
La settimana sulla stampa
a cura di Fr.I. - 15 giugno 2008
Siamo un Paese in libertà vigilata
Indagini impedite e notizie vietate con la minaccia del carcere. Badanti «irregolari» nei Cpt
L'esercito nelle città con compiti di polizia come in Colombia. Attacco al diritto di sciopero
La destra al governo cancella i diritti. Veltroni: danno un'immagine catastrofica dell'Italia
sommari de l'Unità
«Stanno dando dell'Italia un'immagine catastrofica»: così Walter Veltroni commenta l'escalation di provvedimenti e annunci da parte del governo di centrodestra. Nel giro di pochi giorni è arrivata la minaccia del carcere prima per i lavoratori immigrati irregolari, attraverso il reato di clandestinità, poi per magistrati e giornalisti, attraverso la legge sulle intercettazioni. Infine l'annuncio dell'impiego dell'esercito con compiti di polizia nelle città, anche se ieri il ministro La Russa ha tentato di minimizzare spiegando che la misura durerà un anno. Senza contare la campagna che il ministro Sacconi sta preparando contro il diritto di sciopero. L'Italia diventa così un Paese a liberà vigilata.
Jena su La Stampa
Intercettazioni
Dal nostro inviato in galera.
Reazioni
La decisione del governo di mandare i soldati a pattugliare le strade delle città ha provocato la durissima reazione di Veltroni: « ».
L´eccezione è la regola
Giuseppe D´Avanzo su la Repubblica
Berlusconi è intenzionato a dimostrare che per governare la crisi italiana, come vuole che noi l´immaginiamo è costretto per necessità a separare lo Stato dal diritto, la decisione dalla legge, l´ordine giuridico dalla vita. Come se il Paese attraversasse una terra di nessuno.
Così critica, oscura e sinistra da rendere urgente e senza alternative un potere di regolamentazione così esteso da modificare e abrogare con decreti le leggi in vigore. Con il «decreto sicurezza» (alla voce immigrati) e con il «decreto Napoli», è stato chiaro che Berlusconi intende muoversi in uno «stato di eccezione». Ha deciso di esercitare il suo potere secondo un tecnica che gli impone di creare volontariamente e in modo artefatto una necessità dopo l´altra, giorno dopo giorno, quale che siano le priorità più autentiche e dolorose del Paese. Nonostante quel che si può pensare, infatti, la necessità non è una situazione oggettiva, implica soltanto un giudizio o una valutazione personale. In fondo, sono straordinarie e urgenti soltanto le circostanze definite tali: quel che, come tali, definisce il Cavaliere.
Il quinto consiglio dei Ministri del Berlusconi IV ha dichiarato l´assoluta necessità di ridimensionare l´azione dei giudici; di limitare il diritto di cronaca; di declinare le ragioni dello Stato con l´esibizione, la forza, le armi dell´Esercito. E´ finora il caso più emblematico ed esplicito di quel che abbiamo definito la «militarizzazione della politica». Non è mai avvenuto in Italia che i soldati fossero chiamati a far fronte all´ordine pubblico o al controllo delle città. Nemmeno nei terribili mesi che seguirono alla morte di Falcone e Borsellino, all´aperta sfida lanciata contro lo Stato dalla Cosa Nostra di Totò Riina. In quell´occasione, l´Esercito si limitò a proteggere, con "posti fissi", gli edifici pubblici e i luoghi "sensibili" liberando dall´impegno non investigativo le forze di polizia. La decisione del governo di «parificare» 2.500 soldati «agli agenti di pubblica sicurezza» con «compiti di pattugliamento e perlustrazione» delle città inaugura una nuova, inedita stagione.
Quella funzione e presenza si fa intimidazione. Non solo per chi trasgredisce, ma per tutti coloro che non credono «democratico» che il governo sostenga le sue decisioni con la violenza. Nello slittamento del legittimo esercizio del potere verso un arbitrario diritto della forza, come non avvertire il rischio che chiunque dissenta sia considerato un "criminale" perché avversario di una «decisione assoluta» che sola può assicurare la «governabilità» e l´uscita dalla crisi? Non è questa l´idea politica, il paradigma di governo, addirittura il fondo sublogico che consiglia a Berlusconi di intervenire anche contro la magistratura limitando l´uso delle intercettazioni o contro l´informazione, promettendo il carcere a chi pubblica il testo o il riassunto di "un ascolto"?
Magistratura e informazione, i due ordini che, in un´equilibrata architettura di checks and balances, sono le istituzioni di controllo dei poteri, diventano in questo quadro i pericolosi agenti attivi e degenerati del declino da affrontare. «Nemici», perché impediscono al sovrano di governare, perché sorvegliano le sue decisioni e quella vigilanza è un ostacolo che crea uno status necessitatis, l´urgenza di un provvedimento legislativo che Berlusconi avrebbe voluto con immediata forza di legge. E´ stato costretto a una marcia indietro dal capo dello Stato e, dalla Lega, a una correzione che autorizza le intercettazioni anche per i reati contro la pubblica amministrazione. Ma il disegno di legge, se non sarà corretto in Parlamento, dissemina l´iter investigativo e la sua efficacia di intralci, intoppi, legacci, esclusioni, vuoti, bizzarri obblighi (se l´indagato è un vescovo bisognerà avvertire il segretario di Stato vaticano, cioè il ministro di un altro Stato). Sono ostacoli che salvaguardano le pratiche più spregiudicate dei colletti bianchi, rendono più fragile la sicurezza dei più deboli, senza proteggere davvero alcuna privacy.
