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GIORNO DELLA MEMORIA

il lavoro rende liberi

Lezione di piano contro lo sterminio
Nella ricorrenza della liberazione di Auschwitz, Bologna ricorda con una mostra Mario Finzi, internato nel lager nazista. Un eroico musicista che guidò la Delasem, l'ente ebraico che assistette e salvò migliaia di deportati.
Fabio Isman inviato de Il Messaggero


Bologna - Il 27 gennaio 1945, quando il lager di Auschwitz viene liberato, viveva ancora: in infermeria, deperitissimo e con almeno una grave infezione intestinale. Se ne va un mese dopo, a 34 anni: il 22 febbraio, quando, lì, la guerra è ormai finita; e suona quasi come insulto estremo. Accudito, fino all'ultimo, da un ebreo di Rodi, cui Auschwitz aveva tolto moglie, cognata, due nipotine: una, otto mesi, sotto i suoi occhi, tramutata in bersaglio volante all'arrivo del treno. L'italiano chiede che l'altro vada a Bologna, e informi sua madre. L'ebreo di Rodi lo fa: chissà quanto ci mette; Primo Levi impiegò 10 mesi: li ha raccontati ne La tregua. Ma i genitori lo cacciano via: "Lei è un approfittatore, nostro figlio vive ancora". Prima di arrendersi, lo cercheranno, invano, per altri cinque anni. L'italiano si chiamava Mario Finzi, e nel Giorno della Memoria, la sua vita è davvero da riscoprire e ricordare. Era un figlio della buona borghesia bolognese (il padre, insegnante, allievo di Carducci), e si innamora della musica. Pianoforte: a soli 15 anni, diploma e premio (mille lire) del Ministero dell'Educazione; tiene concerti; anche musica da camera, con giovani che faranno poi strada: Amedeo Baldovino (Trio di Trieste) e Franco Ferrara (finché potrà, immenso direttore d'orchestra); nel '37 a Parigi, un corso di perfezionamento con un mito della tastiera, Alfred Cortot, che l'apprezza assai. Ma più che musicista, il padre lo vuole laureato: in Legge, a 20 anni, con lode e premio del Re; a 24, è già magistrato: quinto, in un concorso di 1.500 candidati.

Mario Finzi nel 1936
Fino a quel punto, Mario Finzi è ebreo, ma non troppo. Ad alcuni, "sembrava perfino un cristiano non osservante"; ad un amico, consiglia addirittura di leggere L'imitazione di Cristo; la madre lo definirà "naturaliter cristiano". Nel 1938, le infami leggi razziali: espulso dalla magistratura; proibiti i concerti in pubblico e il ritorno in Francia per suonare. Mario prende coscienza di chi realmente è. E così, diventa responsabile, per Emilia e Toscana, della Delasem: l'organismo ebraico che assiste fuggitivi e internati. Ne salva un migliaio, se non di più. E' tra quanti fondano in loco il Partito d'Azione. Quando l'aria si fa irrespirabile e pericolosa, non cede, né fugge. Preso una prima volta nel '43, lo salva il 25 luglio: esce dopo due mesi. Ai detenuti comuni spiega la Divina Commedia; in cella con lui, Edoardo Volterra, poi vicepresidente della Corte Costituzionale. Senza casa, vive clandestino. Di nuovo arrestato: Fossoli, Auschwitz. In un taschino lascerà un testamento spirituale autografo: di un'elevatezza, che dà ancora le vertigini.

