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La settimana sulla stampa
a cura di Fr.I. - 3 agosto 2008


Di Nicola, ex capo dei pm bolognesi: più nulla da accertare
"Ipotesi verificate e scartate la Procura lo ha dimostrato".
"La gente ha subito la campagna alimentata dalla commissione Mitrokhin".
Alessandro Cori su
la Repubblica

BOLOGNA - «La Procura di Bologna ha fatto tutto il possibile per stabilire la verità e non c´è più nulla da accertare». L´ex procuratore capo, Enrico Di Nicola, da pochi giorni in pensione, scandisce le parole e non ha dubbi su chi siano i responsabili della strage della stazione del 2 agosto 1980. «Posso assicurare con certezza che essendomi occupato della vicenda, in qualità di consigliere istruttore aggiunto e avendo partecipato all´attività investigativa, su quell´attentato è stata fatta piena luce. Anche perché tutti gli elementi nuovi che ci sono stati presentati in questi anni per riaprire il caso non sono mai risultati idonei. E noi lo abbiamo dimostrato, sempre, non escludendo mai la possibilità di espletare indagini ulteriori quando è stato necessario».
Di Nicola allontana nettamente ogni dubbio o perplessità su quella sentenza che il 23 novembre del 1995, dopo cinque gradi di giudizio, ha condannato Giusva Fioravanti e Francesca Mambro. Sul banco degli imputati ci sono stati, fra gli altri, anche Licio Gelli e Francesco Pazienza, condannati a 10 anni per aver depistato le indagini. E l´ex Nar Luigi Ciavardini, condannato a 30 anni dalla Cassazione l´11 aprile di quest´anno.
In questi giorni l´ex procuratore capo ha letto tutte le dichiarazioni degli esponenti del centrodestra in cui si sollecitano ulteriori indagini, fino al messaggio del presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini all´associazione dei familiari delle vittime. «Molti politici parlano di dubbi nell´opinione pubblica. Ma sbagliano, o peggio dicono il falso. Se la gente ora è perplessa, ma io non credo, è perché a mio modesto avviso ha subito la campagna alimentata dall´operazione portata avanti durante la commissione Mitrokhin. Davanti alla quale io stesso ho parlato due volte fornendo tutte le spiegazioni che mi sono state richieste».

Anche il sostituto procuratore anziano, Luigi Persico, che ha indagato fin dalla prima ora sulla strage, allontana l´ipotesi di altre piste, in particolare quella palestinese, e difende il lavoro dei magistrati bolognesi. A suscitare la sua reazione, la presa di posizione dell´ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga. «In quelle prime settimane di indagini subito dopo la strage, nessuna autorità e nessun ufficiale di polizia giudiziaria riferì ai magistrati della Procura di Bologna elementi per asserire un trasporto di esplosivo palestinese. C´è chi sostiene che quella segnalazione fu fatta all´autorità di governo. Ma se fu così, perché nessuno ne ha saputo nulla? E soprattutto, perché quella segnalazione non fu fatta alla magistratura? In quel momento le indagini non dovevano escludere alcuna ipotesi, ma di palestinesi nessuno parlò ai pm».



