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La settimana sulla stampa
a cura di G.C.

Così è fallito l'integralismo neoliberista
Joseph E. Stiglitz su
la Repubblica

J. Stiglitz
Il mondo non è stato benevolo nei confronti del neoliberalismo, quella miriade di idee basate sul concetto integralista che i mercati si autocorreggono, allocano efficientemente le risorse e servono bene l'interesse pubblico. È stato questo integralismo di mercato il presupposto stesso del thatcherismo, della reagonomics, e del cosiddetto "Washington Consensus" a favore della privatizzazione, della liberalizzazione e della risoluta concentrazione sull'inflazione da parte delle banche centrali indipendenti.
Per un quarto di secolo tra i Paesi in via di sviluppo c'è stata un'agguerrita concorrenza ed è chiaro chi sono i perdenti: i Paesi che hanno perseguito politiche neoliberali non soltanto hanno perso la non irrilevante posta in gioco della crescita, ma oltre tutto quando hanno fatto progressi i benefici ottenuti sono andati in buona parte ad accrescere in maniera sproporzionata lo status di chi già stava in condizioni migliori rispetto agli altri.
Malgrado i neoliberali non siano disposti ad ammetterlo, la loro ideologia ha fallito un'altra prova. Nessuno può asserire che i mercati finanziari abbiano effettuato un lavoro straordinario nell'allocare le risorse alla fine degli anni Novanta, con il 97 per cento degli investimenti per la tecnologia delle fibre ottiche che ha richiesto anni prima di vedere la luce. Ma quanto meno quell'errore ha comportato un beneficio inatteso: abbassandosi i costi delle comunicazioni, India e Cina si sono integrate maggiormente nell'economia globale. Nondimeno, è difficile vedere benefici nelle ingenti allocazioni sbagliate di risorse al settore della casa. Le abitazioni costruite di recente per famiglie che non potevano permettersele sono ora in situazione critica e confiscate, mentre milioni di famiglie sono sfrattate dalle loro case, e in alcune comunità il governo finalmente è subentrato per confiscare ciò che restava. In altre, invece, i danni si sono allargati a macchia d'olio. Di conseguenza anche coloro che erano stati cittadini modello, avevano sottoscritto prestiti con grande prudenza riuscendo a conservare la propria abitazione, adesso scoprono che i mercati hanno drasticamente abbassato il valore delle loro case portandolo più in basso ancora dei loro incubi peggiori.
Certo, alcuni benefici a breve termine derivanti dall'ingente investimento nel settore immobiliare ci sono stati: alcuni americani (anche solo per qualche mese, forse) hanno goduto del piacere derivante dall'essere proprietari di una casa e di vivere in appartamenti più grandi di quelli che avrebbero potuto permettersi altrimenti. Ma a quale prezzo lo hanno fatto, per loro stessi e per l'economia mondiale! Milioni di persone perdendo la casa perderanno i risparmi di tutta una vita. Oltretutto i pignoramenti di tante case hanno provocato una svalutazione globale. C'è un consenso sempre più ampio sulla prognosi della situazione: questa recessione sarà duratura e di ampia portata.
Del resto i mercati non ci avevano neppure preparato adeguatamente all'aumento vertiginoso del prezzo del petrolio e dei generi alimentari. Naturalmente, nessun settore è di per sé un esempio dell'economia del libero mercato, ma è proprio questo il problema, in parte: la filosofia del libero mercato è stata usata selettivamente, abbracciata quando serviva interessi speciali, liquidata quando non li serviva.
Forse, una delle poche virtù dell'Amministrazione di George W. Bush è che il divario tra retorica e realtà è più piccolo di quanto fosse con Ronald Reagan. Nonostante tutto il suo gran parlare di libero commercio, infatti, Ronald Reagan impose in tutta libertà restrizioni ai commerci, comprese le famigerate limitazioni "volontarie" alle esportazioni nel settore dell'automobile.
Le politiche di Bush sono state peggiori, ma nella misura in cui egli ha apertamente servito il comparto militare industriale americano è stato più trasparente. L'unica volta che l'Amministrazione Bush ha avuto un comportamento di maggior rispetto ambientale è stata quando ha messo a punto i sussidi all'etanolo, i cui vantaggi sull'ambiente sono comunque discutibili.

Questo miscuglio di retorica del libero mercato e di interventi governativi ha funzionato particolarmente male nei Paesi in via di sviluppo. È stato loro detto di smettere di prendere provvedimenti per l'agricoltura, esponendo così i loro agricoltori alla devastante concorrenza di Stati Uniti ed Europa. I loro agricoltori forse avrebbero anche potuto competere con i loro omologhi europei o americani, ma di sicuro non con i sussidi statunitensi e dell'Unione Europea. Non stupisce di conseguenza che gli investimenti nell'agricoltura dei Paesi in via di sviluppo siano calati e che si sia allargato il divario alimentare.
Quanti avevano divulgato questo erroneo consiglio non devono temere adesso di doversi sobbarcare le spese di un'assicurazione per coprire i guai provocati: i costi saranno sostenuti infatti dagli abitanti dei Paesi in via di sviluppo, specialmente i poveri. Quest'anno vivranno un considerevole peggioramento della loro condizione di poveri, specialmente se noi la calcoleremo e quantificheremo correttamente.
In poche parole, in un mondo di grandi ricchezze, milioni di persone dei paesi in via di sviluppo tuttora non si possono permettere i requisiti minimi nutrizionali. In molte aree, gli aumenti dei prezzi dei generi alimentari e dell'energia avranno un effetto particolarmente devastante sui poveri, perché sono queste due le categorie che assorbono la maggior parte delle loro spese.
La collera che dilaga nel mondo è tangibile. Gli speculatori – e non c'è da stupirsene più di tanto – sono stati oggetto di parte di questa collera e di questo sdegno. Sostengono tuttavia di non essere la causa principale del problema, ma di essere semplicemente impegnati in una "scoperta dei prezzi" – in altre parole "starebbero scoprendo", un po' troppo tardi per poter fare qualcosa quest'anno – che c'è penuria.
Questa risposta, tuttavia, è insincera. Le aspettative di rialzi e i prezzi in costante oscillazione inducono centinaia di milioni di coltivatori a prendere qualche precauzione. Potrebbero guadagnare di più se oggi mettessero da parte una parte dei loro prodotti per rivenderli poi in seguito, e se non lo faranno, non saranno in grado di permetterselo più, qualora i raccolti dell'anno seguente fossero inferiori alle loro aspettative. Un pugno di cereali tolti dal mercato da centinaia di milioni di coltivatori di tutto il mondo messi insieme formano un'ingente quantità.
Chi difende l'integralismo del mercato è pronto a scaricare la responsabilità di tutto ciò dal fallimento del mercato al fallimento del governo. Si dice che una fonte cinese di alto grado abbia detto che il governo degli Stati Uniti avrebbe dovuto fare molto di più per aiutare gli americani con basso reddito a tenersi le loro case. Concordo, ma ciò non cambia in ogni caso i fatti: le banche americane hanno gestito male e su scala enorme i rischi, con ripercussioni globali, mentre chi dirigeva gli istituti finanziari coinvolti si è messo in tasca miliardi di dollari di bonus.
Oggi è in atto una discrepanza tra interessi sociali e privati. A meno di allinearli perfettamente, il sistema di mercato non può funzionare bene. Il fondamentalismo del mercato neoliberale è sempre stato una dottrina politica al servizio di determinati interessi. Non è mai stato sostenuto da una teoria economica, né e dovrebbe essere chiaro, ormai è supportato da un'esperienza storica. Apprendere una volta per tutte questa lezione potrà rivelarsi il piccolo raggio di sole in una nube scura che incombe ormai sull'economia globale.


