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a cura di Fr.I. - 20 gennaio 2004


Auschwitz 1944, uno scatto sull'orrore
Milioni di fotografie inedite della Raf disponibili sul Web. Le immagini documentano, tra l'altro, le atrocità naziste cinque mesi prima dell'arrivo degli alleati
Alessio Altichieri sul
Corriere della Sera del 18.01


Auschwitz
il campo di Auschwitz con la cremazione all'aperto

LONDRA - Questa è Auschwitz, vista dall'alto, sono le 11 del mattino del 23 agosto 1944. Dal cielo, il campo di sterminio che è diventato sinonimo dell'Olocausto pare un baraccamento militare, o un enorme campeggio estivo. Invece è la più mostruosa macchina di assassinio costruita dall'uomo, in piena attività: si vede una colonna di fumo che s'alza da una fossa comune e, con ingrandimenti resi possibili dall'altissima definizione, si vedono pure i prigionieri in coda per l'appello finale, prima della morte. Auschwitz, nell'estate del '44, lavorava come una catena di montaggio dello sterminio: la sconfitta della Germania era sentita vicina e i nazisti s'impegnavano freneticamente per eliminare gli ebrei ungheresi, almeno 437 mila persone, quando un aereo da ricognizione della Raf, l'aviazione britannica, sorvolò quel lembo di terra, oggi Oswiecim in Polonia, e scattò questa foto. Purtroppo, l'immagine rimase sepolta per sessant'anni, fino a ieri. Oggi è un documento che ci restituisce, visto mentre accade, il genocidio.

Perché questa straordinaria fotografia, ora rilasciata dai National Archives di Londra, non fu mai pubblicata? Le ragioni sono molte, e alcune amare da confessare. Nell'estate del '44 lo sterminio degli ebrei, se non la sua portata, era già noto agli alleati, perché denunciato a Washington e Londra dalle stesse organizzazioni ebraiche. Ma il pubblico britannico e americano sapeva poco, perché poco gli era stato detto e, in guerra, la priorità non era salvare i prigionieri nei campi, bensì battere Hitler prima che sviluppasse armi devastanti. Perciò la Raf setacciava il territorio nazista alla ricerca di strutture militari e industriali: gli aerei scattavano foto alla velocità d'un mitragliatore, e forse neppure chi colse quest'immagine notò qualcosa di particolare. La tecnologia aveva prodotto macchine fotografiche così veloci che nessuno poi, in Gran Bretagna, poteva passare in rassegna l'enorme materiale raccolto.
Così lo scatto, sepolto tra altri cinque milioni, fu ignorato fino a quando, l'anno scorso, i National Archives diedero l'intero lotto alla Keele University, perché l'adattasse, in forma digitale, per essere processato su computer. E n'è uscito questo documento unico - «estremamente emozionante», secondo l'uomo che l'ha scoperto, Allan Williams - che testimonia l'orrore della storia.

E la storia è questa. Nella sua ultima estate di attività, Auschwitz (o meglio Auschwitz II: il campo di sterminio di Birkenau, cui queste foto si riferiscono) era come sopraffatta dalla fretta di sterminare il maggior numero di persone, in un'aberrante corsa contro il tempo. Le camere a gas uccidevano a una tale velocità che i forni crematori non facevano in tempo a eliminare i cadaveri, sicché i nazisti organizzarono fosse a cielo aperto dove i corpi delle vittime venivano gettati e bruciati.

Dopo questa foto, le camere a gas di Auschwitz avrebbero continuato il massacro per altri cinque mesi. Il campo fu liberato il 27 gennaio 1945, nel cui anniversario si celebra il giorno della Memoria, e l'entità dello sterminio cominciò a essere divulgata.

