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La settimana sulla stampa
a cura di Fr.I. - 10 agosto 2008


L´olimpiade infangata
Dalla Berlino di Hitler alla Cina 70 anni di fango sui cerchi olimpici
Le gare non si fermarono nemmeno a Monaco nel 1972 dopo la strage
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

Dinosauro retorico commercial-sportivo sopravvissuto all´estinzione della propria ragione ideale di esistere, come il G8, la Nato e purtroppo la sempre più impotente Onu, l´Olimpiade si schianta anche a Pechino contro la realtà di un mondo che non risponde alle pie invocazioni del Papa o agli slogan degli organizzatori.
L´appello dei trentacinque atleti della Georgia, repubblica indipendente martellata dalla neo Armata Rossa di Putin, è soltanto un altro chiodo in una bara che neppure i tesori, gli inganni, le coreografie e tutto il "villaggio Potemkin" costruito dal regime cinese avrebbero potuto imbiancare.
Le Olimpiadi come momento di sospensione dell´odio fra polis, razze e nazioni, e pura esaltazione della competizione pacifica sono morte dal primo agosto di 72 anni or sono, nell´Olympia Stadion di Berlino, quando il Comitato Olimpico, americani in testa, finse di credere alla promessa nazista di non discriminare contro atleti e atlete ebrei.
Sembrò rivivere nella pacifica e neutrale Helsinki del 1952, dopo la triste esibizione di Londra 1948 che vide esclusi, per volere di Mosca, tedeschi e giapponesi, quando finalmente la Russia di Stalin acconsentì a gareggiare contro Germania e Giappone in Finlandia. Spontaneamente, i giovani concorrenti del «blocco occidentale» portarono in trionfo i vincitori della gare venuti dal «blocco comunista». Furono belle a Melbourne, nel 1956, a Stalin finalmente sepolto e nell´alba di quella che sarebbe poi stata chiamata la «distensione», poco dopo la fine della Guerra in Corea e ancora lontani dal tritacarne vietnamita.
E celebrò, proprio nella capitali di due nazioni del Patto Tripartito nippo-tedesco-italiano, nella Roma del 1960 e nella Tokyo del 1964, il pieno ritorno di Italia e Giappone nella comunità delle nazioni ricostruite due volte, nelle strade e nella vita civile.
Avrebbero dovuto forse fermarsi lì, nelle immagini delle colombe in volo su Livio Berruti verso l´oro dei 200 metri e poi sullo stupore ammirato per quello «shinkansen», quel treno proiettile che neppure 20 anni dopo la fine della guerra ricollegava Tokyo alle altre città giapponesi, a velocità che in Italia ancora aspettiamo, 60 anni dopo la Liberazione. Ma la dinamica del dinosauro olimpico, bestione che continua a ingigantirsi fino a quando collassa su se stesso, si era messa in moto. Da Città del Messico 1968, dunque in un anno realmente «horribilis» per il mondo che avrebbe visto lo stupro sovietico di Praga, il massacro del Tet in Vietnam, due omicidi politici negli Usa e l´Europa scossa da ebollizioni sociali e culturali, si alzarono i pugni al cielo di Carlos e Smith per far capire, a chi l´avesse voluto capire, che le fiaccole e gli inni, i pepli delle finte vergini vestali e il mito - sempre mito - del «qui si fa sport e non politica» erano ormai scenografie da billboard per bibite, panini e radioline. E, peggio, per regimi politici abominevoli e movimenti disperatamente feroci.