Non è la privacy del cittadino che interessa a Berlusconi. Gli interessa soltanto la sua privacy e la sua immagine, l´annullamento di un paio di conversazioni con Agostino Saccà, l´oblio di altre in cui di lui si parla. Intende creare una sorta di «diritto positivo della crisi» che impone al giudice di che cosa occuparsi in ossequio alla funzionalità della decisione politica, presentata come necessaria e univoca. Vuole giornalisti silenziosi, intimiditi dalla minaccia del carcere. Vuole editori spaventati dalle possibili, gravi penitenze economiche.
Il soldato come questurino, il giudice come chierico, il giornalista come laudatore sono le tre figure di una scena politica che minaccia di trasformare radicalmente la struttura e il senso della nostra forma costituzionale. Sono i fantasmi di un tempo sospeso dove il governo avrà più potere e il cittadino meno diritti, meno sicurezza, meno garanzie.
La parrucca del re Sole che governa il Bel Paese
Eugenio Scalfari su la Repubblica
«Berlusconi vuole dimostrare che per governare la crisi italiana è costretto per necessità a separare lo Stato dal diritto. Come se il Paese attraversasse una terra di nessuno. Il soldato come questurino, il giudice come chierico, il giornalista come laudatore: sono le tre figure di una scena politica che minaccia di trasformare il senso della nostra forma costituzionale. Sono i fantasmi di un tempo sospeso dove il governo avrà più potere e il cittadino meno diritti, meno sicurezza, meno garanzie». Così ha scritto ieri Giuseppe D´Avanzo su questo giornale.
Purtroppo questo suo giudizio fotografa esattamente la realtà. Non sarà fascismo, ma certamente è un allarmante "incipit" verso una dittatura che si fa strada in tutti i settori sensibili della vita democratica, complici la debolezza dei contropoteri, la passività dell´opinione pubblica e la sonnolenta fragilità delle opposizioni.
Questa sempre più evidente deriva democratica, che si è profilata fin dai primi giorni della nuova legislatura ed è ormai completamente dispiegata davanti ai nostri occhi, ha trovato finora il solo argine del capo dello Stato. Giorgio Napolitano sta impersonando al meglio il suo ruolo di custode della Costituzione. L´ha fatto con saggezza e fermezza, dando il suo consenso alle iniziative del governo quando sono state dettate da necessità reali come nella crisi dei rifiuti a Napoli, ma lo ha negato nei casi in cui le emergenze erano fittizie e potevano insidiare la correttezza dei meccanismi costituzionali. Sarebbe tuttavia sbagliato addossare al presidente della Repubblica il peso esclusivo di arginare quella deriva:
Bisogna denunciare e fermare la militarizzazione della vita pubblica italiana della quale l´esempio più clamoroso si è avuto con i provvedimenti decisi dal Consiglio dei ministri di venerdì sulla sicurezza e sulle intercettazioni: due supposte emergenze gonfiate artificiosamente per distrarre l´attenzione dalle urgenze vere che angustiano gran parte delle famiglie italiane.
E´ la prima volta che l´Esercito viene impegnato con funzioni di pubblica sicurezza. Quando fu assassinato Falcone e poi, a breve distanza di tempo, Borsellino, contingenti militari furono inviati in Sicilia per presidiare edifici pubblici alleviando da quelle mansioni la Polizia e i Carabinieri affinché potessero dedicarsi interamente alla lotta contro una mafia scatenata.
Ma ora il ruolo che si vuole attribuire alle Forze Armate è del tutto diverso: pattugliamento delle città con compiti di pubblica sicurezza e quindi con poteri di repressione, arresto, contrasti a fuoco con la delinquenza.
Che senso ha un provvedimento di questo genere? Quale utilità ne può derivare alle azioni di contrasto contro la malavita? La Polizia conta ben oltre centomila effettivi, altrettanti ne conta l´Arma dei carabinieri e altrettanti ancora la Guardia di finanza. Affiancare a queste forze imponenti un contingente di 2.500 soldati è privo di qualunque utilità.
Se il governo si è indotto ad una mossa tanto inutile quanto clamorosa ciò è avvenuto appunto per il clamore che avrebbe suscitato. Tanto grave è l´insicurezza delle nostre città da render necessario il coinvolgimento dell´Esercito: questo è il messaggio lanciato dal governo. E insieme ad esso l´eccezionalità fatta regola: si adotta con una legge ordinaria una misura che presupporrebbe la dichiarazione di una sorta di stato d´assedio, di pericolo nazionale.
Un provvedimento analogo fu preso dal governo Badoglio nei tre giorni successivi al 25 luglio del ´43 e un´altra volta nel ´47 subito dopo l´attentato a Togliatti. Da allora non era più avvenuto nulla di simile: la Pubblica sicurezza nelle strade, le Forze Armate nelle caserme, questa è la normalità democratica che si vuole modificare con intenti assai più vasti d´un semplice quanto inutile supporto alla Pubblica sicurezza.
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Il disegno di legge sulle intercettazioni parte dalla ragionevole intenzione di tutelare con maggiore efficacia la privatezza delle persone senza però diminuire la capacità investigativa della magistratura inquirente.
Analoghe intenzioni avevano ispirato il ministro della Giustizia Flick e dopo di lui il ministro Clemente Mastella, senza però che quei provvedimenti riuscissero a diventare leggi per la fine anticipata delle rispettive legislature.
Adesso presumibilmente ci si riuscirà ma anche in questo caso, come per la sicurezza, il senso politico è un altro rispetto alla «ragionevole intenzione» cui abbiamo prima accennato. Il senso politico, anche qui, è un´altra militarizzazione, delle Procure e dei giornalisti.
Le Procure. Anzitutto un elenco dei reati perseguibili con intercettazioni. Solo quelli, non altri. E´ già stato scritto che lo scandalo di Calciopoli non sarebbe mai venuto a galla senza le intercettazioni. Così pure le scalate bancarie dei "furbetti". Ma moltissimi altri. Per chiudere sul peggiore di tutti: la clinica milanese di Santa Rita, giustamente ribattezzata la clinica degli orrori.
