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a cura di G.C. - 26 aprile 2006


25 aprile, centomila a Milano: corteo e contestazioni
Rodolfo Sala su
la Repubblica

MILANO - Alle cinque della sera in piazza del Duomo è tutto finito. Ma dopo i discorsi di Guglielmo Epifani e Virginio Rognoni, i centomila che hanno sfilato per il 25 Aprile non se ne vanno. Sul palco c´è Romano Prodi, è lui che vogliono ascoltare, anche se il programma ufficiale non prevede l´intervento del quasi presidente del Consiglio. Dopo un quarto d´ora Prodi cede agli inviti e si avvicina al microfono, mentre sul sagrato si scatena il finimondo: "Vi ringrazio per questa accoglienza, oggi è un giorno di festa per tutti noi; l´unità che mi avete chiesto riguarda certamente la nostra coalizione, ma dev´essere anche l´unità di tutto il Paese". Sta di fatto che, ancora una volta e forse come non mai, questo 25 Aprile ha sancito una grande divisione fra i due schieramenti politici. "Festa di tutti", dice il centrosinistra; "festa di parte" replica la Casa delle libertà.
Non è solo per le accese contestazioni a Letizia Moratti, candidata sindaco della Cdl, che era al corteo con il padre, ex deportato a Dachau. Prodi ha condannato duramente i fischi ("chi è presente non li merita"), e con lui tutta l´Unione, ma il clima rimane quello che è. Per dirla con Riccardo De Corato, vicesindaco di An, "dopo le dichiarazioni dei giorni scorsi, era del tutto prevedibile che la manifestazione del 25 Aprile sarebbe stata trasformata dalla sinistra da festa nazionale in una festa di partito, con sfoggio di bandiere rosse e insulti per gli avversari". Insomma: "Piazza Duomo come la piazza Rossa", come dicono altri esponenti milanesi di An. Nel mirino del centrodestra c´è Prodi, che alla vigilia aveva legato questa ricorrenza alla difesa della
Costituzione, invitando gli italiani a respingerne le modifiche all´ormai prossimo referendum.

Francesco Rutelli ricorda che di solito Berlusconi trascorre questa ricorrenza "con gli affetti familiari, quindi è meglio che non parli". Gli replica il forzista Fabrizio Cicchitto: "Rutelli dica di tacere a Prodi, che ha strumentalizzato il 25 Aprile", mentre Sandro Bondi sostiene che il leader dell´Unione "dovrebbe riconoscere anche i valori di quella metà di italiani che non lo hanno votato". E via così.
Ma il Professore respinge queste critiche: "Abbiamo chiarito la nostra posizione: consideriamo questa riforma costituzionale sbagliata, perciò abbiamo invitato la nostra gente a votare contro nel referendum". Quanto al significato da dare al 25 Aprile, nessun dubbio: "Mi auguro che tutti gli italiani - dice in mattinata Prodi lasciando Roma - siano uniti nel celebrare questa festa". Ed è in nome di quello "spirito" che arriva la condanna netta dei fischi alla Moratti. Trionfale, sì. Il corteo si accende di entusiasmo quando poco prima delle 16 il premier in pectore si materializza in corso Europa, accompagnato dal presidente della Provincia, il diessino Filippo Penati. I due hanno pranzato insieme e adesso devono passare sotto graditissime forche caudine, la scorta ha un bel daffare per respingere l´assalto affettuoso dei manifestanti. "Romano non mollare", grida un distinto signore. E lui: "Tranquilli, quando mai ho mollato?". Poi guarda un cartello fai-da-te e scoppia in una risata: c´è scritto "Tremaglia santo subito", l´uomo che lo regge vuole stringergli la mano, come tutti. Sul palco l´incontro con il sindaco Gabriele Albertini, il Professore lo abbraccia e lo bacia, e quando gli chiedono che cosa ne pensi della polemica, alimentata dalla destra, sull´assenza di bandiere tricolori, risponde così: "Da qui vedo tanti gagliardetti, sono tutti tricolori". …