Era ovvio, lampante, che dalla Monaco '72, violentata dai terroristi palestinesi non si sarebbe dovuta ritirare soltanto la squadra israeliana colpita nella propria carne, ma si sarebbe dovuta ritirare Olimpia tutta, per un pudore che la ex vergine venduta non conosceva più. Ma non ci dovevano essere pause, nell´alimentazione del mostro divenuto un´occasione per formaggini, carte di credito, patacche ideologiche e Frankenstein dei gabinetti per alchimisti del doping. A Montreal '76 non si presentarono squadre africane indignate per il ruolo sportivo internazionale del Sudafrica ancora schiavo dell´apartheid e cominciarono a fare la loro apparizione quei tragici bonsai di donna costrette a restare bambine per vincere medaglie di ginnastica, esempio di quel «doping», di quel falso in atto sportivo, che poi sarebbe dilagato.
Lo zenith, e quindi il nadir, fu toccato nella lubugre Mosca '80 desertificata dal Kgb che l´aveva svuotata di ogni indesiderabile, da Sakharov al più mite dei dissidenti, per sterilizzare l´orda di giornalisti affluita e accettò un´Olimpiade grottesca, senza americani, inni nazionali, bandiere, una punizione per l´Afghanistan che non servì naturalmente a nulla. L´Armata Rossa, che oggi bombarda i georgiani come ieri rase al suolo la Grozny cecena, avrebbe impiegato altri 9 anni per lasciare Kabul. Los Angeles '84 fu castrata dalla puntuale contro rappresaglia sovietica.
Seul 1988 non conobbe guerre né sangue, altro che quello prelevato a Ben Johnson, il superuomo canadese risultato gonfio di steroidi anabolizzanti e dunque squalificato, insieme con un mondo, quello dello sprint, che da allora sarebbe per sempre stato, come il ciclismo, inquinato dal sospetto di quelle cosce enormi, come quelle mani, quelle mandibole e quei piedi troppo sviluppati di molti nuotatori. La Atlanta del 1996, capitale della gassosa più celebre del mondo, fu giustamente dileggiata come la «Cocacolimpiade».
Era dunque ovvio che questa Olimpiade 2008 di Pechino, stretta fra la "pokazuka", la grande messinscena di un regime totalitario capace di unire la spremitura sociale del peggior capitalismo ottocentesco alle tecniche repressive e propagandistiche del grande fratello orwelliano, non avrebbe potuto non essere attraversata e trafitta dalla realtà interna come da quelle esterna, dalle bombe di chissà quale gruppo o individuo, dall´omicidio di un visitatore americano semiufficiale, dalle restrizioni ai media spacciate ai volenterosi creduloni del Cio, fino a quella agghiacciante operetta della fiaccola attraverso il Tibet occupato. Non è certamente colpa del regime cinese se russi e georgiani sono di nuovo, come nei primi anni della presa del potere bolscevico nel 1917, alle armi, se gli osseti, come i ceceni, come gli abitanti del Nagorno Karabakh chiedono impossibili autonomie e ricongiunzioni, proprio nelle terre dove zampilla quel petrolio che tiene a galla il neo zarismo putiniano incapace di altro sviluppo che non sia di corte e, con noi, loro.



