la Bibbia nella borsa, dei paesi delle grandi pianure e della lotta contro il popolo indiano, della giustizia amministrata direttamente sul posto con processi sommari e popolari, delle grandi mandrie transumanti dagli allevamenti alle città. E dei predicatori che richiamano gli uomini al timore di un Dio tonitruante dall´alto dei cieli, che vuole il suo popolo armato nelle coscienze e nelle fondine purché obbediente ai suoi precetti morali.
Bush è da dieci anni, prima ancora di diventare presidente degli Stati Uniti, uno dei punti di riferimento del movimento evangelico dei "rinati in Cristo", spina dorsale del fondamentalismo e del messianesimo cristiano negli Stati americani del Midwest e del Sud. Un movimento che conta 60 milioni di aderenti reclutati tra le varie Chiese protestanti e spesso in competizione con le congregazioni originarie. Si poteva pensare che questo movimento non lambisse le comunità cattoliche, ma non è stato così. Nel complesso messaggio di Papa Wojtyla, ripartito tra la condanna della guerra, la critica al consumismo e al liberismo capitalistico e la morale sessuale puritanamente tradizionale, il grosso dei cattolici americani e del loro clero ha privilegiato quest´ultimo aspetto, trasformando anche la loro Chiesa sullo stesso piano del movimento evangelico, sia pure con toni e linguaggi più moderati.
angeli musicisti
  
Questa comunque è l´America che ha vinto le elezioni del 2 novembre e Bush è l´uomo che la guida. È possibile che il suo secondo mandato si caratterizzi all´inizio con approcci più aperti verso un recupero di multilateralismo in politica estera perché l´America ha bisogno d´un momento di respiro sul teatro iracheno, soprattutto per quanto riguarda la compartecipazione europea ai costi finanziari della guerra. Ma la strategia complessiva non cambierà. La missione salvifica d´una America destinata ad esportare nel mondo i suoi modelli di riferimento economici, ideologici, istituzionali, servendosi tutte le volte che sia necessario del braccio militare e della superiorità tecnologica, imponendo la sua legge a tutte le altre potenze, non cambierà per la semplice ragione che Bush è un uomo di fede e la missione storica che si è dato è quella di fare della sua America l´impero del Bene contro l´impero del Male, incarnato dal terrorismo islamico, dagli Stati-canaglia ed anche dalla corruzione delle idee e dei costumi. "Dio non è neutrale", ripete spesso nei suoi discorsi e messaggi al popolo americano. "Dio è con noi". Un Dio crociato che risponde al nome di Cristo anche se ha poche attinenze con la predicazione di Gesù di Nazareth tramandata dagli evangelisti. C´è molto di Paolo in questa visione del cristianesimo combattente e molto anche del Giovanni apocalittico; molto meno di Agostino.
Ma il vero discrimine è con il liberalismo laico dell´Occidente moderno, che ridiventa in questo contesto l´antemurale della ragione contro una fede che punta a fare della religione un elemento costitutivo della politica.
In queste condizioni è evidente che il fossato tra le due sponde dell´Atlantico è diventato dopo il 2 novembre molto più profondo. È del pari evidente che i valori dell´Occidente non sono più gli stessi tra l´America e l´Europa anche se la diplomazia dei governi continuerà a mantenere in piedi la sempre più tenue ipotesi, ispirata alla realpolitik d´una recuperata convergenza all´insegna della lotta contro il terrorismo da tutti ovviamente condivisa.
Del resto, prima o poi, il problema d´un cristianesimo crociato si porrà ? si è già posto ? anche alla Chiesa cattolica e alla sua finora tenace avversione contro ogni guerra di religione e di civiltà.
Certo, esiste anche un´Europa che simpatizza con la follia teo-con e con i nuovi crociati, così come per fortuna esiste un´altra America che contrasta nettamente con quella di George Bush. Gli schieramenti su problemi così complessi sono sempre trasversali. Ma il dato nuovo è questo: dopo un breve periodo di caduta delle ideologie in favore d´un pragmatismo tutto politico, le ideologie tornano prepotentemente in campo. L´America imperiale ed evangelica ha chiaramente enunciato la propria. E l´Europa laica?
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I laici non hanno, per definizione, né papi né imperatori né re. Neppure vescovi, tantomeno vescovi-conti. Hanno, come signore di se stessi, la propria coscienza. Il senso della propria responsabilità. I princìpi della libertà eguaglianza e fraternità come punti cardinali di orientamento.
Sulla base di quei princìpi il loro percorso si è intrecciato anche con il cristianesimo e con il socialismo. Con quest´ultimo sulla base d´una eguaglianza che in nessun caso può essere disgiunta dalla libertà vissuta come inalienabile diritto degli individui al di là d´ogni discriminazione di razza, di religione, di sesso. Con il cristianesimo sulla base, anch´essa, della non-discriminazione e quindi del valore dell´individuo vivificato dalla pulsione verso la solidarietà e l´amore del prossimo.
Il sempre più spesso ricordato "perché non possiamo non dirci cristiani" di crociana fattura rappresenta un lascito storico e storicistico dal quale traluce un´inconfondibile impronta laica poiché la coscienza laica assume nel suo sé gli eventi che hanno potentemente contribuito a trasformare la realtà (e il cristianesimo è stato ed è tra i più rilevanti) privilegiandone gli aspetti dinamicamente propulsivi e inserendoli nel quadro di una modernità umanistica che concilia la fede con il rispetto dell´altro e con la libera scelta individuale.
Il laicismo ha il suo culmine nell´abolizione dell´idea stessa di "peccato". Non c´è peccato se non quello che rafforza le pulsioni contro l´altrui libertà. Non c´è peccato se non l´egoismo dell´io e del noi contro il tu e il voi. Non c´è peccato se non la sopraffazione contro l´altro e contro il diverso.
Il laico non è relativista né, tantomeno, indifferente. Soffre con il debole, soffre con il povero, soffre con l´escluso e qui sta il suo cristianesimo e il suo socialismo. Perciò il laico fa proprio il discorso della montagna. Fa propria la frusta con la quale Gesù scaccia i mercanti dal tempio della coscienza, si dà carico dell´Africa come metafora dei mali del mondo.
Il laico vuole l´affermazione del bene contro i mali, i tanti mali che abbrutiscono l´individuo sulla propria elementare sussistenza impedendogli di far emergere la propria coscienza, i propri diritti e i propri doveri al di sopra della ciotola sulla quale reclina la poca forza di cui ancora dispone per appagare i bisogni primari dell´animale nudo che è in lui.
E´ secondario che il laico abbia una fede e dia sulla base della propria fede una senso alla sua vita, oppure che non l´abbia, non creda nell´assoluto e non veda nella vita se non il senso della vita e non veda nella morte se non la restituzione della sua energia vitale ai liberi elementi dalla cui combinazione è nata la sua consapevole individualità.
Questa è a mio avviso la moralità e l´ontologia del laico ed anche la sua antropologia e la sua pedagogia. Il Cristo che perdona l´adultera e associa Maria di Magdala allo stuolo dei suoi discepoli è un laico, come il Cristo che riconosce al potere civile ciò che al potere civile spetta per organizzare la civile convivenza.
In realtà il Figlio ha profondamente modificato l´immagine del Padre che, annichilendo Giobbe, inneggia alla creazione del Leviatano come manifestazione della sua infinita e indiscutibile potenza. Con la quale annulla ogni teodicea e l´idea stessa della giustizia. Noi europei abbiamo conosciuto purtroppo il Leviatano all´opera e quindi siamo vaccinati contro ogni sua possibile incarnazione. La stessa immagine d´un qualsiasi impero contrasta con i valori dell´Occidente laico e dovrebbe contrastare ancor di più con i valori del cristianesimo e del singolo cristiano, fosse pure in nome del Bene con la maiuscola.
Per questo è vero che non possiamo non dirci cristiani ed è altrettanto vero che non possiamo non dirci laici in tempi nei quali cresce la bestiale violenza, l´inutile guerra, l´intolleranza, l´egoismo, il disconoscimento dell´altro e del diverso. I contrari di tutti questi sono i valori dei laici e con essi noi laici ci identifichiamo. È anche questa una fede, che ingloba le fedi al livello di ragione. Una fede che si affida alla volontà anziché alle illusioni e agli esorcismi contro la morte. Personalmente mi consola pensare che la nostra energia vitale è indistruttibile e servirà anch´essa a mantenere la cosmica energia che alimenta in perpetuo la vita.

interno del tempio malatestiano
  
Fede & Soldi alleanza vincente
Alberto Alesina su
La Stampa 4 novembre

Per capire il risultato delle elezioni americane bisogna rispondere alla seguente domanda: come mai viene rieletto un Presidente che ha ridotto le imposte soprattutto ai più ricchi, vuole privatizzare le pensioni e ridurre le dimensioni del Welfare State in un Paese dove già la protezione sociale è la meno generosa dei Paesi industriali? Un politico europeo che proponesse politiche simili non arriverebbe al 10% dei voti. Le risposte sono due: una di strategia politica e una filosofica. La prima è che il partito repubblicano in genere e Bush in particolare sono riusciti a cementare un'alleanza molto solida tra la destra religiosa, contraria all'aborto e al matrimonio fra gay, e una buona parte della "business community", le classi alte. La destra religiosa pensa molto ai valori religiosi e poco al Welfare State, quindi è disposta a tollerare politiche favorevoli al business se fatte da un Presidente che condivide certi valori religiosi. Alla business community non interessa nulla di aborto e di gay, ma preferisce un repubblicano alla Casa Bianca per la sua politica economica. I repubblicani sono stati strategicamente bravissimi nel mantenere al centro dell'attenzione un argomento poco importante come i matrimoni gay, appunto per vincere il voto dei meno ricchi ma più religiosi. A ciò va aggiunto un uso elettorale della spesa pubblica: con un inutile e costoso piano di sanità pubblica per anziani, ricchi e poveri, Bush si è assicurato la Florida, lo Stato dei pensionati. Finché il partito democratico non riuscirà a inserire un cuneo in questa alleanza non vincerà più. Kerry non era il candidato adatto per farlo: le sue credenziali come uomo di fede erano e sono inesistenti; ha votato sempre a favore delle cause più odiate dalla destra religiosa e il suo populismo economico ha irritato molti osservatori. Kerry sperava nei giovani ma, questa è la sorpresa, il voto dei nuovi elettori si è spartito equamente.
Ma al di là della strategia c'è un secondo fattore molto più fondamentale, filosofico appunto. Gli americani, soprattutto quelli che vivono lontano dalle coste, vedono l'intervento dello Stato in economia come un'intrusione da evitare. Il 60% degli americani pensa che i poveri possano uscire dalla povertà senza bisogno di aiuto dallo Stato, solo il 26% degli europei è d'accordo. La maggioranza (54%) degli americani pensa che chi è ricco lo è per i suoi meriti, il 70% degli europei pensa che i ricchi sono solo più fortunati. Indipendentemente da chi abbia ragione, questi dati riflettono una concezione della società molto diversa tra Europa e America. Kerry parlava come un politico europeo: spendere di più per il Welfare, non toccare le pensioni, tassare molto di più i ricchi. Bush parlava di dar più potere al cittadino, ridargli il controllo dei suoi fondi pensione, limitare il ruolo dello Stato nell'economia. A giudicare dal risultato gli americani hanno fatto una scelta antistatalista. Speriamo ora che Bush sappia combinare il liberismo in economia con una finanza pubblica più prudente.