Disciplina d'assedio
Marco Bascetta su
il Manifesto

In divisa a pattugliare le strade delle città, in divisa sui banchi di scuola. La passione per l'obbedienza e il conformismo fa un altro insidioso passo avanti con il decreto legge, proposto dal ministro dell'istruzione Mariastella Gelmini e approvato ieri dal consiglio dei ministri. Non avremo più nulla da invidiare alle coreografiche scolaresche dell'Iraq di Saddam Hussein, che per giunta non potevano contare sull'eleganza del made in Italy, in fermento, si dice con soddisfazione, per aggiudicarsi l'appalto dello scolaro modello. E siccome all'abito deve corrispondere il monaco, torna il 7 in condotta ad assicurare la bocciatura a chi non onorerà disciplinatamente la divisa che indossa (reale quella dei più piccoli, simbolica quella degli studenti delle superiori). Non saranno più tollerati talenti e intelligenze che neghino il proprio ossequio alle gerarchie, per quanto ottuse e incapaci possano rivelarsi. Non c'è sapienza senza obbedienza. Il tutto perfettamente coerente con una riorganizzazione degli studi che, accorciando l'obbligo scolastico e banalizzando i contenuti dell'insegnamento, bandisce capacità critica e indipendenza di giudizio. Il pretesto è lo stesso applicato alla stretta sull'ordine pubblico: lì la microcriminalità qui il «bullismo». Emergenza del tutto immaginaria di un fenomeno riscontrato fin dai tempi del libro Cuore, e che solo negli anni della contestazione studentesca fu pressoché cancellato dall'azione collettiva e dall'impegno politico, il quale mise, fra l'altro, fuori gioco quella forma di «bullismo» rituale, caro alla destra, che andava sotto il nome di goliardia. I feroci contestatori non malmenavano portatori di handicap, non stupravano compagne di scuola, non discriminavano nessuno.
La vecchia retorica intorno al grembiule, che lo voleva strumento di eguaglianza, almeno nelle apparenze, tra studenti ricchi e poveri (sebbene la distinzione di classe abbia sempre saputo mostrarsi anche attraverso le divise e il grembiule nero fosse imposto nelle superiori alle sole ragazze fino al 1968), torna grottescamente invariata in un mondo dove tutti i ragazzi e le ragazze scelgono liberamente abbigliamenti piuttosto omogenei e negli stessi grandi magazzini. Ma quel che conta è che l'eguaglianza non deve essere quella di gusti e modi di vita condivisi dai giovani, bensì quella imposta per decreto dall'ideologia livellatrice della signora Gelmini e dal sadismo moraleggiante dell'ineffabile «Movimento genitori italiani».
La convivenza civile, sottratta all'autorevolezza della ragione e del confronto, passa, anche nella scuola, all'autorità dei regolamenti e delle sanzioni. E torna anche l'«educazione civica», ma con un inquietante slittamento semantico: si chiamerà «Cittadinanza e Costituzione». Cosa significa? Si tratterà di un catechismo di obblighi e doveri che gronda «valori occidentali e cristiani»? E della Costituzione italiana qualcuno si prenderà la briga di spiegare quanto venga calpestata e disattesa dai «bulli» in giacca, cravatta e auto blu?


Lungomare addio, nascosto dietro un muro
Troppe case e impianti balneari, sul 60% delle coste lo specchio d´acqua non si vede più.
Antonio Cianciullo su
la Repubblica

La ragazza in crisi che si ritrova unita al nuovo compagno dalla magia del raggio verde, il misterioso riflesso marino descritto da Eric Rohmer. Le dune di Ostia a pochi anni dalla guerra immortalate, assieme a Marcello Mastrioanni, in Una domenica d´agosto. I vitelloni raccontati da Fellini nel loro ondeggiare tra caffè, biliardi e amori sulle spiagge. Sarà bene tenerseli cari questi film, perché i paesaggi che li animano potremo goderli solo al cinema.
Le trasformazioni urbanistiche degli ultimi decenni hanno cambiato in modo drastico la prospettiva dai litorali italiani, il lungomare come prospettiva, come sfida emozionale sta sparendo, sostituito dall´affastellarsi di caseggiati, svincoli portuali, stabilimenti irregimentati. Abbiamo già perso due terzi del nostro affaccio al mare.
La denuncia viene da uno studio dei Verdi che parte da un dato Unep (il Programma ambiente delle Nazioni Unite): se nell´intero bacino mediterraneo il 40 per cento delle coste è stato occupato da interventi antropici, in Italia la percentuale supera il 60 per cento. E, all´interno di questa quota di litorale invaso, le ville antiche e i centri medioevali rappresentano la parte decisamente minoritaria. Pochi decenni di sviluppo incontrollato hanno rubato più spazio di millenni di storia.

Al lido di Ostia l´85 per cento del litorale è occupato da stabilimenti. A Fregene non esiste un vero lungomare e a Torvaianica, sempre nel Lazio, otto chilometri ininterrotti di edifici impediscono non solo l´accesso al mare ma anche la vista dell´acqua. In Sicilia la cancellata sulla spiaggia di Mondello ha acquistato un valore simbolico. A Maiori, nella costiera amalifitana, è sparita la spiaggia libera. A Forte dei Marmi la vista mare è impedita sul 70 per cento del litorale. In controtendenza la Puglia e la Sardegna, con il 70 per cento del mare visibile in molte città.
Nel complesso sono 7 mila gli stabilimenti che gravano sui 7.375 chilometri di litorali italiani. Il record spetta alla Liguria, dove su 135 chilometri solo 19 sono liberi.