Italia: che cosa ci unisce
Furio Colombo su
l'Unità

Il film "Duccio Galimberti" di Teo De Luigi, che ho potuto vedere la sera del 23 aprile, è stato per me un modo emozionante di ritornare a quel Piemonte in rivolta contro l'orrore del fascismo che ha segnato la mia vita di bambino, stupito che così tanti adulti fossero vili, ammirato fino all'esaltazione dal coraggio senza condizioni di coloro che hanno deciso di cambiare la Storia italiana.
Il film, narrato fra altri da Giorgio Bocca, uno che non è mai stato vile né di fronte alle armi né di fronte alla seduzione del buon conformismo giornalistico, è una straordinaria lezione sul tragico effetto della propaganda totale, sulla macchina di persuasione che consente di lanciare un intero popolo in una spaventosa avventura, sulla base della pura menzogna, del culto assoluto di una persona e con la invenzione, cattiva, ossessiva, efficace, di un nemico. È un documento sull'immenso fenomeno dell'opportunismo che induce a partecipare alla macabra festa, e induce ad accettare che si possa perseguitare e uccidere.
La forza del film di Teo De Luigi sta nell'avere composto, con montaggio di film di propaganda fascista e racconti dei vivi sui morti (i vivi sono anche anonimi contadini che erano bambini al tempo del fascismo) una rappresentazione corale della Resistenza. Duccio Galimberti, il brillante avvocato di Cuneo figlio di gerarca fascista e primo organizzatore di una banda partigiana è il protagonista esemplare del grande scatto di dignità di una borghesia colta che ha saputo ritrovare di colpo legami di solidarietà e di impegno con un popolo colpito, sbandato, eppure già in rivolta. Ma ciò che fa non dimenticabile il film di Teo De Luigi è lo sguardo largo che comprende tanti, comprende tutti coloro che non si sono arresi, coloro che hanno dato la vita e coloro che sono vissuti per testimoniare. Li ascoltate e vi rendete conto che parlano come se rendessero conto di un atto dovuto.

Se questo film sarà mostrato nelle scuole per far ascoltare voci vere nel sottobosco della falsificazione operata in questi cinque anni di governo privato, molti ragazzi scopriranno di colpo che ci sono ragioni, da italiani, di essere orgogliosi. E se vorranno ricordare grandi momenti di unità nazionale (quella unità nazionale che ci raccomandano sempre) potranno rivedere l'episodio più tragico e più alto della Resistenza piemontese: 1944, l'intero comando militare della lotta di Liberazione in quella regione è stato catturato (su delazione di spie) e tutti sono stati uccisi a Torino in località Martinetto. Si fa avanti il nuovo gruppo che prende la guida della lotta. Non ci sono discorsi o dichiarazioni. Nel luogo clandestino in cui rischiano ogni istante di essere scoperti, si alzano in piedi e cantano l'inno di Mameli. Quell'inno, in quel momento, smette di essere un canto di regime, e diventa inno nazionale.
* * *
Ho ripensato a questo episodio la mattinata del 24 aprile, nella trasmissione "Omnibus" de La7 condotta da Rula Jebreal e dedicata alla Resistenza.
"Che cosa significa per voi questo giorno?" ha chiesto ai presenti la Jebreal. Giano Accame, che ha militato in quegli anni in formazioni fasciste, ha detto: "Ero già in prigione quella notte. Per me è una sconfitta".
A me è sembrato giusto rispondergli: "Anche per te è l'anniversario di una vittoria, di un evento che ha cambiato la tua vita di giovanissima recluta di Salò come ha cambiato la mia di bambino. Da quel momento siamo liberi. Pensa al tremendo futuro che ci sarebbe stato in Europa senza la Liberazione che oggi celebriamo. Un mondo diviso fra aguzzini e vittime, fra persecutori e prede umane, fra rappresaglie e campi di sterminio. Come non vedere la grandiosità di ciò che è successo per tutti?".
E mi è sembrata bella una frase di Vauro, altro partecipante al dibattito, che ha detto: "Certo che rispetto i morti di Salò. Sono anch'essi vittime del fascismo, si uniscono a tutta l'immensità di morti che il fascismo ha provocato in Italia e in Europa. Sono le vittime di una spaventosa macchina disumana che li ha catturati e portati a morire, esattamente come tante altre vittime, in Italia e in tutti i Paesi occupati e distrutti".

* * *
Proverò a dire quale sembra a me, oggi, il segno e il senso del 25 aprile, dopo un brutto periodo della storia italiana in cui alcuni, da posizioni del potere e di dominio delle informazioni, hanno negato tutto o raccontato storie rovesciate di fascisti perseguitati e di vendette che sarebbero state il frutto esclusivo della sete di vendetta comunista.
Siamo usciti da una dura campagna elettorale, ma non siamo i Montecchi e i Capuleti. Siamo fascisti e antifascisti. E se qualcuno ci dice che "antifascista" oggi non vuol dire più niente, ditegli che vuol dire "libero" e dunque il suo significato non può finire, tanto più che è consacrato dalla Costituzione. E la Costituzione è il frutto della Resistenza, scritta dalle stesse persone che alla Resistenza hanno partecipato. E se qualcuno vi dice che la fine della “categoria” "fascista" fa finire la definizione di "antifascista", rispondete che non è vero. Le culture non si evolvono per magia.