A Bologna, al Museo ebraico che fino al 10 marzo gli dedica una piccola mostra, il direttore Franco Bonilauri cava un foglio datato 1942: di quelle carte veline d'allora. Finzi scrive che Delasem aiuta "9.800 profughi (erano 5.000 nel 1940), di cui 2.700 internati, con il sussidio dello Stato; per ogni altro, servono almeno 300 lire mensili"; erano gli anni in cui si cantava Se potessi avere mille lire al mese. Dice che "le entrate della Delasem sono dieci volte quelle dell'Unione ebraica, quattro milioni e mezzo, e però non bastano"; solo lui, assiste e finanzia oltre 300 anime; anche i 74 ragazzi ebrei, orfani e in fuga dalla Germania, dall'Austria, dai Balcani, dall'Est europeo, ospiti a Villa Emma di Nonantola, che, alla fine, si salveranno tutti in Svizzera. Lui, ricorda chi c'era, "faceva 28 chilometri in bicicletta, poi giocava con i ragazzi; suonava per loro. A ognuno ha fornito falsi documenti". A Finzi, ha dedicato 12 anni di ricerche Renato Peri, 73 anni assai ben portati: "Nel 1991, ho ritrovato, a Roma, l'ebreo di Rodi, Eliakim Cordoval: uno dei 179 salvati su 1820 deportati. Ormai, non c'è più, ma m'ha raccontato tutto. Aveva sei anni meno di Finzi, gli faceva da infermiere. Un giorno, Mario gli dice: "Potevo diventare in più grande pianista italiano". E, alla fine, gli chiede di benedirlo e di chiudergli gli occhi". A Roma, in casa di riposo, c'è ancora Sonia Samale, 85 anni: "Mario e io siamo cresciuti assieme. Quante ore a girargli le pagine mentre suonava. Non poteva sposarmi, perché era ebreo: si è sempre comportato da signore. Forse, l'uomo più buono che ho conosciuto. Si sarebbe potuto salvare, con i suoi, sfollato, se non avesse voluto continuare a lavorare per gli altri. Fosse stato cristiano, sarebbe un Santo".

E scorrono i frammenti di una vita, pur orbati dal disastro compiuto dai fascisti il 31 marzo 1944, quando l'arrestano, chissà se per una delazione (poi, passerà per Fossoli, come Primo Levi: dal 4 al 16 maggio, quando parte per Auschwitz, con altri 580 sfortunati; vi arriva il 23): irruzione nella casa, spariti tutti i documenti. Le locandine delle serate: a soli 20 anni, già alla Società dei Concerti di Brescia. E le lettere per finanziare la Delasem: "Suonava a casa alle 7 di mattina", dice Bianca Colbi Finzi; tanti bolognesi per bene, ebrei e non, portano soldi (ma anche abiti, e molto altro), alla mamma di Mario. Pochi testimoni. Di Nene, una sua "fiamma", restano una ventina di lettere, delle foto a Genova dove viveva, e null'altro: ignoto anche il cognome. Nel lager, è compagno di baracca del milanese Nedo Fiano: "Un appello, al solito interminabile; alla fine, Mario mi dice: "Mi sono suonato un'intera sinfonia"". A Bologna, nel dopoguerra, lo celebra Cesare Gnudi, un antico compagno del Partito d'Azione e mitico soprintendente: restano i suoi dattiloscritti. Poche le foto di Mario, ragazzo: un viso aperto, perfino sorridente. Le lettere per pagare ad una viennese ebrea, già internata, il viaggio dal marito, a Shanghai: impresa sicuramente sovrumana, ma riuscita. Gli tendono un agguato, e lo salva un maresciallo dell'Arma, avvisandolo; lo prendono mentre va a pagare il ricovero di un ragazzo ebreo tedesco per un'appendicite. Quando i russi liberano Auschwitz, ogni giorno soltanto due mandorle e due tozzi di pane abbrustolito, da ruminare in bocca, perché lo stomaco si riabitui. Le ultime parole che scrive sono per Dio: "Tremo al pensiero di non essere degno di Te". La via accanto alla sinagoga di Bologna gli è intitolata; non ha una tomba su cui posare in fiore, o, come usano gli ebrei, due sassi: nel Giorno della Memoria, si può solo pensare a lui. Al suo ebraismo fatto di parenti e amici, e non di sinagoghe o tabù alimentari, che le leggi razziali virano in una fede vissuta, nella lotta antifascista.

Fabio Isman


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  27 gennaio 2007