E agli stabilimenti vanno aggiunti le infrastrutture, i campeggi, i villaggi turistici, le opere abusive residenziali, gli agglomerati urbani a ridosso dell´arenile. Portando così il dato complessivo sull´occupazione delle aree demaniali marittime attorno al 60 per cento del totale.
Un´occupazione che spesso comporta la negazione del diritto all´accesso al mare. L´effetto gabbia provocato dal muro di cemento - come è stato sottolineato nel Manuale di autodifesa del bagnante redatto dai Verdi e nella denuncia del ministro-ombra dell´Ambiente, Ermete Realacci - restringe infatti l´accesso al mare facilitando la pratica illegale del pedaggio per il bagno. La norma approvata dal Parlamento nel 2006 è chiara: è fatto obbligo «ai titolari delle concessioni di consentire il libero e gratuito accesso e transito per il raggiungimento della battigia anche al fine della balneazione». Ma gli abusi e i pagamenti imposti illecitamente restano frequenti.


Fronde di Polizia
Massimo Gramellini si
La Stampa

Cosa pensereste se vi dicessero che la Polizia ha rinnovato il guardaroba dei suoi ragazzi, dotandoli di nuove camicie e nuovi cinturoni? Forse che con quei soldi avrebbe fatto meglio a innaffiare le loro buste-paga. Ma se in sovrappiù vi svelassero che quelle camicie e quei cinturoni giacciono inservibili dentro i cassetti delle questure perché nel frattempo, all'insaputa del sarto, la Polizia ha deciso di cambiare il proprio stemma? Quello antico, ancora presente nelle divise appena sfornate, era contornato da due fronde di quercia e alloro che nel nuovo sono state tagliate.

Ammettiamolo. Non è semplice fabbricare uno spreco così. Occorrono talenti organizzativi particolari. Un labirinto di riunioni schizofreniche e universi paralleli, dove tutti si parlano addosso e nessuno ascolta. Di qua un ufficio che ordina il disegno del nuovo stemma. Di là un altro che ordina le divise con il vecchio stemma. Senza che, né di qua né di là, ma neanche di sopra o di sotto, ci sia qualcuno che si prenda la briga di segnalare l'incongruenza. Magari un funzionario solerte ci avrà anche provato. Ma sarà stato caldamente invitato a farsi gli stemmi suoi, secondo la regola aurea della burocrazia italiana, che all'articolo 1 recita: «Non è di mia competenza». L'augurio è che qualche persona ancora provvista di senso del ridicolo decida di sottrarre alle tarme le camicie e i cinturoni, restaurando d'imperio il vecchio stemma. A proposito, era proprio indispensabile cambiarlo? Ci avevano detto che il problema dell'ordine pubblico erano le bande e le ronde, non le fronde.


L´ultimo robot rimasto sulla Terra
Appena uscito nelle sale degli Stati Uniti il piccolo spazzino meccanico creato dalla Pixar ha spaccato il Paese. C´è chi accusa il film di animazione di essere un manifesto antiamericano e chi approva la sua morale ecologista. Ma "Wolli" è soprattutto un irresistibile eroe che, solo in un mondo distrutto e abbandonato dall´uomo, continua a fare il suo lavoro: pulire il pianeta.
Vittorio Zucconi su
la Repubblica 080720