Quando, come materiale quasi esclusivo di una intera campagna elettorale, si inventano "i comunisti" e si attribuisce questo titolo (ad honorem, direi) a tutti coloro che non sono o non sono stati comunisti, ma sono certo indomabili avversari, si entra in una spirale di propaganda malevola che punta alla negazione della libertà attraverso la rappresentazione falsa (ma con mezzi potenti) dei fatti.
La concordia che ci invitano ad avere e che è uno standard di civiltà, non consiglia di smettere il saldo legame col passato. Nessuno può permettersi di fare il tifo per il Ku Klux Klan negli Stati Uniti o di elogiare la parte schiavista della Guerra di Secessione. La concordia si forma a partire dalla intangibilità dei valori comuni. Noi siamo ricchi di valori comuni. Cominciano il 25 aprile, quando abbiamo posto fine, al prezzo di molto sangue, alla sottomissione a un regime di morte. E abbiamo dato vita alla Costituzione. È vero, durante il governo che adesso finisce, e a causa di un comportamento senza giustificazioni di tanti deputati e senatori la Costituzione italiana nata dalla Resistenza è stata amputata, offesa, vandalizzata, mutilata, resa incoerente e zoppa.
Ma stiamo avvicinandoci a un referendum che dovrà restituirci quella Costituzione per la quale tanti Duccio Galimberti hanno dato la vita. A quel voto dovremo partecipare come ad uno degli eventi più importanti della Storia italiana.


Post Scriptum
Tutto quello che ho scritto mi induce a dire, dopo le notizie sulla manifestazione di Milano, la mia repulsione per alcune grida oscene (oscene perché invocazione di morte) contro la bandiera di Israele. Quella rappresentava la Brigata Ebraica, una formazione volontaria che, durante i giorni della Shoah, ha combattuto in Italia per la nostra liberazione. Non sapere che quella bandiera appartiene all'antifascismo e alla Liberazione, ed è un simbolo di lotta alla persecuzione nazifascista, rappresenta un pauroso buco nero di conoscenza e di Storia.
Ci sono tanti modi, anche inconsci, di essere dalla parte sbagliata. Mai dimenticare che da quella parte c'è ancora ciò che resta del nazismo e del fascismo.



Chi brucia le bandiere
Miriam Mafai su
la Repubblica

Letizia Moratti ha voluto, firmato, difeso e fatto approvare dal Parlamento una legge sulla riforma della scuola. Una brutta legge. Una legge che non ci piace e non piace alla maggior parte degli operatori della scuola. E allora? Forse che questo le toglie il diritto di partecipare, a Milano, con altre decine di migliaia di cittadini, alla celebrazione dell´anniversario della nostra Liberazione? Letizia Moratti ha tutto il diritto di sfilare a Milano e di celebrare così la data del 25 aprile, fondamento della nostra Costituzione e della nostra Repubblica. È un diritto che appartiene a tutti gli italiani e le italiane quale sia il partito per il quale hanno votato.
Il gesto, stupido e fazioso degli autonomi milanesi che con le loro proteste e i loro insulti hanno costretto l´ex ministro dell´Istruzione ad uscire dal corteo ci offende tutti. Ed è tanto più deprecabile in quanto la Moratti vi partecipava accompagnando il padre, già deportato a Dachau e insignito di una onorificenza dal nostro presidente della Repubblica.
La cerimonia di Milano è stata turbata da altre gravi intemperanze degli "autonomi" e di esponenti dei centri sociali. Dopo l´aggressione e l´espulsione dal corteo della Moratti, ci sono stati i fischi ed insulti a Epifani e Pezzotta, non si sa bene di cosa colpevoli. E poi fischi ed insulti ai superstiti di quella Brigata Ebraica che ha partecipato anch´essa, nelle gloriose giornate del 1945 alla liberazione del nostro Paese. Quei reduci, ormai pochi, ieri sfilavano per le vie di Milano con le loro bandiere insieme ai reduci delle nostre brigate partigiane, a fianco e assieme agli esponenti della Comunità ebraica di Milano. Avevano, hanno tutto il diritto di farlo. Hanno diritto alla nostra memoria ed alla nostra riconoscenza. Qualcuno non ha sentito questo obbligo di memoria e riconoscenza. Altri autonomi e componenti dei centri sociali li ha presi a mira dei loro insulti e fischi. Poi, non contenti ancora, gli stessi hanno strappato e bruciato una bandiera di Israele.
Romano Prodi ci ha richiamato spesso, e non ha perso occasione di farlo anche ieri nel corso del comizio di Milano, al compito alto della ricostituzione dell´unità del Paese. Un compito non facile non solo per l´asprezza della campagna elettorale appena terminata ma anche e forse sopratutto per l´arroganza e la protervia con la quale Berlusconi si rifiuta ancora oggi di riconoscere la sua certificata sconfitta. Siamo in una situazione del tutto anomala che rende torbido il clima politico, alimenta nuovi sospetti, esaspera le divisioni. Si rischia così di rendere ogni giorno più difficile quella unificazione del Paese che è condizione indispensabile per l´uscita dalla difficile situazione in cui si trova e per l´avvio della sua crescita.
Tutto ciò che turba, inquina e rende più difficile questo processo di unificazione, di pacificazione del Paese va condannato senza esitazioni ed indulgenza. In primo luogo quando venga dalla parte che è uscita sconfitta dalle elezioni e che cerca con sempre nuovi espedienti di rinviare la formazione del governo.
Ma anche quando venga da alcuni settori, per quanto minoritari, dello schieramento che è uscito vincente dalle elezioni. Ne fanno parte uomini e gruppi che nel nuovo clima che si è creato nel Paese con la vittoria dell´Unione, possono proporsi di accentuare le proprie posizioni, di cercare nuovi consensi, di allargare la propria influenza. Sono gli stessi gruppi che poche settimane fa, a Milano, in nome di un pretestuoso antifascismo, ingaggiarono una battaglia di strada sfasciando le vetrine di Corso Buenos Aires e dando fuoco alle macchine in parcheggio. Sono gli stessi gruppi che hanno contestato a Bologna l´azione del sindaco Cofferati a difesa dell´ordine e della legalità. Sono gli stessi gruppi che ieri a Milano si sono arrogati il diritto di decidere chi potesse partecipare al corteo in memoria della Resistenza, e chi dovesse esserne escluso. Tenere a bada queste spinte e coloro che in nome della "conflittualità sociale" le alimentano sarà compito non solo e non tanto del nuovo governo, ma delle forze politiche che ambiscono dare una guida al Paese e che dal Paese hanno ottenuto fiducia.



