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La settimana sulla stampa
a cura di Fr.I. - 27 luglio 2008


La calma del Quirinale baluardo di libertà
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

SI possono criticare i comportamenti e le decisioni di un presidente della Repubblica? Certo che si può, in Italia come in qualunque paese democratico del mondo. A me è capitato più volte di farlo, con Gronchi, con Segni, con Saragat, con Leone. Anche con Pertini, del quale sono stato amico ed estimatore. Perciò non vedo nulla di sconveniente nelle critiche che alcuni uomini politici e alcuni opinionisti hanno mosso al presidente Napolitano in occasione della promulgazione della legge Alfano sull´immunità delle quattro cariche istituzionali. Gli insulti e le offese di Grillo sono un´altra cosa, per quelli c´è il reato di vilipendio che spetta alla magistratura di perseguire.
Dal canto mio sono del parere espresso su questo tema da Walter Veltroni: il presidente boccia le leggi palesemente incostituzionali e quelle prive di copertura finanziaria; le altre, approvate dal Parlamento, è tenuto a promulgarle, che gli piacciano oppure no.
Nel caso di specie, non essendo la legge Alfano palesemente incostituzionale e non avendo problemi di copertura finanziaria, la firma di Napolitano era un atto dovuto. Il che non toglie, ovviamente, che quella legge possa non piacere. A me – per restare nel personale – non piace affatto.
Non mi piace nel merito poiché non esiste al mondo una specifica immunità per i presidenti delle assemblee parlamentari e per il capo del governo. Esiste in pochi luoghi limitatamente al capo dello Stato. Gasparri, Bonaiuti, per non parlare di Berlusconi e degli stessi presidenti delle Camere, dicono perciò una rotonda menzogna quando si riparano dietro l´esempio (inesistente) di altri Paesi europei ed occidentali: non è vero, non esiste in nessun luogo una simile legge.
Ma non mi piace neppure per quanto riguarda la procedura adottata. È stato invertito di prepotenza l´ordine dei lavori parlamentari; la legge Alfano è stata messa al primo posto dell´agenda, prima dei decreti economici, prima della legge sulla sicurezza, prima di quella sulle intercettazioni. Nonostante il parere contrario di tutte le opposizioni. La discussione in commissione e nelle aule è stata condotta a passo di carica come se un qualche Attila fosse alle porte. I presidenti delle Camere hanno dato manforte non prestando alcun ascolto alle opposizioni alle quali dovrebbero invece riservare una priorità istituzionale.
La ragione di tutto ciò sta nel fatto che la legge sulla sicurezza era stata manipolata: nata sotto forma di decreto legge e come tale firmato da Napolitano che aveva apprezzato le ragioni di urgenza, vi era stato inserito indebitamente l´emendamento «blocca-processi», che avrebbe paralizzato la giurisdizione e avrebbe stravolto la costituzione materiale e perfino quella letterale.
Di fronte a tanto scempio Napolitano aveva avvertito il governo che non avrebbe firmato la legge di conversione. Per evitare un così clamoroso conflitto istituzionale l´avvocato di Berlusconi che è anche deputato aveva rispolverato il disegno di legge Schifani e a tambur battente l´aveva messo in pista. L´urgenza riguardava unicamente e soltanto l´imputato Berlusconi. Questo è l´arcano niente affatto arcano di quanto è accaduto e qui c´è la dimostrazione – del resto pubblicamente dichiarata da Berlusconi – che la legge Alfano così come l´emendamento «blocca-processi» sono due strumenti per ottenere l´impunità dell´imputato Berlusconi.
Si è detto che Napolitano abbia scelto il male minore, ma neppure questo è vero: Napolitano si è limitato ad informare il governo che la legge sulla sicurezza non l´avrebbe firmata se non fosse stato ritirato o radicalmente corretto l´emendamento in questione, palesemente incostituzionale e subdolamente inserito con la connivenza dei presidenti delle Camere.
Questo dunque è quanto avvenuto.
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Naturalmente la partita sulla giustizia non è affatto terminata anzi, nelle intenzioni di Berlusconi, è appena cominciata. Qualcuno teme (l´ha scritto Carlo Federico Grosso sulla «Stampa» di venerdì) che «di male minore in male minore» l´eventuale mediazione del presidente della Repubblica si svolga a un livello sempre più basso e non riesca quindi ad evitare un sostanziale stravolgimento della Costituzione.
Io non credo che ciò avverrà perché non credo che Napolitano possa, voglia e debba mediare alcunché. Deve (e l´ha fatto in quest´occasione) esercitare i suoi poteri-doveri di custode della Costituzione e garante del corretto rapporto tra i poteri dello Stato. Non spetta a lui porsi il problema del male minore, che ha carattere politico e riguarda le forze politiche. Se si ponesse quel problema, a mio modesto avviso sbaglierebbe. La «moral suasion» è una prassi del tutto informale che cessa di fronte a concreti passaggi istituzionali.
Aggiungo che, di fronte alla pervicace intenzione di atti legislativi imposti a colpi di maggioranza, un´eventuale risposta referendaria sarebbe assolutamente legittima, salvo valutarne l´opportunità politica da parte dei promotori.
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Intanto incalza un altro tema del quale è imminente il passaggio parlamentare. Parliamo delle intercettazioni e del divieto che si vuole porre ai giornali e ai giornalisti di dare notizie e svolgere inchieste sulla fase inquirente dei procedimenti giudiziari.
Qui è in atto un vero e proprio attacco alla libertà di stampa e d´informazione, che è un "bene pubblico" garantito dalla Costituzione. Non parlo del sistema delle intercettazioni e dei poteri della magistratura che vanno certamente armonizzati per quanto possibile con il diritto alla riservatezza delle persone intercettate. Parlo della stampa, dei giornalisti, degli editori.
Calare un sipario di ferro sulla fase inquirente della giurisdizione è, né più né meno che una misura incostituzionale. Tra l´altro consentirebbe eventuali atti di "mala-giustizia" che le Procure potrebbero commettere al riparo di quel sipario e impedirebbe il formarsi di una pubblica opinione che rappresenta un elemento essenziale di controllo sull´operato della magistratura.
Non inganni l´eventuale derubricazione delle sanzioni contro i giornalisti da misure di restrizione della libertà personale a misure pecuniarie; in particolare non ingannino misure pecuniarie pesanti contro gli editori. Una sanzione di questo genere determinerebbe un´intrusione delle proprietà nella conduzione giornalistica vera e propria; intrusione assai grave in un sistema come il nostro dove le proprietà dei giornali non sono quasi mai in mano ad editori che non abbiano altre attività oltre quella editoriale.
Quest´intrusione effettuata a causa di una legge costituirebbe un vero e proprio attentato alla libertà di stampa nella concretezza del suo esercizio e quindi richiederà una resistenza ferma e non corporativa se è vero che la libera stampa è un bene costituzionale strettamente inerente alla democrazia.
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L'orrore delle donne di Srebrenica
Nuccio Ciconte su
l'Unità