La sinistra e il "cuore" perduto
Michele Serra su
la Repubblica 6 novembre

Il popolo è di destra, dunque la sinistra è impopolare. Peggio, il suo corpo elettorale è una neoborghesia urbana dalla morale privata disinvolta, infiacchita dal relativismo etico, unita solo dallo snobismo culturale e dal disprezzo per la sana attitudine dei semplici a pregare Dio e amare la Patria. Per questo la sinistra non vincerà mai: a meno di preparare la sua lenta e difficile riscossa riaccostandosi con umiltà e resipiscenza al "cuore" della Nazione (al ventre, secondo altre versioni più vigorose), che non palpita per i diritti dei "culattoni" ma per la Famiglia, per l´alzabandiera e per le sane tradizioni.
diana (la luna)
  
Questo, brutalmente sintetizzato, è il succo di molte analisi (nazionali ed estere) del voto americano. Contiene qualcosa di vero: per esempio descrive l´oggettiva e profonda divaricazione, non solo americana, tra i ceti intellettuali, progressisti, laici e benestanti, e il sentimento di insicurezza sociale e perdita identitaria del piccolo sterminato ceto medio, per il quale questioni come l´ambientalismo o i diritti delle minoranze sono solo fumo che impedisce di addentare l´arrosto delle urgenze quotidiane, sfizi di sapientoni con la pancia piena che non hanno altre urgenze a cui badare.
Benissimo. Veda la sinistra di abbassare la cresta, che in effetti è di parecchi centimetri più alta rispetto ai meriti e ai risultati, e si ispiri, nella sua azione politica, un po´ meno alla sua libreria patrizia e un po´ di più al faticoso corpo a corpo con la plebe (pratica nella quale una volta, tra l´altro, eccelleva). Detto questo, la domanda è: questo riaccostamento obbligato ai sentimenti "semplici", alle tribolazioni quotidiane, alle legittime ansie di chi, avendo studiato e viaggiato di meno, pensa che gli arabi abbiano tutti il nasone, la scimitarra e il turbante e siano malvagi, in quale maniera deve avvenire? Quanto varrebbe, e quanto sarebbe credibile, una simulazione ipocrita di valori e di convincimenti che, anche se maggioritari, anche se vincenti, NON sono di sinistra, e anzi costituiscono il secolare grumo di pregiudizio che i progressisti di tutte le latitudini, da sempre, vorrebbero sciogliere? Che dovrebbe fare, la nostra ipotetica Sinistra Rifatta, compiacere il suo uditorio texano (o brianzolo) dicendo che preferisce il vigoroso Mel Gibson al cervellotico e vizioso Woody Allen? Che l´inventore della torta di mele (o della polenta taragna), in quanto padre di un mito patrio fondante, è molto più utile e importante di Freud? Che la laicità è un valore solo lontano dalle campagne elettorali, quando sarebbe molto più utile farsi sfuggire almeno una volta che, ovviamente, siamo tutti religiosi, tutti credenti, tutti convinti che Dio tenga per mano l´Occidente? Che la disponibilità del proprio corpo da parte delle donne è causa di una deplorevole deriva anti-familiare, che gli omosessuali sono simpatici caratteristi accettabili solo se non pretendono di essere cittadini uguali agli altri, che i diritti civili in genere vanno benissimo per le cene tra bostoniani ma non sono un argomento di conversazione adatto ai barbecue elettorali nel Middle-West?
Sono tutte domande retoriche, e come tali contengono già la loro risposta: no, la sinistra non potrebbe (nemmeno se lo volesse, sedotta da uffici marketing frettolosi) sostenere ciò che non ritiene essere vero. Forse dovrebbe - al contrario - credere un po´ di più a molte delle cose in cui già crede. E imparare a dirle meglio, soprattutto re-imparando l´annosa fatica di convincimento, di conquista ideale, di proselitismo che, è urgente ricordarlo, è sempre, dico sempre partita da posizioni di svantaggio, di minorità, spesso di impopolarità (che non è affatto sinonimo di antipopolarità): perché il popolo, se vogliamo accettare questa semplificazione da due lire, è spesso e volentieri di destra, e sovente ha impugnato i forconi per infilzare i signorini liberali e progressisti che venivano a mettere il naso nelle sue faccende. Raramente ha accolto tra due ali festanti di folla le nuove idee partorite "in città".
Non c´è una sola battaglia democratica che non abbia dovuto risalire la corrente del sentimento comune, a volte riuscendo a rovesciarlo. Il Gregory Peck del "Buio oltre la siepe", e perfino il Gary Cooper di "Mezzogiorno di fuoco" (cito due film strapopolari, mica Godard) erano eroi solitari che si battevano per una causa sacrosanta, la cui giustezza etica era percepibile anche dal più trucido degli spettatori, contro l´inerzia o l´ostilità ambientale. Non solo John Wayne, anche il Kevin Kostner di "Balla coi lupi", o il Dustin Hoffman del "Piccolo grande uomo", sono carne viva della mitologia popolare americana, che è democratica quanto repubblicana, umanista e riflessiva quanto squadrata e sbrigativa è l´altra faccia dello spirito della Nazione.
Se la sinistra fosse ridotta alla sola maschera politica dei professori e dei giornalisti della East Coast (o degli insegnanti di liceo italiani, o dei cinefili parigini, o degli studenti olandesi fumatori di cannabis), come accetta di farsi dire con stolido autolesionismo, non avrebbe ovunque, in Occidente, quasi la metà dei voti, compresi quelli di molte casalinghe di Voghera e di molte pettinatrici di Denver. Non si batterebbe alla pari, quasi ovunque, con la nuova destra liberista, nazionalista, confessionale e bellicista che intende regolare i conti con il mondo usando le maniere forti.
Il rafforzamento dello stato sociale, la riduzione della vergognosa forbice tra ricchezza e povertà, l´estensione dei diritti civili e dei doveri economici (a partire da quello fiscale), il rifiuto del rozzo concetto di "guerra tra civiltà" e la ricerca appassionata e ostinata della convivenza tra culture differenti sono valori formidabili, di concretissima e immediata applicabilità, e sono solido patrimonio dei progressisti. Bisogna spenderlo, anche se spenderlo non è facile. Non è facile andare a dire a un farmer con il culto del Winchster che la sua sicurezza aumenterebbe, e di molto, se l´Iraq non fosse stato invaso e se Bush non fosse stato rieletto. Non è facile ma è vero, e comunque è la verità che i democratici e i progressisti di mezzo mondo hanno maturato, è la sola voce sincera di cui dispongono. Fossi un farmer, per giunta, nutrirei diffidenza e disprezzo per un attivista democratico che venisse a darmi ragione: i farmer non sono cretini.
C´è da cambiare un metodo e un attitudine: quelli, pedanti e altezzosi, di una sinistra pedagogica e con la scienza infusa, che fa cadere dall´alto la sua disciplina critica e promuove o boccia i cittadini come se fossero alunni meritevoli quelli che le danno ragione, somari quelli che non capiscono o non condividono. Ma c´è una sostanza ideale, un corpus di valori che hanno ormai secoli di vita, che sono temprati dal fuoco della storia, depurati dal virus totalitario, dal moralismo costrittivo, dall´arroganza elitaria. Guai a perdersi e a perderli, quei valori, guai a correre a rivedere Mel Gibson per capire che cosa non abbiamo capito, e dimenticare il giovane avvocato Atticus in camicia bianca (un Gregory Peck cento volte più sexy, tra l´altro, di quel bietolone di John Wayne) che aveva già capito quello che si doveva capire. E non si chiedeva se difendere un nero innocente dalla forca fosse elettoralmente produttivo o politicamente sagace. Lui, nel ventre della Nazione, ci viveva eccome. Ci viveva, ma non lo assecondava: se ne sentiva parte al punto da volerlo convincere, a qualunque costo, che le cose giuste sono giuste ovunque, a Philadelphia come in Alabama. E quelle sbagliate, quando vincono, fanno immalinconire gli avvocati democratici non perché ledano il loro amor proprio o feriscano il loro narcisismo: ma perché a lungo andare ammorbano e feriscono soprattutto il famoso ventre della Nazione.

angeli musicisti
  
"La battaglia non è finita"
John Edwards il consolatore
Aldo Cazzullo sul
Corriere della Sera 5 novembre