Creaturina ammaccata che sembra nata dall´amore tra una raccolta differenziata e un termovalorizzatore, con quegli occhioni strappacuore che ci guardano in silenzio con la malinconia di un E.T. e la disponibilità del robottino numero 5 di Corto circuito, Wall-E è il più tenero, doloroso, abile pugno nello stomaco dell´ecoscetticismo e del consumismo che la fantasia della Pixar Disney e l´arte della computer animation potessero produrre. Se Juno, la fiaba edificante della ragazza che in extremis rifiuta l´aborto e accetta la propria gravidanza, fu assunto come l´improbabile manifesto dei crociati pro-vita, così le avventure dell´ultimo abitante meccanico della Terra trasformata da noi umani in un´immensa e inabitabile discarica fa quello che neppure mille documentari ecologisti con le loro prediche e statistiche riuscirebbero a fare. Ci costringe, passando attraverso i bambini ai quali è fintamente destinato per arrivare in realtà agli adulti, a vergognarci per quello che stiamo facendo di noi e a noi.
Era probabilmente dal 1968, dall´uscita di 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick e Arthur Clarke, che un film di pura fantasia pseudoscientifica, e in questo caso addirittura di animazione pura, non aveva costretto i critici e il pubblico a tornare a casa dai multisala avvolti in una inquietudine mescolata a confusione, e poi a tornare sopra alle immagini e alle sequenze cercando di capire e di interpretare. Come il film di Kubrick cadde proprio alla vigilia dello sbarco sulla Luna, nutrendosi quindi dell´ansia per una realtà imminente, così questo cade nel grembo di nazioni lacerate tra la voglia di continuare spensieratamente a consumare e sporcare e il timore di scoprire che stiamo davvero bruciando la casa nella quale abitiamo.
Wall-E è un robot del Ventottesimosecolo, settecento anni dopo di noi (abbiamo ancora un po´ di tempo, dunque), un super trash compactor, come quella macchine che nelle cucine americane e nei condomini nuovi raccolgono l´immondizia e la compattano, per renderla più trasportabile e meno ingombrante. Il suo nome, che si pronuncia come «Wally», è il realtà l´acronimo composto dalla sua complicata e arida designazione tecnica (immaginaria): Waste Allocation Load Lifter - Earth Class, sostanzialmente un automa-scopa per rifiuti terrestri, pronipote di quei robottini che i documentari futuristi degli anni Cinquanta mostravano nelle cucine e nella case, come servizievoli ed efficientissime colf per sollevare casalinghe già allora disperate dalle faccende domestiche.
Ma non ci sono più né padrone di casa cotonate né papà imbrillantinati che escono all´alba per andare al lavoro, né bambini, né animali, eccetto l´ultimo essere sopravvissuto alla devastazione del pianeta, il proverbiale e inestirpabile scarafaggio, attorno a Wall-E che continua diligentemente, nonostante le ammaccature, la ruggine e la solitudine, a raccattare, spostare e ammonticchiare rifiuti, secondo il proprio programma. E a guardare verso il cielo con quegli occhi tristi a binocolo e con l´espressione del cane che attende un padrone che non tornerà più. Dove sia andato a finire il padrone, se ancora esista da qualche parte della Galassia, lo scoprirà chi andrà a vedere il film, ma non ci si aspettino happy ending rassicuranti a questa favola.
Ci si possono invece attendere migliaia di "perché" a papà e mamme chiesti dai bambini che andranno a vederla, come migliaia di "perché" si sono chiesti prima i critici cinematografici, poi i commentatori in vena di socio-ecologia sul Los Angeles Times, il New York Times, la Village Voice e la foresta di blog, prima sorpresi, poi turbati, poi anche irritati, dalla morale anticapitalista, anticonsumista, antiscettica, che il robottino fa, pur senza dire quasi mai una parola per i primi quaranta minuti, neppure nel suo linguaggio da R2D2 di Guerre Stellari. «Se questo film l´avesse fatto un Michael Moore o qualche regista europeo con la puzza sotto il naso avremmo gridato al manifesto di sinistra antiamericano», ha scritto il Los Angeles Times citando un blogger. «Non c´è dubbio che sia una parabola ecologista sincera e seria, ma non semplicistica», ha capito il critico del New York Times al quale è piaciuto moltissimo.