Srebrenica

Finalmente l'Onu si salva l'anima e canta vittoria, sperando di far calare un velo pietoso sulla storia di Srebrenica e della guerra nei Balcani. L'arresto di Radovan Karadzic, dice il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon, è «un momento storico per le sue vittime, che hanno aspettato tredici anni che fosse portato davanti alla giustizia». Chissà cosa ne pensano di queste parole Sceila, Azra, Alida, Mukelefa. Tutte donne di Srebrenica. Di altre non so più i nomi ma ne ricordo i volti devastati dal dolore, gli occhi persi, sprofondati nell'orrore. Giovani mogli appena diventate vedove, madri che hanno visto sgozzare i propri figli. Ragazze violentate e derise, stuprate perché di etnia e credo religioso diverso da quello degli aguzzini. La più grande e infame strage nel cuore dell'Europa dopo la Seconda guerra Mondiale. Una macelleria a cielo aperto: quasi ottomila morti, decine di migliaia di profughi. Non un fulmine a ciel sereno. Un massacro annunciato che la comunità internazionale (l'Onu, l'Europa, gli Usa, la Russia) non ha voluto o saputo evitare. Era luglio anche allora. Metà luglio del 1995. Srebrenica, che l'Onu aveva dichiarato «zona protetta», è messa a ferro e fuoco dalle truppe del generale serbo-bosniaco Ratko Mladic. Radovan Karadzic, dal suo quartier generale di Pale (sulle alture di Sarajevo), segue in presa diretta tutte le fasi dell'assalto. È una partita scontata, il risultato è uno solo: la disfatta dei musulmani-bosniaci.