E tutti sparavano sul quartier generale
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

TANTE cose che accadono tutte insieme e delle quali ci sfugge il senso. Tante casematte munite di potenti cannoni che sparano da parti diverse sul Quartier Generale. Ma esiste ancora un Quartier Generale? Tanta confusione sotto il cielo che segnala l´emergere d´una nuova storia. Oppure è la vecchia storia che sotto forme diverse si ripete con inevitabile monotonia? Il potere. Quella che sta andando in scena a tutti i livelli è ancora una volta l´eterna vicenda del potere, quello mondiale e quelli locali, scontro di poteri vecchi e nuovi, terremoti improvvisi e scosse di assestamento. Aumentano dovunque le diseguaglianze. Tra ricchi e poveri, tra esclusi e inclusi, tra giovani e vecchi, tra istruiti e ignoranti, tra sani e malati, tra Nord e Sud e Est e Ovest, tra religioni e miscredenze, tra maschi e femmine, tra fanatici e tolleranti. Le popolazioni del pianeta hanno le convulsioni e non sappiamo se esse anticipano un generale declino o piuttosto una nuova aurora. Del resto non è la prima volta e il XX secolo è stato attraversato da fenomeni analoghi.

* * *
I giochi olimpici si svolgono in un immenso paese dominato da un regime autocratico che si sta modernizzando con un tasso di crescita dell´8 per cento l´anno. Un miliardo e 300 milioni di anime delle quali almeno un terzo sono già incluse nella civiltà dei consumi mentre un altro terzo vi entrerà tempo una o due generazioni.
L´autocrazia spinge e regola il mercato. Pervasa dalla corruzione come tutte le autocrazie e come tutte le democrazie, l´austerità non alligna in nessun luogo dalla Grecia di Pericle alla Roma dei Cesari, dalla Compagnia delle Indie alle Corti del Rinascimento.
I giochi rappresentano uno scenario ideale per celebrare la lealtà sportiva e l´amicizia tra i popoli in un contesto di lotte sordide e corposi interessi. In piccolo ne vediamo la ripetizione domestica per quanto sta accadendo all´Expo milanese: Moratti, Tremonti, Formigoni, Ligresti e i leghisti del Dio Po. Spettacolo consueto, niente di nuovo.
Ma a Pechino la posta è immensamente più grande. Una grande potenza emergente si presenta ufficialmente al mondo gettando sul piatto della bilancia il peso della sua forza demografica, economica, politica, militare. La Cina si apre scaricando sul resto del mondo la sua domanda di petrolio, di materie prime, di manufatti, la nube tossica del suo inquinamento, il vincolo tra potere autocratico e sviluppo economico. Ancora una volta i contadini pagano il prezzo del risparmio forzato e dell´accumulazione del capitale.
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Nelle stesse ore è scoppiata la guerra tra Russia e Georgia. Mentre scriviamo i bombardieri distruggono il porto principale della Georgia e sganciano razzi e bombe sulla regione.
La posta apparente è l´Ossezia del Sud, un lembo di terra montuosa senza importanza geopolitica ed economica. Ma dietro un minuscolo problema di sovranità c´è l´aspirazione della Georgia ad entrare nella Nato e il desiderio dell´America di accoglierla mettendo un´ipoteca caucasica sul fianco della Russia. Il Caucaso è una terra di cerniera tra Occidente e Oriente, tra il Caspio e il Mar Nero. Lo fu per Alessandro il Grande, lo fu per i mongoli, lo è stato per l´impero inglese ed ora per gli Stati Uniti, ricco di petrolio e sede di transito dei grandi oleodotti che arrivano fino alla Mesopotamia e al Mediterraneo.
La Georgia è la chiave di quella zona del mondo. Il suo esempio di indipendenza può contagiarsi in vasti territori dell´Asia Centrale, le repubbliche islamiche che premono anch´esse per entrare nella galassia euro-americana fino all´Ucraina e alle terre cosacche.
Perciò la reazione russa sarà durissima come lo fu ai tempi di Shevardnadze, il grande comprimario della "perestrojka" ai tempi di Gorbaciov e poi dittatore della Georgia fino alla rivolta popolare che portò alla sua caduta.
Ma lo scossone georgiano sarà avvertito anche a migliaia di chilometri di lontananza. Avrà ripercussioni sulla lotta all´ultimo voto tra Barack Obama, e John McCain, tra i democratici buonisti e i repubblicani intransigenti e conservatori. Bush ha dato per primo il segnale e McCain l´ha seguito a minuti di distanza. Obama ci ha pensato tre ore per allinearsi ma la sua credibilità è scarsa su questo tema; le bombe dei bombardieri russi su Tbilisi spostano voti preziosi in Pennsylvania e in Texas, sulla costa occidentale e nelle grandi pianure dell´Ovest.

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Accade intanto un fatto strano: il prezzo del petrolio diminuisce da due settimane dopo aver superato il traguardo dei 160 dollari al barile. Si pensava che la guerra nel Caucaso lo riportasse al rialzo e ce n´erano parecchi motivi, invece, quando già tuonavano i cannoni e si accatastavano centinaia di morti, il prezzo del greggio ha toccato il minimo di 115 dollari. Le scorte Usa sono in aumento. Contemporaneamente il dollaro si apprezza rispetto all´euro che da 1,60 è sceso in pochi giorni a 1,50.
Petrolio debole, dollaro più forte. Chi pensava che l´ascesa del greggio fosse frutto prevalentemente della speculazione e proponeva lotta ad oltranza per stroncarla si dovrà ora ricredere: la speculazione precede, come è suo utile compito, l´andamento reale delle curve di domanda e di offerta; quando la domanda supera un´offerta la speculazione gioca al rialzo ma quando si indebolisce gioca al ribasso.
Ora la domanda dei consumatori occidentali è in drastica riduzione, il prezzo era andato troppo in alto, i consumi in America e in Europa si sono contratti, la speculazione punta dunque al ribasso. Le proposte e la diagnosi di Tremonti erano sbagliate e non faranno passi avanti.

La Robin Tax su petrolio ed energia è una di quelle, dovrebbe dare un gettito di oltre 4 miliardi che in gran parte si trasferiranno sulle bollette dei consumatori, ma ne daranno assai di meno se il consumo diminuirà come sta avvenendo, con inevitabili ripercussioni sul gettito.