Ingrao: l'avversario non va mai offeso
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

Volgare. Inaccettabile. Ma peggio ancora: stupido. Davanti al racconto dell'assalto, sia pure verbale, a Letizia Moratti, Pietro Ingrao è durissimo. L'ha fatta, lui, la Resistenza. Entrò in clandestinità, finì sulla Sila, conobbe sua moglie Laura perché faceva la staffetta e fu con Vittorini uno dei promotori del grande comizio a Porta Venezia del 26 luglio 1943.
Insomma: il 25 aprile è più "sua che non di chi ha vomitato addosso al ministro della Pubblica Istruzione, ieri pomeriggio, palate di offese irripetibili.
"È un episodio grave. Chiunque, di qualsiasi idea, partecipi a una manifestazione per il 25 aprile dev'essere accolto e rispettato. Bisogna essere contenti che vengano anche persone che non sono di questa o quella formazione vicina ma hanno una storia loro. Quindi, se le cose stanno così...".

C'è chi dice che i fischi la Moratti e gli altri che stanno con gli eredi del fascismo dovevano in qualche modo aspettarseli.
"Io la penso assolutamente al contrario. Se la Moratti viene a una manifestazione come questa è un fatto buono. Io non ho le idee della Moratti: è chiaro? Divergo da lei su quasi tutto. Ma se viene a una manifestazione per il 25 aprile ne sono contento. E in ogni caso il suo diritto a partecipare a questa festa deve essere rispettato".
Un pezzo della sinistra non ne può più dei "cretini di sinistra" che si vestono da kamikaze, bruciano le bandiere, insultano...
"Non ho idea di chi siano, questi qui di Milano...".
Non erano black-block né autonomi dei centri sociali.
"So che hanno messo in piedi una cosa sciagurata. Assolutamente da condannare. Tanto più in una giornata come questa che ricorda la riconquista della libertà e dovrebbe essere di gioia per tutti gli italiani".
C'è una responsabilità anche della sinistra nell'avere spesso tollerato in questi anni momenti di violenza verbale?
"Guardi, sono un vecchietto e non voglio erigermi a censore. Ma certo, per me, qualsiasi linguaggio che offenda l'avversario è inaccettabile. Del resto lei sa che, sia pure in tempi molto recenti e in età molto avanzata, io ho fatto una scelta precisa, quella della non violenza. Che naturalmente (e mi dispiace che la guerra in Iraq sia stata un po' dimenticata dagli italiani) è un tema molto più vasto. Ma "non violenza" significa anche queste cose molto semplici ed essenziali come il rispetto degli altri".
Insomma, non si può essere pacifisti e non violenti sull'Iraq e poi sparare sulla Moratti le volgarità di ieri.
"Esatto. Non si può. Fa stridore. Anzi, se negli eventi terribili quali sono quelli di una guerra non è sempre così facile distinguere sulla violenza, nel caso di una manifestazione assolutamente pacifica che dovrebbe celebrare l'unità di questo Paese non esiste possibilità di dubbio: occorre dare il benvenuto a chi magari ha opinioni diverse ma viene a partecipare a un evento condiviso".