Schizofrenia made in Usa
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

Più ancora che una crisi, quella in atto in America è una grande purga. Di eccessi finanziari, di illusioni ideologiche, di una scadente classe di governo politica ed economica che ha fallito ed è ora travolta nella confusione di una nazione che va a letto col panico e si sveglia con l´euforia. Alla sera collassano banche come la IndyMac, e i clienti si accampano nella notte fuori dalle filiali in California. Alla mattina si scopre che la Borsa sale e il prezzo del greggio crolla, meno 13 dollari in 48 ore. Il mondo finisce e ricomincia da un giorno all´altro, nell´impotenza di chi dovrebbe guidarlo.
Non è recessione, inflazione, depressione, stagflazione, questa. L´economia americana è in preda alla schizofrenia. L´economista Robert Samuelson parla di "Great Puzzle", di rompicapo del quale nessuno ha la chiave. L´economia americana non è ancora in recessione, che significa caduta del prodotto interno lordo per due trimestri consecutivi, e addirittura prevede una crescita complessiva a fine 2008 che potrebbe raggiungere il 3 per cento, un boom per i miserandi tassi di crescita europei, con il 5,5% di disoccupazione. Ma 8.500 famiglie hanno la propria casa pignorata ogni giorno – 250mila mila ogni mese – per la impossibilità di pagare le rate di mutuo. E il mercato immobiliare è alla deriva: l´inventario delle case invendute o messe sul mercato dai creditori, ha raggiunto tempi di 18 mesi. Occorrerebbe dunque almeno un anno e mezzo di acquisti senza nuove case immesse sul mercato, per tornare all´equilibrio fra prezzi, calati già del 20%, e offerte.

Crisi del '29

La domanda che sta al cuore del "grande rompicapo" e della agghiacciante instabilità è se un´economia post-industriale possa resistere al crollo della finanza. Se davvero, come si ipotizzò già negli anni ´80 di fronte al crac reaganiano e al disastro delle Casse di Risparmio e Prestiti (che coinvolse la famiglia Bush e il senatore John McCain) economia e finanza possano vivere da separati in casa, in esistenze parallele, ma non necessariamente sovrapposte. L´entità del disastro prodotto dai mutui "subprime", cioè dei prestiti a chi non aveva redditi sufficienti per qualificarsi, e dall´assenteismo del governo, è ormai tale che da tempo l´economia reale avrebbe dovuto esserne stroncata. Le banche, oppresse da portafogli di esotici investimenti andati in fumo, di crediti inesigibili, di case pignorate che sono costrette a esitare sul mercato deprimendolo, annaspano. Nessuno vede la fine. È il panico del nuotatore affaticato che non tocca il fondo coi piedi. Se ancora, sorprendentemente, l´economia reale sembra resistere, nonostante l´inflazione al 5% annuo, massima dal 1991, è perché neppure anni di ideologia repubblicana dominante e di fede nella "virtus sanatrix" del libero mercato sono riusciti a smontare quei congegni di protezione che l´ideologia opposta, quella sprezzantemente definita "statalista", aveva costruito come contrappeso agli sbandamenti di mercati finanziari che sono, per natura non per malvagità come vuole il populismo demagogico, speculativi. Senza un sistema di banche federali costruito dal democratico Woodrow Wilson nel 1913, senza le due corporation semipubbliche, la Fannie Mae e la Freddie Mac, volute da Franklyin Roosevelt proprio per assorbire e regolare i mutui insieme con la garanzia governativa a tutti i depositi fino a 100 mila dollari, oggi non parleremmo di schizofrenia, ma di catastrofe e di cucine per i poveri.
È stata questa remora politica, questa miopia ideologica, a ritardare oltre ogni ragione quegli interventi della odiata "mano pubblica", dunque il ricorso al borsellino dei contribuenti, che ha permesso la folle galoppata del credito nei primi anni 2000 e ha creato le premesse per il crac di oggi. La fede nella defiscalizzazione come toccasana assoluto, la certezza messianica nel "mercato" autorisanatore, ha rallentato quegli interventi a sostegno dei mutui e freno al mercato delle "Wall Street Follies" che sarebbero stati più utili e meno costosi se adottati un anno fa, quando i primi sintomi del male si erano manifestati. Ora è tutto più costoso, più rischioso, meno efficace, perché la malattia si è diffusa.

Ora la questione è sapere se questo colossale esproprio di danaro pubblico usato come sacchetti di sabbia negli argini che si sfaldano, saprà fermare l´alluvione o se l´onda della finanza tracimerà e allagherà anche la valle dell´economia reale, che ancora resiste, fra i successi di Apple o Google e il disastro della General Motors. È in atto una "purga", di eccessi finanziari e di miti ideologici, di classi dirigenti, nelle banche come nella politica e sarà ancora molto dolorosa. La sensazione è che la schizofrenia di un´America senza conducente al volante dell´autobus, affidata al governatore della Fed, Bernanke, non si ricomporrà fino a quando una nuova generazione di governanti e di amministratori sarà alla guida della nazione, dunque fino al prossimo anno. E questo spiega perché il repubblicano John McCain che non può scrollarsi dalle spalle otto anni di governo del suo partito, resti ben dietro a Barack Obama nei sondaggi. Come fu detto in Italia, la scorsa primavera, agli elettori del centrosinistra dopo i due anni di governo Prodi: possono gli eredi di coloro che hanno creato questo pasticcio, essere coloro che lo risolveranno?