La popolazione di Srebrenica è stremata da anni di assedio, isolata e scarsamente armata. I resistenti sono spazzati via in poche ore. I Caschi Blu dell'Onu, che avrebbero dovuto proteggere la popolazione civile, hanno un solo obiettivo: salvare la propria pelle; molti si dileguano, altri si rinchiudono nelle caserme. Una pagina nera per l'Onu, una vergogna per i Caschi Blu olandesi.

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Srebrenica è chiusa alla stampa. Karadzic e Mladic non vogliono giornalisti tra i piedi, men che meno telecamere. Forse sperano, s'illudono, di poter in qualche modo nascondere o attutire l'impatto internazionale di quell'orrore. Da anni il mondo assiste impotente alla pulizia etnica nei Balcani. I due leader di Pale si muovono pressoché indisturbati grazie alla protezione del governo di Belgrado. Allora, perché non sperare di farla franca anche in questo caso? Il sodalizio con Slobodan Milosevic è molto forte. Anzi, c'è chi giura che i due macellai dei Balcani sarebbero solo dei burattini nelle mani dell'uomo che guida la Serbia. L'assalto di Srebrenica ha avuto la luce verde di Belgrado? Difficile dirlo. Il massacro nell'enclave musulmana, «zona protetta» dell'Onu, segna il punto più alto della strategia militare di Karadzic e Mladic, l'esibizione della massima potenza di fuoco e di efferatezza, ma anche l'inizio della loro sconfitta. Milosevic, da abile giocatore sul tavolo della diplomazia internazionale, capisce che è arrivato il momento di scaricare i due ingombranti alleati.

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La tendopoli di Tuzla accoglie i primi profughi, i funzionari delle Nazioni Unite e alcune organizzazioni non governative, lavorano allo stremo: una cucina da campo sforna i primi pasti caldi, centinaia di bottiglie di acqua passano di mano in mano. È una goccia nel deserto. Non c'è cibo né acqua sufficiente per sfamare gli oltre seimila disgraziati che affollano quest'aria scelta come campo, un'area assurdamente recintata in tutta fretta con il filo spinato. Un lager umanitario. Le tende sono bianche e blu. Come i colori dell'Onu. I colori della vergogna come senti dire da molti profughi. Come dargli torto? Da giorni si sapeva che le truppe di Madlic avrebbero sferrato l'attacco a Srebrenica: l'Onu non solo non ha fatto nulla per impedirlo, ma neanche si è data da fare in tempo per soccorrere quest'umanità in fuga. C'è rabbia, rancore, odio. Tutti vedono nei Caschi Blu i migliori alleati dei serbi, dei cetnici massacratori. Le testimonianze dei profughi sembrano le sceneggiature di film dell'orrore. Storie di violenza indicibile, ma qui non c'è finzione. Sono le donne a parlare, a raccontare al mondo quel che hanno visto, quello che hanno subito. Gli uomini sono pochissimi e anziani. Le agenzia di stampa internazionale dicono che almeno quattromila uomini sono in fuga da Srebrenica, vagano nei boschi per sfuggire alla truppe serbo-bosniache. «Non è vero - sentiamo ripetere più volte - abbiamo visto uccidere i nostri mariti, sgozzare i nostri figli. Morti, sono tutti morti». Solo molto tempo dopo il modo saprà che avevano ragione loro.
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Srebrenica del luglio 1995 è sinonimo di gente ammazzata, di cadaveri accatastati nelle fosse comuni. Ma non solo. C'è un altro capitolo odioso legato indissolubilmente alla logica della pulizia etnica e che riguarda lo stupro di centinaia di donne. Giovanissime ma anche donne più avanti negli anni umiliate, violentate perché bosniache, perché musulmane. Quante? Impossibile dirlo. Non ci sono cifre ufficiali attendibili. A Tuzla da una tenda all'altra i racconti degli stupri volano di bocca in bocca. Racconti agghiaccianti. Ci dicono delle "corriere dello stupro". Quei pullman che portavano lontano da Srebrenica centinaia di profughe. Pullman militari. Gli uomini di Karazdic vi facevano salire le donne, le portavano via dalla città distrutta e le abbandonavano a qualche decina di chilometri di distanza in mezzo alla campagna. Ma il trasporto era salatissimo. No le sopravvissute non dovevano spendere soldi per pare il biglietto. Il costo della corsa era uno solo: il loro corpo; violentate più volte magari dagli stessi aguzzini che avevano da poco massacrato i loro mariti, i figli, i fratelli, i genitori. Un orrore nell'orrore.