Questa carica insopportabile di violenza verbale di oggi c'era anche ieri o è cresciuta a dismisura negli anni?
"Intanto devo ripetere che a me la violenza verbale non piace. Quella di ieri e quella di oggi. Non mi sta bene politicamente e nemmeno, come dire, stilisticamente".
Anche quando dirigeva l'Unità.
"Mai. La beffa sì. Il sarcasmo anche, quando ci riusciva. Ma le parolacce no. No. Eravamo dentro forze in cui venivano criticate anche le foto con le donnine nude. Non era nel costume del mio partito, della mia parte politica. Ora, io non vorrei fare il puritano o cadere ne bigottismo, ma... ".
C'è chi dice, a sinistra, che questo tasso di violenza verbale in politica si è impennato per colpa di Berlusconi. Berlusconi rovescia tutto e dice: colpa della sinistra.
"Non ho abbastanza elementi per valutare chi ha ragione. E certo non posso mettermi a dare voti in pagella. So che questa volgarità nella politica non mi piace. Fermo restando che l'episodio di Milano, se la ricostruzione è questa, va al di là delle parolacce. È molto più grave".
Anche perché è suicida, alla vigilia delle amministrative, no?
"Prima ancora che suicida (forse la parola è troppo forte) quello che è stato fatto è stupido. Profondamente stupido. Tanto più, santo Iddio, nel giorno della Liberazione e della ricostruzione dell'unità nazionale. Che senso ha?".
Insomma, nessuna indulgenza.
"No".
Quindi chi dice che la Moratti in fondo se l'è cercata perché mai si era ricordata del 25 aprile prima di essere candidata a sindaco...
"Cosa vuol dire? Se anche la Moratti ha sbagliato sulla scuola, o prima o dopo o perfino anche lì, in piazza, a Milano, la risposta non può essere in ogni caso la violenza verbale e l'espulsione dal corteo. Che significa? Se la Moratti viene alla manifestazione del 25 aprile...".
Benvenuta.
"Certo, se viene io sono contento. Mi fa piacere. Se poi spingeva nella carrozzina un padre che era stato partigiano e deportato a Dachau...".


Ciampi: é la Costituzione la mia Bibbia civile
Discorso di Ciampi su
l'Unità

Poco fa, quando ormai prossimo alla scadenza del mandato presidenziale, ho salito la scalea del Vittoriano, ho rivissuto lo spirito col quale lo feci la prima volta, il giorno stesso dell'insediamento, il 18 maggio di sette anni fa. Mi è tornato alla mente lo stato d'animo di allora. Nel silenzioso raccoglimento di fronte alla tomba del Milite Ignoto, simbolo di tutti i Caduti per la Patria, rinnovai nel mio intimo il giuramento, fatto poco prima in modo solenne di fronte al Parlamento, di non venir mai meno al mio dovere fondamentale, quello di essere garante della libertà dei cittadini e dell'unità della Patria.
In questi sette anni questo giuramento è stato costantemente l'ispirazione del mio agire. Le radici del mio sentire sono l'amor di Patria, l'orgoglio di essere Italiano. Ho chiara nella mente un'idea dell'Italia, che so condivisa dai miei compatrioti. Negli anni del mio settennato ho esortato gli Italiani a sentire e ad esprimere con forza la propria identità nazionale. E' un sentimento che proviamo con particolare intensità in una giornata come questa.
Celebriamo oggi il sessantunesimo anniversario del giorno della Liberazione e della riunificazione della nostra Italia. Abbiamo reso onore a enti e persone che hanno bene meritato della Patria. In queste giornate, molte memorie si affollano alla mente: più forte di ogni altra il ricordo di coloro che diedero la vita per la libertà di tutti, gli Eroi della Resistenza, sia armata sia civile.
La Resistenza si espresse in molti modi. Ne furono primi protagonisti gli operai che scesero in campo contro la dittatura nel marzo del '43, astenendosi dal lavoro; i militari che dopo l'8 settembre si opposero alle forze che volevano sopraffarli, e i civili che in tante città si unirono a loro. Fu Resistenza quella delle centinaia di migliaia di militari deportati, che preferirono una durissima prigionia al ritorno in Italia al servizio della dittatura. Fu Resistenza la spontanea mobilitazione di popolo per salvare e proteggere militari e civili alla macchia, prigionieri alleati fuggiti dai campi, ebrei minacciati dallo sterminio.
Fu punta avanzata della Resistenza la lotta armata delle unità partigiane nelle città, nelle pianure, nelle montagne, e quella combattuta dalle unità ricostituite del nostro esercito: esse riscattarono l'onta dell'8 settembre. Vorremmo che i nomi di tutti i caduti, di tutte le vittime delle stragi compiute dalle forze di occupazione o della violenza della dittatura venissero ricordati, in ogni Comune d'Italia, da lapidi che ne consacrino la memoria, a memento per le generazioni future. E' il loro ricordo che ci dà ancora forza per affrontare i problemi del tempo presente, con spirito unitario, animati dal forte sentimento dell'amor di Patria. Rendiamo onore, in questa giornata, ai soldati alleati che a prezzo di perdite immense vennero per liberare l'Europa dalla tirannide.