Tra tangenti e suicidi
Mario Almerighi su
l'Unità

La storia che ci accingiamo a raccontare si colloca in una Italia ad altissimo indice d'illegalità, nella quale il rapporto economia-politica è fortemente inquinato dalla corruzione e dal ricatto. Le grosse imprese pagano fior di tangenti alle amministrazioni locali in materia di appalti pubblici, ma la legge del do ut des funziona anche ai massimi livelli politici. In gran parte, la direzione e le scelte politiche sono condizionate dalle attività corruttive poste in essere dai centri di potere economico e finanziario del paese. I partiti sono assetati di finanziamenti: sanno che il consenso intorno ad essi e quindi il loro potere è strettamente connesso al denaro che affluisce nelle loro casse. Il sistema funziona in gran parte con i suoi protagonisti coinvolti in operazioni illecite. Questo coinvolgimento li pone in una posizione di ricattabilità e quindi di obbligo al silenzio e all'omertà, unica garanzia in ordine alla loro affidabilità. A volte, tale posizione è utilizzata dal sistema come metodo di reclutamento.
Nel corso delle indagini della magistratura milanese, uno degli adepti, Paolo Ciaccia, dirà al pubblico ministero: "Quando Pacini Battaglia mi disse “Non puoi rimanere fuori dal sistema. Tu vieni con me a Ginevra e io ti apro un conto sul quale ti accrediterò la tua quota di tangente” compresi allora che io dovevo diventare una persona ricattabile perché il sistema aveva bisogno di persone ricattabili in quanto cosí costituivano la massima garanzia per la sopravvivenza del sistema stesso". Sono i metodi mafiosi. La differenza è che la mafia anziché farti aprire un conto corrente, ti fa uccidere una persona. La nostra storia apre lo scenario su una ipotesi agghiacciante: anche il "sistema " uccide. Uccide chi diventa inaffidabile. Nel pieno di tangentopoli muoiono tre persone: Sergio Castellari, Gabriele Cagliari e Raul Gardini. Per i giudici si tratta di tre suicidi. Non sempre, però, la verità giudiziaria coincide con la verità dei fatti.
Sergio Castellari nasce a Roma il 28 febbraio 1932. Vive, da solo, in una bellissima villa a Sacrofano nei dintorni di Roma; si diletta andando a cavallo nelle campagne circostanti; è un ex commissario di polizia, ama le armi e gioca spesso al tiro a segno con il suo factotum Mario Selis, sparando con la sua Smith & Wesson calibro 38 a bottiglie e lattine di Coca Cola. Ha due figli; è separato dalla moglie Miranda De Bartolomeis; è un bell'uomo affascinante e ha diverse amanti, che, discretamente, si limita a ricevere la sera nella sua villa. Direttore generale degli affari economici del ministero delle Partecipazioni statali, poi consulente Eni e, in qualche modo, dentro la Sapri Broker, l'Efi, l'Enichem. Dopo le dimissioni dal ministero, il presidente dell'Eni, Cagliari, gli propone la presidenza della Eni International Holding di Amsterdam. La proposta non si perfeziona. Tuttavia, Castellari percepisce un acconto in denaro per una relazione commissionatagli circa il settore finanziario estero dell'Eni. Gran lavoratore e di grande competenza in materia societaria e finanziaria, è definito il "ministro ombra" delle Partecipazioni statali. Controlla i bilanci dell'Iri, dell'Eni e dell'Efim; si occupa di un contratto tra l'Ansaldo e la società tedesca Kwc relativo a una fornitura di componenti per centrali nucleari con destinazione finale Iran (1987); esercita l'attività di vigilanza del ministero sugli enti pubblici economici di gestione e mette nel suo archivio una serie di notizie sugli alti funzionari del ministero sotto la voce "Società segrete dei funzionari".

È a conoscenza e partecipa attivamente ai movimenti tangentizi che ruotano intorno al ministero delle Partecipazioni statali. Alcuni hanno sostenuto che fosse massone. È, insomma, perfettamente inserito nel "sistema". È uno di quelli che, se parla, lo mette a rischio. La sua morte avviene il giorno in cui doveva presentarsi dinanzi ai pubblici ministeri.
Gabriele Cagliari, laureato in ingegneria industriale al Politecnico di Milano; sposato e separato, ha due figli; è amico di Gardini: appassionato di vela, lo segue spesso nelle gite a Marina di Ravenna. Ha 10 anni in piú; è un po' appesantito e ha un carattere decisamente diverso. Anche lui è assai ambizioso e determinato, ma senza la struttura del leader. Gran lavoratore, ma privo di quei lampi di genialità in possesso di Gardini e di quella spinta vitale propria di quest'ultimo e di Castellari. Fornito di grandi capacità manageriali, le mette al servizio del potere politico. Entra nell'Eni nel 1955 e lo lascia nel 1966 per assumere la carica di direttore generale di Eurotecnica. Nel 1981 è nominato amministratore delegato dell'Anic (gruppo Eni). Nell'83 approda alla giunta esecutiva dell'Eni, da dove segue le principali fasi della ristrutturazione della chimica pubblica e la costituzione di Enoxy, Enichimica e Enimont. Uomo tenace e silenzioso, di area socialista, è molto vicino a Craxi e Martelli e la sua affidabilità è totale. Nel novembre del 1989, in sostituzione di Franco Reviglio, il Psi lo insedia alla presidenza dell'Eni.
Alla guida del governo c'è Giulio Andreotti. Cagliari debutta alla presidenza del gruppo Eni quando questo è in un momento di grande espansione: il bilancio '89 registra utili netti record (gli utili sono pari a 2.057 miliardi di lire). Il 1989 è, però, anche l'anno in cui cominciano ad affacciarsi i nodi che finiranno con l'appesantire la società: l'indebitamento sale fino a sfiorare i 24 mila miliardi e si apre la fase congiunturale negativa per il settore chimico. Con Gardini, è protagonista della vicenda Enimont. Nel 1990, dopo 11 mesi di guerra senza quartiere, Eni e Montedison divorziano: Enimont torna interamente pubblica. In quegli anni, Cagliari si dimostra un avversario caparbio per il gruppo Ferruzzi e per il suo timoniere, Raul Gardini. L'Eni copre il 44,2% del fabbisogno energetico nazionale e, pur gravato dal fardello chimico, si avvia con sufficiente sicurezza verso la metamorfosi: nel luglio 1992, è un decreto del governo di Giuliano Amato a segnare la fine di un'epoca. Eni, Iri, Enel e Ina sono trasformati in società per azioni sotto il diretto controllo del Tesoro. Nelle assemblee societarie si completa la rivoluzione: dai palazzi escono i rappresentanti dei partiti, scompaiono le varie giunte e comitati di presidenza; il potere si concentra nelle mani degli amministratori delegati. All'Eni comincia, cosí, l'era di Franco Bernabè, in precedenza direttore per la programmazione, mentre il campo d'azione di Cagliari si restringe nettamente, fino a interrompersi nel marzo del 1993, con il suo coinvolgimento nell'inchiesta Mani pulite. La lunga permanenza in carcere lo rende non piú affidabile al "sistema". Se parla, può metterlo a rischio. Anche lui muore in prossimità di un interrogatorio dinanzi ai pubblici ministeri di Milano.
Raul Gardini, laureato in agraria alla Bocconi di Milano, è uomo intelligentissimo e brillante. Dalle grandi ambizioni, è soprannominato "il Corsaro" per la sua spregiudicatezza e il suo cinismo negli affari, ma anche perché appassionato di barche a vela. Altri lo chiamano "il Contadino" per l'altra sua passione, quella dell'agricoltura. Sposato con Idina Ferruzzi – figlia di Serafino, il fondatore di uno dei gruppi piú potenti del mondo in materia agroalimentare – prima diventa capo indiscusso del gruppo e, poi, della Montedison. Ha l'hobby della caccia, ma soprattutto della barca a vela. Riesce a vincere persino la Louis Vuitton Cup conquistando col suo Moro di Venezia il diritto a competere per la American Cup dove dovrà cedere il primato alla barca America Cube. È sua l'idea di creare un polo chimico competitivo a livello mondiale. Non si accontenta di stare alla pari col potere pubblico (Eni). È pienamente inserito nel sistema corruttivo del paese e s'impegna in una guerra totale per diventare l'unico padrone della chimica trovando appoggi all'estero e mettendosi anche contro il potere politico italiano, che, peraltro, tenta di condizionare fino all'ultimo versando laute tangenti. Vincerà, ma sarà l'inizio della sua fine. Il fallimento della vicenda Enimont provocherà la rottura del suo rapporto con i parenti di Idina. Costretto a dare le dimissioni dalla carica di presidente della Montedison, costituisce la "Gardini srl" con progetti ambiziosissimi a livello mondiale nel settore agricolo. Intuisce la rilevanza epocale della globalizzazione dell'economia e ci si tuffa, come un pesce nell'acqua. Ma quando l'onda di tangentopoli avanza, si ritrova isolato. Anche lui, se parla, può mettere a rischio il "sistema". Anche lui, muore lo stesso giorno in cui doveva presentarsi davanti ai pubblici ministeri.
Noi ci occuperemo soltanto di queste tre morti, ma durante tangentopoli esse non furono le sole. Il 16 giugno del 1992, con un colpo alla testa, si uccide Renato Amorese, ex segretario del Psi di Lodi. Qualche giorno prima era stato sentito da Antonio Di Pietro come testimone nell'indagine sulla metropolitana di Milano. Stava per essere incriminato per una tangente di 400 milioni e lui lo sapeva. Lascia tre lettere (una alla moglie e due ai figli) in cui fa presente di non poter sopportare la vergogna. In un'altra lettera a Di Pietro, scrive: "La ringrazio per la sensibilità, pur nella giusta rigorosità delle sue funzioni". Tre mesi dopo, la figlia Eleonora, di 14 anni, firma un appello del Movimento sociale di Lodi a sostegno di Di Pietro. Il 27 luglio, si uccide Mario Majocchi, imprenditore e vicepresidente dell'Ance, l'associazione dei costruttori, indagato a piede libero per le tangenti dell'autostrada Milano-Serravalle. Il 2 settembre, nella cantina della sua casa di Brescia, si toglie la vita con un colpo di fucile, Sergio Moroni, deputato socialista indagato in tre procedimenti per il suo ruolo di esattore delle tangenti sui rifiuti destinate al Psi. Anche lui è a piede libero e sa che, essendo deputato, non finirà in carcere. Prima di morire scrive una lettera al presidente della Camera Giorgio Napolitano, in cui ammette il suo ruolo, ma protesta contro quello che definisce "clima da pogrom" e "decimazione" della classe politica: "Non è giusto che ciò avvenga attraverso un processo sommario e violento, per cui la ruota della fortuna assegna a singoli il compito di vittime sacrificali (…). Non lo accetto nella serena coscienza di non aver personalmente mai approfittato di una lira. Ma quando la parola è flessibile, non resta che il gesto". Dopo la sua morte Craxi, rivolto ai magistrati del pool, dichiarò che essi avevano creato "un clima infame". Gerardo D'Ambrosio rispose: "Il clima infame l'hanno creato loro. Noi ci siamo limitati a scoprire e perseguire fatti previsti dalla legge come reati". Questo fu il commento di un altro componente del pool, Piercamillo Davigo: "Le conseguenze dei delitti devono ricadere su chi li ha commessi, non su chi li ha scoperti".