NEW YORK — "La battaglia non è finita. Continua per le madri, i disoccupati, i giovani, gli uomini che hanno diritto a non essere giudicati per il colore della loro pelle. Continua perché siamo in America, e in America tutto è ancora possibile".
I democratici avevano bisogno di sentirselo dire, con quella punta di retorica e di populismo che la sinistra moderna considera peccato proprio mentre la destra se ne appropria con i risultati conseguenti. Ingannati alla vigilia dal loro stesso ottimismo, i democratici erano caduti in depressione di fronte alla chiara affermazione di Bush e all'ancora più netta vittoria repubblicana al Senato e alla Camera. Eppure metà dell'America è all'opposizione e non è affatto residuale, comprende gli Stati delle quattro metropoli — New York, California (Los Angeles), Illinois (Chicago), Pennsylvania (Philadelphia) — e il cocktail sociale del progressismo americano — le minoranze e gli intellettuali, i sindacati e i magnati — che tanto dispiace all'America profonda, ma che già sta cercando l'uomo per il 2008 e nell'attesa si è ritrovata nelle parole di John Edwards.
Questo non significa che l'avvocato avversario delle multinazionali farmaceutiche sarà il prossimo leader; anzi, probabilmente non lo sarà mai. Potrebbe essere però il prossimo volto del partito democratico; che mai ha obbedito fedelmente a un capo, neppure a Kennedy le cui riforme furono affossate dai democratici del Sud, tanto meno a Clinton quando portò in Congresso la riforma sanitaria preparata da Hillary, ma ha bisogno di una personalità e di un sorriso in cui riconoscersi e attorno a cui aggregare l'America insoddisfatta del presente e desiderosa di cose nuove. In quattro anni la macchina del partito, che anche in queste elezioni ha prodotto uno sforzo impressionante, è in grado di scovare un nome quasi sconosciuto, come fece appunto con Clinton. Oppure potrebbe accorgersi di avere già l'uomo giusto.
L'aspetto e la storia, il look e la biografia di Edwards assecondano quell'idea di salto generazionale, riscossa sociale, energia nuova che i democratici avvertono di dover incarnare o almeno inscenare per vincere. Non a caso già questa volta Edwards aveva sfiorato la vittoria alle primarie. Il ciuffo, lo sguardo, il sorriso, il gesto riportano all'archetipo del dopoguerra, Kennedy. La sua formazione ricorda quella di Clinton. Kennedy era figlio dell' aristocrazia del Nord-Est di origine irlandese, come Kerry (sia pure con appoggi più solidi in famiglia di quelli assicurati dalla regina del ketchup Teresa Heinz). Edwards viene come Bill dal Sud e da una famiglia umile, operaia. Nato nella Carolina del Sud e cresciuto in quella del Nord, è diventato ricco ottenendo risarcimenti per i pazienti raggirati dalle assicurazioni sanitarie; e rappresenta in politica l'aggiornamento della linea tradizionale del riformismo americano, alieno all'ingegneria sociale scomparsa ormai anche in Europa dopo l'uscita di scena di Jospin, deciso a cercare all'interno del sistema i meccanismi per sovvertire i rapporti di forza tra povero e ricco, tra outsider fuori dai giochi e "connected" che grazie alle relazioni personali e familiari se la cavano sempre. Al centro della campagna di Edwards nelle primarie è stato non a caso il tema delle due Americhe, "quella al telefono da bordopiscina con il broker di Wall Street e quella curva sui campi e nelle officine" (ha detto proprio così). Poi, scelto come numero 2 del ticket, ha badato a non sovrapporsi a Kerry, leale al punto di sobbarcarsi nella notte decisiva l'errore politico di rinviare l'ammissione della sconfitta.
Il duo sconfitto ha strappato un risultato dignitoso, migliore di quello del partito. Però nel 2008 Kerry avrà 65 anni (Edwards 55, ma ne dimostra meno al punto da essere inserito dalla rivista People tra gli uomini più amati dalle donne d'America); e nel dopoguerra un solo candidato democratico, il fascinoso governatore dell'Illinois Adlai Stevenson, ha avuto una seconda chance, puntualmente seguita dalla seconda sconfitta (da Eisenhower però). Quattro anni in più potrebbero pesare anche per Hillary Clinton, che vedrà sfumare il ricordo degli anni felici del malandato Bill ma non il livore dei conservatori, che rendono il suo ingresso alla Casa Bianca nulla più di una suggestiva ipotesi; lei stessa ne è consapevole anche se non per questo rinuncerà a provarci, e l'ha confermato affrettandosi a rilasciare la sua dichiarazione subito dopo il discorso di Kerry. Edwards non ha saputo frenare il declino democratico nel Sud (che già aveva votato in massa contro il sudista Gore): i repubblicani hanno vinto pure il suo Stato e il seggio che aveva lasciato libero. E non lo aiuta nell'approccio con i conservatori essere stato un avvocato, sia pure dei poveri; la sua professione è la più odiata d'America, e già in campagna elettorale i repubblicani gli hanno rinfacciato che "quelli come lui" contribuiscono con le loro cause ad alzare il prezzo delle polizze sanitarie (e poi all'industria farmaceutica Bush è molto affezionato). Però nel profilo di Edwards può riconoscersi la classe media dell' intero Paese; e fare politica fuori dal Palazzo gli gioverà.
Bastava vederlo, l'altro giorno, appoggiare la mano sulla spalla della signora Kerry, le mosse e la gestualità giusta per le telecamere anche sul palco della sconfitta, all'occhiello la medaglia di un college di provincia. L'aveva vinta il figlio sedicenne Wade, il primogenito, che nel '95 aveva scalato con lui il Kilimangiaro e l'anno dopo, il 4 aprile, morì schiantandosi con la Jeep Cherokee che lui gli aveva appena regalato. Edwards chiese alla moglie, Elizabeth Anania, italoamericana, di avere altri figli. Catherine, la secondogenita, era d'accordo. Lei esitava. Poi a 49 anni ha avuto Emma e a 50 John junior. Un'altra prova ora attende la famiglia. Ieri Elizabeth ha dato la notizia taciuta in campagna elettorale: ha un cancro al seno, a uno stadio avanzato. Il marito limiterà il lavoro politico per starle vicino. E anche per questo va ascoltato quando dice che tutto può essere perduto, ma tutto è ancora possibile.

sarcofago all'esterno
  
Come battere il Gran Bugiardo
Franco Cordero su
la Repubblica 6 novembre

L´Italia barocca, arcadica, analfabeta pullulava d´accademie animate da strenui disquisitori. Dopo due o tre secoli, variati i repertori, il torneo continua. La politica offre larga materia. Spesso sono temi vaghi, disputabili all´infinito: ognuno s´acconcia le premesse giostrando nel vuoto, ma non è puro estro dialettico; dalla finta neutralità emergono posizioni d´interesse. Siccome tra 18 mesi o forse prima voteremo, gli attuali oppositori ricevono mille consigli sul dove pescare voti; e tiene banco una metafora geometrica: che il tesoro stia al centro. Schermaglie d´ugola, finché qualcuno non formuli ipotesi pratiche. Quattro anni fa il centrosinistra subisce una fuga d´elettori indotta dal disgusto: molti non votano; o vistolo malfermo, corrivo, subalterno, scelgono l´antagonista perché modula una retorica elementare e diretta. Ora, conviene recuperare quei voti riscoprendo un´identità stupidamente barattata, o adescare gl´inclini alla fiera d´Arcore ma delusi dalla bancarotta governativa? Il verbo tecnicoide è "intercettare".
la filosofia
  
Eseguita senza trucchi, l´analisi dei precedenti svela due costanti italiane negative. La prima è una certa destra canaille, pronta al matrimonio col diavolo. L´apparente decoro dissimula un baronato rapinoso: cent´anni fa difende latifondisti meridionali, agrari padani, capitalisti parassiti, quelli che vogliono barriere doganali, commesse dal governo, mano d´opera inerme, sfruttabile all´osso; caduto il quarto gabinetto giolittiano, trionfa la coppia ministeriale Salandra-Sonnino (funge da terzo Ferdinando Martini, ministro delle colonie, scaltro politicante letterato venuto dalla cosiddetta Sinistra); il capolavoro è un salto a occhi chiusi nel mattatoio europeo; Francesco Saverio Nitti racconta con che fredda disinvoltura agiscano adoperando stampa e piazza contro le Camere (Scritti politici, VI, Laterza 1963, pp. 55ss.); e sostenuto a spada tratta dal "Corriere" d´Albertini, Luigi Cadorna conduce rovinosamente l´affare bellico attribuendo le sconfitte al cosiddetto nemico interno. I guerrafondai volevano una rifondazione autoritaria; eccola: salasso, economia stravolta, pescicani, velleitaria frenesia rossa, vendetta padronale. Raccoglie i frutti Mussolini, eversore rosso, squadrista nero, fondatore d´imperi, parolaio indifferente ai fatti, talmente poco lucido da pigliare sul serio le fantasmagorie che gesticola: ma il fascismo è fenomeno premussoliniano; lo essuda quella destra.
Perversioni simili presuppongono culture del sogno a occhi aperti (siamo alla seconda costante): vi lavora una piccola borghesia famelica, rissosa, ciarlona, semi-istruita; lo sviluppo economico richiede ingegneri, chimici, agronomi, periti; al loro posto vengono su come funghi legulei, oratori, scribacchini. Parole e fantasie eclissano i fatti. Quante fiabe. Sentiamone tre: che l´Italia sia un paese benedetto da Dio, specie nel sud; abbia destini imperiali; occupata Assab nel Mar Rosso, tenga le "chiavi del Mediterraneo". L´ambiente genera gli uomini: in politica l´archetipo era Francesco Crispi vecchio, visionario megalomane; D´Annunzio spaccia miti a basso costo, bardo dell´interventismo. Gli "arcangeli" del sindacalismo anarcoide (Filippo Corridoni riceve questo titolo da un biografo) sono cugini degli imperial-nazionalisti: ideologo Alfredo Rocco; avvocato degli industriali siderurgici e zuccherieri, li chiama "i miei clienti duri e dolci". Evasione dalla realtà e bisogno d´odiare. Che magnifico bersaglio è Giolitti, raziocinatore prosaico. La miscela esplode nell´ubriacatura guerrafondaia 1915.
Esistono ancora famiglie umane bisognose d´illudersi, insofferenti della realtà scomoda, pronte a mordere chi ne parla, e le televisioni concimano l´humus. D´Annunzio aveva un pubblico irrisorio rispetto a Mediaset. I fatti non contano più: li squagliano figure d´aria; e poiché le lanterne magiche hanno un padrone barbaro improvvisatosi statista, spaventosamente ricco, l´unico che accumuli denaro mentre tutti s´impoveriscono, efferato nell´erodere i residui d´intelletto (parola d´ordine, "il pubblico ha 11 anni"), solo gl´interessati alla fiera non vedono che caso sciagurato sia l´Italia. Ciò premesso, risulta chiaro qualche punto del discorso strategico. Primo, le cose da non fare. Quattro anni fa Berlusconi giocava sul velluto: l´avversario s´era suicidato; uomini del centrosinistra pensavano in chiave berlusconoide non avendo i suoi soldi né l´ordigno e meno che mai l´abilità filibustiera; aveva vinto in termini "culturali", direi se non fosse una beffarda antìfrasi. Vittoria scontata. I succubi gliela portavano sul piatto d´argento e che non stravinca, è segno d´un fondo organico sano. Teniamolo da conto. Nelle malattie collettive l´analisi linguistica ha funzione clinica: circolano parole nuove o significati anomali d´una parola vecchia; ad esempio, "riformista", nome e aggettivo. Seriamente intesa, qualifica scelte commisurate al possibile. Chiamiamo riformista Giolitti quando propone tutela del lavoro, suffragio universale, imposta progressiva, nominatività dei titoli azionari (subito affossata dal gabinetto Mussolini: quanto gliene è grata la finanza vaticana; germinano da lì i Patti Lateranensi). Insomma, è riformista chiunque abbia la testa sul collo. Da qualche tempo lo stesso vocabolo denota una dottrina delle simpatie trasversali: Berlusconi è partner politico rispettabile quanto Bettino Ricasoli, Marco Minghetti, Giovanni Lanza, Luigi Einaudi; Cavour conduceva aziende agricole, lui traffica immagini (inter alia); solo dei pauperisti dementi considerano delitto l´essere ricchi; Mediaset, patrimonio italiano; peccato non avere compiuto la tela bicamerale ma quod differtur non aufertur; e fuori dei piedi gli ossessi dell´antiberlusconismo. Respirano quest´aria le Camere 1996-2001 sotto insegna centrosinistrorsa: varie novità prefigurano l´allegra filosofia giudiziaria d´Arcore; l´umore solidale culmina nel conflitto sollevato dalla Camera davanti alla Consulta, perché il giudice milanese dell´udienza preliminare non accorda l´ennesimo rinvio all´onorevole Previti, assorbito giorno e notte da impegni parlamentari. Giustizia schernita. Con tali precedenti, ripetiamolo, torna a onore degli elettori che Berlusconi non abbia stravinto, ma nonostante le prove d´inettitudine, rivincerebbe su avversari signorilmente alieni dal dire le cose come stanno, in lingua possibilmente chiara, senza mimiche ed esoterismi da boiardi o mandarini, quasi esistesse una scienza segreta della politica succhiata nelle pepinières del partito. Dopo la cosa da non fare, due raccomandabili: oppongano alla sbornia delle illusioni i discorsi sommessi sulle cose; e riscoprano i rudimenti d´una moralità; corrono tempi in cui l´autentico machiavellismo è spendere sul serio massime morali. La pesca al centro (nel senso d´un falso riformismo) significa sconfitta. Bicameralis mercatura nefaria est, e già che siamo sul terreno latino, arrischierei una postilla: la physiognomia vuole la sua parte; forse converrebbe esporre qualche viso nuovo, persone che esistano anche fuori della commedia politica; il Gran Bugiardo ridens affermava d´averne, e così ha sbaragliato i chierici.