Era la stessa condizione psicologica dei piloti della Raf: l'anonimo fotografo «non sapeva che cosa stava accadendo - dice Williams -, gli operatori avevano l'ordine di fare ricerche con lo scopo di trovare informazioni militari. Non avevano il tempo di pensare a che altro poteva accadere». Noi che sappiamo che cosa cercare, invece, possiamo trovare in questa miniera d'immagini, di cui Auschwitz '44 è la scoperta più importante, le prove di un passato che ancora dà lavoro agli storici. Nei milioni di scatti della Raf ci sono le immagini di Colonia prima e dopo il bombardamento, dello sbarco in Normandia e di altri capitoli fondamentali della lotta al nazismo. Tanto che già Spielberg, il regista, ha scandagliato questo archivio, per cercare dettagli che ha usato in Band of Brothers , una serie televisiva. Da domani, l'immagine di Auschwitz, assieme a molte altre, sarà consultabile sul sito www.evidenceincamera.co.uk al prezzo di dieci sterline. L'inferno, sessant'anni dopo, arriverà sul nostro computer.


L'Olocausto e i bombardamenti nelle foto dei piloti Raf
Online 5 milioni di foto inedite degli archivi nazionali britannici
su
la Repubblica

LONDRA - L'orrore dell'Olocausto su Internet. Attraverso le immagini di un pilota della Raf e di tanti altri, sul sito www.evidenceincamera.co.uk, per circa 14 euro, si può seguire come alla moviola il più inquietante ingranaggio di morte mai costruito dall'uomo. Un enorme archivio sulla seconda guerra mondiale ora a disposizione del pubblico. Sul sito è possibile vedere circa cinque milioni di fotografie dell'Aerial Reconnaissance Archive, messe in ordine e digitalizzate tramite un progetto della Keele University (uno dei luoghi ufficiali di deposito degli Archivi Nazionali britannici) e mai viste finora.

Dal fumo dalle ciminiere di Auschwitz allo sbarco alleato in Normandia con centinaia di cadaveri di militari americani sparsi sul mare, alla corazzata tedesca Bismarck nascosta sette giorni in un fiordo norvegese prima del suo affondamento. E poi Colonia, prima e dopo il bombardamento.

Le immagini, per dirla con le parole del coordinatore del progetto Allan William, "ci consentono di vedere la guerra vera di prima mano". E anche se furono vitali per lo sforzo bellico degli alleati mostrano anche che, se fossero state esaminate con la dovuta attenzione, avrebbero potuto salvare migliaia di vite umane.

In particolare in quegli scatti dell'estate del 1944 del pilota della Raf l'orrore di Auschwitz si vede in tutta la sua portata. Una colonna di fumo che si innalza da una fossa comune mentre si vedono i prigionieri in coda per quello che sarà il loro ultimo appello. Code lunghe, lunghissime, perché i nazisti, consapevoli che stava arrivando la fine, avevano ordinato di accelerare al massimo il programma di sterminio nel tentativo di cancellare ogni traccia.



1944, le foto dell'orrore che non passa
E torna il dilemma: che si poteva fare? Da Auschwitz a Bergen-Belsen nuove immagini dagli archivi di Londra
Dario Fertilio sul
Corriere della Sera

LONDRA - Dunque gli Alleati sapevano? L'inferno di Auschwitz era provato da queste foto di Birkenau e Bergen-Belsen? Gli storici concordano sul fatto che Stati Uniti e Inghilterra non potessero ignorare l'essenziale di quanto stava accadendo. Certo, pesarono le strategie militari e le difficoltà obiettive della guerra. Tra cui l'impossibilità di liberare i lager con operazioni terrestri.
Gli Alleati avrebbero dovuto sfondare tutte le linee tedesche. E probabilmente furono decisive le insuperabili difficoltà militari legate a una soluzione soltanto aerea. Nel 1944, infatti, quando queste foto furono scattate, le armate naziste avevano ancora un notevole potenziale bellico.
        