Il romanzo di un Paese
Maurizio Chierici su
l'Unità


Il 19 luglio 1992 moriva Paolo Borsellino. Tremo pensando a come lo ricorderanno le autorità: il presidente della regione Sicilia Salvatore Lombardo, il senatore Cuffaro, alcuni onorevoli affiliati al governo, qualche ministro. Speriamo limitino il cordoglio ad una presenza decorativa. Tremo, immaginando il loro distinguere tra magistrati impegnati a combattere la criminalità e magistrati che "fanno politica" perché scavano nelle italiche vergogne. Tremo perché alle nostre spalle crescono generazioni che sanno poco o niente. Disinformate, distratte. Ogni messaggio ambiguo le allontana dalla concretezza che potrebbe aiutare la speranza mentre il silenzio li condanna all'indifferenza programmata da chi non sopporta la memoria. Ecco perché Borsellino dovrebbe essere ricordato mandando in onda solo le sue parole: intervista con domande e risposte. Nessuna retorica. Ultima voce del giudice coraggioso assieme alla voce di chi vuol sapere. Ricominciamo a sciogliere la matassa affari-politica dalla pazienza che ci ha insegnato
Il colloquio è del 19 maggio '92 con i giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscati. Nove giorni dopo Giovanni Falcone viene ucciso a Capaci. Borsellino capisce che gli è rimasto un tempo ormai contato. Nel maxiprocesso aveva inchiodato il gotha della mafia assieme a Falcone lasciando intendere a Cosa Nostra che non avrebbero mai smesso di frugare negli interessi di una società in parte segreta e in parte quotata nelle borse dell'economia e della politica. "Devo fare in fretta. Adesso tocca a me". Appena due mesi e la sua vita brucia.
Nel 2000, Rai News di Morrione manda in onda una sintesi di 30 minuti dopo aver tentato di convincere i Tg a presentarne almeno una parte. Niente. Santoro lo fa nel Rosso e il Nero e il Cavaliere e il senatore di casa, Paolo Guzzanti, scatenano la bagarre. Fumo senza arrosto. È passato tanto tempo ed è il momento di informare i ragazzi quale paese si nasconde dietro il paese delle promesse che suonano. Ascoltiamo Borsellino dando modo a chi ne è coinvolto di rispondere ma lasciando che la gente possa decidere da sola quale verità é credibile. Radio24- Sole 24 Ore lo sta facendo, microfoni non rivoluzionari della Confindustria. Chissà la Rai.
La curiosità francese insisteva nell'avere notizie a proposito di Vittorio Mangano, stalliere nella Arcore di Berlusconi, assunto per la calda raccomandazione del senatore Dell' Utri. Racconta Borsellino: "Avevo conosciuto Mangano prima degli anni '76-'80. Ho istruito nei suoi confronti un procedimento per estorsione ad alcune cliniche private nel palermitano". Buscetta e Contorno, padrini doc, lo indicavano "uomo d'onore di Cosa Nostra".
Uomo d'onore legato a Pippo Calò?
"Falcone ne aveva intercettato le telefonate. Mangano risiedeva a Milano, era un terminale dei traffici di droga che riconducevano alle famiglie palermitane. Annuncia al telefono ad un mafioso sotto controllo l'arrivo di una partita di magliette e cavalli, gergo dal significato ormai accertato: lo avevamo decifrato in altre istruttorie e ogni istruttoria venuta dopo ne ha confermato l'interpretazione. Parlavano di stupefacenti".
Dell' Utri c'entra?
"Credo sia aperta a Palermo un'indagine col vecchio rito processuale nelle mani di un giudice istruttore, ma non me ne sono interessato".
Si tratta di Marcello o del fratello Alberto Dell'Utri, entrambi Publitalia?
"Sì".
Nell'inchiesta di San Valentino c'è un colloquio tra Vittorio Mangano e Dell'Utri in cui si parla di cavalli?
"Nelle intercettazioni ascoltate nel maxiprocesso si parla di cavalli da consegnare in albergo. Non credo potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno deve recapitare un cavallo lo porta all'ippodromo o al maneggio. Non in albergo".
Le sembra strano che certi personaggi, protagonisti dell'economia come Berlusconi e Dell'Utri, siano collegati con uomini d'onore tipo Vittorio Mangano?
"All'inizio anni '70 Cosa Nostra comincia a diventare un impero nel senso che attraverso l'inserimento quasi monopolistico nel traffico di stupefacenti, gestisce una massa enorme di capitali per i quali cerca uno sbocco. Questi capitali in parte vengono esportati e depositati all'estero e allora si spiega la vicinanza tra Cosa Nostra e certi finanzieri".
Mangano era un pesce pilota?
"Apparteneva a quei personaggi teste di ponte dell'organizzazione mafiosa nel nord Italia".
Si dice abbia lavorato per Berlusconi … (al momento dell'intervista la notizia non era ufficialmente confermata).
"Non lo saprei. Come magistrato ho una certa ritrosia a dire cose di cui non sono certo. So che esistono indagini in corso… ", per scoprire se Mangano era stalliere nella villa di Arcore. "… ma è una vicenda che non mi appartiene".