Ecco il boia di Bassano
Si chiama Karl Franz Tausch, ha 85 anni, vive in una villetta a Langen, in Assia. È autore di una delle più orribili stragi naziste: 31 giovani impiccati agli alberi del corso centrale di Bassano del Grappa il 26 settembre 1944. Lui e gli altri responsabili, tedeschi e italiani, non sono mai stati processati
Paolo Tessadri su
L'espresso

l'eccidio di Bassano

L'immagine rimarrà indelebile nella storia degli eccidi nazisti in Italia. La foto ritrae trentuno corpi di giovani senza vita che penzolano dagli alberi del lungo viale di Bassano del Grappa. Un impiccato per ogni albero, con i piedi, per alcuni, a pochi centimetri dal suolo. Appesi a piante che appaiono dei grandi funghi. Le mani legate dietro, davanti, sul petto, un cartello con la scritta "bandito". Lasciati lì, appesi per venti lunghe ore in segno di spregio e per terrorizzare la popolazione. Italiani che impiccano italiani al comando di un vicebrigadiere delle SS, Karl Franz Tausch.
Una crudeltà consumata a Bassano del Grappa il 26 settembre 1944.

Difficile che anche il "boia tedesco", com'era chiamato Tausch dalla popolazione, abbia scordato quell'immagine a più di 60 anni dal massacro. Sicuramente ci ha convissuto, nella comodità di una villetta a schiera immersa nel verde della cittadina di Langen in Assia, a una trentina di chilometri da Francoforte sul Meno e a meno di 15 da Darmstadt. Basso di statura, poco più di un metro e sessanta centimetri, un fisico appesantito dagli anni, ma ancora estremamente lucido e in forze.

Non ha mai pagato il conto con la giustizia per i suoi trascorsi da criminale di guerra. È grazie ad un interrogatorio della magistratura tedesca negli anni Sessanta, in cui compare il suo nome, che arriviamo a lui. È in quella occasione che dichiara la sua residenza a Langen. Un interrogatorio che ora Tausch maledirà. Langen quasi scompare dentro un'immensa pianura che si perde all'orizzonte. Una cittadina con poco più di 36 mila abitanti, il piccolo centro storico racchiuso attorno alla chiesa, domina la parte nuova. E tantissimo verde. Anche il municipio è nuovissimo, governato dal socialdemocratico Frieder Gebhardt, eletto pochi mesi fa. È probabile che a Langen nessuno conosca i trascorsi di questo ex nazista. Eppure in Italia molti conoscevano il massacro di Bassano, c'erano documenti e testimonianze con nomi e cognomi dei nazisti, ma non si è mai voluto risalire ai responsabili per oltre sessant'anni, fino a poche settimane fa quando è stata ufficialmente aperta un'inchiesta dal procuratore militare di Padova, Sergio Dini. Tuttavia molti documenti sono spariti, come sostiene la storica Sonia Residori.
Ma il Centro Simon Wiesenthal e lo storico Carlo Gentile, esperto di stragi naziste e consulente di diversi tribunali militari, erano sicuri: Karl Tausch è ancora vivo.
Specializzato nell'antiguerriglia Karl Franz Tausch non ha ancora compiuto 22 anni il giorno degli omicidi: al suo compleanno mancano appena due settimane. È vicebrigadiere delle SS e fa parte del Kommando di Herbert Andorfer, tenente delle SS di stanza a Roncegno in Trentino, mentre Tausch è distaccato a Bassano. Andorfer è un austriaco di Linz, arrivato in Italia nel '43. Il "Kommando Andorfer" è specializzato nell'antiguerriglia. È il tenente che dà l'ordine di uccidere i civili e partigiani, ma chi organizza, detta le modalità, fa eseguire e dà materialmente l'ordine è il boia Tausch. In quei giorni di settembre del '44 è in corso nei paesi del circondario del Grappa, nel Vicentino, una rappresaglia: in codice "Operazione Piave". L'ordine, arrivato dall'alto comando tedesco in Italia, è di uccidere trenta persone per ogni paese attorno al massiccio del Grappa.