Le intercettazioni poi non possono durare più di tre mesi. Non c´è scritto se rinnovabili e dunque se ne deduce che rinnovabili non saranno. Cosa Nostra, tanto per fare un esempio, è stata intercettata per anni e forse lo è ancora. Tre mesi passano in un "fiat", lo sappiamo tutti.
I giornalisti e i giornali. C´è divieto assoluto alla pubblicazione di notizie fin all´inizio del dibattimento. Il deposito degli atti in cancelleria non attenua il divieto. Perché? Se le parti in causa o alcune di esse vogliono pubblicizzare gli atti in loro possesso ne sono impedite. Perché? Non si invochi la presunzione di innocenza poiché se questa fosse la motivazione del divieto bisognerebbe aspettare la sentenza definitiva della Cassazione. Dunque il motivo della secretazione è un altro, ma quale?
In realtà il divieto non è soltanto contro giornali e giornalisti ma contro il formarsi della pubblica opinione, cioè contro un elemento basilare della democrazia. Il caso del Santa Rita ha acceso un dibattito sull´organizzazione della Sanità, sul ruolo delle cliniche convenzionate rispetto al Servizio sanitario nazionale. Dibattito di grande rilievo che potrebbe aver luogo soltanto all´inizio del dibattimento e cioè con il rinvio a giudizio degli imputati. L´eventuale archiviazione dell´istruttoria resterebbe ignota e così mancherebbe ogni controllo di opinione sul motivo dell´archiviazione e su una possibile critica della medesima. Così pure su possibili differenze di opinione tra i magistrati inquirenti e l´ufficio del Procuratore capo, sulle avocazioni della Procura generale, su mutamenti dei sostituti assegnatari dell´inchiesta. Su tutti questi passaggi fondamentali la pubblica opinione non potrebbe dire nulla perché sarebbe tenuta all´oscuro di tutto.
Sarà bene ricordare che il maxi-processo contro "Cosa Nostra" fu confermato in Cassazione perché fu cambiato il criterio di assegnazione dei processi su iniziativa del ministro della Giustizia dell´epoca, Claudio Martelli, allertato dalla pressione dei giornali in allarme per le pronunce reiterate dell´allora presidente di sezione, Carnevale. Tutte queste vicende avvennero sotto il costante controllo della stampa e della pubblica opinione allertata fin dalla fase inquirente. Falcone e Borsellino non erano giudici giudicanti ma magistrati inquirenti. Mi domando se avrebbero potuto operare con l´efficacia con cui operarono senza il sostegno di una pubblica opinione esaurientemente informata.
Le gravi penalità previste da questa legge nei confronti degli editori costituiscono un gravame del quale si dovrebbero attentamente valutare gli effetti sulla libertà di stampa. Esso infatti conferisce all´editore un potere enorme sul direttore del giornale: in vista di sanzioni così gravose l´editore chiederà a giusto titolo di essere preventivamente informato delle decisioni che il direttore prenderà in ordine ai processi. Di fatto si tratta di una vera e propria confisca dei poteri del direttore perché la responsabilità si sposta in testa al proprietario del giornale.
Si militarizza dunque il giudice, il giornalista ed anche la pubblica opinione.
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Ha ragione il collega D´Avanzo nel dire che questi provvedimenti stravolgono la Costituzione. Identificano di fatto lo Stato con il governo e il governo con il "premier". Se poi si aggiunge ad essi il famigerato lodo Schifani, cioè il congelamento di tutti i processi nei confronti delle alte cariche dello Stato, l´identificazione diventa totale.
Qui il nostro discorso arriva ad un punto particolarmente delicato e cioè al tema dell´opposizione parlamentare.
Parlo di tutte le opposizioni politiche. Ma in particolare parlo del Partito democratico.
Negli ultimi giorni il Pd e Veltroni quale leader di quel partito hanno assunto su alcune questioni di merito atteggiamenti di energica critica nei confronti del governo. La luna di miele di Berlusconi è ancora in pieno corso con l´opinione pubblica e con la maggior parte dei giornali ma è già svanita in larga misura con il Partito democratico. Salvo un punto fondamentale, più volte ribadito da Veltroni: il dialogo deve invece continuare sulle riforme istituzionali e costituzionali.
E´ evidente che questa "riserva di dialogo" condiziona inevitabilmente il tono complessivo dell´opposizione. Le riforme istituzionali e costituzionali sono di tale importanza da trasformare in "minimalia" i contrasti di merito su singoli provvedimenti.
Intanto, nel merito delle riforme, Berlusconi procede come si è detto e visto, alla militarizzazione del sistema. "L´Etat c´est moi" diceva il Re Sole e continuarono a dire i suoi successori fin quando scoppiò la rivoluzione dell´Ottantanove.
Voglio qui ricordare che uno dei modi, anzi il più rilevante, con il quale l´identificazione dello Stato con la persona fisica del Re si realizzò fu l´asservimento dei Parlamenti al volere della Corona. Gli editti del Re per entrare in vigore avevano bisogno della registrazione dei Parlamenti e soprattutto di quello di Parigi. Questa era all´epoca la sola separazione di poteri concepita e concepibile. Ma il re aveva uno strumento a sua disposizione: poteva ordinare ai Parlamenti la registrazione dell´editto. Di fronte all´ordine scritto del Sovrano il Parlamento registrava "con riserva" e l´editto entrava in funzione. Di solito quest´ordine veniva dato molto di rado ma col Re Sole e con i suoi successori diventò abituale. Quando i Parlamenti si ribellarono ostinandosi a non obbedire il Re li sciolse. Il corpo del Re prevalse sulla labile democrazia del Gran Secolo.