L'OLOCAUSTO - Eppure, secondo molti storici, si sarebbe pur dovuto fare qualcosa. Perché non colpire quegli stessi edifici di cui si potevano riprendere così minuti particolari?
Per rendersi conto della portata delle accuse e delle polemiche, basta visitare il Museo americano dell'Olocausto, a Washington.
Si attraversano corridoi tappezzati di immagini raccapriccianti, scheletri vaganti nei campi, donne in attesa della fine che abbracciano i figli, comitive di spettri in marcia verso il nulla; e alla fine, come per un colpo di scena a effetto accuratamente preparato, ci si ritrova di fronte a una gigantesca installazione su cui è scritta una frase pesantissima: «Il governo americano avrebbe potuto mettere fine a tutto questo, ma scelse di non farlo».
Il primo grande atto d'accusa al comportamento degli Alleati risale in realtà all'inizio degli anni Ottanta, e porta la firma dello storico inglese Walter Laqueur: Il terribile segreto chiama sul banco degli imputati non solo americani e britannici, ma anche il Vaticano e la Croce Rossa, senza risparmiare la comunità ebraica internazionale. Tutti avrebbero lasciato prevalere, secondo Laqueur, la necessità strategica di vincere.

In realtà, le ragioni strategiche e militari che indussero gli Alleati a non bombardare i campi sono state elencate dallo storico americano Peter Novick, con il suo Olocausto nella vita americana. Le attrezzature danneggiate avrebbero potuto essere facilmente riparate, i bombardamenti avrebbe massacrato soprattutto i prigionieri: questa fu probabilmente la ragione per cui le organizzazioni ebraiche americane non sollecitarono interventi militari contro i campi. Senza contare che verso la fine della guerra avrebbero potuto rimanere uccisi proprio i fortunati sopravvissuti, giunti a un passo dalla salvezza.
Oggi, lo storico Enzo Collotti sostiene le tesi colpevoliste di Laqueur: «Per gli Alleati i lager erano solo dettagli, non colsero l'aspetto umano e politico della Shoah e non si resero neppure conto che sarebbe stato una potente arma di propaganda». Di parere diverso un altro storico, Frediano Sessi, che riconosce: «Bombardare i campi era impossibile, però si sarebbe dovuto forse colpire le aree circostanti, far sentire la forza militare degli Alleati sui soldati tedeschi per intimidirli e dissuaderli da gesti estremi per paura della punizione». E invece rapporti disperati come quello dell'ebreo polacco Rudolf Vrba, evaso da Birkenau nel '44, finirono sulle scrivanie di Roosevelt e Churchill, ma rimasero urla nel silenzio.


John Kerry strappa a Howard Dean la prima tappa nella corsa alla candidatura
sommari de
l'Unità

Il senatore John Kerry si aggiudica la prima "base" nella lunga corsa alla candidatura democratica per la Casa Bianca. Una vittoria a sorpresa, la sua nei "caucus" dello stato dello Iowa e un brutto colpo per il suo principale rivale di partito Howard Dean che spera di rifarsi ora nel New Hampshire dove però lo aspetta un "osso duro" come il generale Wesley Clark. Il senatore Kerry, a differenza di Dean, è stato tra i più morbidi con Bush sull'intervento in Iraq.


I Democratici in Iowa cercano l'anti-Bush
Partita con i «caucus» la sfida per la nomination Ma il generale Clark non è ancora sceso in campo
Ennio Caretto sul
Corriere della Sera