"L'Operazione Piave" è iniziata da alcuni giorni e il 26 settembre «andavo come sempre a pattinare davanti alla chiesa Delle Grazie di Bassano», ricorda l'avvocato Mario Della Palma, che allora aveva 13 anni. «Ho visto arrivare il camion con questi ragazzi con le mani legate dietro, con loro due soldati tedeschi ». Sul lungo vialone della città c'era silenzio. «Il camion si ferma, ho visto il primo buttato giù, cioè appeso e impiccato e me ne sono andato» impaurito. Prima di venire giustiziati, ai trentuno è praticata un'iniezione per stordirli. Vengono appesi agli alberi di tre vie della città. I cappi sono pezzi di cavi telefonici, le teste vi sono infilate da ragazzini fascisti fra i 16 e i 17 anni delle ex Fiamme bianche, inquadrati nei reparti della Flak. La cima dei cappi è collegata a una lunga fune legata al camion. Il boia Tausch coordina l'esecuzione, dice come mettere il cappio poi dà l'ordine al camion di accelerare. Il camion parte e il cappio si stringe attorno al collo dei trentuno condannati.Chi non muore subito viene preso per le gambe e strattonato con colpi verso il basso da questi giovani fascisti.

L'Operazione Piave si svolge dal 20 al 28 settembre, al termine si contano i morti: 264, solo 30 in combattimento.

Chi fa il nome di Karl Tausch come il boia tedesco? È l'onorevole Quirino Borin, sindaco di Bassano che prima di morire parla del graduato nazista. Borin conosce molto bene Tausch per essere stato trattenuto a lungo nell'ufficio del Kommando Andorfer proprio da Tausch. Anche lui indica il tedesco sul luogo della strage e sul camion. Che Tausch facesse parte del "Kommando Andorfer" è stato accertato dallo storico Carlo Gentile. La presenza del nazista a Bassano è confermata pure da documenti italiani. Le ultime prove sulla colpevolezza del "Kommando Andorfer" sono state trovate negli archivi di Londra da tre storici: Lorenzo Capovilla, Federico Maistrello e Sonia Residori dell'Istituto per la Storia della Resistenza della Marca Trevigiana e di Vicenza e dell'istituto di Vicenza E. Gallo. È una dichiarazione del '46 di Alfredo Perillo, detenuto, ufficiale di collegamento della Rsi con i tedeschi durante la guerra, nella quale scrive che «l'ordine dell'impiccagione venne dato dal tenente Andorfer ».

Il documento non fu mai trasmesso alla giustizia italiana: solo ora è stato consegnato dai tre storici al procuratore militare di Padova Sergio Dini, che ha aperto ufficialmente un'inchiesta a carico di Karl Tausch e Herbert Andorfer. Tuttavia da luglio la procura militare di Padova è stata soppressa e tutte le inchieste sono passate a quella di Verona. La giustizia dimenticherà per la seconda volta il massacro di Bassano?


sulla luna
Mezzo secolo fa nasceva l´Agenzia spaziale americana che in dieci anni avrebbe portato l´uomo sulla Luna.
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