Il Re Sole. Ma qui il sole non c´è. C´è fanghiglia, cupidigia, avventatezza, viltà morale. Corteggiamento dell´opposizione. Montaggio di paure e di pulsioni. Picconamento quotidiano della Costituzione.
Quale dialogo si può fare nel momento in cui viene militarizzato il Paese nei settori più sensibili della democrazia? Il Partito democratico ha un solo strumento per impedire questa deriva: decidere che non c´è più possibilità di dialogo sulle riforme per mancanza dell´oggetto. Se lo Stato viene smantellato giorno per giorno e identificato con il corpo del Re, su che cosa deve dialogare il Pd? E´ qui ed ora che il dialogo va fatto, la militarizzazione va bloccata. Le urgenze e le emergenze vanno trasferite sui problemi della società e dell´economia.
«In questo nuovo buon clima si può fare molto e molto bene» declama la Confindustria di Emma Marcegaglia. Qual è il buon clima, gentile Emma? Quello dei pattuglioni dei granatieri che arrestano gli scippatori e possono sparare sullo zingaro di turno? Quello dell´editore promosso a direttore responsabile? Quello del magistrato isolato da ogni realtà sociale e privato di «libero giudizio»? Quello dei contratti di lavoro individuali? E´ questo il buon clima?
E´ questo il buon clima? Attenti al risveglio, può essere durissimo. Può essere il risveglio d´un paese senza democrazia. Dominato dall´antipolitica. Dall´anti-Europa. Dall´anarchia degli indifferenti e dalla dittatura dei furboni.
Io trovo che sia un pessimo clima.
I medici a cottimo
Operare il più possibile. È la parola d´ordine che condiziona la professione di molti medici da quando sono stati introdotti i rimborsi a prestazione. Dopo lo scandalo del Santa Rita di Milano, si delinea il quadro di una sanità che guarda troppo al profitto E dove il paziente diventa spesso un oggetto.
Ettore Livini su la Repubblica
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Il sistema sanitario nazionale funziona secondo il sistema dei pagamenti a prestazione, i Drg inventati negli ospedali Usa. Ogni patologia ha un prezzo. E più si mette mano ai ferri soprattutto per i privati più si guadagna. Hai l´appendicite? Non importa quanto stai ricoverato. Lo stato rimborsa all´ospedale una cifra fissa (2.239 euro). Sopravvengono complicazioni? Bene, l´assegno sale a 4.306 euro. Soldi, tanti, tutti codificati in un tariffario nazionale ritoccato poi dalle singole regioni che ha cambiato per sempre, come racconta la cronaca di questi giorni, il volto della salute made in Italy.
Intendiamoci. Il sistema dei Drg - nato nel '92 sostituendo i vecchi rimborsi a piè di lista - non è né fallito né da buttare. Lo dice anche Umberto Veronesi: «In sé è un ottimo strumento, ha azzerato i ricoveri inutili e cancellato il concetto di ospedali come "parcheggio" per malati cronici». Le giornate di degenza medie sono scese dai 7,2 giorni del '97 ai 6,7 di oggi con un´impennata di quelle prestazioni in day hospital (oggi il 20% circa contro il 7,7% di dieci anni fa) molto più convenienti per lo Stato. Il problema è un altro. Se a ogni patologia si dà un prezzo come si fa con la verdura al mercato, il rischio - continua Veronesi - è che «gli ospedali trattino i pazienti più sulla base della convenienza economica che su quello che serve per garantire la guarigione». E che qualche chirurgo «possa sentirsi tentato di eseguire interventi non necessari per includere la prestazione nelle tabelle».
Statistiche complete non ne esistono. Ma le poche cifre a disposizione, più ancora delle inchieste delle Procure, aprono squarci un po´ inquietanti. Prendiamo il caso del parto. Nel 1981, nell´era pre-Drg, erano la cosa più naturale del mondo. Le complicazioni erano poche e solo nell´11% dei casi si ricorreva al cesareo. Poi è arrivata la rivoluzione dei rimborsi a prestazione. E con loro è cambiata la storia dell´ostetricia italiana. Il motivo, dice il tam tam delle corsie, è in parte anche pecuniario. Una nascita naturale senza complicazioni rende per il tariffario nazionale all´ospedale 1.489,46 euro più 307 euro per giorno di ricovero. Il cesareo vale quasi mille euro in più (2.359,69), e più del doppio (3.371) in caso di complicazioni. Le mamme italiane, da allora, non sono cambiate. Ma i parti cesarei nel nostro paese oggi, potenza del Dio denaro, sono il 38% del totale, contro la media europea del 15%.
Una miniera d´oro si sono rivelati anche i by-pass (15.999 euro di rimborso l´uno) con cui sono stati imbottite le casse toraciche di mezza Italia. La Lombardia, frontiera nel bene e nel male della sanità nazionale, è arrivata ad avere tanti centri cardiochirurgici come l´intera Francia e a fare il 150% di operazioni al cuore in più dell´Emilia. Boom inspiegabili - se non dando un´occhiata ai rimborsi dei Drg - hanno avuto anche le tracheotomie (cresciute del 165% in tre anni dopo il '94), le operazioni di cataratta, quelle più recenti al tunnel carpale. Certo non c´è solo marcio. «Abbiamo passato anni a chiedere un sistema più efficiente e servizi aperti a tutti e l´aumento degli interventi, in questo senso, può essere considerato un elemento positivo», dice Francesco Longo, direttore del Centro ricerche sulla gestione dell´assistenza sanitaria della Bocconi. Ma tra operazioni inutili, cartelle truccate e ricoveri fantasma - secondo un recentissimo studio - si consumano ogni anno truffe per 5 miliardi ai danni del Servizio sanitario nazionale.