La seconda intervista risale a cento giorni fa. Vigilia delle elezioni. Berlusconi raccoglie e rafforza lo sdegno di Dell'Utri. Senza spiegare la ragione, il senatore esplode nella difesa di Mangano. Non si capisce come mai, quando il voto è vicino, Mangano sepolto da tempo, l'improvvisa frenesia dell'incensare il passato di un protagonista per le meno controverso. Analisti maligni lo hanno interpretato come messaggio tranquillizzante ad amici siciliani. Può essere un' ipotesi al veleno, nervi elettorali elettrici. "Vittorio Mangano era il fattore di Arcore, non uno stalliere", precisa Berlusconi. "Pur essendo in carcere malato e sollecitato dai pubblici ministeri, eroicamente non inventò mai nulla contro di noi. Sarebbe uscito di prigione se ci avesse accusati". Uomo di vero onore, insomma. Il risultato elettorale siciliano gliene dà gloria.
Ma ricordare per un giorno, una settimana, magari un mese la lealtà di Borsellino non può bastare. Che i ragazzi non sappiano come si sono formati i gestori dell' Italia 2000 lo hanno capito gli spettatori di una certa età nelle sale dove si proietta "Il divo", misteri cangianti di Giulio Andreotti raccontati da Paolo Sorrentino che è poi la storia politica dagli anni '70 ad oggi. Sussurri nel buio di trentenni e quarantenni che perdono la bussola: "Sindona? L'ho già sentito nominare". "Perché Moro si è arrabbiato quando il ministro degli esteri Andreotti va a trovarlo di nascosto a New York". "Gelli, so chi è. È scappato da una prigione svizzera e si è fatto crescere i baffi. Ma lo hanno preso". "Cosa c'entra la P2 con Piazza Fontana?". Berlusconi piduista come i generali argentini? Cicchitto piduista come il capo del suo partito Berlusconi?". "Adesso ti dico un nome del giornalista P2 che non ti aspetti… ". Cinema-brusio. Ripassi frettolosi inseguendo le immagini, ma appena casa i ragazzi non più ragazzi accendono la Tv, ritrovano gli uomini incappucciati che fanno la morale. Sbaglia il film o l'indulgenza dei giornalisti tappeto accompagna la decadenza dei tempi ?
Rispondo al professore di un liceo milanese, padre con due figli fra i banchi: bella l'idea rivisitare assieme agli studenti la storia d' Italia attraverso i film. Aggiungo all'elenco che è arrivato: "Le mani sulla città", di Francesco Rosi. Spiega la Napoli di oggi e le fortune dei palazzinari. "Un eroe borghese", di Michele Placido ispirato dallo straordinario romanzo-verità di Corrado Staiano. È la storia dell'avvocato Giorgio Ambrosoli nella Milano da bere, anni craxiani. Viene ucciso da un killer che Sindona manda da New York. L'avvocato stava scoprendo pagine che inquietavano non solo il fallimento della Banca Privata del finanziere siciliano, ma gli intrecci tra mafia e P2, Ior vaticano di Marcinkus, scalata al Corriere della Sera, insomma l'Italia i cui protagonisti galoppano ancora. Ambrosoli apparteneva alla borghesia della Milano di una volta: ogni impegno era un impegno, proibito l'imbroglio.

E "Il caso Moro" di Giuseppe Ferrara, e "I banchieri di Dio", P2, Vaticato e Roberto Calvi che si impicca nel ponte dei frati neri di Londra. E "La classe operaia non va in paradiso", tanto per far capire come dopo tanti anni a perdere sono sempre gli stessi, stretti tra gli egoismi del potere e l'infantilismo della sinistra visionaria. Sullo sfondo l'eterno Andreotti e chi ne ha preso il posto con le apposite Tv: identificazione completa della politica in quanto scienza del potere. I successori hanno solo aggiunto gli affari. Attraverso le ombre dello schermo la storia si trasforma nel romanzo di un paese, aiutando gli incolpevoli malinformati a capire cosa nascondono le parole che una pattuglia di politici ancora distribuisce per sfumare il loro passato. Le ultime parole di Borsellino possono diventare il primo film di un'educazione senza ipocrisia; immagini che aiutano a sfogliare libri e giornali. Aspettiamo che la Rai faccia la scelta giusta, naturalmente.


Canto del cigno per voce bianca
Alberto Mattioli su
La Stampa

Moreschi
In origine fu San Paolo, Prima lettera ai Corinzi, 14-34: "Mulieres in Ecclesiis taceant", le donne in chiesa non parlino, e figuriamoci cantare. Ancora, Matteo, 19-12: "Poiché vi sono degli eunuchi che sono tali dalla nascita; vi sono degli eunuchi, i quali sono stati fatti tali dagli uomini, e vi sono degli eunuchi, i quali si sono fatti eunuchi da sé a motivo del regno dei cieli". Appunto: sono 150 anni dalla nascita dell'ultimo, che non si fece da sé ma fu fatto da altri. E che sfortuna cronologica: Alessandro Moreschi venne al mondo nel 1858 a Montecompatri, a 27 chilometri dall'Urbe, allora Stato della Chiesa, oggi nei paraggi di Cinecittà. Quindi fu operato poco prima del fatidico 1870, quando la breccia di Porta Pia fece sparire definitivamente l'abitudine, già quasi estinta, di castrare ragazzini a maggior gloria di Dio e della musica.

Di Moreschi oggi si ricordano in pochi. Per l'anniversario non si annunciano celebrazioni e nessun editore italiano ha pensato di tradurre la biografia che gli ha dedicato il controtenore Nicholas Clapton, professore alla Royal Academy of Music di Londra (Moreschi - The Last Castrato, Life&Times, pagg. 181, £9.99), anche se è appena uscito un bel libro di Luca Scarlini, Lustrini per il regno dei cieli (Bollati Boringhieri, pagg. 96, € 13), dove quello di Moreschi è l'ultimo di cinque "Ritratti di evirati cantori". In compenso, Moreschi è ben noto agli appassionati di dischi storici. La storia è curiosa. L'11 marzo 1902, William Barry Owen, direttore generale della Gramophone Company, ascoltò alla Scala Enrico Caruso nella "prima" di Germania del barone Franchetti. Capì che bisognava farlo incidere e fece venire da Londra il suo ingegnere del suono, il mitico Fred Gaisberg. Ma, poiché Caruso dovette rimandare l'appuntamento, Gaisberg andò a Roma nella speranza di registrare Leone XIII, che rifiutò (avrebbe poi accettato l'anno seguente e, visto che Papa Pecci era nato nel 1810, la sua voce che intona l'Ave Maria è in assoluto la più "antica" che si possa ascoltare). In compenso, Gaisberg immortalò la Cappella Sistina e la sua star indiscussa, il professor Moreschi. Un'altra seduta fu effettuata due anni dopo e così un solo cd basta a conservare tutto quel che resta della storia, lunga tre secoli, di voci meravigliose e bianche.