* * *
In realtà lo spettro della "stagflation" si aggira sull´Europa e sull´Italia in particolare che da due trimestri è a crescita zero. Se il terzo avrà lo stesso andamento o peggio, saremo per la prima volta dopo molti anni ufficialmente in recessione.
I sindacati sono preoccupati, le industrie e il commercio sono preoccupati, Emma Marcegaglia è preoccupata e anche Tremonti lo è. Se cercate uno che non lo sia lo troverete facilmente nel "premier" Silvio Berlusconi che ringrazia la sua squadra di governo e ritiene che la legge finanziaria appena approvata sia la migliore del mondo, loda il suo superministro dell´Economia e promette che passata la buriana saremo più forti di prima.
«Più forti e più felici di pria». Ricordate il Nerone di Petrolini? «Grazie» gridava una voce dalla piazza. «Prego» rispondeva Nerone-Petrolini con la cetra in mano dagli spalti del Palatino. «Grazie» «prego», «prego», «grazie», «prego» in uno scambio sempre più rapido ed esilarante.
Tito Boeri nel nostro giornale di ieri ha qualificato come pessima la Finanziaria di Tremonti. Non ripeterò se non per dire quanto sia falsa l´affermazione «non metteremo le mani nelle tasche degli italiani, ma taglieremo le spese». Tagliare gli sprechi è un conto, tagliare 16 miliardi di spese è un conto diverso.
Quel taglio significa mettere le mani nelle tasche degli italiani; che altro avviene infatti quando si tagliano stipendi, contributi agli enti locali, minori posti letto e chiusura di ospedali, imposizione di ticket, peggioramento dei servizi? Crescita zero del reddito? Inflazione? Non è un altro modo di mettere le mani nelle tasche? Pensate che sia un modo indolore?
Se si tagliano così profondamente e indifferenziatamente le spese, bisogna compensarle in qualche modo. Bisogna scegliere chi si può penalizzare e chi no. Una cosa è certa: la tassa inflazione colpisce i redditi fissi cioè il lavoro. Qualcuno ci rimette, qualcuno ci guadagna, anche qui a livelli diversi si riproducono diseguaglianze e lotta per il potere. Nulla è neutrale e chi vuol darcela da bere è un emerito imbroglione.



FINANZIARIA
Una casa solo per i palazzinari
Il ministro Tremonti presenta il «piano casa» e promette 20 mila nuovi alloggi già a partire dal 2009. «Una truffa» secondo il sindacato inquilini. I soldi erano quelli già stanziati dal governo Prodi e gli aiuti sembrano destinati ad alleviare solo le sofferenze degli immobiliaristi. Intanto, contro i tagli della manovra triennale si levano le proteste degli statali, che annunciano la mobilitazione a settembre, e dei magistrati
Sara Farolfi su
il Manifesto