«I medici a cottimo però sono un´eccezione - dice Ermanno Leo, direttore del reparto di chirurgia colo-rettale all´istituto dei tumori di Milano - . Io che lavoro nel pubblico prendo 3.049 euro al mese. E se faccio 100 operazioni in più serve solo al mio ospedale per chiedere l´anno successivo più stanziamenti. Il buco nero è nel privato convenzionato. Dove si lavora spesso solo per il profitto cavalcando le debolezze del sistema dei Drg». I numeri in effetti sembrano confermare questa tesi. Tra il 2000 e il 2005 i ricoveri degli italiani sono calati dello 0,7%. Me negli istituti privati - cui oggi va circa tra il 10 e il 25% della spesa sanitaria totale - i ricoveri sono cresciuti del 18,7% con un incremento dei profitti del 24%. E per Americo Cicchetti, ordinario dell´Univesità Cattolica di Roma autore di questo studio - in molti attribuiscono addirittura più malattie a un paziente deceduto per incassare più soldi dai Drg.
Il diabolico cocktail profitto-salute è uscito allo scoperto in questi giorni proprio grazie all´inchiesta milanese. Un´eccezione, certo, ma da cui tutti escono con le ossa rotte. «Sono mele marce - assicura Bianco - che crescono dove le opportunità sono maggiori. E il problema sorge quando gli stipendi sono legati alla produttività». Alla Santa Rita funzionava proprio così. Renato Scarponi, primario di ortopedia («una macchina da guerra che opera anche quelli che non ne hanno bisogno», lo descrivono i colleghi nelle intercettazioni) prendeva il 9% su ogni ricovero a carico del Servizio sanitario nazionale. Il suo collega Paolo Brega Massone, autodefinitosi "l´Arsenio Lupin della sanità", preparava «Drg pompati» e asportava seni anche «quando non era necessario l´intervento chirurgico». «È ovvio che se il tuo datore di lavoro ti dice più operi più ti pago induce in modo più o meno subliminale un atteggiamento aggressivo del chirurgo», ha candidamente ammesso.
I controlli in effetti sarebbero l´antidoto più efficace per eliminare le distorsioni del sistema. Ma sono pochi e non proprio accuratissimi. La Lombardia (che ha un bilancio sanitario in pareggio) con una quarantina di ispettori verifica il 5% delle cartelle cliniche pescando in un mare magnum di 150mila prestazioni e 2,5 milioni di ricoveri annui. La media nazionale è del 2%, cifra che il Governo ha promesso ieri di alzare al 10% prima possibile. Per diminuire il rischio, come succedeva alla santa Rita di Milano, che banali interventi al collo si trasformino in (remuneratissime) operazioni al midollo spinale o che si moltiplichino in una singola struttura (altra perla dell´inchiesta lombarda) i ricoveri per originalissime e spesso inesistenti "sindromi vertiginose".
«Ben vengano i corti circuiti che aiutano a ripulire il sistema - conclude Longo - . Bisogna però evitare di buttare il bambino con l´acqua sporca. In tutta Europa c´è un eccesso di consumo sanitario misurabile tra il 20 e il 40% e l´Italia è addirittura uno dei paesi più virtuosi da questo punto di vista. I Drg sono uno strumento utile per misurare quello che si fa e capire chi lo fa bene e chi lo fa male». Le Regioni e lo Stato del resto non sono rimaste con le mani in mano. Hanno dato un giro di vite sui rimborsi alle patologie a maggior rischio, aumentato di recente da 46 a 104 gli interventi che è obbligatorio fare in day hospital per ridurre i rischi di operazioni inutili e prestazioni gonfiate. Ridotte le tentazioni, è il concetto, si dovrebbero calmierare anche le truffe. E cancellare dall´enciclopedia scientifica la vergognosa metastasi dei medici a cottimo e dei pazienti trattati troppo spesso (a volte non solo metaforicamente) come polli da spennare.
L´età dell´abbondanza ci ha reso più poveri
Joseph Stiglitz su la Repubblica
Solo Barack Obama è rimasto fermo sulla sua posizione respingendo questa soluzione che, secondo lui, incrementerebbe soltanto la domanda di carburante, annullando così i vantaggi del taglio delle imposte.
Ma se la scelta di Clinton e McCain non fosse quella giusta, che cosa si dovrebbe fare? Non si può semplicemente ignorare le sollecitazioni di chi sta soffrendo. Negli Stati Uniti, i redditi reali della classe media non sono ancora tornati ai livelli che avevano raggiunto prima dell´ultima recessione, nel 1991.
George Bush, dopo la sua elezione, sostenne che i tagli alle tasse per i ricchi avrebbero curato tutti i mali dell´economia. I benefici della crescita alimentata dai tagli fiscali sarebbero ricaduti su tutti, secondo politiche di moda in Europa e altrove, che tuttavia si sono dimostrate inefficaci. Questi tagli fiscali avrebbero dovuto stimolare il risparmio, eppure il risparmio delle famiglie negli Stati Uniti è crollato a zero. Altrettanto avrebbero dovuto fare con l´occupazione, ma la partecipazione al mercato del lavoro è inferiore a quella degli anni Novanta.
I prodotti finanziari di nuova creazione non contemplavano la gestione del rischio, bensì lo aumentavano. Erano così poco trasparenti e complessi che nemmeno a Wall Street o nelle agenzie di rating si era in grado di valutarli adeguatamente. Al tempo stesso, il settore finanziario non è stato in grado di creare prodotti destinati ad aiutare i comuni cittadini a gestire i rischi che stavano assumendosi, incluso il rischio della proprietà immobiliare. Milioni di americani perderanno probabilmente le loro case e con esse, i risparmi di una vita.