Washington - Erano le 16 e 44 minuti (e 34 secondi, per essere pignoli) del 6 dicembre 1957 a Cape Canaveral in Florida quando "mission control" accese la miscela esplosiva di ossigeno liquido, kerosene e azoto contenuta nel primo stadio dei missile Vanguard, al quale l´America aveva affidato la speranza di portare in orbita il "pompelmo", come era stato soprannominato il piccolo satellite montato sul suo naso.
Sotto lo sguardo del presidente Eisenhower e del mondo, collegati in diretta televisiva, il motore del primo stadio si accese disciplinatamente e dopo 24 secondi esplose. Il suo viaggio per lanciare il primo satellite artificiale americano, per dare la risposta del "mondo libero" allo Sputnik del Cremlino, era stato esattamente di quattro piedi, un metro e venti, la più breve avventura spaziale nella storia dell´astronautica.
I giornali ebbero vita facile a ridere amaro. Lo Sputnik mancato fu ribattezzato «kaputnik» e «flopnik». Kruschev sghignazzò felice. Eisenhower ebbe una dei suoi leggendari attacchi di collera, frequenti dietro la facciata stoica del vecchio generale che aveva guidato gli Alleati sulle spiagge della Normandia. Un uomo soltanto sorrise compiaciuto quel giorno da lontano: dal suo ufficio nel centro di ricerche missilistiche in Alabama. Era un ancora giovane ingegnere tedesco di quarantacinque anni, un uomo che aveva indossato l´uniforme nera con le teste di morto delle Ss, il padre di quelle armi della vendetta nazista, le V1 e le V2, che erano state fabbricate dagli schiavi deportati dall´Europa occupata ed erano piovute per mesi sulla testa di innocenti londinesi. La fantastica lavatrice della Guerra Fredda lo aveva ripulito, smacchiato, candeggiato e naturalizzato americano, perché lui e lui solo, Wehrner Von Braun aveva il missile giusto, il progetto migliore, la chiave che avrebbe aperto per l´America le porte del cielo.
Otto mesi dopo il flop del pompelmo a Cape Canaveral, quando Dwight "Ike" Eisenhower avrebbe firmato il 29 luglio del 1958 l´atto di nascita della National Aeronautics and Space Administration, la Nasa, l´agenzia spaziale americana creata con il compito di raccogliere e coordinare i rottami e gli spezzoni dei programmi e progetti spaziali rivali, sarebbe stato lui, Von Braun, che l´avrebbe trasformata nella dominante e irraggiungibile «vergine delle stelle», nella apparentemente infallibile dominatrice della corsa alla spazio che, appena dodici anni dopo il «flopnik» avrebbe portato noi uomini sulla Luna e volenterosi robot su Marte a scoprire l´ipotesi della vita oltre la Terra.
Cinquant´anni di esistenza, per la già infallibile ragazzona oggi guardata come una signora piuttosto sfiorita e fin troppo navigata, danno la misura insieme di quanto rapida e travolgente sia stata quella corsa al controllo scientifico, ma in realtà politico, ideologico e militare, del vuoto oltre la nostra atmosfera e del sistema solare. Un mezzo secolo di esistenza che ha riconfermato, passando dalla vergogna del volo di un metro e venti al progetto di stabilire colonie umane permanenti sulla Luna e su Marte, l´opinione che un grande conoscitore dell´America come Winston Churchill aveva espresso: «Si può sempre contare sul fatto che gli americani facciano tutte le cose sbagliate prima di fare quella giusta».
È quasi impossibile, oggi, mentre l´ex Unione Sovietica sembra più impegnata a rastrellare club di calcio e a ricattare i consumatori del suo petrolio, e l´ultimo veicolo per i viaggi orbitali, lo Shuttle, si prepara al pensionamento definitivo tra poco più di un anno, rivivere il senso di sconfitta storica e di panico che attanagliava l´America in quella fine degli anni Cinquanta e in quei primi anni Sessanta. L´Unione Sovietica di Nikita Kruschev e poi di Brezhnev e di Kosygin semplicemente dominava lo spazio, con una serie di primati che un testimone impeccabile come Neil Armstrong ha elencato nella sua prefazione alle memorie del collega Scott e del russo Leonov, Le due facce della Luna: primo satellite in orbita, lo Sputnik del 1957, visibile a occhio nudo; primi nel lancio (e nel martirio) di una creatura vivente, la cagnetta Laika; primi nel volo di un cosmonauta, Yuri Gagarin; primi nelle passeggiate spaziali, con Alexei Leonov; primi nel mandare una donna in orbita; primi nel lanciare un equipaggio multiplo; primi nel raggiungere la Luna, Venere e Marte con sonde.
Ma la Nasa aveva in Von Braun il motore, in John F Kennedy il carburante e nella competizione con i sovietici quello stimolo che sempre questa nazione richiede per scuotersi dal proprio torpore autocompiaciuto. Con una curiosa combinazione esclusiva di massoni ed ex nazisti al proprio vertice amministrativo e progettuale, da Von Braun al direttore James Webb (Aldrin indossava e mostrava orgogliosamente l´anello della Massoneria in ogni foto ufficiale, spesso tagliato o cancellato dai ritoccatori della Nasa), la trasformazione dal dilettantismo dei primi passi alla ferrea, tedesca organizzazione dello sforzo che portò Armstrong e Buzz Aldrin nel Mare della Tranquillità il 20 luglio del 1969 fu sbalorditiva. Paragonabile soltanto, per impegno, fissazione ed entusiasmo popolare, al "Progetto Manhattan" che in quattro anni, con centotrentamila addetti e un costo di trenta miliardi di dollari al valore attuale, produsse la prima arma atomica. O alla grande mobilitazione industriale e umana del dopo Pearl Harbor, quando l´America passò da un risibile esercito addestrato con manici di scopa per mancanza di fucili alla macchina irresistibile che sapeva costruire mercantili "Liberty" in ventiquattro ore, da zero.
Oggi, cinquant´anni dopo, mentre i diciotto miliardi di dollari stanziati dal Congresso per il bilancio 2008 sembrano destinati a tenere in funzione centri e basi per compiacere senatori e deputati, e il Saturno V, il vettore dell´Apollo, arrugginisce come una balena in secca sulle spiagge di Cape Canaveral, ricordare il valore e il significato dell´epoca d´oro della «vergine dello spazio» negli anni Sessanta richiede uno sforzo di immaginazione storica, anche per chi quegli anni visse e conobbe. La irresistibile ascesa della Nasa, dalle ceneri dei primi flop alla commozione globale per l´orma di Armstrong sulla Luna, avvenne volando controvento rispetto agli umori e allo spirito del tempo in quella decade. Le capsule Mercury dei primi lanci, il successo del primo volo orbitale di John Glenn, la temerarietà del progetto Apollo, la tragedia dei tre astronauti arsi vivi nell´incendio di Apollo I, il dramma vissuto in diretta di Apollo XIII, viaggiarono contromano sulla strada di una nazione che attraversava il buio degli assassinii politici, del Vietnam, del Sessantotto, della violenza e della demoralizzazione.
La Nasa non portò l´America sulla Luna. Riportò la Luna in America, compiendo quel fantastico "stunt", quel numero tecno-politico-propagandistico che le restituì il senso della propria primazia globale, ammaccato dagli Sputnik, tarlato dalla guerra in Vietnam e sforacchiato dai proiettili che proprio in quegli anni abbattevano due Kennedy e due leader dei diritti civili come Malcolm X e Martin Luther King.