Lo strano caso delle misure scomparse
Una norma dell´Unione Europea ha decretato la fine dell´acro: dal 2010 anche in Gran Bretagna la superficie di un terreno verrà calcolata in ettari. Un tributo necessario al progresso ma anche la morte emblematica di uno degli ultimi modi di rapportarsi con il mondo a partire dal corpo e dalla fatica degli uomini.
Michele Smargiassi su
la Repubblica

… Povero, povero marchese di Condorcet. Pensava proprio che la Francia dei Lumi avesse fatto al mondo un regalo universale ed eterno. La libertà? L´eguaglianza? La fraternità? No: il metro. Misura scientifica delle cose, trionfo dell´esattezza e figlio della Ragione. Che angoscia per lui, matematico illuminista, utopista e rivoluzionario, se potesse sentire come è stato accolto pochi giorni fa quel dono sull´altra sponda della Manica. «Fascismo metrico decimale», ecco come. Si sono arrabbiati di brutto gli isolazionisti del piccolo UK Independence Party, ma un po´ di sgomento è circolato anche fra i moderati, e perfino fra gli europeisti convinti, quando sotto i colpi del metro un altro pezzo di Impero s´è sgretolato. Un pezzo grande meno di mezzo ettaro, ma con più di mille anni di storia.
L´acro. È stato condannato a morte dall´Europa unita. Una clausola scivolata quasi inavvertitamente fra le righe di una noiosa direttiva Ue su agricoltura e pesca stabilisce che dal primo gennaio 2010 in Inghilterra non si potranno più stipulare compravendite di terreni con quella misura tradizionale, pari a 4.840 iarde quadrate, equivalenti a 4.046 metri quadri; il catasto dovrà accettare esclusivamente ettari. L´acro raggiunge dunque il furlong, la pertica, il rod, il chaldron, il cran, il cavallo vapore e il grado termico britannico nel cimitero delle unità di misura imperiali defunte. Gridano al tradimento i Metric Martyr, seguaci del droghiere Steve Thoburn che sette anni or sono sfidò la legge vendendo le sue banane solo a libbre, e morì di crepacuore subito dopo la condanna definitiva. Pochi anni fa in effetti i britannici avevano ottenuto per l´acro, come per la pinta, una parziale deroga che pareva senza scadenza. Pareva. Ma i sostenitori del sistema metrico decimale (ce ne sono anche là) hanno deciso di passare all´offensiva, di portare a termine la rivoluzione interrotta del 1965, quando il Board of Trade annunciò entro dieci anni la conversione integrale, che invece restò in mezzo al guado, cosicché oggi i sudditi di Sua Maestà bevono limonata a litri ma birra a pinte, corrono i centro metri piani ma guidano per miglia, perdono chili con la dieta ma li riprendono sbafando libbre di pudding.
La storia ha le sue vendette sottilmente scioviniste. Nel 1790 gli inglesi si ritrassero intimoriti dalla proposta dei dirimpettai francesi, freschi di rivoluzione, di lavorare insieme alla riforma dei pesi e delle misure che partorì, appunto, il metro. Due secoli dopo se la vedono imporre d´autorità da Strasburgo. L´inglese è riuscito a imporsi come lingua franca del mondo, ma il metro, invenzione parigina, ne è diventata la misura franca. Sotto il Big Ben si affoga il dispiacere nelle pinte del pub, già tremando al pensiero di dover presto ordinare «568 ml di bitter, please».

Cos´è l´acro? Viene dal latino ager, radice etimologica di agricoltura. Dall´alto medioevo in poi, indica quella striscia di campo che un uomo e un bue possono arare in una giornata. Come tutte le misure più antiche della terra non è una quantità assoluta, ma una relazione spazio-temporale fra l´uomo e la natura. Protagora: «L´uomo è la misura di tutte le cose». Lo è stato veramente, e per millenni. Cubito, una delle primizie: la distanza tra la punta dell´indice e il gomito. Poi braccio, dito, pollice, unghia (in Birmania perfino il capello): la scimmia intelligente conta il mondo con le sue membra. Dire addio all´acro è abbandonare una delle ultime misure antropomorfe della storia.