Non una tra le grandi Nazioni dell'Occidente può purtroppo vantarsi di non avere attraversato, nel corso della propria storia, in tempi e circostanze diverse, periodi oscuri.
Quando gli Italiani tornarono a votare liberamente, il 2 giugno del 1946, scelsero la Repubblica. Ha avuto allora inizio un nuovo capitolo della storia d'Italia. La nostra società era solcata da profonde divisioni e da antagonismi ideologici tra forze politiche diverse. Fu merito e gloria dei Padri della Repubblica di aver dato vita, con spirito concorde, alla Costituzione, la Carta che ancora oggi stabilisce le regole del nostro vivere insieme. E' nel dettato della Costituzione che un Presidente della Repubblica, eletto come supremo garante delle istituzioni e delle libertà di tutti, trova le parole illuminanti, i principi, i valori, le regole che gli indicano con chiarezza quali debbano essere le sue scelte.
La Costituzione è stata e rimane la mia Bibbia civile, il testo su cui ho riflettuto in ogni momento difficile. Io non sono mai stato un uomo politico, ma soltanto un cittadino al servizio dello Stato. Quando ero già avanti negli anni, mi sono stati affidati compiti politici, che mi sono sforzato di assolvere avendo sempre per sicuro riferimento la Costituzione.
Avevo nel cuore, fin dal primo giorno del Settennato, una idea dell'Italia. Avevo in mente anche un'idea dell'Europa, che la nuova Italia democratica e repubblicana ha fin dall'inizio contribuito a costruire. Animava i padri fondatori della Comunità Europea una risoluta volontà di pace, sola via di salvezza per i popoli europei, per la civiltà che insieme hanno creato, e che avevano rischiato di distruggere. L'Europa unita e libera, non meno dell'Italia libera e unita, è la Stella Polare che fino ad oggi ha guidato il mio cammino.
Questi sentimenti, frutto delle esperienze di una vita iniziata, nella gioventù, negli anni drammatici della seconda guerra mondiale e della lotta di liberazione, mi hanno ispirato stati d'animo a cui, divenuto Capo dello Stato, ho dato spontanea espressione: l'amor di Patria, l'adesione istintiva ai simboli della Nazione italiana, l'inno di Mameli, la bandiera tricolore, il vessillo levato in alto dagli eroi del Risorgimento.
Mi ha guidato il rispetto delle grandi istituzioni nazionali, create dalla Costituzione repubblicana: il Parlamento; gli Organi liberamente eletti cui è affidato il compito di governare la Cosa Pubblica, nell'ambito nazionale e in quello locale; la Corte Costituzionale, di cui abbiamo appena celebrato il cinquantesimo anniversario; il libero, autonomo e indipendente Ordine giudiziario; le Forze Armate e le Forze dell'Ordine.
Proponendo ai miei compatrioti questi miei sentimenti e convinzioni, ho avuto una risposta popolare corale, al di là di ogni attesa. Nel mio lungo viaggio in tutte le province d'Italia mi sono sentito sostenuto ad ogni passo da un largo consenso, espressione di uno spontaneo, forte, sincero patriottismo.
E' scorsa davanti ai miei occhi l'immagine di un Paese molto più unito, molto più omogeneo, nei suoi sentimenti e nelle sue scelte, di quanto farebbe talvolta pensare l'eccessiva asprezza degli scontri politici di vertice. Tutto ciò mi ha dato forza per affrontare ogni nuova difficoltà, ogni momento di crisi, operando come mi suggeriva la Costituzione, come mi dettava la coscienza.
Si sta ora iniziando, per effetto del voto del 9 e 10 aprile, un nuovo capitolo della storia politica della Repubblica, scandita dal succedersi di atti istituzionali dovuti; primo fra tutti, l'insediamento del nuovo Parlamento. In una giornata come questa, che celebra l'unità e la libertà della Patria, sento il dovere di rivolgere a tutte le forze politiche un forte invito a lasciarsi risolutamente alle spalle le asprezze della contesa elettorale, a ricreare tra di loro e nel Paese quel dialogo che è premessa e strumento del buon governo della Cosa pubblica.
Il dialogo fra le parti politiche è l'essenza della vita di una democrazia serena e operosa, è l'essenza dell'istituzione parlamentare, luogo d'incontro di culture politiche rispettose le une delle altre. Il cuore di una Nazione libera batte nel Parlamento, l'istituzione punto d'arrivo della storia della civiltà europea, creata per dare vita, attraverso un vivace, leale confronto delle opinioni, sia a decisioni condivise riguardanti i principi e le regole istituzionali, sia anche a fruttuose convergenze nelle grandi scelte politiche. Con questi sentimenti rivolgo, in questa giornata del 25 aprile, i miei auguri di ogni bene a tutti gli Italiani.
Viva la Repubblica.
Viva l'Italia.