WASHINGTON - Pochi americani hanno ieri seguito con più curiosità di George Bush i «caucus» democratici dello Iowa, il via ufficiale a una delle elezioni più polarizzatrici della storia. Non perché il presidente, che per guardarli alla tv ha addirittura interrotto la prova generale del suo «Messaggio sullo stato dell'Unione» stasera al Congresso, temesse qualcuno dei potenziali avversari. Ma perché il suo guru elettorale Karl Rove lo aveva avvertito che anziché il trionfo di Howard Dean, il capofila populista e pacifista democratico, i «caucus» avrebbero potuto segnarne l'inizio della fine, un avvio drammatico alla contesa presidenziale. Dietro il monito del guru, che secondo il New York Times si preparerebbe a combattere un altro candidato, di cui non fa peraltro il nome, c'era la improvvisa ascesa nel sondaggio Zogby del beniamino del Partito, il senatore John Kerry, un eroe della guerra del Vietnam. Non soltanto Kerry col 25 per cento dei voti, ma anche un altro senatore, il giovane e telegenico John Edwards, con il 22 per cento, precedevano Dean, sceso al 21 per cento. Quarto era il deputato Dick Gephardt, l'uomo dei sindacati, col 18 per cento. Avevano disertato il «caucus» due candidati eminenti, il generale Wesley Clark e il senatore Joe Lieberman, per concentrarsi sulle «primarie» del New Hampshire il 27 prossimo.

Tra i democratici, corre voce che Dean, che definì gli altri candidati «cariatidi di Washington», sia boicottato non solo dalla «macchina» del Partito, ma anche dall'ex presidente Clinton, che senza esporsi spingerebbe il generale Clark.
IL CIRCO - L'ultima giornata della campagna elettorale dello Iowa è stata la più caotica di tutte. Bevendo litri di caffè, cucinando frittelle, masticando hamburger, baciando bambini e stringendo mani sempre di corsa, assonnati e con lo stomaco a pezzi, i candidati hanno percorso in autobus le principali città del piccolo Stato, inseguiti dalle radiotv, tra musiche assordanti. Nonostante il sondaggio Zogby, due siti finanziari Internet, lo Iowa Electronic Market e l'Intratrade, su cui scommettono gli investitori, mostravano Dean in testa, il primo col 45 per cento delle puntate, il secondo col 51 per cento.

I «CAUCUS» - Le 1993 assemblee elettive - «caucus» è un termine pellerossa - a cui hanno partecipato circa 100 mila dei 500 mila democratici iscritti al partito, un'affluenza molto alta, si sono svolte tra le 19 e le 20 locali, le 2 e le 3 di stamane in Italia. A ciascun «caucus» gli elettori si sono divisi in gruppi a seconda dei candidati. I gruppi di meno di 15 persone si sono sciolti distribuendosi tra gli altri.
Il «caucus» è andato al candidato col maggior numero di consensi. In tutto, lo Iowa invierà al congresso del Partito 45 delegati. La convention, indetta a fine luglio a Boston, ospiterà 4322 delegati: la nomina finale dell'anti-Bush spetterà a chi vi arriverà con almeno la metà più uno, ossia con almeno 2162.