Ma, in effetti, è tutta la vita di Moreschi a essere crepuscolare. Ormai era dagli anni Venti dell'Ottocento che i castrati non cantavano più in teatro, esiliati dal romanticismo trionfante che non sapeva che farsene di un eroe asessuato. Però anche il ridotto ecclesiastico nel quale erano rinchiusi era assediato, e da due fronti. Dall'esterno, dove ormai i castrati apparivano una specie di reperto archeologico vivente, come dei tristi dinosauri in via d'estinzione in un remoto zoo. E dall'interno, perché nella Chiesa cresceva l'insofferenza verso una pagina non molto caritatevole della sua storia e, insieme, l'esigenza di una riforma della musica sacra, per ritrovare la purezza compromessa dalle contaminazioni profane e, appunto, dall'ambiguità di quelle voci artificiali. Si chiamò Cecilianesimo. E vinse nel passaggio fra Leone XIII e Pio X, che emanò il "motu proprio" riformatore Tra le sollecitudini, chiamò alla Sistina don Lorenzo Perosi, grande avversario degli evirati e, nel 1913, spedì Moreschi in pensione. L'ultimo castrato morì nel '22, l'anno della marcia su Roma.

Certo, qualche soddisfazione Moreschi se l'era tolta. Era stato ribattezzato "L'angelo di Roma" dopo aver cantato in una famosa esecuzione del Christus am Ölberge di Beethoven, nel 1883 in San Giovanni in Laterano. E aveva avuto i suoi applausi nei salotti della capitale, dove dame curiose (la più accanita si chiamava Anna Lillie de Hegemann-Lindencrone, moglie americana dell'ambasciatore di Danimarca), intellettuali del giro della Regina Margherita (il cui maestro di musica, Gaetano Capocci, aveva formato Moreschi), vecchia nobiltà nera e neogenerone sabaudo l'applaudivano nel repertorio profano. Beninteso, nulla restava delle antiche hit del Senesino o di Farinelli: i cavalli di battaglia di Moreschi erano Tosti, di cui incise anche un paio di romanze, l'aria dei gioielli del Faust o quella della Favorita. Doveva essere alquanto bizzarro vedere un glabro signore in redingote, corpulento come molti castrati ("un canoro elefante", avrebbe detto l'abate Parini, sempre caritatevole) sospirare O mio Fernando con voce bianca. E anche in campo "sacro" Moreschi fece, tutto sommato, una bella carriera: primo soprano in Laterano (1873), membro della Sistina (1883), solista ai funerali di Umberto I (1900), come gesto distensivo del Vaticano verso i Savoia usurpatori.



Rigoni Stern resta sull'altipiano
Marzio Breda sul
Corriere della Sera

altopiano in autunno

"Il bosco sarà immerso in un tempo irreale e io andrò a camminarci dentro come in sogno. Molte cose mi appariranno chiare in quella luce che nasce da se stessa ".
Con queste parole in cui tutto si tiene — la scomposizione delle cronologie tipica di quando uno chiude il periplo della vita, la fedeltà a un'esistenza regolata sui ritmi della natura, la speranza in una grazia che proprio nella natura trova rispecchiamento — Mario Rigoni Stern nove anni fa anticipava il suo congedo con un libro bellissimo, Inverni lontani. E così, impegnato nell'ultima e solitaria marcia descritta allora, i lettori che l'hanno amato potevano immaginarlo un mese fa, nel momento della scomparsa.
La gente di Asiago vuole ora trasformare l'intero altopiano in un "parco letterario" a lui dedicato. Un modo per proiettarne il ricordo nel futuro, con segni e riferimenti disseminati qua e là, e per trasformare la sua assenza in una "più acuta presenza", come diceva Attilio Bertolucci. Un po' quel che hanno fatto gli abitanti di Malo, pochi chilometri a valle, i quali hanno dedicato a Luigi Meneghello contrade, vicoli e piazzette raccontati nella piccola epopea paesana di Libera nos... In realtà, qualsiasi foresta e uomo e animale la popoli evocheranno sempre, sotto ogni latitudine, l'opera di Rigoni Stern. Che "resterà" comunque, perché riassume un alfabeto di valori oggi più che mai necessari, un antidoto al generale smarrimento.
Mario Rigoni Stern
Lo sanno bene i giovani che hanno avuto la fortuna di parlargli, finché ha potuto accettare questo genere di contatti.
In un incontro avvenuto tre anni fa, un gruppo di liceali del suo paese, in bilico tra radici contadine e tentazioni urbane, gli domandò come si poteva contrastare, rimanendo sull'altopiano, il rischio di essere "prevaricati e marginali in quanto montanari" (con l'ansia che tale condizione implichi di per sé una sorta di indigenza sociale e retrocessione culturale). Lui rispose con la tenerezza di un nonno che si rivolge ai nipoti: "Anzitutto spegnete la tv, almeno ogni tanto, perché non vi lascia ragionare. Uscite di casa e imparate dal "libro del bosco", che è un'ottima pedagogia. Guardatevi intorno e fate il calcolo costi-benefici tra il restare e l'andarsene: qui, per esempio, si vedono ancora le stelle, giù in pianura c'è troppa luce per riuscirci. Parlate tra voi, innamoratevi. Non abbiate complessi e provate a ribellarvi. Io cerco di farlo ogni giorno, da quando avevo la vostra età e fui ingannato con milioni d'altri italiani".
Fu l'unico cenno alla guerra, sui fronti di Francia, Grecia, Albania e, da ultimo, della Russia. Un'esperienza da cui trasse le pagine del Sergente nella neve, pubblicato nel 1953, che lo consacrò subito scrittore. "Scrittore non di vocazione ", precisò Elio Vittorini dopo aver letto il manoscritto, quasi a sottolineare che il diario della ritirata del Don era stato dettato da ragioni morali prima che intellettuali ed era dunque un'opera eminentemente politica. La profezia, con il sottinteso che il lavoro di Rigoni Stern si sarebbe per forza raggelato nella dimensione del neorealismo, e nel limite di quella stagione letteraria, fu poi smentita da molti romanzi e racconti. Gran parte dei quali ispirati al microcosmo della montagna, con infinite figure traghettate nell'arca delle sue storie. Tutte costruite su un linguaggio di concreta e casta semplicità, paragonabile al narrare contadino dei "filò", al caldo delle stalle. Basta pensare a come descrisse gli occhi "umidi e pietosi" dei caprioli che, in un inverno più freddo e difficile degli altri, uscivano dal folto degli abeti e venivano a morire vicino a casa, una macchia rosa contro la verde oscurità del bosco. O a come battezzò con nomignoli affettuosi gli scoiattoli, le volpi, le lepri, i fringuelli che, con comportamenti e canti particolari, annunciavano il disgelo e il ritorno della primavera.
L'ultima battaglia della sua vita Rigoni Stern l'ha "combattuta " al fianco degli amici Gigi Meneghello e Andrea Zanzotto, firmando assieme a loro denunce e appelli in difesa del poco che resta salvabile dei paesaggi veneti.
Paesaggi che furono da arcadia, selvatici o pettinati da un'agricoltura sana, prima che la logica di un soprasviluppo senza lungimiranza e senza regole li devastasse.



Novant'anni fa il massacro dei Romanov
Redazione de
La Stampa

la famiglia Romanov

MOSCA. Sono passati 90 anni dalla notte fra il 16 e il 17 luglio 1918, quando la famiglia dell'ex zar di Russia Nicola II Romanov fu sterminata dai bolscevichi nella località di Ekaterinburg. L'eccidio, compiuto per ordine del Soviet degli Urali, la regione dove l'ex sovrano era prigioniero assieme alla moglie Alessandra, alle quattro figlie Olga, Maria, Tatiana, Anastasia, e al figlio erede al trono Alessio, fu anticipato al Consiglio dei Commissari del popolo con queste parole: "La famiglia morirà in un'evacuazione".