Il successo degli Stati Uniti poggia sulla tecnologia, il cui simbolo è la Silicon Valley. Ma, ironicamente, all´apice della bolla immobiliare, agli scienziati cui si devono i progressi che permettono una crescita basata sulla tecnologia e alle società di venture capital che finanziano queste ricerche sono andati i raccolti più magri.
Occorre che il mondo ripensi ai fondamentali della crescita. Se è il progresso della scienza e della tecnologia, e non la speculazione immobiliare o nei mercati finanziari, a costituire le fondamenta della crescita economica, occorre conseguentemente riallineare il sistema fiscale. Perché coloro che ricavano il proprio reddito giocando nei casinò di Wall Street dovrebbero beneficiare di tasse più basse rispetto a coloro che si guadagnano da vivere in altri modi? I capital gain dovrebbero essere tassati quanto meno nella stessa misura dei redditi in generale (tenendo presente che, in ogni caso, sono redditi che godono di un beneficio sostanziale, perché le tasse sui capital gain non sono dovute finché il guadagno non è stato realizzato).
L´attuale crisi è stata scatenata da due fattori: la guerra dell´Iraq che ha contributo all´impennata del prezzo del petrolio, anche nella misura in cui ha peggiorato l´instabilità nel Medio Oriente, il fornitore di petrolio a basso prezzo; e i biocarburanti che invece portano a una sempre maggiore integrazione tra i mercati delle materie prime alimentari e quelli dell´energia. Anche se questa nuova attenzione alle fonti di energia rinnovabile non può che essere considerata positiva, altrettanto non si può dire delle politiche che distorcono alla fonte l´approvvigionamento dei generi alimentari. Negli Stati Uniti, i sussidi per l´etanolo prodotto a partire dal granturco non contribuiscono a ridurre il riscaldamento globale, mentre rimpinguano invece le casse dei produttori di etanolo. Gli ingenti sussidi all´agricoltura negli Stati Uniti e nell´Unione Europea hanno indebolito l´agricoltura nei paesi in via di sviluppo, dove l´assistenza internazionale per favorire un incremento della produttività agricola è stata assolutamente insufficiente. Gli aiuti allo sviluppo del settore agricolo si sono ridotti complessivamente da un picco del 17 per cento all´esiguo 3 per cento odierno,
I paesi ricchi devono limitare, se non eliminare del tutto, le politiche agricole ed energetiche distorcenti e aiutare nei paesi più poveri i produttori di beni alimentari a migliorare la propria capacità produttiva. Ma questo è solo l´inizio: abbiamo considerato come gratuite le nostre risorse più preziose, l´acqua pulita e l´aria. Ora è soltanto con nuovi modelli di consumo e produttivi un nuovo modello economico che saremo in grado di affrontare questo fondamentale problema delle risorse.
Copyright Project Syndicate, 2008
Traduzione di Guiomar Parada
La svolta di Cuba tra Che Guevara e Rocco Barocco
Nell´isola dove Fidel non è più il "líder maximo" non si respira aria di insurrezione. La gioventù non mette in discussione il primato del partito comunista, non chiede libere elezioni: vuole soltanto i consumi elementari che le sono preclusi.
Guido Rampoldi su la Repubblica
L´AVANA - Organizzare una sfilata d´alta moda a Cuba, ultima ridotta del socialismo reale, in teoria non è diverso dal vendere bikini a La Mecca, pascolare maiali davanti al Muro del Pianto o cantare Il Vaticano brucerà sotto le finestre del Papa: una provocazione insultante e plateale. Invece il défilé del sarto Rocco Barocco in un luogo grondante di storia rivoluzionaria, il monumentale Hotel Nacional di L´Avana, si è integrato misteriosamente con i tempi nuovi che sta conoscendo Cuba. Modelle defemminilizzate dall´andatura esclamativa e contratta dei cavalli lipizzani hanno caracollato davanti a un pubblico scelto di impiegati pubblici, nessuno dei quali con stipendio superiore all´equivalente di trenta euro. C´erano cantanti, artisti, le hostess e il personale di terra di Cubana, quadri del partito e l´alto funzionariato del ministero della Cultura, sponsor dell´evento in quanto a L´Avana Barocco risulta un artista di primaria grandezza, come garantiva il presentatore. Però gli applausi scroscianti che l´hanno salutato erano un tributo non al sarto, ma all´amico che permetteva a Cuba di affacciarsi, dopo mezzo secolo di frugalità, sull´universo pacificato dei consumi. D´un tratto l´alta sartoria pareva non più in conflitto con il Lenin che in quei giorni, ricorrendo l´anniversario della nascita, apriva la prima pagina di Granma, organo del Partito comunista cubano. La scia sanguinosa della storia, il Novecento, le sue tragedie, tutto adesso sembrava relativizzabile nella stessa dimensione conviviale che il Nacional promuove alle pareti del pianoterra, lì dove allinea le foto degli ospiti famosi. Da Churchill a Fred Astaire, da Lucky Luciano al premier cinese Hu Jintao, serenamente ricongiunti da un unico criterio, la notorietà. Sfugge alla sequenza orizzontale soltanto il Che. Ma non per molto, forse.
Mi ero imbattuto in Guevara già nell´atrio: le lettere ricamate su una grande bandiera rossa lo ricordano «morto in combattimento» quarantuno anni fa in un angolo remoto della Bolivia. Poi l´aveva evocato la ragazza seduta alla mia destra: confidava di non sentirsi a suo agio nel decoroso vestitino nero. Avrebbe preferito indossare la maglietta con il volto del Che, non per ragioni politiche (la politica non le interessava) ma perché l´icona di Guevara è prescritta, insieme a un folto numero di spille, dalla corrente punk cui lei si ispira. Però il Che le era parso troppo casual per l´occasione.