Fini? A lui l'ha rovinato Berlusconi
Intervista a Franco Cardini
Roberto Cotroneo su
l'Unità 31 ottobre

Il 7-0 di lunedì scorso ovviamente non è piaciuto a nessuno nel centro-destra. Ma certamente quello che ha la poltrona più problematica è Gianfranco Fini. Fini ha due problemi fondamentali. La fine dell'idea che Alleanza Nazionale possa diventare nel tempo il partito di riferimento nel centro destra. Una sorta di partito conservatore affidabile e con una cultura di governo autentica. E un elettorato che tende a non riconoscersi nelle posizione politiche di An. Un elettorato movimentista, erede di una tradizione missina che ha mal digerito Fiuggi, e ora non riesce affatto a digerire le posizioni di Fini in politica interna e in politica estera. Dall'altro lato il leader di An ha il problema delle scissioni. Prima Rauti, naturalmente, ora la Mussolini, con un partito che ha avuto dei significativi successi in queste ultime supplettive. In futuro il rischio è Storace, anche se per ora il Governatore del Lazio sta buono al suo posto. Ma cosa sta succedendo a destra?
angelo reggicortina
  
Siamo andati a chiederlo a un uomo di destra, sempre un po' eretico, polemico con la sua area politica di riferimento, eppure molto attento a tutto quello che succede. Franco Cardini, 64 anni, proveniente da una famiglia operaia di San Frediano, è un coltissimo professore, è stato consigliere di Amministrazione della Rai, ha scritto libri, insegna Storia medievale all'Università di Firenze, ed è stato "visiting professor" in molte università europee e americane. Cardini è di destra da sempre, da quando ventenne militava nel Movimento Sociale Italiano.
Professore che succede a destra? Due giorni fa Gianfranco Fini ha dichiarato: “Tra i nostri elettori c'è disincanto con punte di delusione. C'è un decifit di classe dirigente, il centrodestra ascolti di più gli umori popolari”. Sembra una dichiarazione di sconfitta vera. Una debacle. Cosa sta accadendo?
"Quello che sta accadendo è sotto gli occhi di di tutti. La svolta di Fiuggi non ha mantenuto le promesse di allora".
C'è già Berlusconi che non mantiene le promesse...
"Sì ma questa volta le cose sono più complicate. Lei se lo immagina l'elettore di An che si deve digerire lo sfascio ambientale con gli alberghi nelle isole Eolie, l'evasione fiscale, gli speculatori di ogni genere, e una politica estera che di fatto appoggia le multinazionali delle armi, e degli interessi in Iraq?
Intanto bisognerebbe capire chi è l'elettore di An.
"Guardi questo è più facile di quanto si pensi. Il Msi aveva due tipi di elettori. Il primo era un elettore che vedeva in Almirante la stessa sua ossessione. L'anticomunismo. Il fascismo missino era una forza anticomunista che garantiva l'ordine. L'aspetto ideologico e movimentista del Msi non gli importava granché. Quel tipo di elettore lì, che certamente ancora esiste, ora è ovvio che vota Forza Italia".
Certo, con tutta la litania berlusconiana dei comunisti che rovineranno l'Italia, è comprensibile. Mi dica il secondo elettore.
"Il secondo tipo di elettore è quello più interessante. Ed è quello a cui fa riferimento Fini, poi Storace, e quelli che fanno le scissioni, come la Mussolini. È un ceto sociale popolare, di solito. Gente che ha un forte senso dello Stato e della nazione".
Nazionalista.
"Sì, ma non solo. Un'idea etica dello Stato".
la botanica
  
Magari autoritaria.
"Magari anche autoritaria. Ma con l'idea che lo Stato debba essere indiscutibilmente onesto. E con la forte e chiara convinzione che lo Stato sociale sia stata una delle migliori e fondamentali conquiste del Novecento. In tutto il mondo, o almeno in tutto quello che noi chiamiamo l'Occidente. Proprio quello stato sociale che ora il neoliberismo e il turbo-capitalismo stanno cercando di affossare. Parliamo dunque di un elettore antiliberista. Che vede nel liberismo, e nel neocapitalismo , atlantico soprattutto, un'ingiustizia assoluta. Non dimentichi che in questo c'è una vecchia tradizione. Il Msi votò contro la Nato".
Oggi An sta accanto a George W. Bush.
"Appunto, non vede che Fini è in diffiicoltà nella politica estera? Non vede che elude gli argomenti? Lui lo sa bene cosa accade nei circoli culturali della destra".
Lo dica anche a noi cosa accade.
"Orvieto, estate 2003. Convegno con Alemanno e Buttiglione seduti sul palco di presidenza. Un diluvio di interventi contro Bush, contro la guerra in Iraq, e contro la politica sociale ed economica del governo Berlusconi. Un diluvio di applausi. Compresi quelli di Alemanno e di Buttiglione che erano due membri proprio di quel governo. Come la mettiamo?".
Me lo dica lei, come la mettiamo.
"La mettiamo che l'elettorato di destra è più distante da Forza Italia che dalla sinistra, questa è la verità. Perché Forza Italia è un partito azienda, come si è detto sin dal primo momento. Solo che non si è specificato di che tipo di azienda si tratta. Non è la bellissima azienda etica e utopica di Adriano Olivetti. Ma è l'azienda tremenda delle multinazionali senza scrupoli".
E neppure l'acqua di Fiuggi può far digerire alla destra una cosa del genere, dice lei. Però, Cardini, non è che la destra missina fosse tutto questo senso dello Stato e questa moralità ineccepibile. Non erano mica cavouriani. Basti pensare a come nella storia della Repubblica sono stati utilizzati i voti missini. Comprati dalla Dc nel modo più bieco...
"Ha ragione. Ma era la logica del ghetto. Noi eravamo un ghetto. Al punto che molti di destra poi sono fuggiti via. E nel ghetto ti vendi a chi ti offre una fetta di lardo, o la possi-bilità di una doccia. Vede, pensi all'idea dello sdoganamento. Fini è stato sdoganato da Berlusconi. Lo sdoganamento è un bonus, una carta di circolazione a tempo, che può essere revocata in qualsiasi momento. Ma andava più sdoganato Fini o Bossi?".
Bossi direbbe che è stato lui a sdoganare gli altri. A destra come a sinistra. Ma torniamo alle parole di Fini. Sia lui che Storace ritengono di aver perso contatto con l'anima sociale della destra. Sarà per la verace Alessandra Mussolini.
"Sarà per questo. Ma è anche per altro. Il problema è la lurida borghesia italiana..."
Cardini, ma devo scrivere proprio “lurida borghesia italiana”?
"Certo che deve scrivere"...
Questo sì che suona fascista. Anzi repubblichino. Tremaglia le darebbe ragione.
"No, la lurida borghesia italiana ha utilizzato le destre in funzione anticomunista. Contro il cattolicesimo sociale, quello vero, non quello di certa gente che fa dire messa in latino. E oggi sta contro l'islam. Per biechi interessi neoconservatori e neoliberisti".
Ma la destra italiana era ed è anticomunista. Era ed è anticonciliare. Gente che il Vaticano II lo ha visto con orrore. Compresi i missini che la chiesa conciliare l'hanno sempre ripudiata...
"Non era per tutti così, anche se An avrebbe dovuto recepire profondamente, per esempio, la grandezza di un papa come il nostro. Che prima combatte il comunismo, e poi nella sua straordinaria intuizione, comprende che battuto il comunismo il vero problema è questo selvaggio disumano neoliberismo mondiale. Che sicuramente è anche peggio. Un neoliberismo erede, del resto, del liberismo e del colonialismo, che dal Settecento in poi ha fatto molti più morti degli ottanta milioni attribuiti al comunismo, solo che li hanno fatti fuori Europa, e noi abbiamo finto di non rendercene conto. Non dimentichiamo che Giovanni Paolo II ha incontrato Fidel Castro: non era una visita di cortesia, era un messaggio. A Castro, perché si rinnoovasse. E a tutti gli altri: la natura di questo messaggio è stata chiarita dal papa stesso qualche settimana fa in uno splendido discorso contro l'idolatria del denaro e il disvalore della ricchezza, non cinicamente usata".
E invece Fini...
"Fini non sa come uscirne. Fini non può dire: “noi con Forza Italia, per non parlare della Lega, non abbiamo nulla a che fare. Dunque usciamo dalla casa delle Libertà”...".
Forse perché ci ha più a che fare di quanto sembra.
"No, io credo di no. E comunque il problema è che perde i voti. I suoi elettori di destra che condividono i disvalori del partito azienda di Berlusconi sono già passati a Forza Italia. A lui rimane gente, per la maggior parte disorientata, che a volte ragiona più come Michael Moore che come i neocon americani".
Sì, Cardini, però è un disastro, anni e anni di buoni vestiti grigi. Aria rassicurante, ripudio degli stivaloni del fascismo, smalto nuovo per una destra moderna. E adesso, che si fa?
"Io capisco. La destra rispettabile, quella che si può invitare nei salotti... Tutte cose giuste. Domenico Fisichella fu l'uomo che capì profondamente questa cosa. Voltare pagina con il fascismo era indispensabile. Ma qui a furia di voltare le pagine si è finito il libro".
Era un brutto libro...
"Non tutto. Perché in quel libro c'erano delle istanze vere della società italiana. Nella destra italiana c'è una tradizione che si rifà a Sorel, c'è un solidarismo autentico, c'è la ricezione della dottrina sociale della Chiesa, c'è soprattutto il senso della cosa pubblica e l'importanza dello Stato sociale, tutte cose che si stanno perdendo. E ora si allontana sempre di più la possibilità di un dialogo autentico con la sinistra".
A essere onesti, con tutta la buona volontà il dialogo era impossibile.
"Senta, l'Europa, con la firma della Costituzione di oggi (ieri per il lettore) a Roma, è profondamente lacerata. Stanno sparendo i poteri condivisi. Gli Stati sono in mano a comitati d'affari delle multinazionali. Si dovrebbe lavorare sui diritti dei cittadini che non rappresentano altro che se stessi. Questa doveva essere la strada di Fiuggi. Ma se si propongono queste cose a un partito che si definisce della “destra dei valori”, si puà forse avere ancora un futuro politico".
Ma questo vuol dire aderire ai progetti della sinistra e per Fini sarebbe un suicidio politico.
"Aveva ragione Luciano Canfora, quando nel 2003 mandò una lettera al “Corriere” che era un remake del celebre appello ai “Fratelli in camicia nera” di Palmiro Togliatti dell'agosto del 1936. Oggi come ieri si deve combattere la dittatura dei ricchi che si credono maggioranza. Il problema non è essere di sinistra e di destra. Si può stare a sinistra e stare a destra, e capire che un dialogo è davvero possibile".
Non crede che questa è una storia forse plausibile, ma che non esiste e non è mai esistita. Che un Fini di que-sto genere non c'è. Che An non è mai stata una cosa del genere. Che il mondo gira diversamente?
"Purtroppo il mondo gira diversamente. Ma sta girando in un modo davvero molto pericoloso. Oggi la priorità assoluta non è la lotta contro il terrorismo, che semmai è una conseguenza dell'ingiustizia e del disordine mondiali. Oggi la priorità è lottare contro un assetto mondiale dominato dall'ingiustizia, dalla speculazione, dallo sfruttamento, dalla violenza delle élite finanziare e tecnocratiche. Ed è osceno che tutto questo venga chiamato: “democrazia”".