ROMA - Con un gioco delle tre carte dal sicuro effetto mediatico, il ministro Tremonti ha presentato ieri in pompa magna il «piano casa», contenuto nella manovra triennale. Che forse però più che le sofferenze dei cittadini - alle prese con prezzi di affitto inaccessibili o indebitati fino al collo con mutui il cui tasso d'interesse cresce in proporzione diretta con le tensioni del credito internazionale - allevierà le sofferenze dei palazzinari nostrani, alle prese con un settore (l'edilizia) in caduta libera, dopo anni di fasti e fortune senza precedenti.
Procediamo con ordine, a partire dal gioco delle tre carte. Tremonti promette 20 mila nuovi alloggi, già a partire dall'anno prossimo. Tutto vero probabilmente, «non fosse che intanto ne cancella 12 mila», denuncia Luigi Pallotta, segretario generale del Sunia (il sindacato inquilini della Cgil). Come? Stornando sul nuovo «piano casa», 550 milioni di euro che il governo Prodi aveva già stanziato nel 2007 all'emergenza abitativa, in particolare alle famiglie disagiate sottoposte a sfratto. Il piano era già passato al vaglio - nell'ordine - di comuni, regioni e dell'allora ministro delle infrastrutture Antonio Di Pietro che aveva emanato il decreto. I cantieri per il recupero di 12 mila alloggi erano pronti a partire. E invece niente, contrordine. «Quei 550 milioni sono ora destinati a un fondo nazionale che dovrà finanziare un piano casa tutto ancora da definire, entro sei mesi, e che successivamente dovrà essere attuato da regioni e comuni».
Seconda carta, seconda parte del finanziamento. Si tratta di quei 280 milioni di euro che sempre il governo Prodi aveva destinato ai contratti di quartiere, ossia agli accordi territoriali di programma finalizzati al recupero edilizio di 'pezzi di città' e ad alloggi in locazione a canoni sostenibili per i magri redditi dei cittadini. Anche qui, stessa musica. Via i contratti di quartiere, i 280 milioni di euro passano al piano Tremonti.
E arriviamo all'ultima carta, la terza parte delle risorse stanziate dal governo al «piano casa». Quei restanti 100 milioni di euro stornati da Tremonti e che invece l'ultima finanziaria targata Prodi aveva destinato ad una società dell'agenzia del demanio per l'utilizzo di tutte le aree demaniali dismesse (per esempio, le ambitissime caserme). Anche in questo caso aree poi vincolate a canoni di affitto sostenibili.
Secondo Pallotta si tratta di «una vera e propria truffa», «l'ennesimo sostegno ai costruttori nostrani che per effetto della crisi vedono crollare le compravendite». Tanto più che, nota ancora il Sunia, nel corso dei mesi, e cioè dalla presentazione del decreto legge che anticipa la manovra finanziaria alla sua approvazione, le parole «affitto» e «locazione» sono praticamente scomparse: «Si parla di edilizia residenziale, tutta l'enfasi è sulla casa di proprietà quando il problema di fondo per i redditi medi è che non si trova una casa in affitto». E' vero che in Italia l'80% circa delle famiglie possiede una casa di proprietà, ma si tratta di cittadini o famiglie indebitati e strozzati oggi da tassi di interesse che da qualche mese sono ai massimi. Ed è altresì vero che, sempre l'italia, è il paese europeo con il più basso livello di case in affitto.
Ciò che promettono Berlusconi e Tremonti è la risoluzione dei problemi per i cittadini più poveri, famiglie, giovani coppie, e poi studenti, inquilini sotto sfratto. Tutti rigorosamente italiani (per gli immigrati vale la regola dell'assegno sociale: diritti sì a condizione che siano residenti in Italia da almeno dieci anni). «Il piano - si legge nel decreto - è rivolto all'incremento del patrimonio immobiliare ad uso abitativo, attraverso l'offerta di abitazioni di edilizia residenziale, con il coinvolgimento di capitali pubblici e privati, destinate prioritariamente a prima casa». Come? Attraverso la costituzione di «fondi immobiliari destinati alla valorizzazione e all'incremento dell'offerta abitativa», e alla promozione di «strumenti finanziari immobiliari innovativi con la partecipazione di soggetti pubblici o privati». Bene, dato che i suddetti costruttori - o palazzinari che dir si voglia - non navigano certo in buone acque di questi tempi, travolti come sono dallo scoppio della bolla immobiliare che dagli Stati uniti è rapidamente arrivata anche nel belpaese, il sospetto fondato - e esplicitato dal sindacato inquilini - è che il governo pensi soprattutto ad correre in loro soccorso. Secondo Andrea Martella, responsabile infrastrutture del Pd, «il Sunia svela l'ennesimo inganno di Tremonti ai danni degli italiani più deboli. Il piano casa non esiste, è il solito bluff mediatico che scarica su regioni e comuni ulteriori oneri».


Bossi e il gesto anti-Inno
La Procura: da archiviare
Il pm di Venezia: non è reato da sottoporre al tribunale dei ministri. Ora i giudici potranno decidere di accogliere la richiesta assolvendolo o rimandare il caso a un giudice ordinario
Del Frate Claudio sul
Corriere della Sera