Come tanti coetanei che nel mondo vestono Che, la ragazza ignorava il pensiero di Guevara o la complessità della sua storia. E poteva ignorarli perché anche a Cuba Ernesto Guevara si è sdoppiato dalla sua immagine. Il suo volto ha vita propria. È la principale icona del Partito comunista. Ma è anche una moda, una merce, un segno di riconoscimento di questa o quella tribù giovanile. A L´Avana come in Europa, esibirlo non comporta una dichiarazione di fede nel comunismo. Un antropologo spiegherebbe che questa scissione era già scritta nell´ultima foto di Guevara, quella che lo consegnò alla leggenda. Il cadavere a torso nudo, i capelli lunghi, la barba, i lineamenti nobili del viso, la ferita nel costato, non possono non ricordare un´immagine radicata nel profondo delle società cristiane, la Deposizione dalla Croce (com´è evidente, per esempio, dalle somiglianze con una tela del Mantegna, le Lamentazioni sul Cristo morto). E anche il volto barbuto e aggrottato delle magliette è il viso di un Gesù laico; ateo, forse. Si sovrappone a un archetipo. E un archetipo non si lascia monopolizzare da un´ideologia.
Però a Cuba l´uso improprio delle immagini care al potere ha una tradizione. A L´Avana c´è una chiesa bianca e sfarzosa, Nuestra Señora de la Merced, oggi stretta tra le case povere che con il tempo le si sono addossate. Nella navata destra c´è una statua lignea, interamente vestita di bianco. Per la Chiesa rappresenta la Madonna. Per i fedeli che le portano fiori e le accendono ceri in quantità sorprendente, ogni giorno, è Obatalà, una divinità africana giunta a Cuba con gli schiavi dell´etnia yoruba e oggi nel pantheon di quel sincretismo magico-cristiano chiamato santeria. Da due secoli la statua ha quella doppia identità, l´una africana, l´altra spagnola e creola. La curia è a disagio, però rassegnata. Dopotutto Obatalà non cerca di espellere la Madonna da Nuestra Señora de la Merced. Ma vuole vivere la sua vita parallela e autonoma dentro l´involucro scelto a suo tempo dal potere bianco. Allo stesso modo la Cuba giovane e consumista che veste Che non è per principio ostile alla gerontocrazia castrista che onora in Guevara il rivoluzionario. Non la contesta: la ignora. Non mette in discussione il primato del Partito comunista. Non chiede libere elezioni. Anzi, non vuole saperne della politica. Dopo decenni di abbuffate ideologiche e di privazioni materiali, non crede più nell´ideologia e vuole soltanto abbuffarsi dei consumi elementari che le sono preclusi.
Probabilmente è questo il responso che la polizia segreta ricava dai rapporti delle centinaia di informatori sguinzagliati ogni giorno negli autobus e nelle file per ascoltare e auscultare la società. Non tira aria di insurrezione. Non c´è un´opposizione organizzata. Ora blandita ora atterrita, la Chiesa cattolica non pare minimamente in grado di allevare una Solidarnosc. Il collettivismo cubano è fallimentare (solo un dato: rispetto al 1989 il valore delle esportazioni nel 2007 è caduto del trentuno per cento) ma la vita frugale che impone svolge un efficace ruolo repressivo. Ciascuno è costretto a impegnare le proprie energie nell´impresa di reperire generi di prima necessità.
Per esempio la questione razziale. Durante la Guerra fredda, innanzitutto in Angola, l´esercito cubano combatté il Sud Africa razzista al fianco di governi e di movimenti di liberazione, come l´Anc di Mandela, che tuttora le sono riconoscenti. Però a Cuba le relazioni tra le razze ricalcano schemi tradizionali. I neri e i meticci sono un terzo della popolazione ma diventano la maggioranza in quel quarantasei per cento degli abitanti dell´Avana che nel 2001 si dichiarò «povero» o «quasi povero» (il concetto di povertà includeva anche la difficoltà a sfamarsi). Peraltro la capitale è la parte più ricca dell´isola, e per questo è meta di una emigrazione dalle province orientali. I migranti sono in gran parte neri. La polizia li rastrella a L´Avana e li rimanda indietro in base a una legge che vieta ai cubani di trasferirsi senza autorizzazione, qualcosa che esisteva nella Gran Bretagna della prima industrializzazione e colpiva, anche lì, i diseredati. Gli inglesi la chiamavano la Legge dei poveri.
Come scriveva anche il Che, a Cuba avrebbe dovuto nascere «l´Uomo nuovo». Il comunista prodotto da mezzo secolo di castrismo porta dentro di sé molto del vecchio. In passato Fidel imponeva ai dirigenti di sposare le loro fidanzate; gli omosessuali finivano in campo di concentramento; l´esercito cacciava un ufficiale se sua moglie aveva un amante e l´organizzazione giovanile puniva il quadro sorpreso a baciare una persona diversa dal suo partner. Oggi la morale sessuale non è più perbenista, anche per merito della figlia di Raúl Castro, l´intelligente Mariela. Ma fuori da quel campo l´ipocrisia, il conformismo e il falso moralismo sono ancora un tratto distintivo di larga parte del regime. Quel che tiene insieme il partito, oltre all´interesse personale, è un patriottismo giustificato dall´aggressività statunitense. Dall´invasione del 1899 gli Stati Uniti non hanno rinunciato a considerare Cuba parte del loro cortile caraibico. L´amministrazione Bush ha interpretato, come al solito al peggio, una tradizione poco onorevole. Tuttora garantisce l´impunità all´anticastrista Posada Carriles, capo della banda che abbatté un aereo civile di Cubana (settanta passeggeri, tutti morti) e in un altro attentato ammazzò a L´Avana un ragazzo italiano (secondo quanto mi ha detto a Cuba il regista Angelo Rizzo, che ha ricostruito la vicenda nel film La sottile linea della verità, se solo lo volesse l´Italia sarebbe nelle condizioni di chiedere l´estradizione di Carriles, tuttora negli Usa).