decorazioni all'esterno del tempio
  
L'uomo che cercava l'uguaglianza
John Maynard Keynes
Michele Salvati sul
Corriere della Sera 5 novembre

Ci sono i guru, moderni profeti che indicano la via. Ci sono i maîtres-à-penser che lanciano grandi idee e nuovi sistemi teorici. E poi ci sono i saggi, che ci aiutano a capire un mondo sempre più complicato e a orientarci in esso. Ronald Dore è un grande saggio e il suo ultimo libro (New Forms and Meanings of Work in an Increasingly Globalized World, International Labour Office, 2003), che raccoglie quattro conferenze tenute a Tokyo nel dicembre scorso, è Dore al suo meglio, un distillato di saggezza e umanità.
angeli musicisti
  
Il libro oscilla tra due polarità. La prima è una polarità interpretativa: perché — da vent' anni a questa parte e rovesciando un trend che durava dal dopoguerra — la flessibilità, l'intensità, la precarietà del lavoro sono tanto aumentate, e perché sono tanto cresciute le disuguaglianze tra i lavoratori? La seconda è una polarità valutativa: si è trattato di un male necessario? Non si potrebbe organizzare il lavoro in modo diverso, più gradevole e con minori disuguaglianze, senza perdite significative in termini di efficienza? Queste domande colgono i temi principali delle conferenze di Dore, ma non danno un'idea della ricchezza culturale, della "saggezza", che trapela dalle risposte: trattando di un argomento apparentemente circoscritto, Dore illumina le scelte politiche di fondo cui siamo costretti nei Paesi industrialmente avanzati, scelte sulle quali si dividono l'opinione pubblica e i partiti politici. E si divide, in Europa, lo stesso centrosinistra, tra la componente liberale e quella più tradizionalmente socialista.
Proprio come esponente della sinistra liberale vorrei porre a Dore due domande, una riguardante l'analisi interpretativa, l'altra le valutazioni normative. La prima. Come mai si è passati — intorno al 1980 — da un regime keynesiano di politica economica, che aveva come obiettivo la piena occupazione, a un altro regime, tuttora imperante, che ha come obiettivo primario la stabilità dei prezzi ed è alla radice della disoccupazione, della insicurezza del lavoro, delle crescenti disuguaglianze che hanno caratterizzato questi ultimi vent'anni? Dore ci fornisce un ampio spettro di possibili cause. Alcune economiche (concorrenza di Paesi a salari più bassi, recenti sviluppi tecnologici, la libertà dei manager di stabilire il proprio stipendio); altre ideologico-politiche (la riabilitazione del laissezfaire, il minor peso dei sindacati, l'ostilità delle imprese al crescente ruolo dello Stato); altre ancora, più profonde, attinenti a lunghi cicli di prevalenza del pubblico sul privato e viceversa, alle modificazioni della famiglia e della scuola, alle influenze privatizzanti del crescente benessere, al ruolo dell'immigrazione e dell'invecchiamento. Non c'è dubbio che molti di questi fattori sono all'opera. Eppure qualcosa non torna, perché in tutti questi casi si tratta di influenze che operano lentamente e progressivamente: il regime "keynesiano" viene invece fatto saltare nel giro di pochi mesi da ben precise decisioni di politica economica prese da Paul Volcker, il presidente della Federal Reserve, tra la fine della presidenza Carter e l'inizio di quella Reagan, intorno, appunto, al 1980. Che cosa non funzionava nel regime precedente? Era possibile tollerare livelli di inflazione come quelli che si erano prodotti tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli Ottanta? C'era una via disponibile, diversa da quella neoliberale, per domare l'inflazione senza una rottura dell'equilibrio politico-ideologico "keynesiano"? Perché non fu presa? E chi oggi propone un ritorno a un regime di piena occupazione, di maggiore sicurezza sul lavoro, di una riduzione delle disuguaglianze, dispone anche di proposte concrete per evitare gli sviluppi negativi degli anni Settanta?
La seconda domanda riguarda le valutazioni normative. A Dore l'imperante neoliberalismo di stampo anglosassone piace poco e gli piacciono di più modelli di organizzazione sociale in cui sulle manifestazioni più sfrenate di libertà individuale prevalgono gli obblighi derivanti dall'appartenenza alla comunità. Ed è anche convinto che un "capitalismo di benessere", come ha chiamato il modello giapponese e tedesco in un recente libro, può funzionare altrettanto bene di un "capitalismo di Borsa": a suo modo di vedere, gli obblighi collettivi possono essere altrettanto e più efficaci degli interessi individuali nel motivare un comportamento idoneo a sostenere un forte sviluppo. In proposito nutro alcuni dubbi anche per il Giappone e la Germania, ma li lascio da parte: riconosco volentieri che in quei Paesi, in un recente passato, il conformismo e la disciplina prodotti da istituzioni corporative e idonee tradizioni culturali hanno surrogato efficacemente l'individualismo e la concorrenza nel produrre efficienza e dinamismo economico. Ma che cosa succede nei Paesi in cui c'è corporativismo… ma non disciplina? In cui ci sono monopoli, ordini chiusi, rapporti collusivi, invadenza statale, sacche di rendita, ma in cambio manca del tutto la faccia positiva del corporativismo e dello statalismo, un forte sentimento collettivo indirizzato all' impresa o al Paese, un senso del dovere forte e diffuso?
Ronald Dore mi ha spesso rimproverato la simpatia che provo per il liberalismo, per lui inspiegabile in una persona di sinistra. Siccome si è di recente comprato una casa in Italia e ci abita spesso, sono convinto che non passerà molto tempo prima che mi capisca: che si può anche essere liberali faute de mieux. Un liberale di sinistra, un liberale faute de mieux, non guarderebbe mai come modello a Paesi corporativi come il Giappone e la Germania. Guarda semmai ai Paesi nordici europei, alla Svezia e alla Danimarca. Paesi di cultura fortemente individualistica, economie di mercato aperte e competitive, ma nei quali, per decisione politica, la protezione sociale e l'uguaglianza delle opportunità sono prese sul serio.