E la fucilazione dei Romanov fu motivata ufficialmente dalle nuove autorità sovietiche come reazione a un tentativo di fuga dell'ex zar. Si concludeva così la vicenda dell'ultimo rappresentante di una delle più potenti dinastie della storia. Salito al trono il 1 novembre 1894, titolare di un potere assoluto su uno sterminato paese, si era distinto all'inizio per atteggiamenti di apertura, specialmente in campo internazionale. Al Congresso dell'Aja del 1899 aveva propugnato il tema della soluzione pacifica delle controversie fra nazioni, la riduzione graduale degli armamenti, e un'alleanza fra paesi europei, decenni prima della fondazione della Società delle Nazioni e dell'Onu. Una sua effigie è addirittura esposta nella sede della Corte internazionale di Giustizia dell'Aja.

Queste velleità sarebbero state radicalmente abbandonate e smentite negli anni successivi del suo regno, improntati al più feroce assolutismo e all'isolamento completo del paese da qualsiasi fermento innovatore e influenza occidentale e liberale. Il culmine di questa politica fu raggiunto nelle giornate del gennaio 1905, quando un movimento popolare che chiedeva riforme costituzionali e aperture 'democratiche' per migliorare condizioni di vita disumane subì la spietata repressione delle truppe governative.

Gli anni seguenti furono dominati dall'influenza diabolica esercitata sul sovrano e sull'intera famiglia reale dal consigliere dello zar ed 'eminenza grigia' del potere russo, il monaco Grigorij Rasputin. L'entrata del paese nel primo conflitto mondiale rappresentò la scelta che segnò il destino della famiglia Romanov. Coinvolto nell'esito disastroso della guerra, fu travolto dagli eventi rivoluzionari del 1917.

Costretto ad abdicare a febbraio, si rifugiò con la corte nel soggiorno estivo di Tzarkoje Selo. Quindi fu trasferito nella località siberiana di Tobolsk. L'ipotesi di un suo esilio, auspicata dal governo provvisorio del democratico Alexander Kerensky, fallì per il rifiuto di Francia e Gran Bretagna di offrire ospitalità a un personaggio che si era reso responsabile di crimini verso il suo popolo.

Gli eventi rivoluzionari precipitarono nel novembre, e, con l'avvento dei bolscevichi al potere, la famiglia Romanov fu trasferita a Ekaterinburg, località nella regione degli Urali. Il destino dello zar fu oggetto di un durissimo scontro nel partito bolscevico, fra chi pretendeva un processo plateale e pubblico a Pietroburgo, come Lev Trotsky, e chi voleva eliminare in modo drastico, sommario, e segreto, una figura attorno alla quale si era compattato il fronte "controrivoluzionario" nella guerra civile che opponeva bolscevichi a "russi bianchi".

Prevalse l'opzione dell'eliminazione immediata e violenta. Nella notte fra il 16 e 17 luglio 1918 l'intera famiglia reale fu sterminata da un comando militare del Soviet degli Urali. I corpi, sfigurati, mutilati e bruciati invano, gettati nel pozzo di una miniera, furono alla fine sepolti in una fossa comune. Alla fine degli anni '70, lo scrittore e regista russo Geli Ryabov e il geologo Aleksandr Advonin avrebbero scoperto tre teschi sul luogo dell'eccidio, appartenenti ai membri della famiglia reale. Presentavano protesi dentarie d'oro, e segni del calcio di fucili, usati dal plotone di esecuzione contro i Romanov. Furono nascosti in una scatola nel 1980. Solo nel 1989, dopo la caduta dell'impero sovietico, la vicenda sarebbe stata resa pubblica.

Nel 1991 i teschi furono analizzati assieme agli altri resti umani scoperti e riesumati a Ekaterinburg. L'esito degli esami lasciò pochi dubbi: i resti appartenevano tutti alla famiglia reale e a Nicola Romanov. Tutti individuati quindi. Tranne due corpi. Quelli del figlio Alessio, l'erede al trono affetto da emofilia, e della figlia Anastasia. I due figli dello zar erano stati effettivamente uccisi e i loro corpi bruciati nei pressi del luogo dell'eccidio. Tuttavia l'impossibilità di trovarli aveva alimentato il mistero, l'enigma dell'esistenza di possibili sopravvissuti al massacro.

Leggenda nata nel febbraio 1920, con il caso di una ragazza ricoverata in un ospedale psichiatrico di Berlino, Anna Anderson, che sosteneva di essere Anastasia, "figlia dell'ultimo zar russo". La sua somiglianza con Anastasia era impressionante, anche per alcuni particolari somatici. La ragazza conosceva in modo sorprendente dettagli della vita di corte dell'epoca di Nicola II. Il mistero sull'identità della donna l'avrebbe accompagnata fino alla morte, avvenuta nel 1984.

Tuttavia un esame del Dna effettuato dieci anni dopo avrebbe dimostrato che si trattava di una contadina polacca. Un enigma, quello della morte della famiglia Romanov, e di eventuali superstiti del massacro, sopravvissuto al crollo dell'Unione Sovietica.

Proseguito per tutti gli anni '90, anche quando nel 1998 i resti della famiglia Romanov furono inumati nella cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a San Pietroburgo. E sono state numerose le persone che negli anni si sono presentate come i figli e i discendenti autentici di Nicola II, spinti soprattutto dal desiderio di entrare in possesso dell'immenso patrimonio e ricchezza della dinastia dell'ex zar.

La vicenda sembra essersi chiarita nell'aprile di quest'anno: esami accurati svolti su resti umani ritrovati in un'area bruciata nel luogo dell'eccidio li identificherebbero con i corpi di Anastasia e Alessio. È difficile dire se sia l'epilogo di illazioni e misteri su una famiglia reale il cui destino tragico ha chiuso un'epoca.