A sua volta Castro ha capitalizzato ogni indurimento della politica statunitense per rovesciare su Washington la colpa dei suoi fallimenti. Ora però rischia di perdere il nemico. Se infatti Barack Obama vincesse le elezioni, gli Usa cercherebbero, così ha promesso, un qualche dialogo con Cuba. L´eventualità deve apparire a Castro spaventosa: nelle sue Riflessioni finora ha citato cinque volte McCain e mai Obama.
in Tanzania è caccia all´albino
Era il sole il dramma degli africani dalla pelle chiara. Oggi un´ondata di omicidi terrorizza la comunità La polizia sospetta: "Molti usano le loro ossa e i loro capelli per preparare pozioni magiche". "C´è chi fa credere alla povera gente che bevendo quegli intrugli si diventa ricchi".
Jeffrey Gettleman su la Repubblica
DAR EL SALAAM - Samuel Mluge esce dal suo ufficio e scruta il marciapiede. Gli occhi azzurro chiaro guizzano avanti e indietro, cercando di mettere a fuoco. Un tempo il suo nemico principale era il sole; oggi ne ha altri. Mluge è un albino e in Tanzania, di questi tempi, la sua pelle rosata ha un prezzo. «Mi sento braccato», dice.
Un albino si nota, spesso è l´unica faccia bianca tra una folla nera, conseguenza di una condizione genetica che modifica la normale pigmentazione della pelle e che qui colpisce una persona ogni 3.000. La discriminazione contro gli albini è sempre stato un grave problema in tutta l´Africa sub-sahariana, ma da qualche tempo in Tanzania ha assunto una piega malvagia: nell´ultimo anno almeno 19 albini, tra cui alcuni bambini, sono stati uccisi o mutilati, vittime di quello che le autorità ritengono sia un fiorente commercio criminale di parti del corpo umano. In Tanzania - ma, a dire il vero, in tutta l´Africa - molti credono che gli albini siano dotati di poteri magici. Le autorità sostengono che gli stregoni fanno commercio di pelle, ossa e capelli degli albini come ingredienti di pozioni che promettono ricchezza a chi le beve. La polizia sta redigendo l´elenco di tutti gli albini che vivono in ogni angolo del paese allo scopo di proteggerli. Gli agenti scortano a scuola i bambini. Il presidente ha persino dato il suo sostegno ad una donna albina per farle ottenere un seggio parlamentare per dimostrare che «siamo con loro», spiega Salvator Rweyemamu, portavoce del governo. Ma gli omicidi continuano ed ora si diffondono anche nel vicino Kenya, dove alla fine di maggio una donna albina è stata fatta a pezzi: le sono stati strappati gli occhi, la lingua e i seni.
All´inizio di maggio Vumilia Makoye era a cena con la famiglia nella sua casupola, nell´ovest della Tanzania, quando sono arrivati due uomini armati di lunghi coltelli. Vumilia viveva come tanti altri africani albini. Aveva dovuto abbandonare la scuola a causa di una grave miopia, un problema diffuso tra gli albini, i cui occhi si sviluppano in modo anormale tanto che spesso per vedere un libro o un telefono cellulare devono tenerlo a pochi centimetri dal viso. Non aveva trovato lavoro perché nessuno aveva voluto assumerla. Vendeva arachidi al mercato e guadagnava 2 dollari a settimana, mentre la sua pelle delicata si bruciava al sole. Quando sua madre ha visto gli uomini armati di coltello ha cercato di bloccare la porta di casa, ma i due hanno avuto la meglio e sono riusciti ad entrare. «Si sono avventati subito su mia figlia», ricorda la donna. Hanno segato le gambe della ragazza sopra il ginocchio e sono fuggiti con i moncherini. Vumilia è morta.
Al-Shaymaa J. Kwegyir, albina e membro del Parlamento, osserva: «La gente crede che siamo fortunati, ecco perché ci uccidono. Ma non lo siamo affatto». Nascere in Africa equatoriale, dove il sole è spietato, senza pigmento protettivo, è una maledizione. Non è un caso che la sede della Tanzanian Albino Society si trovi presso un ospedale per i tumori della pelle. Molti albini ne sono affetti.
Secondo la polizia gli omicidi di albini sono più frequenti nelle zone rurali, dove la gente è più ignorante e superstiziosa. Alcuni dicono che i pescatori intrecciano capelli di albino nelle loro reti perché pensano che in questo modo la loro pesca sarà più abbondante. Sulle coste del lago Vittoria, nel nord della Tanzania, quello degli albini è un argomento delicato. Quando chiediamo ad un gruppo dei pescatori se è vero che intrecciano capelli di albino nelle loro reti, si limitano a fissare la sabbia.
Mluge racconta di sentire persone mormorargli attorno quando cammina per strada. «Li sento dire "Affare fatto, affare fatto. Prendiamolo e faremo un sacco di soldi"». A casa, almeno, non lo considerano una stranezza. Anche sua moglie è albina, e così i loro cinque figli. Alcuni di loro, adolescenti, hanno già avuto un tumore della pelle. Un tempo la notte era il loro momento, l´ora in cui Mluge e i suoi figli dalla pelle chiara potevano passeggiare insieme senza paura del sole. Ora vivono barricati in casa, e guardano fuori attraverso le sbarre.
(New York Times service. Traduzione di Antonella Cesarini)
15 giugno 2008