Piercamillo e il lupo
L'intervento di Davigo a Camaldoli
sul
Barbiere della Sera

La flotta macedone catturò un pirata e lo portò davanti ad Alessandro Magno perché lo giudicasse. Alessando Magno gli chiese: “Con che diritto infesti i mari?”.
E il pirata: “Con lo stesso tuo. Con la differenza che io lo faccio con una nave e mi chiamano pirata. Tu lo fai con una flotta e sei chiamato re”.
Vorrei cominciare col dire che la differenza, contrariamente a quello che pensava il pirata, non è nel numero delle navi. La differenza tra i briganti e lo Stato è nella giustizia.
venere
  
Se le leggi di uno stato si ispirano a principi di giustizia universalmente accettati, allora quello Stato può difendersi credibilmente dai briganti. Se le sue leggi non hanno più quel contenuto di giustizia, c'è il rischio che torni a contare il numero delle navi.
La questione della riforma dell'ordinamento giudiziario e della verifica delle professionalità è pura propaganda pura per una serie di ragioni.
Primo. I magistrati sono caratterizzati da quello che viene chiamato potere diffuso. Quindi non hanno necessità di selezionare i più bravi. Casomai c'è bisogno di selezionare quelli non idonei per mandarli a casa.
Non è che si tratta di fare un concorso per selezionare i più bravi e mandarle nelle funzioni superiori. Paradossalmente, e ve lo dico facendo io il giudice d'appello, se si dovesse guardare alla difficoltà del lavoro dovremmo rovesciare la carriera del giudice.
Dovremmo far cominciare gli uditori dalla Corte di Cassazione. E' tutto molto più facile. Intanto c'è solo diritto. La ricostruzione del fatto, che il più delle volte è la cosa più difficile, non c'è. C'è il massimario della Cassazione che ti mette a disposizione tutti i precedenti. Per cui se uno non si discosta dai precedenti anche se è un idiota è in grado di scrivere una decorosa sentenza.
Quando è diventato bravo dovrebbero mandarlo in Corte d'Appello. E' un po' più difficile perché oltre a tutto quello che fa la Cassazione, senza però il massimario, e quindi devi andare in biblioteca a studiare, c'è anche la ricostruzione del fatto. E tuttavia la posizione del giudice d'appello è legata alla sentenza di primo grado e ai motivi di impugnazione.
Quando uno è diventato molto bravo dovrebbero poi mandarlo in primo grado dove trova persone che gli raccontano delle cose e deve cercare di mettere insieme la ricostruzione dei fatti e una sentenza.
Quando infine è diventato bravissimo dovrebbero mandarlo a fare il pubblico ministero perché lì trova una notizia di reato e deve da lì costruire il processo.
Solo che se uno fa il pubblico ministero a 70 anni, muore. E allora si fa il pubblico ministero a 25 anni per poi finire in Cassazione.
Pensare di regolamentare questi passaggi a funzioni, come dicono loro, più elevate, attraverso concorsi, è una sciocchezza.
E' una sciocchezza perché noi i concorsi ce li avevamo. Li hanno tolti tutti. Abbiamo provato il concorso per esami, il concorso per titoli e la comparazione sulla quantità e sulla qualità del lavoro.
marte
  
Il concorso per esami privilegiava quelli che lavoravano nelle “preture sdraio”, ovvero quelle in cui non si lavora e dunque uno ha un sacco di tempo per studiare. Negli uffici dove si lavora tanto non ci voleva andare nessuno perché poi come fai a studiare? Si sa benissimo che non riuscirai a fare mai nessun concorso.
Ricordo quella battuta infelice che fece l'allora ministro Biondi: “Studia studia, mi diceva mio padre, sennò finisci a fare il pubblico ministero”. Battuta alla quale rispose l'allora procuratore di Milano Borrelli, definendola un' affermazione “fatta a un'ora pericolosamente tarda del pomeriggio”, in riferimento ad alcune chiacchiere su alcune abitudini del ministro.
Ma è vero. Perché andava negli uffici più delicati chi sapeva che non avrebbe progredito in carriera. E quindi rinunciava a priori.
Allora si è passati al concorso per titoli. E il risultato fu peggiore del primo.
Perché vedete, io posso essere anche il più bravo in assoluto, ma se mi mettono a fare gli incidenti stradali è difficile che qualche mia sentenza venga pubblicata, perché su questa materia è già stato pubblicato tutto ciò che si poteva pubblicare.
Se invece sono il cocco del capo dell'ufficio e mi mettono a fare la prima causa di franchising che arriva nell'ufficio, anche se sono scemo e scrivo stupidaggini, la mia sentenza verrà comunque pubblicata. Magari con le note critiche al testo.
Questo ha scatenato il servilismo nei confronti dei capi. Come scatenava il servilismo verso i capi un'altra cosa della quale ci siamo liberati: gli arbitrati.
Ci sono ancora per i giudici amministrativi, non c'è verso di farli togliere. Io mi sono sempre chiesto come mai un magistrato, sia pure amministrativo, debba fare gli arbitrati.
Perché mai lo stato deve rivolgersi a collegi privati per dirimere una controversia consentendo poi ai giudici di farne parte? La risposta è semplicissima. La giurisprudenza arbitrale è generalmente più favorevole alle imprese di quella ordinaria.
Sennò gli arbitrati non ci sarebbero più perché le imprese non affiderebbero le loro controversie ai collegi arbitrali nelle cause con la pubblica amministrazione. E' questa una forma brutta, brutta, brutta di influenza sul modo di decidere, sia pure in attività non pubbliche.
Capite bene che se il presidente del Consiglio di Stato chiama un suo consigliere e gli dice: “Caro collega, volevo parlarti della tale causa…”, se il collega in questione è sveglio risponde: “Presidente, mi ha battuto sul tempo, stavo per venire qui da lei per lo stesso motivo”.
Il giorno dopo verrà nominato presidente di un collegio arbitrale Compenso: 500 milioni di lire.
Se invece il collega convocato risponde: “Presidente, prendo atto di come la pensa lei, ma mi riservo di decidere come credo”, il giorno dopo verrà nominato presidente della commissione d'esame per due posti di barelliere all'ospedale di Lamezia Terme, quindici lire di compenso e sei mesi a Lamezia Terme salvo imprevisti. Così impara
Questo non ha nulla che vedere naturalmente con l'indipendenza del giudice. Così come i rapporti di sudditanza nei confronti del capo per avere la causa che ti permette di pubblicare la tua sentenza sulle riviste specializzate.
L'indipendenza del giudice è rivolta in due direzioni. C'è l'indipendenza della magistratura nel suo complesso verso gli altri poteri dello Stato e l'indipendenza di ogni singolo magistrato all'interno dell'Ordine. La seconda viene spesso dimenticata.
La valutazione della produttività del giudice con metodi statistici è una cosa veramente ignobile.
Io avevo un procuratore aggiunto che era un cialtrone che si vantava di aver smaltito in un anno 330 mila procedimenti. Vi chiederete come è possibile. Semplice. Aveva una squadra di carabinieri timbratori, provvisti di timbro di gomma con la sua firma che, a ritmi forsennati timbrava il frontespizio dei fascicoli: “Non doversi procedere perché rimasti ignoti gli autori del reato”.
Con lui c'è era un consigliere istruttore aggiunto che aveva a sua volta una squadra di poliziotti timbratori che controtimbravano. Con questo sistema, smaltiva 330 mila procedimenti all'anno.
E' chiaro che uno così poteva lamentarsi del fatto che il Consiglio Superiore non lo avesse ancora nominato primo presidente della Corte di Cassazione perché era quello che apparentemente, sulla base dei dati statistici tanto cari al ministro della Giustizia, lavorava di più.
Una volta un collega cercava una prima segnalazione di un sequestro di persona a scopo di estorsione, con il rapito ancora nelle mani dei sequestratori, e non la trovava. Poi è saltata fuori in un fascicolo già archiviato contro ignoti. I rapitori erano effettivamente ignoti, ma forse quella decisione era prematura, visto che il rapito era ancora nelle mani dei rapitori.
La produttività misurata con la statistica porta a questi risultati, attenzione!. Anche le sentenze di amnistia e di prescrizione fanno numero come le altre.
Allora, questo meccanismo infernale significa voler assoggettare la magistratura a poteri gerarchici, perché il retropensiero è: “se mettiamo le mani sui capi, poi li controlliamo tutti”.
Non funziona e non funzionerà. Ma il problema è che nel frattempo sfasceranno tutto perché ci vorranno alcuni anni per coprire qualunque ufficio. Per cui molti uffici rimarranno scoperti per tre o quattro anni.
Il problema non è che non vogliamo essere valutati periodicamente. Ci vogliono sicuramente criteri di valutazione più rigorosi di quelli attuali. Io per esempio, sarò valutato per l'ultima volta, in base all'attuale normativa, tra un anno e mezzo e poi non saro' più valutato per altri vent'anni.
Invece bisogna essere valutati ogni quattro anni almeno. Non esiste che uno smette di studiare e di aggiornarsi. Ma altro sono i concorsi. Che in teoria servirebbero a selezionare i più bravi, che poi i più bravi non ci sono.
Non so se avete visto recentemente Ballarò, dove il ministro della Giustizia ha detto una frase infelice. “Ma perché, se c'è un magistrato ambizioso, non dargli delle possibilità?”.
Ma perché l'ambizione è un difetto per un magistrato, ecco perché!
Veniamo a principi più generali. La pena, si dice, dovrebbe tendere alla rieducazione del condannato. E' vero.
Quando ero bambino ho imparato in un episodio la funzione rieducativa della pena e la distinzione tra dolo e colpa.
Giocavo con i sassi, ho rotto un vetro e mi è arrivato un ceffone, accompagnato dalla frase “Così impari” (funzione rieducativa). Alla mia protesta: “Non l'ho fatto apposta”, me ne è arrivato un altro, con la battuta “Ci mancherebbe!” ( distinzione tra il dolo e la colpa).
Detto questo vorrei sottolineare che la funzione riparativa della giustizia funziona per riconciliare il colpevole con la sua vittima sempre che il colpevole sia disposto ad ammettere la sua colpa.
Vi ricordate cosa disse in chiesa la vedova di uno degli uomini della scorta di Giovanni Falcone? “Sono disposta a perdonarvi ma dovete mettervi in ginocchio a chiedere perdono, non continuare ad uccidere”.
Questo è il punto. O per dirla come l'ha detta una volta Moni Ovadia, il perdono è una cosa privata tra la vittima e l'offensore e inoltre, il perdono prima che sia stata fatta giustizia qualche volta è complicità.
Allora, è vero che dobbiamo cercare di introdurre il più possibile forme di riparazione al posto di forme di vendetta. Ma attenzione, per certe questioni e non per altre. Non per esempio per i crimini dei colletti bianchi che fanno dei veri conti economici. Calcolano quanto e se conviene loro violare la legge.
Allora, avere l'idea che dopo che ne hai fatte più di Bertoldo puoi riparare il danno di quella volta su dieci in cui ti hanno beccato, significa invitarli a continuare a fare così.
Una volta un uomo politico di cui non faccio il nome perché ha anche lui diritto all'oblio, condannato per vari reati contro la pubblica amministrazione, ha partecipato una volta a un dibattito a Telelombardia (si tratta di Gianni de Michelisn.d.r.) con il giornalista Marco Travaglio, disse a proposito di Tangentopoli che bisognerebbe fare come in Sudafrica dove hanno costituito una commissione per la riconciliazione dopo la fine dell'apartheid.
Travaglio replicò: “Scusi, ma in Sudafrica c'erano i bianchi che ammazzavano i neri, i neri che ammazzavano i bianchi, i bantù che ammazzavano gli zulu eccetera. Qui c'eravate voi che rubavate e io che venivo derubato. E' un po' diverso”.
Si può scegliere quale forma di giustizia attuare se riparativa o retributiva, ma prima bisogna accertare se qualcuno ha fatto qualcosa e cosa.
E invece noi abbiamo messo su un meccanismo processuale infernale che rende sempre più difficile accertare le responsabilità. Nell'attesa di decidere quale modello di giustizia sostanziale applicare se non restituiamo agli apparati giudiziari, innanzi tutto efficienza e efficacia, torniamo all'anarchia totale.
La giustizia dello stato moderno nasce come fine dell'anarchia feudale. Il re decide che vanno messe via le spade, non c saranno più vendette, d'ora in poi sarà il re a punire i torti.
Ma se il re smette di punire i torti, la gente torna a metter mano alle spade. Questo è il rischio più grave al quale si va incontro disarmando la giustizia. Allora torniamo all'importanza del numero delle navi.
A nessuno piace usare la forza ma bisogna mettersi in testa che il sistema giudiziario non riposa sull'uso del consenso, bensì sull'uso della forza. E dunque va tutto bene, per carità, San Francesco ha ammansito il lupo, anche se poi ci hanno spiegato che i lupi non sono poi così cattivi come ci raccontavano da bambini.
Ma nel mondo degli umani qualche lupo pericoloso c'è. Ammansirlo non è sempre facile e qualche volta è inevitabile l'uso della forza, da contenere nei limiti essenziali, naturalmente, ma sempre di forza si tratta.
Fateci caso, la giustizia è rappresentata di solito dalla bilancia e dalla spada. La bilancia qualche volta non c'è ma la spada c'è sempre ed è sempre sguainata. Deve saper minacciare. O colpire.