L'epoca delle idee genocide
Ian Kershaw sul
Corriere della Sera

Per quanto si voglia considerare con pessimismo la storia mondiale più recente, è chiaro che la ultra-violenza da cui è stata caratterizzata la prima metà del secolo scorso non trova paragone nella seconda metà: e questo nonostante gli ultimi decenni abbiano comunque assistito a situazioni di violenza terrificante come la rivoluzione culturale in Cina, o la Cambogia dei khmer rossi, o le stragi in Ruanda. (...) Ne nascono numerose domande. La prima è ovvia: che cosa ha causato la devastante esplosione planetaria di questa immensa violenza istituzionalizzata, nella prima metà del XX secolo? Niente, nei decenni precedenti, aveva preparato il mondo a quel che stava per accadere. Certo, la Prima guerra mondiale rappresenta una gran parte della risposta. Ma quella non può essere stata la sola causa. Gli sconvolgimenti epocali, nella storia, di solito non hanno solo cause a breve termine. E questa sicuramente non è un'eccezione.
guerra civile in Somalia
Un altro interrogativo riguarda la propensione alla violenza da parte di certi Stati e delle società che essi pretendono di rappresentare. Perché cioè, per porre la questione nei suoi termini, gli Stati si sono ritrovati più — o meno — disposti all'uso di una violenza così estrema? La risposta a questa domanda conduce a una terza. Visto che ogni secolo (o anche mezzo secolo) nel corso della storia è stato comunque violento in misura più o meno grande, davvero è stata solo la scala della violenza, resa possibile da nuove tecnologie di distruzione, a rendere unico il XX secolo?
Assodato che la seconda metà del XX secolo — almeno in Europa — è stata incomparabilmente meno violenta della prima, siamo di fronte a una domanda ovvia: perché è successo? Eric Hobsbawm, il cui punto di vista nel libro Il secolo breve non poteva essere se non globale, ha parlato di una "Età della Catastrofe" che ha attraversato le due guerre mondiali, seguita da una "Età dell'Oro" giunta sino alla crisi petrolifera degli anni Settanta. (...) C'è una statistica degna di attenzione. I civili morti durante la Prima guerra mondiale erano stati, secondo le stime più elevate, poco più di un terzo del totale delle vittime: ma nella Seconda, ed è un calcolo prudente, furono circa due terzi. Da cinque milioni di morti a qualcosa come ventisette. (...). E ancora. Un Paese come la Polonia, dove la guerra "combattuta " non durò più di un mese, vide morire un quinto della sua popolazione — la più alta percentuale di morti civili rispetto a ogni altro Paese in guerra — nei sei lunghi anni successivi all'invasione tedesca del 1939. (...) L'esaltazione della violenza come forma di protesta sociale e politica contro la società borghese decadente, anche se istituzionalizzata nei movimenti fascisti solo dopo il 1919, era iniziata prima della Grande guerra. L'intellettuale fascista francese Pierre Drieu La Rochelle, più tardi, considerando gli anni prima della guerra, rievocava quei "giovani di tutte le classi sociali, incendiati da un concentrato di eroismo e violenza, che sognavano di combattere... il capitalismo e il socialismo parlamentare ". Nel 1910 il nazionalista italiano Enrico Corradini usava terminologie e analogie marxiste per parlare dell'Italia come di una "nazione proletaria ", argomentando che "dobbiamo insegnare all'Italia il valore della lotta internazionale. Ma lotta internazionale significa guerra. Ebbene, guerra sia! E che il nazionalismo risvegli nell'Italia la volontà di vincere la guerra". I futuristi italiani, il cui fondatore Filippo Tommaso Marinetti rimase fedele a Mussolini sino alla fine, divulgarono il loro, per così dire, eccentrico punto di vista nel Manifesto del 1909: "Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo... lo schiaffo e il pugno... Noi vogliamo glorificare la guerra — sola igiene del mondo — e il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore degli anarchici, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna". (...) Prima del 1914 la Germania era una società relativamente non violenta. Dopo il 1918 la violenza divenne uno dei suoi tratti distintivi — ancora lontana dai livelli della Russia, ma lentamente sempre più simile. (...) Ormai il terreno era pronto ad accogliere con un vastissimo consenso l'assalto nazista alla sinistra nel 1933, la costruzione dei campi di concentramento, gli attacchi contro le minoranze (contro gli ebrei in particolare) e l'indebolimento dei limiti legali all'esercizio del potere statale. Quando, nel 1934, Hitler si dichiarò apertamente responsabile dell'assassinio di alcuni leader del suo stesso movimento, accusandoli di tradimento, corruzione e pratiche omosessuali, incassò una totale approvazione nonché l'esplosione della sua popolarità personale.
rastrellamenti in Polonia
Intanto un gran numero di tedeschi troppo giovani per aver fatto la guerra, spesso con un'istruzione universitaria — e che credevano strenuamente nell'uso freddo e razionale della violenza per purificare la Germania dalle sue diversità razziali, percepite come "malsane" — iniziavano a costruire le loro carriere dentro la polizia di sicurezza e le SS. Più tardi sarebbero diventati non solo i pianificatori del "nuovo ordine" nazista in Europa orientale, con l'obiettivo di eliminare 31 milioni di slavi nei 25 anni seguenti, ma i vertici delle squadre di sterminio che lanciarono la "Soluzione finale". Fu il culmine di un lungo processo nell'escalation della violenza politica, il cui punto di partenza risaliva alla Prima guerra mondiale. (...) Ma fatemi tornare alla terza domanda che avevo posto. Nel XX secolo c'è stata semplicemente
più violenza? Oppure è stata anche una violenza qualitativamente diversa, più moderna?
La maggior parte degli esperti concordano nel sottolineare la modernità di questo genocidio. Soprattutto Michael Mann ha sostenuto — in modo a mio avviso convincente — che l'assassinio di massa nei confronti di civili (o altre forme, magari non omicide, ma comunque brutali, di persecuzioni e "pulizie") su basi ideologiche "in nome del popolo", sia per ragioni etniche (vedi armeni, ebrei, bosniaci musulmani, albanesi, kosovari, tutsi e così via) sia per ragioni di classe (vedi il terrore staliniano anti-kulaki o lo "sterminio di classe" di Pol Pot) rappresenta una componente cruciale di ciò che rende "moderna", appunto, la violenza politica moderna. Naturalmente nell'assassinio di massa dei civili non c'è niente di nuovo. E l'ideologia — anche se religiosa, non laica — è stata usata per giustificarlo sin dall'antichità. Decine di migliaia morti ammazzati nella crociata contro gli albigesi all'inizio del XIII secolo, le guerre di religione francesi nella seconda metà del XVI, e la Guerra dei trent'anni nel XVII: tutte in nome della religione. Anche il sacco di Magdeburgo da parte dei cattolici nel 1631, col verosimile sterminio di 30 mila tra uomini, donne e bambini, e lo spietato assalto di Cromwell a Drogheda e Wexford in Irlanda, dieci anni più tardi, quando 4500 soldati della guarnigione vennero passati a fil di spada in nome di Dio, furono massacri particolarmente efferati e su vasta scala. Ma la violenza religiosa — o meglio la violenza perpetrata in nome della religione — di solito, giunta ai convertiti, si fermava. (...) Considerando ciò che almeno nel contesto europeo sembra evidente al di là di ogni possibile errore, la differenza maggiore tra la violenza nelle due metà del secolo consiste nel diverso impatto prodotto dalle due guerre mondiali. La seconda di queste guerre ha condotto cioè al contenimento, e persino allo sradicamento, delle principali fonti di violenza di Stato su larga scala, almeno in Europa.

Ora, all'inizio del XXI secolo, in conseguenza dell'attacco alle Twin Towers dell'11 settembre 2001, siamo entrati in una nuova fase della violenza politica. Quell'atrocità non è stata un atto convenzionale di guerra. E tuttavia un atto di guerra lo è stato — un tipo moderno di guerriglia, e non da parte di uno Stato o di un gruppo terrorista legato a uno Stato, ma di un'oscura organizzazione internazionale e sovranazionale, Al Qaeda, che con i suoi tentacoli avvolge come un'idra diversi Stati, pur non legandone a sé nessuno. (...) È difficile immaginare che la cosiddetta "guerra al terrorismo " possa essere vinta dagli Stati Uniti, o da chiunque altro: o perlomeno è difficile immaginarlo in senso militare. Colui che per qualcuno è un terrorista è, per qualcun altro, un combattente in nome della libertà. (...) La conseguenza di questo nuovo tipo di terrorismo sarà la progressiva, inevitabile erosione delle libertà civili: almeno fino a quando i popoli impauriti saranno pronti a barattarle in cambio di una salvaguardia tutta apparente della loro sicurezza.


  20 luglio 2008