La memoria è il futuro di un Paese
Giuliano Amato su
la Repubblica

IN un bel libro da poco pubblicato in italiano, La lezione spagnola, Victor Perez Diaz ci dice che la Spagna ha costruito una società "civile" e quindi una democrazia che funziona, perché ha saputo ricostituire fra le sue parti politiche una civile unità di fondo, non cancellando la memoria della sua guerra fratricida, ma filtrandola in modo da conservarne storicamente (e non viverne ancora politicamente) le diverse responsabilità. L´Italia - ci dicono in molti - non è capace di fare altrettanto e la sua storia è percorsa da divisioni e fratture che sono volta a volta diverse, ma che hanno tutte un tratto comune: ciascuna delle parti si vede regolarmente come il tutto, in nome di un senso di appartenenza, di una identità collettiva partigiana regolarmente più forte di quella comune identità italiana che dovrebbe sostanziare la loro pretesa di governo su un medesimo contesto sociale. E perché sia così, mentre così ha finito per non essere in Spagna, ci viene spiegato con ragioni che risalgono esse stesse alla storia: a quella vicina (l´immediata incombenza sulla nascita della Repubblica della nostra guerra civile tra fascisti e antifascisti) e a quella lontana (la nostra debole e breve esperienza statuale a fronte di quella ben più lunga e ben più forte che ebbe modo di forgiare nei secoli l´identità nazionale spagnola).
Qui finisce la storia, ma non basta che ce la raccontiamo, perché qui comincia il problema per noi. Quali sono i prezzi che abbiamo pagato e che paghiamo a questa convivenza di due Italie in una?
E c´è un modo per uscirne, che non sia l´impossibile ingresso in una notte in cui tutte le vacche sono grigie, ma che neppure comporti una path dependance, e cioè un vincolo del passato, vissuto non come ostacolo al cambiamento, ma addirittura come destino che lo rende impossibile?
Cominciamo dai prezzi: le parti politiche, quanto più sono chiuse nelle Italie che intendono rappresentare, tanto più misurano gli effetti di ciò che dicono o fanno su queste Italie soltanto, non sull´unica Italia che esiste al di là di loro e sulla quale quegli effetti comunque rimbalzano. E il risultato è che del male che eventualmente viene accadendo in quell´unica Italia la responsabilità è sempre e soltanto attribuita alla controparte politica e al male di cui essa è portatrice, ignorando il fatto che in uno stesso contesto sociale noi tutti interagiamo e non serve chiuderci nella «nostra» Italia per non essere corresponsabili, in misura maggiore o minore, di ciò che accade in quella vera.
Pensiamo ai primi anni della nostra democrazia bloccata e alla intensa penetrazione che allora ebbe luogo di personale legato ai partiti di governo negli apparati pubblici. Chi governava si manifestava addirittura orgoglioso, davanti alla sua Italia, di una tale penetrazione, in nome della sua missione anticomunista e all´insegna quindi di un nobile "no pasaran". L´opposizione comunista esecrava la colonizzazione democristiana dello Stato e additava alla sua Italia il tradimento della Costituzione. Il fatto si è che gli italiani si trovarono addosso una vera e propria patologia, gravida di conseguenze per tutti loro, dovuta certo alla maggiore responsabilità di chi governava, ma alla quale innegabilmente concorreva l´incapacità, e in fondo la indisponibilità, di quell´opposizione ad assumere in tempi politici il ruolo di alternativa di governo; per non parlare della specifica questione dei suoi rapporti con una potenza straniera, che, almeno per certe posizioni, legittimavano l´esclusione di personale amministrativo ad essa legato.
Andiamo ora alla più recente vicenda di mani pulite e ai solchi politici che essa ha scavato. Nei primi due anni di svolgimento delle inchieste, segnalare gli abusi che in più casi ci furono, sostenere la necessità che si distinguessero le responsabilità politiche da quelle penali, negare che si potesse fare di tutt´erba (e cioè di interi partiti) un fascio, era contrario all´ethos dominante nella sinistra. Questa si riconobbe allora nella giustizia vindice, ne cavalcò i benefici politici e quindi rappresentò un´Italia fondata su quel riconoscimento e sullo sfruttamento di quei benefici. Mise così da parte quella sana dose di garantismo che era stata tutt´uno con il suo passato attaccamento alla Costituzione, e chi segnalava gli abusi senza negare le tangenti sentiva su di sé la sgradevole accusa di essere complice delle stesse tangenti. È un atteggiamento che, negli anni, si è venuto profondamente correggendo, ma intanto, dall´altra parte, ha preso corpo un´Italia per la quale gli abusi erano l´unica sostanza di mani pulite, non solo le vittime innocenti degli abusi, ma tutti gli indagati sono stati vittime, forse di complotti politici, mentre la accertata inesistenza di comprovate responsabilità penali in questo o quel processo vale come cancellazione di qualsiasi responsabilità. E per questa Italia se la sinistra sta con i giudici, vuol dire che i giudici stanno con la sinistra. L´esito di una tale sequenza è che l´unica e vera Italia, e cioè l´insieme degli italiani, ha sempre meno fiducia tanto nella politica che nella giustizia;

Intanto, nell´unica Italia che c´è, non solo sono il capo dello Stato e l´Arma dei carabinieri le istituzioni più rispettate ed amate, ma le altre non lo sono affatto. Riflettiamoci.