Londra / Al British Museum le memorie «pop» di Adriano
Intervista. Luciano Canfora: attenti allo «stupidario dei paragoni inconsistenti»
Stefano Biolchini e Aristide Malnati su
Il Sole 24 Ore

Adriano

«Abbiamo voluto mostrare anche la faccia nazista di Adriano» diceThorsten Opper, acclamato curatore della mostra al British Museum, Hadrian Empire and Conflict. Un uso quello dell'analogia storica che sembra ormai imprescindibile anche per molte fra le più importanti istituzioni culturali internazionali. Per un giudizio su questo e altri paragoni abbiamo intervistato il filologo e grecista Luciano Canfora.
Professore, da Londra ci informano che l'imperatore Adriano, come vorrebbe Barack Obama, abbandonò il pantano dell'Iraq. Ricorrendo a paragoni fra la storia antica e il presente (o recente passato) non si rischia inevitabilmente di confondere la storia con la fiction, con forzature scontatamente mediatiche?
«La mania dei paragoni tra situazioni e personaggi antichi e moderni sta contagiando anche i più prudenti. Quasi trent'anni fa scrissi un libro intitolato Analogia e storia in cui cercavo di mostrare quale oggetto delicato sia l'analogia storica. Oggi viene usata all'unico fine di mettere dei sapori forti su fatti culturali considerati troppo "vecchi" e fuori moda. È ormai un uso deplorevole».

Adriano, tra il «nazista» ante litteram prospettato a Londra e l'imperatore-illuminato caro alla Yourcenar (e meno alla storiografia) si può tentare di tracciare un preciso confine?
Sono fermamente convinto che nessun fatto o movimento storico sia comparabile con l' hitlerismo, né nella storia antica né in quella moderna. L'inconsistenza di questo genere di paragoni appare ancora più grave quando si osserva che lo stesso personaggio (Adriano) si trova accostato contemporaneamente a un nazista e ad un politico del tutto diverso (Barak Obama) che oltretutto per ora non ha fatto altro che la campagna pre-elettorale! È triste vedere serpeggiare questo stupidario anche in un ambiente un tempo serio come quello inglese.
Quanto all'Adriano della Yourcenar è largamente inesistente: ma uno scrittore ha il diritto di volare con la fantasia. Gli storici hanno un compito un po' più complicato. Qualche precisazione la merita anche il concetto di "imperatore illuminato". Anche il filosofo al potere per antonomasia, cioè Marco Aurelio, ha agito - come imperatore - con estrema determinazione e durezza. Era tipico dell'ethos romano distinguere molto seriamente ruoli e funzioni».