L'occasione dell'unità
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

Per il momento scelto, può sembrare paradossale parlare di "un nuovo capitolo" aperto dai risultati del 9 e 10 aprile. Le parole di Carlo Azeglio Ciampi cadono come gocce di ragionevolezza sulle liti alla Festa della Liberazione; sulle contestazioni di piazza a Milano contro Letizia Moratti; e sulla rissa postelettorale che impedisce un accordo per i vertici del Senato. Ma, proprio per la sua eccentricità, il discorso del capo dello Stato diventa uno dei pochi atti politici del dopovoto.

Suggerisce la capacità di guardare avanti e non indietro; e di interpretare il responso delle urne senza l'aggiunta di tossine inutili. Quando Ciampi scolpisce "l'immagine di un Paese molto più unito e omogeneo di quanto farebbe talvolta pensare l'eccessiva asprezza degli scontri politici al vertice", smentisce l'altra: quella della guerra irriducibile fra gli schieramenti. Demolisce il cliché del conflitto fra un Silvio Berlusconi che rifiuta la vittoria di Romano Prodi, e un'Unione che esalta a dismisura un successo risicato.

Per il presidente della Repubblica, è un'analisi già invecchiata. Il "forte invito a lasciarsi alle spalle le asprezze della contesa elettorale" sconta l'inquietudine di chi vede una sorta di frattura mediatica: lo scontro, esasperato fino alla caricatura dal mondo politico, opposto all'unità di un'Italia che, secondo Ciampi, alla fine si ritrova sui valori di fondo. Si tratta di una lettura controcorrente. E rischia di cadere nel vuoto, perché costringe tutti a rimettersi in discussione.

Vincitori e vinti non sembrano disposti ad assecondarla. L'insistenza con la quale l'Unione evoca un Prodi pronto all'incarico è simmetrica e opposta al rinvio che il fronte berlusconiano chiede al capo dello Stato. Ma Ciampi è deciso a far nascere il nuovo governo subito solo se Prodi andrà da lui con la lista dei ministri in tasca; e se gli garantirà il giuramento entro poche ore, e la fiducia entro l'11 maggio.

Al Quirinale lo considerano possibile, in teoria; ma sarebbe "un mezzo miracolo". E l'altolà a "forzature" nel conferimento dell'incarico, arrivato da FI, complica la decisione. Ma la strategia presidenziale è chiara: il problema è delle nuove Camere e dell'Unione, non del Quirinale, che non vuole ingorghi quando i "grandi elettori" si riuniranno il 13 maggio per l'elezione del capo dello Stato. In caso di ritardo, a conferire l'incarico sarà il futuro presidente della Repubblica.

È una coerenza di comportamento che fa leva sul disinteresse dimostrato da Ciampi di fronte alle lusinghe di una ricandidatura; e sulla determinazione a chiudere il settennato "con dignità".



Il cinismo senile della Repubblica
Edmondo Berselli su
la Repubblica

Con la candidatura di Giulio Andreotti alla presidenza del Senato si chiude un cerchio. Forse è la prima Repubblica che cerca di vendicarsi della seconda. Ma nello stesso tempo, e senza forse, è un´operazione politica distruttiva, esplicitamente volta a fare implodere la legislatura, a produrre il meltdown della politica italiana.