Parmalat, cade il primo banchiere
In manette il presidente della Banca del Monte di Parma Franco Gorreri. L'accusa: associazione per delinquere
seconda apertura de
il Manifesto

PARMA - Per il crack Parmalat sono scattate le manette per il primo banchiere: ieri, nella sua abitazione a Parma, è stato arrestato Franco Gorreri, presidente della Banca Monte Parma. E' accusato di associazione e delinquere, bancarotta fraudolenta, false comunicazioni sociali e altri reati societari. In casa di Gorreri sarebbero stati trovati documenti di società del gruppo Parmalat. Ma nel mirino della magistratura non è finito solo Gorreri: i magistrati di Milano hanno iscritto nel registro degli indagati (la legge lo consente) due società di revisione. A Calisto Tanzi, invece, sono stati negati gli arresti domiciliari: i magistrati temono che, viste le complicità, il patron della Parmalat possa reiterare i reati che hanno portato al gigantesco crack. Intanto c'è grande attesa per l'audizione del presidente della Consob: Lamberto Cardia stamattina dovrà dire la sua di fronte alla commissione parlamentare sul caso Parmalat. In particolare dovrà spiegare perché la sua Autorità non fece ispezioni presso le società di Tanzi, come la legge gli avrebbe consentito. Cardia dovrà anche confermare se Tremonti avvisò lui e Bankitalia che in Parmalat succedevano cose strane. Da Londra Prodi ha mandato un messaggio chiaro: per combattere i reati finanziari. vista la globalizzazione dei mercati, occorre creare autorità di controllo sovranazionali.


Finmatica, avvisi di garanzia
Cronaca online di
Il Sole 24 Ore

Il presidente di Finmatica Pierluigi Crudele e altri amministratori e sindaci della società sono stati raggiunti da avvisi di garanzia in relazione alla vicenda del bond da 55 milioni di euro lanciato e poi ritirato. Le ipotesi di reato comprendono false comunicazioni sociali, aggiotaggio e ostacolo all'esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza. La Procura della Repubblica di Brescia che indaga sulla vicenda ha disposto l'acquisizione di documenti sia presso la sede di Brescia sia presso altri uffici operativi della società lombarda. In una nota, Finmatica sostiene l'infondatezza di ogni addebito.


L´ITALIA DEGLI ABUSI
Tutti gli affari in nero perdonati
Sette colpi di spugna, dall´evasione ai bilanci finti.
Condonabile un patrimonio di 550 miliardi, tra capitali e case, più redditi annui per 210 Legambiente e Cgia fanno la classifica dei business creati dalle illegalità più diffuse
(e.p.) su
la Repubblica

ROMA - C´è l´evasore fiscale e chi crea depositi nelle banche offshore. C´è lo scommettitore clandestino e il «portoghese» sull´autobus. Ma anche il pirata audio-video, il falso invalido, il falso medico, lo speculatore...
Tra peccati e reati, ecco un campionario di abusi e illegalità. E´ stato redatto con l´aiuto di dati, studi e ricerche di Legambiente e della Cgia di Mestre. Una classifica per forza di cose arbitraria, perché pesca in una zona grigia, che per sua natura sfugge. Ma qualcosa viene fuori. Per esempio: su gran parte di abusi e furbizie sono intervenuti condoni e sanatorie, ben sette. Tra capitali e case risulta alla fine condonabile un patrimonio di 550 miliardi di euro realizzato illegalmente negli ultimi decenni. Più redditi annui per 210 miliardi. A tanto ammonta l´imponibile sottratto al fisco ogni anno. Cui si aggiungono i 250 milioni non pagati ogni anno per il canone Rai.
E poi: il reddito prodotto dall´economia sommersa ammonta a circa 200 miliardi l´anno, in gran parte parte coincidente con l´imponibile evaso.