Di quegli archeo-metri a misura d´uomo resta in servizio nel mondo anglosassone ormai solo il miglio: i «mille passi» (doppi e militareschi: dest-sinist!) con cui i calzari delle centurie romane tracciarono le vie dell´Impero. Ma anche per lui l´ora sta per suonare: ThinKMetric!, intimano sulle highway americane grandi cartelli con le tabelle di conversione in chilometri. Bene, benissimo: è la globalizzazione, bellezza. Come ci si muoverebbe sennò in un mondo senza comune misura? Vogliamo forse girare col convertitore tra tsubo giapponesi, peninkulma finnici, li cinesi eccetera? Le verste ci danno quel delizioso senso di vaghezza letteraria nei romanzi di Tolstoj, ma sono un po´ scomode per viaggiare. Il mondo interconnesso reclama uniformità, è evidente. Nel '99 la sonda Climate Orbiter della Nasa si schiantò su Marte perché i progettisti avevano pasticciato tra pollici e centimetri. Un solo pianeta, una sola misura. Per i nostalgici della bio-diversità metrica qualche contentino, qualche nicchia ecologica: il nobile furlong (un tiro di buoi) si usa ancora per certe corse di cavalli, tanto lì male non fa, come un orso allo zoo. E poi, suvvia, il metro non è storicamente un frutto del progresso? Della libertà? Non furono proprio i cahiers de doléances dell´89 a chiedere a gran voce di uniformare il caos delle misure feudali, diverse tra borgo e borgo, e magari tra banco e retrobottega, caos comodissimo per baroni avidi e mercanti truffaldini? «Non avrai due pesi e due misure», anche per la Bibbia è questa la definizione di giustizia. Il metro non è una conquista democratica?

Certo, il metro unifica le quantità, ma è davvero solo questa che ci interessa? E la qualità delle cose del mondo? Le vecchie misure proprio questo riuscivano a dare: informazioni sul valore, cariche di significati anche complessi. L´estensione, la pura quantità, non è sempre l´informazione più importante. In questo i tomoli, gli stai e le giornate dei nostri nonni erano più efficienti del nostro ettaro. Il campo che si ara in due giorni è diverso da quello che si ara in uno solo; il solco che ha bisogno di due moggi di semente è diverso da quello che per dare gli stessi frutti se ne mangia quattro. Nella presunta "era del pressappoco" la terra si misurava molto precisamente con la fatica che strappava, con le risorse che ingoiava, addirittura con la fame che riusciva a placare: bocche si chiamano ancora oggi gli appezzamenti di terra che alcune partecipanze agrarie dell´Emilia redistribuiscono periodicamente ai millenari discendenti dei primi soci sulla base del numero di componenti delle loro famiglie.

Ora indietro, è chiaro, non si torna. Ci teniamo il metro, anche perché funziona benone. Ma senza accorgercene, quando possiamo ne fuggiamo. Innocenti evasioni. Cosa rispondiamo all´amico che ci offre l´aperitivo, «versamene quattro centilitri» oppure «ne prendo solo due dita, grazie»? E in cucina lavoriamo sempre a ettogrammi, oppure più volentieri a manciate di riso, cucchiaiate d´olio, tazze di farina, pizzichi di sale? Lasciate ai britannici le loro pinte di birra, per carità. Ad ogni materia il suo metro di misura, è una filosofia sicuramente imprecisa ma più calorosamente umana.
E poi, questo metro, con tutta la parentela di ettari e millimetri, è davvero così infallibile? Non abuserà della sua reputazione? La lunghezza di quel proto-metro di platino fuso nel 1799, calcolata in mezzo a guerre e ghigliottine da un pugno di ardimentosi geometri in sei anni di triangolazioni topografiche lungo il meridiano che corre tra Dunquerque e Barcellona, fu sorprendentemente accurata. Ma il prototipo sbaglia. La lunghezza di quella sbarra metallica è variabile al decimilionesimo di metro. Scarto ridicolo per chi deve costruire un ponte o un palazzo, enorme per chi lavora su microtecnologie che non tollerano errori superiori al decimilionesimo di millimetro. Così il metro di riferimento oggi non è più quello dei giacobini, un concreto frammento di crosta terrestre materializzato in un oggetto che chiunque può andare a vedere al museo di Sèvres. È lo spazio «pari a 1.650.763,73 lunghezze d´onda nel vuoto della radiazione corrispondente alla transizione fra i livelli 2p10 e 5d6 dell´atomo di cripto 86». Misura comprensibile solo a poche migliaia di scienziati e verificabile da poche decine. La dis-umanizzazione della misura del mondo ha raggiunto il suo apice. Forse anche il suo limite. Con buona pace di Condorcet, il metro non è mai stato di tutti gli uomini, e probabilmente non sarà per tutti i tempi.



  3 agosto 2008