Non si è mai assistito a un esercizio politico così spregiudicato e nichilista, e non stupisce che al centro dell´operazione si profili la figura del divo Giulio, motore immoto di una manovra in cui sembra esprimersi senza inibizioni e tabù il cinismo senile della Repubblica.
Qui non è il caso di richiamare le vecchie battute andreottiane sul "meglio tirare a campare che tirare le cuoia" e il primo comandamento della tavola della legge democristiana, ossia "tutto s´aggiusta". Non è questione di colore o di folclore, non c´entra l´antropologia politica all´italiana: siamo in presenza di un artificio politico maligno, pensato per produrre la destabilizzazione e poi una stabilizzazione concertata dall´alto. Una piccola carica di esplosivo che può far cadere tutto l´edificio del bipolarismo come se si trattasse dell´ecomostro di Punta Perotti. E tutto questo fra molteplici sogghigni di soddisfazione: da parte di Silvio Berlusconi perché annullerebbe l´esito elettorale che lo ha dato per sconfitto, e che lo aveva indotto a pronunciare la frase infelicemente minacciosa per cui "il risultato deve cambiare"; e quanto al senatore a vita Giulio Andreotti, ecco una vendetta quasi postuma, come se a vendicarsi fosse tutta la Dc spazzata via da Tangentopoli e dal maggioritario.
Non stupisce dunque che alle spalle del senatore Andreotti si intraveda una folla di "revenant", di fantasmi della Repubblica d´antan, un balletto scandaloso di zombie come nello storico videoclip Thriller di Michael Jackson. Altro che "senectus ipsa morbus", come ammonivano gli antichi, la vecchiezza come malattia di per sé. Qui è la decrepitezza che affligge pensieri, parole e azioni della civitas politica, come se il tempo si fosse fermato e servisse soltanto per consumare revanscismi interni al ceto politico.
Che la scaltrezza politicante di Andreotti possa invischiare la legittimazione a governare di Romano Prodi, suo ministro quasi trent´anni fa, può appartenere a un fondale narrativo di malizie democristiane. Solo che le perfidie correntizie di ieri erano al servizio dell´eternità democristiana, quando Ciriaco De Mita annunciava "la Dc farà quadrato" e il divo Giulio si permetteva di rispondere: "Ai quadrati di De Mita manca sempre un lato".
Piccole storie, echi di un piccolo mondo antico. Mentre oggi siamo davanti a un uso strumentale dei grandi vecchi, evocati o agitati per schiudere o sbarrare strade politiche altrimenti impercorribili. È una strumentalizzazione, inutile nasconderlo, che non esclude dai giochi tattici neppure il Quirinale, se è vero che negli ambienti della politique politicienne più esasperata si accenna a Carlo Azeglio Ciampi come un possibile presidente rinnovato "a tempo", cioè speculando sulla sua età come un´ulteriore risorsa negoziabile nelle strategie generali. E che diventa vistosamente opportunistica nel caso di Andreotti, in via di trasformazione nel cavallo di Troia del fallimento di sistema.

Eppure, al di là della necrofilia implicita, si gioca la figura di Andreotti per provocare il fallimento di quello schema bipolare che ha prodotto la sconfitta, pur strettissima, della Casa delle libertà e quindi di Silvio Berlusconi. Non dovrebbe sfuggire a nessuno che l´uso politico di Andreotti, vecchia volpe sfuggita alla pellicceria (nonostante i vaticini di Bettino Craxi), riporta al suo seguito una milizia di suoi spregiatori che allignano dentro il centrodestra, in Alleanza nazionale ma più in particolare dentro la Lega, a testimonianza di una manovra tanto spudorata da non avere neanche più bisogno di mascherature.
E da parte di Andreotti c´è l´uso di se stesso, l´ostensione della propria durata da De Gasperi a Salvo Lima, dalla ricostruzione alla fine della Dc, come il simulacro di un´Italia immobile, che rifiuta processi di alternanza politica, e mette la propria condizione ottuagenaria al servizio di un ricongiungimento patologico al passato. Larghe intese, grande coalizione, scomposizione dei poli, ricomposizione neodemocristiana, niente sarebbe precluso se l´immolarsi di Andreotti dovesse consentire l´annullamento del risultato delle urne (e della legge elettorale). È il suo personale cinismo, in questo caso, che si sposa al cinismo altrui, in un connubio volutamente non casto, e in un intreccio di cinismi che si intensificano ed esaltano a vicenda, fino alla possibile mortificazione del confronto e della dignità della politica.
Viene da chiedersi se questo processo di senescenza cinica non sia in realtà la condizione coatta e fisiologica di un paese senile per attestazione dell´Istat, ma anche per irrigidimento e sclerosi dei suoi processi interni. Sarà un´osservazione banale, ma nella vecchia e stagnante Europa si è assistito alla vicenda politica di young leader come Tony Blair e poi José Luis Zapatero, alla traiettoria della cinquantenne Angela Merkel, e adesso all´apparizione della nuova star dei Tories, il non ancora quarantenne David Cameron.
Da noi, a osservare il profilo anagrafico del nuovo Parlamento, non soltanto la durissima competizione che ha coinvolto il sessantasettenne Prodi con il settantenne Berlusconi, ci si fa l´idea che si siano inceppati tutti i meccanismi di reclutamento del personale politico, tutti i congegni di selezione, tutte le modalità di formazione e di ricambio di una classe dirigente.



  26 aprile 2006