Tra i molti aspetti interessanti della vita dell'imperatore, come descriverebbe lei l'ascesa al trono imperiale?
«Sull'ascesa al trono di Adriano ha scritto pagine memorabili Ronald Syme nel Tacitus. Lì viene sviscerata una analogia vera: tra la ascesa di Tiberio (auspice Livia) e la ascesa di Adriano. L'elemento da tenere in considerazione, quando si studiano le successiones, i momenti di passaggio da un imperatore al suo successore, è questo: il principato (almeno fino a Diocleziano) non significò mai la cancellazione della tradizionale respublica il cui asse era il Senato. Perciò il momento della successione, in cui l'elemento dinastico del nuovo potere risultava in modo chiaro (e urtante per il ceto senatoriale), era sempre critico e delicato».

Sappiamo che Adriano favorì l'alfabetizzazione e la scolarizzazione: fu populismo o credeva nell'importanza di un'istruzione generalizzata, che viceversa non riteneva pericolosa per il suo ruolo di monarca assoluto.
«Adriano donò ad Atene una biblioteca e ne potenziò il ginnasio. Si parla di filellenismo: ma è qualcosa di più. Nell'acme della unificazione ellenistica del Mediterraneo (tutto il ceto dirigente dell'impero è ormai bilingue) c'è anche da mettere in rilievo il ruolo della civilitas: cioè del proliferare dell'urbanesimo. Esso comporta: più ginnasi, più teatri, più libri (anche di consumo), più cultura. Dunque si tratta del consolidamento di un ceto esteso e articolato, che verrà messo in ginocchio - nel III secolo - dalla cosiddetta "anarchia militare", che rischiò di sommergere le città e la loro cultura avanzata».


Luxuria all'Isola, «rivolta» su Liberazione
«Guadagnerà l'equivalente di 300 anni di lavoro di un operaio che magari ha fatto eleggere proprio lei» Proteste dei lettori. La Armeni: ora Vladimir sta esagerando.
Lorenzo Salvia sul
Corriere della Sera

Luxuria

ROMA — Ieri il problema erano i diritti della popolazione garufina. Scriveva il Collettivo Italia Centro America che lì in Honduras le misure di sicurezza per L'Isola dei famosi impediscono agli indigeni di pescare. E da quelle parti pescare non è un passatempo da riccastri ma un modo per sopravvivere.

Guadagnerà l'equivalente di 300 anni di lavoro di un operaio che votando Rifondazione magari ha fatto eleggere proprio lei». Sarà anche spaccata a metà tra la mozione Vendola e quella Ferrero ma su un punto la base di Rifondazione comunista è unita come un sol uomo: Vladimir Luxuria al reality di Simona Ventura non ci deve andare. Sono giorni che la questione campeggia sulle pagine di Liberazione. E sono giorni che in redazione arrivano decine di lettere contro la decisione dell'ex onorevole che a settembre se la vedrà all'ultima nomination con Antonio Cabrini e Giucas Casella. Oggi il quotidiano del partito pubblica una piccola parte di quelle lettere. Andrea Tanucci dice che non vuole avere la tessera dello stesso partito di un partecipante all'Isola, il «punto massimo della tv spazzatura», secondo un altro lettore.
Tutti contrari, qualcuno anche in modo pesante. Luxuria mantiene la calma: «Reazioni come queste le avevo messe in conto. Figuriamoci se, con la mia storia, posso criminalizzare il dissenso». Dice che tra una prova di sopravvivenza e l'altra farà politica: «L'accordo con la Ventura — spiega — è che io possa parlare di tutto. Magari anche dei diritti della popolazione garufina, su cui in effetti non ero informata». La politica in un reality? La stessa spiegazione che dà Angela Azzaro, il caporedattore di Liberazione che oggi si prende la briga di rispondere alle lettere di protesta: «Sono proprio quelle trasmissioni che formano il consenso e stabiliscono un contatto diretto con quei cittadini che ci hanno voltato le spalle». Se le elezioni sono andate male tante vale buttarsi dalla Ventura. «Vladimir può fare quello che vuole — commenta la giornalista Ritanna Armeni — ma dire che va lì per difendere la causa comunista mi sembra esagerato». «Lei — aggiunge l'ex parlamentare Rina Gagliardi — viene dallo spettacolo. Dov'è il problema?».


  27 luglio 2008