MILANO - Se reato c' è, non è cosa da tribunale dei ministri. Il dito medio alzato da Umberto Bossi a corredo dell' inno di Mameli potrà al massimo dare luogo a un processo davanti a un tribunale ordinario. A violare la legge, insomma, può essere stato tutt' al più il cittadino Bossi, non il ministro. Sul «misfatto» di domenica 20 luglio, quando durante un comizio a Padova il capo leghista si esibì nel gestaccio poco istituzionale, il procuratore aggiunto di Venezia Carlo Mastelloni ha chiesto l' archiviazione del fascicolo: a suo avviso non c' è stato alcun reato «ministeriale» e per questo motivo ha invitato l' apposito tribunale che giudica il comportamento dei componenti del governo a metterci una pietra sopra. Questo non significa che da oggi in avanti chiunque - a cominciare da chi governa il Paese - si possa sentire autorizzato a farsi beffe dei simboli dello Stato. Nelle frasi che accompagnano la richiesta di archiviazione, il procuratore Mastelloni sottolinea che Fratelli d' Italia rappresenta un simbolo in grado di accomunare i cittadini e gli uomini delle istituzioni; anche e specialmente nel corso di cerimonie che onorano quanti sono caduti per la patria. Per questa ragione nessuno ha il diritto - secondo il procuratore aggiunto di Venezia - di deridere o insultare l' Inno che, assieme alla bandiera, è un emblema dello Stato italiano. Ma Bossi, quando mostrò il dito medio in spregio all' Inno, non era nelle sue vesti di ministro, dunque non sussiste reato specifico. Nelle motivazioni, Mastelloni fa esplicito riferimento ad alcuni pronunciamenti già espressi in materia dalla Cassazione. A questo punto cosa può succedere? Il tribunale dei ministri potrà raccogliere la richiesta della procura e assolvere Bossi, ritenendo il suo comportamento non in contrasto con il suo ruolo di governo. Ma potrebbe allo stesso tempo rispedire gli atti a un magistrato ordinario per verificare se sussistano altri reati di tipo comune.

Poi però gli «animal spirits» leghisti avevano preso il sopravvento e approdato a parlare dell' inno di Mameli - in particolare al passaggio del testo in cui si usano le parole «schiava di Roma» - il senatur non si era trattenuto dal sollevare il dito medio: «Mai schiavi di Roma! Toh!». Ne erano scaturiti giorni di polemiche furibonde, con richieste di dimissioni del ministro, interventi istituzionali, denunce alla magistratura; fino al rapporto della Digos veneta da cui è scaturita l' inchiesta-lampo. Nel divampare della discussione, si era scoperto anche che Fratelli d' Italia non è ancora stato elevato al rango di Inno ufficiale d' Italia. E come tale, quindi, non può dare luogo a processi per vilipendio.


«Ho visto un re, era nudo»
Intervista a Dario Fo - Loris Campetti su
il Manifesto

«Noi villan.. sempre allegri bisogna stare, ché il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e al cardinale, diventan tristi se noi piangiam». Chi non ricorda Ho visto un re di Dario Fo? Il re, il vescovo, il ricco, piangono per la perdita di un frammento della loro ricchezza. Solo il povero contadino è costretto ridacchiare per non turbare la serenità dei potenti. Non solo a noi, ma anche a Dario Fo è venuta in mente quando il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha caricato il suo fucile per puntarlo contro i poveracci che vanno a frugare nei cassonetti: «Bisogna nascondere quel che guasta l'umore dei potenti. È l'impasto di sempre, ipocrisia e arroganza del potere», dice al manifesto il premio Nobel per la letteratura.
Ci risiamo, Dario: tutto ciò che contraddice il quadro idilliaco del paese smerciato da chi ci comanda va eliminato o nascosto sotto il tappeto, per celare così le infamità del potere.

La logica è sempre quella: non facciamoci scoprire. E' la massima forma di ipocrisia italica clericale, invece di preoccuparsi per chi non ha da mangiare vogliono cancellare chi è costretto a rovistare nella spazzatura per rimediare un frutto marcio. Quando le impiccagioni pubbliche diventarono un problema, decisero di spostarle fuori porta e all'alba perché nessuno le vedesse. E continuarono a impiccare. Anche la spazzatura di Napoli, se potessero, invece di toglierla la coprirebbero con un telone.
Ipocrisia, ma anche l'arroganza di chi se la prende sempre con i più deboli, fingendo di lavorare per il loro bene.
Basta guardare la tv per capire la filosofia che regola la comunicazione al servizio del potere. L'Italia batte tutti i record per i morti sul lavoro ma la gente non deve saperlo, deve invece associare la violenza e la sicurezza alla vecchietta scippata o alla donna violentata in periferia. Fanno la pubblicità sul casco che l'operaio deve indossare per dire che è colpa della sua distrazione se capitano i cosiddetti infortuni sul lavoro. Come se bastasse un casco a salvare chi precipita da 18 metri o gli crolla una casa addosso. Vogliono dare al cittadino l'impressione che ci si stia occupando di lui, poi si scopre che l'impegno del governo sulla casa è un imbroglio in cui si toglie al poveraccio, allo sfrattato, per favorire i ricchi, i palazzinari. Ma questo io lo so perché leggo il manifesto, gli altri giornali e la Tv non ce lo dicono. Meglio soffermarsi sulla madre che ammazza la figlia, chiedersi se è matta o no. Mica ce lo dicono che le violenze sulle donne avvengono in casa nel 90% dei casi, sennò che dovrebbero fare? Mandare un carabiniere in ogni famiglia? Invece ci raccontano che la violenza avviene in strada per aumentare la presenza dei poliziotti, e adesso dei soldati. Mica ce lo dicono che in Italia quella violenza lì è diminuita, sennò sarebbero costretti a parlare di emergenze vere: la fame dei poveracci, l'insicurezza sociale.