La rivoluzione della posta elettronica
Trentacinque anni fa veniva inventata l´e-mail
Stefano Bartezzaghi su
la Repubblica 1 novembre

fianco del tempio
  
Una rivoluzione in quattro parole: "Ti mando un´e-mail". E´ la rivoluzione della chiocciola.
Dagli anni Novanta c´è stata una grande enfasi attorno a Internet, che è senz´altro una cosa bella e grande, ma che è anche provvista di un´identità un po´ troppo smargiassa. Un cospicuo apparato formale, tenuto in piedi da nuove figure professionali, come quella dei "web designer", dai ritmi di lavoro e dalle condizioni di vita a volte disperanti: ma anche un´immane labirinto fatto di scatole vuote, dette sintomaticamente "siti", che ingenerano l´ansia di essere riempite. E´ per questo horror vacui che la frase simbolo di Internet è "trovare i contenuti". Il sito è sul piano di Internet ciò che l´"evento" è sul piano del mondo reale: un´organizzazione del vuoto che reclama qualcosa che voglia rimbombarci dentro. E così Internet si pone perlopiù come un esperimento di vetrinismo planetario
Il vero evento della rivoluzione è però la posta elettronica, che anche nella sua relativa inappariscenza conferma il suo carattere discreto. Internet è Ollio, l´e-mail è Stanlio.
Fin da pochi anni dopo la sua nascita la posta elettronica ha cominciato a manifestare le sue proprie malattie e disfunzioni: i mali esantematici dello spam e dei virus, le maggiori velocità e intrusività conferite alla stupidità e alla malignità umane. Se uno ha un indirizzo e-mail pubblico la percentuale di messaggi appropriati e opportuni che riceve scende ogni momento di qualche frazione di punto. Oggi come oggi l´esperienza personale fissa tale percentuale al quindici per cento, e il resto è spazzatura o inezia: quell´ammontare di materia inerte, ma potenzialmente pericolosa e attualmente fastidiosa che il gergo milanese chiama efficacemente "fuffa". Contro la fuffa occorre dotarsi di santa pazienza e di un buon filtro anti-spam, che però ogni tanto si mangerà misteriosamente messaggi personali importantissimi.
Ma aldilà delle patologie resta il fatto che per utilità e diffusione la posta elettronica è la maggiore invenzione umana del nostro tempo. Sarebbe stucchevole ancor più che futile elencare un´altra volta i suoi vantaggi: la possibilità di contatti internazionali comodi, frequenti e gratuiti, la maggiore circolazione di idee che ne deriva, il brusco ridimensionamento della necessità di usare il petulante telefono e il farraginoso fax e in generale la certezza di poter entrare in contatto pressoché con chiunque senza rompergli le delicate palle. La discrezione, appunto.
La rivoluzione vera e propria riguarda la scrittura. A scuola fanno scrivere parecchio, e in un modo o nell´altro si finisce per imparare a tenere la penna in mano. Per scrivere cosa? Il tema, il penso, la tesina molto spesso restano al livello dell´esercizio: ci si rivolge a un professore che è supposto sapere (da prima e meglio) quel che leggerà, e non è semplice convincere gli studenti che in realtà si stanno rivolgendo a un pubblico virtuale, e che il professore non è il destinatario ma l´osservatore di questa comunicazione. Chi impara a scrivere dovrebbe sentirsi come un attore che si rivolge a una platea buia, potenzialmente gremita o totalmente deserta: non è una buona scusa per rivolgersi esclusivamente al regista. Ma di fatto viene sempre istintivo rivolgersi a un destinatario preciso, noto o meno noto che sia.
Che si fosse imparato a organizzare un testo o no, con destinatario personale o impersonale, fuori dalla scuola la scrittura diventava un oggetto misterioso. Prima dell´e-mail le occasioni non scolastiche di praticarla non erano poi frequenti, salvo per chi scriveva per mestiere: ed era un gran peccato, perché chiunque ha un contatto via e-mail con un pubblico vasto oggi sa che esiste un mucchio di gente che ama scrivere e lo fa bene. Gente che prima aveva di rado il tempo e la voglia di prende carta, penna, busta, francobolli, e che ora ha trovato il mezzo giusto per dedicare il giusto tempo ai piaceri sociali donati dall´alfabeto (e dall´alfabetizzazione), con l´agio di rivolgersi a uno o più destinatari scelti.
Occorrerebbe studiare bene la differenza fra il tipo di scritture che si trovano nei forum (altro nome che ricorda il vuoto) pubblici di Internet e quelle che invece viaggiano via e-mail. L´intervento pubblico scatena una folkloristica gamma espressiva che è l´analogo (per iscritto) delle forme di comunicazione da assemblea di condominio: sarcasmo, insolenza, iattanza, sconforto veicolati con spreco di maiuscole ed esclamativi, destrutturazione sintattica, tendenza epidemica all´interiezione. L´e-mail invece invita (mediamente) al carattere minuscolo, a una strutturazione più articolata della comunicazione, a un´interlocuzione nel complesso migliore.
L´e-mail ha cambiato molte cose: soprattutto ha dato una possibilità inedita di rapporto fra i mass-media e i loro utenti, trasformando radicalmente l´interazione del pubblico con giornali, radio e televisione. Ha inoltre messo in contatto persone abituate a lavorare singolarmente e a scornarsi con problemi che messi in rete vengono risolti facilmente. La richiesta di un aiuto a un amico, può innescare una reazione a catena che a volte si conclude in capo a poche ore con una risposta dal maggior esperto mondiale del problema (è una felice esperienza personale).
A fronte di queste festose opportunità c´è naturalmente il cumulo spaventoso di e-mail a cui rispondere: non ce la si fa e i mittenti giustamente si offendono. L´e-mail, così umile e discreta, sotto sotto pensa di noi che parallelamente alle nostre ventiquattro ore nel mondo reale - in cui dormiamo, leggiamo, lavoriamo, andiamo a trovare i nostri parenti, facciamo da mangiare, accompagniamo i figli a scuola - ci sono altre ventiquattro ore che viviamo come titolari di uno o più account di posta elettronica. La chiocciola, malgrado le inoffensive apparenze, ha su di noi delle ambizioni tiranniche. Il nostro problema è riuscire a saltare tempestivamente da un piano parallelo all´altro, dalle ventiquattro ore in cui siamo mariti, mogli, figli, amanti, padri, madri a quelle in cui siamo lavoratori, a quelle in cui siamo cittadini, automobilisti, contribuenti fiscali, a quelle in cui appunto siamo titolari di una casella postale elettronica. Ognuna delle cose che facciamo è una attività a tempo pieno, e comprimendo tutti questi tempi dentro alle ventiquattro ore del tempo reale si ottiene quel patchwork che è la risultante delle nostre identità multiple. Picasso aveva ragione!
Di questa condizione umana, fibrillata ed estenuante, l´e-mail costituisce simultaneamente il mezzo espressivo più adeguato e l´immagine più fedele. Come unità (nel micro) è veloce, impegnativa e assieme sbrigativa; come fenomeno generale (nel macro) dà una rappresentazione della contemporaneità.
Che ci dica "Enlarge your penis", che ci mostri la fotografia di un neonato figlio di amici, che ci voglia preoccupare per le sorti del pianeta o per quelle di una piccina affetta da rarissima malattia, che ci mandi a quel paese, che ci annunci un´offerta commerciale, che ci inviti a una festa, che ci metta in ansia o ci dia una buona notizia, che ci giri l´ultima barzelletta o l´ultimo stupidario, che ci faccia rientrare in contatto con una persona persa di vista da decenni, che ci ammannisca le insistenze di un seccatore, che ci faccia arrivare una valanga di lavoro, che ci parli d´amore o d´umore, checché ce ne dica la posta elettronica ci offre quotidianamente quella parte dell´entropia del mondo che è a ognuno di noi singolarmente dedicata. E ce la offre nel formato con cui possiamo servircene, archiviarla o disfarcene più facilmente, e a costo zero.