Per tutti i creatori di fondi nei paradisi fiscali, neri o bianchi che siano (60 miliardi l´anno) ha dato una mano la sostanziale depenalizzazione del falso in bilancio. Una misura che va ad aggiungersi allo "scudo fiscale" concesso a chi riporta in patria i fondi illegalmente esportati negli ultimi decenni: circa 500 miliardi secondo le stime di Fmi e Bankitalia. Sanatoria anche per chi possiede o ha costruito case abusive, il cui valore raggiunge i 51 miliardi. Secondo la classificazione geografica, di nuovo è il Sud a detenere il primato negativo mentre merita una segnalazione la Valle d´Aosta: è l´unica regione d´Italia dove negli ultimi anni non è stata costruita neppure una casa abusiva, o un muretto, o semplicemente un manufatto. Per i vandali delle aree protette, con un giro d´affari di 2 miliardi, è in discussione una depenalizzazione dei reati.
Piccole e grandi illegalità nazionali. Non solo condonabili. Così, c´è per esempio, nella mappa di Legambiente, chi sbarca il lunario contraffacendo marchi e prodotti: il suo giro d´affari, euro più euro meno, ammonta a 15 miliardi l´anno. Più ricco il business degli scommettitori clandestini: 18 miliardi. I commercianti di animali protetti portano a casa 500 milioni di euro, gli automobilisti che fingono incidenti ben 305 milioni, quelli che non pagano il biglietto del tram 85 milioni, i pirati di film e video (altri 55 milioni).
Su alcune categorie, come per esempio i falsi invalidi e i falsi medici: 71 mila i primi, tra 15 e 45 mila i secondi. Spesso, come nel caso delle false invalidità, si può ricavare pure un´indicazione geografica: l´Emilia Romagna è la regione più «virtuosa», la Calabria la meno virtuosa.


Ciampi: "Non fatevi ingannare l'euro ha portato stabilità"
Il capo dello Stato torna a difendere la moneta unica e rilancia sulla Costituzione: "C'è bisogno di più Europa"
su
la Repubblica


ROMA - "L'unificazione monetaria è un esempio di successo della coesione europea. L'euro ha significato il superamento delle laceranti crisi monetarie e valutarie intereuropee. Ha portato stabilità. Ha conquistato fiducia". Carlo Azeglio Ciampi torna a difendere la moneta unica. E' il secondo intervento in meno di una settimana, segno della preoccupazione del presidente della Repubblica su questo fronte.

"Non traggano in inganno - aggiunge Ciampi - transitorie difficoltà nella fase di adeguamento al nuovo metro monetario. L'attesa ripresa dell'economia sarà, anche a questo fine, la cura più efficace".

Il capo dello Stato fa dell'euro uno dei pilastri comunitari fondamentali accanto alla Costituzione europea. Dice Ciampi: "La stabilità, la democrazia, la sicurezza, il benessere sono essenziali per il futuro degli europei: essi hanno bisogno di più Europa, non di meno Europa. Vi sono momenti in cui occorre afferrare a pieno la portata delle sfide che la storia ci presenta: la Costituzione europea è fra queste. Il suo momento è venuto: l'Europa allargata impone appropriate istituzioni e regole. Altrimenti non è più un passo avanti, ma un passo indietro, un danno per tutti, per vecchi e per nuovi membri".

Dopo l'unificazione monetaria, realizzata con successo, la coesione europea, ha sottolineato Ciampi, deve fare altri passi. "Non solo l'identità economica dell'Europa attende di essere completata, anche la sua soggettività politica vuole affermarsi come protagonista di pieno diritto sulla scena mondiale".

Con l'allargamento, l'Ue rappresenta un mercato interno di oltre 400 milioni di consumatori. Ma questo non basta a esercitare nel mondo una influenza proporzionata alle dimensioni. "Divisi gli europei sono impotenti. Uniti - spiega il capo dello Stato - possono intervenire con efficacia nella realtà internazionale.
Questo obiettivo può essere raggiunto solo attraverso una forte unione politica".


  20 gennaio 2004