E tu fosti cacciato dalla Rai, per quella Canzonissima il cui ritornello era «facciam cantare gli esuli, le vedove che piangono e gli operai in sciopero...». Ripeto la domanda: questa destra non è peggio della Dc d'Andreotti?
Si, è peggio questa destra. Prima c'erano anche dei democristiani che quando li sfottevi con la satira un po' si vergognavano. Quando in «Mistero Buffo» ricordavo che Dante aveva mandato all'Inferno Bonifacio XIII, c'era il risentimento dei baciapile, ma non di tutti. Questi qua non hanno pudore. Adesso è un solo coro quello che si scatena contro la satira.
Stai parlando solo della destra?
Certo che no. Quando c'era Andreotti esisteva una sinistra che si indignava contro la censura. Oggi, basta che in piazza Navona si faccia della satira contro il potere che tutti si scatenano come un sol uomo in difesa dei potenti, della moderazione e del buongusto. Guai all'insulto, dicono anche quelli che si dicono di sinistra e che dovrebbero attaccare le porcherie di chi ci comanda. Io invece dico: viva l'insulto, il re è nudo.


Cominciò con Stalin il risiko delle etnie
Il dramma degli osseti
Sergio Romano sul
Corriere della Sera

I bollettini della guerra caucasica annunciano che una bomba osseta avrebbe colpito la piccola casa di Gori dove nacque nel 1879 il «meraviglioso georgiano» (così lo chiamò Lenin quando lo conobbe a Vienna nei primi anni del Novecento) che passò alla storia con il nome di Stalin. Mai bomba è stata altrettanto mirata e «intelligente». Nella guerra scoppiata in questi giorni fra Mosca e Tbilisi, l'ombra di Jozif Vissarionovic Dzhugashvili domina, come quella di Banquo nel Macbeth di Shakespeare, il tavolo dei negoziati e il campo di battaglia. La geografia politica delle etnie sovietiche fu il suo capolavoro. Quando Lenin, dopo la fine della guerra civile, lo incaricò di sciogliere l'imbrogliato nodo delle cento nazionalità che vivevano nell'impero degli zar, Stalin si dedicò anzitutto al Caucaso meridionale e mise fine con una spedizione militare all'indipendenza del Paese in cui era nato.
Era il 1921. Un anno dopo sottopose a Lenin il progetto di uno Stato federale bolscevico di cui avrebbero fatto parte quattro repubbliche: Russia, Ucraina, Bielorussia e una entità nuova, chiamata Transcaucasia, in cui vennero riunite l'Armenia, la Georgia e l'Azerbaigian. Quattordici anni dopo, nel 1936, una nuova costituzione staliniana rimaneggiò la carta geografica. La Repubblica Transcaucasica fu divisa nelle sue tre componenti e vennero istituite undici repubbliche (Russia, Ucraina, Bielorussia, Georgia, Armenia, Azerbaigian, Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan, Kazakistan e Kirghizistan) a cui furono aggiunti, dopo il patto tedesco-sovietico dell'agosto 1939, i tre gioielli del Baltico (Estonia, Lettonia, Lituania) e, con il nome di Moldavia, la Bessarabia romena.
Cambiavano i nomi e i confini, ma la strategia di Stalin era sempre la stessa. Per realizzare il «socialismo in un solo Paese» occorreva creare uno Stato pseudo-federale in cui tutte le repubbliche fossero eguali (ma una, la Russia, più eguale delle altre) e in cui i poteri fossero apparentemente decentrati, ma sostanzialmente concentrati nelle mani del partito comunista e del suo segretario generale. Per prevenire ciò che era accaduto dopo la rivoluzione bolscevica, quando molte regioni avevano proclamato la loro indipendenza, Stalin disegnò le repubbliche in modo da evitare che fossero etnicamente omogenee. Non bastava che il vero potere fosse soltanto a Mosca. Occorreva creare all'interno di ogni repubblica potenziali conflitti che avrebbero conferito al segretario generale del partito la funzione di arbitro supremo.
Il caso della Georgia è esemplare. La maggioranza del Paese è georgiana, ma entro i confini dello Stato esistono tre repubbliche autonome, create dal potere sovietico: Abkhazia, Agiaristan, Ossezia. E per evitare che le popolazioni musulmane sulla frontiera nord-orientale della Georgia divenissero troppo potenti, l'Ossezia fu divisa in due tronconi: quello meridionale fu «domiciliato» in Georgia e quello settentrionale assegnato alla Repubblica autonoma dei ceceni-ingusceti. Da allora le due Ossezie hanno svolto a nord e a sud della frontiera repubblicana lo stesso ruolo. Sono una quinta colonna fedele alla Russia in terre potenzialmente animate da spirito secessionista.