Ohio e Frontiera
Nicola Arcozzi su
Stile libero

Ohio 4 novembre
Sono passato attraverso l'Ohio diverse volte in auto e una volta in treno, tornando a casa dopo cinque anni di Midwest. Una volta fu per una conferenza a Dayton. Giravo e giravo, la sera, ma non trovavo mai un posto in cui fermare la macchina. Dayton, Ohio, ha la vita urbana di Bescape`, Lombardia, con l'estensione di Milano.
L'Ohio era passaggio obbligato per le brevi vacanze sulla East Coast.
Centinaia di miglia di pianura apparentemente disabitata, campi e campi, senza mai un filare d'alberi. Il nulla tra il nulla dell'Indiana e le belle colline piene di boschi della Pennsylvania.
Del viaggio in treno conservo tante immagini. Gli Appalachi coi loro villaggi semidiroccati, la costa Est che pare un unico paese. Delle lunghe ore passate attraversando l'Ohio, non ho nessuna memoria. Forse ho dormito.
La grande pianura del Midwest e` in gran parte una falsa pianura. Si tratta in realta` di un terreno mosso, vecchia geologia piena di roccia, sbalzi, collinette larghe e basse. L'Ohio, per quel che ricordo, era invece piatto come una tavola immensa.
Non credo di aver mai conosciuto nessun abitante dell'Ohio, ma mi faccio un'immagine pregiudiziale di quelli che vi vivono, nelle campagne o nei sobborghi di villette. Si trattera` di gente simile a quella che abita nel Missouri: solidi principi, la bandiera sul pennone all'uscita di casa, famiglia e monovolume o pick-up, lavoro e chiesa la domenica. Mai mossi dagli USA, neanche per andare nel paese comunista con cui si dividono le sponde del lago Erie.
Quando, qualche giorno fa, imparai dai giornali che l'Ohio era la chiave delle elezioni presidenziali, immaginai per un momento le sorti del mondo affidate alla provincia di Treviso, o alla sonnacchiosa citta` di Tortona.
Lunghe file di elettori nella nebbia, discussioni in grevi dialetti della provincia padana, un occhio al giornale locale per sapere cosa sta succedendo alle nostre armate nel deserto ("ma se Bagdad sta nel Sahara, e` una specie di oasi?"), una veloce maledizione al presidente di Francia ("o hanno il re?").
il carro falcato
  
Quando i possedimenti romani si allargarono piu` di tanto, il voto dei cittadini della suburra perse velocemente d'importanza e la repubblica passo` il testimone all'impero. Mi chiedo se la democrazia americana, questo bellissimo oggetto un po` polveroso che ci viene dagli albori della modernita`, possa reggere al peso d'esser superpotenza.


Frontiera 5 novembre
Nella primavera del 1990 presi qualche lezione di inglese, inutile, prima di partire per St. Louis, Missouri, dove avrei studiato per il dottorato.
L'insegnante, casualmente, era proprio di St. Louis. Le dissi che ero molto contento di passare qualche anno sulla costa della Louisiana; lei rise e mi mostro` la vera posizione di St. Louis, della cui ubicazione, a una settimana dalla partenza, non mi ero ancora informato, su una carta degli USA.
Non stava sulla costa, ma, al contrario, all'incrocio delle diagonali del grande rettangolo che va dalla costa Est alle Montagne Rocciose, ben addentro al continente, lontano da ogni porto e scogliera, ma anche lontano da da ogni montagna. Sentii una stretta al cuore, come se essere lontano dagli approdi delle navi, dai confini e dai monti mi avesse reso la fuga impossibile. Mi feci tutto il volo oceanico in silenzio, come uno che va a farsi seppellire.
Oggi Repubblica esce con due mappe interessanti. Nella prima, si mostrano gli stati repubblicani e democratici, col numero di grandi elettori (che da`, meglio di ogni altro numero, un colpo d'occhio sulla demografia americana). Ovunque c'e` costa oceanica, il voto e` andato ai democratici, con l'eccezione degli stati costieri del Sud, quelli che entrarono nella Confederazione nel 1860: Virginia, Carolina del Nord e del Sud, Georgia, Florida... Democratici sono anche gli stati che si affacciano sui grandi laghi: Minnesota, Wisconsin, Michigan... Fanno eccezione l'Indiana, che e` piu` che altro uno stato di terra, e il fatale Ohio. Tutto quello che c'e` in mezzo e` andato ai repubblicani. Nella seconda cartina si mostrano i voti nelle contee dell'Ohio. Quasi tutte quelle che stanno sulle rive dell'Erie sono andate ai democratici, quasi tutte quelle della "bassa" ai repubblicani. Quello che mi angosciava nel 1990 era un sentimento tutto europeo, che in me si esprimeva nevroticamente. Noi siamo abituati a vivere vicino ai confini: frontiere geografiche, bruschi passaggi di lingua, coste e porti, confini nazionali. I confini sono si` la "tenda di ferro", il valico attraversato dai lanzichenecchi, lo spartiacque conquistato al costo di centinaia di migliaia di morti, la citta` italiana con contado sloveno contesa di guerra in guerra. Confini sono pero` anche quelli passati agevolmente dagli esuli e dagli emigranti, il Mediterraneo delle talassocrazie d'un tempo, la lingua ladina della Val Gardena, la pianura del Danubio, Istanbul, le mille lingue e le diecimila cucine locali, la strana Unione Europea, di per se` confine interno per tutti i paesi aderenti, e confine esterno che si vuole allargare da parte dei tanti paesi che vogliono entrare.
La distesa immane di terra tra Appalachi e Costa Ovest, quella che ha votato per Bush, fu la Frontiera per antonomasia lungo tutto l'Ottocento e parte del Novecento. Ancora oggi rimane un posto difficilmente definibile, per noi europei. Un "nowhere", un nessun posto. Il centro geometrico dell'Impero, in cui non si trova nulla di imperiale. Una popolazione che ancora di frontiera interna si nutre: portando il fucile ben in vista nel furgoncino, abitando in casette di legno, cercando di vivere di fronte a un laghetto in campagna (e poi passando, magari, tutta la giornata col telecomando del satellitare in mano), guardando con diffidenza quelli che non vanno a messa la domenica, capelli lunghi legati a coda, barba incolta e berretto da baseball.
Questa frontiera americana e` quanto di piu` arcaico si sia salvato dalla modernita` dei primordi. Possiamo pensare (io lo penso) che si tratti di una modernita` troppo polverosa e inadeguata per le sfide del mondo globalizzato. Possiamo dire che c'e` una falsita` di fondo, perche` la Frontiera interna non esiste piu`, sparita insiema agli indiani e ai bisonti, mentre la vera nuova frontiera e` quella di Los Angeles e New York. Eppure, questo mondo che io ho imparato persino ad amare ha una sua vitalita`, ha una sua ragion d'essere e ha una posizione tutt'altro che residua nell'economia postindustriale, nella cultura e nelle radici stesse degli Stati Uniti. Il messaggio conservatore secondo cui quell'America e` la "vera America", e` tutt'altro che campato per aria.
Noi europei non possiamo far altro che registrare la distanza infinita che ci separa dal centro dell'impero, imparare a misurarci con questa differenza (misurarci con le differenze e` proprio quello che dovremmo saper far meglio), prepararci a collaborare, dialogare e litigare, consapevoli che l'Occidente ha due facce atlantiche, irriducibilmente diverse.


Personalità confusa

Post-er 3 novembre
Per studiare l'Iconografia del nostro tempo, abbiamo visitato ipermercati, autogrill, ikee e bricocenter e ogni volta, abbiamo controllato gli espositori girevoli da poster. Pertanto desideriamo segnalare che i manifesti ivi esposti e in vendita sono, da trent'anni, sempre gli stessi:
a) La foto in bianco e nero dei muratori americani che fanno colazione sulle impalcature del grattacielo in costruzione ("ma come fanno a non cadere")
b) I due angeletti pensosi di Raffaello
c) L'Uomo Vitruviano di Leonardo Da Vinci - quello nudo e incazzato con quattro mani e quattro gambe
d) La serie delle rockstar defunte - il sempreverde Jim Morrison a torso nudo, qualche Bob Marley con la canna in bocca, ecc.
e) La serie dei fari da scogliera (bestseller all'Ikea di Carugate)
f) La serie di paesaggi tropicali con spiaggia, palmizi e mare ritoccato a photoshop
g) Einstein che fa le boccacce (b/n)
h) La serie dei neonati ritratti da tale Ann Geddes nelle pose più improbabili
i) La serie delle donne nude in motocicletta, che hanno sempre un loro mercato.
l) Immancabile, lo scimpanzè vestito da umano e seduto sul cesso.


Fenomenologia del negozietto carinissimooo 5 novembre
Il Negozietto Carinissimooo (con tre o) è un po' nascosto: si trova nella viuzza carinissimaaa nel quartiere carinissimooo.

Ha una sola vetrina, carinissima, tutta ordinata, ove sono esposti i prodotti in vendita. Sono tutte cosine di scarsa o nulla utilità. Ma carinissimeee.

La titolare del negozietto carinissimooo: signora magra & distinta con occhiali. Passa le sue giornate sola, nel negozietto carinissimooo.

I prodotti commercializzati dal negozietto carinissimooo:
a) piccola legatoria realizzata a mano dalla titolare;
b) oggettini in carta creati e dipinti dalla titolare in persona;
c) graziosi manufatti raffiguranti buffi animali in miniatura (pecorelle, mucchine, gattini, ecc.), opera della titolare;
d) decoupage, a cura della titolare;
e) candeline zoomorfe prodotte artigianalmente dalla titolare.

La signora ha dovuto piazzare un cartello con scritto "Ingresso Libero" sulla porta al fine di attirare i timidi che si limitano a osservare la vetrina lasciandovi le ditate e constatando quanto il negozietto sia carinissimooo ma poi restano fuori e se ne vanno via.
Infatti il negozietto è carinissimooo ma anche, quasi sempre, vuoto.
Al raro tintinnare del campanellino sull'uscio, la titolare alza gli occhi dalla settimana enigmistica e guarda stupita l'incauto avventore che entra con un po' di paura per tutto quel silenzio: lei sorride e a bassa voce invita a farsi avanti.

I (potenziali) clienti del negozietto carinissimo: tre persone al giorno - cinque il sabato. Guardano, toccano, esclamano ma che carinooo-o. La titolare finge disinteresse e immersione nella lettura, in realtà pensa dai almeno oggi compratemi qualcosa che c'ho l'affitto da pagare diobono.
Ma loro ringraziano della visita, si congratulano per questo e questaltro e poi escono senza aver acquistato un tubo di niente.

Conversazione all'uscita dal negozietto carinissimo:
- "Che invidia, anche io vorrei possedere un negozietto così!!"
- "Sì, è davvero un negozietto carinissimoo."
- "Adesso però sbrighiamoci che mi chiude l'iperdiscount."

I grandi misteri del negozietto carinissimo:
quanto fattura? Come sopravvive?

emblema di sigismondo
  

   7 novembre 2004