Mentre gli osseti del nord ritornavano nelle loro case, gli osseti del sud insorgevano contro la Georgia. Non volevano far parte di uno Stato che aveva proclamato qualche mese prima la propria indipendenza e invocavano l'aiuto di Mosca. Lo ottennero, naturalmente, e godono da allora di una autonomia di fatto, garantita dalle truppe russe che vennero stanziate nella regione sotto l'egida dell'Osce (Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa) dopo la fine delle guerre (una stessa crisi scoppiò in Abkhazia) combattute durante gli anni Novanta.
Nonostante tensioni ricorrenti, la situazione rimase relativamente stabile sino a quando il presidente della Georgia fu Eduard Shevardnadze, ministro degli Esteri dell'Unione Sovietica all'epoca di Gorbaciov.
Shevardnadze era georgiano e patriota, ma aveva una vecchia familiarità con il potere russo e conosceva i limiti che la Georgia non poteva oltrepassare senza gravi rischi. La situazione cambiò nel 2004 quando un giovane georgiano si mise alla testa di una insurrezione popolare e cacciò ignominiosamente il vecchio Shevardnadze dall'aula tumultuante del parlamento di Tbilisi. Mikhail Saakashvili ha quarantuno anni, ha studiato alla Columbia University di New York, ha sposato una simpatica signora olandese, parla con l'accento americano il linguaggio della democrazia e ha lanciato segnali che gli Stati Uniti hanno prontamente raccolto. Dopo avere ricevuto trionfalmente Bush a Tbilisi nel maggio 2005, ha chiesto e ottenuto l'assistenza militare dell'America (un migliaio di istruttori), ha presentato la candidatura del suo Paese alla Nato, sa di essere appoggiato da Washington e quattro mesi fa ha restituito la visita del suo protettore mettendo piede nello studio ovale della Casa Bianca. Dopo essere tornato in patria ha innestato la pericolosa partita delle provocazioni reciproche. Non è necessario dire molto di più per capire la crisi che è scoppiata in questi giorni. È facile comprendere perché un ambizioso e spericolato giocatore d'azzardo georgiano abbia deciso, per meglio sottrarsi alla tutela moscovita, di buttare sul tavolo la carta dell'amicizia americana. È più difficile comprendere perché gli Stati Uniti gli abbiano permesso di farlo così rumorosamente.


Più del fascismo
È ancora possibile uscire dal buco nel quale siamo precipitati, ad alcune condizioni che riguardano un arco di forze (e di responsabilità) molto ampio. 
Alberto Asor Rosa su
il Manifesto

Il terzo Governo Berlusconi rappresenta senza ombra di dubbio il punto più basso nella storia d'Italia dall'Unità in poi. Più del fascismo? Inclino a pensarlo. Il fascismo, con tutta la sua negatività, costituì il tentativo di sostituire a un sistema in aperta crisi, quello liberale, un sistema completamente diverso, quello totalitario. Pochi oggi possono consentire con la natura e gli obbiettivi di quel tentativo; nessuno, però, potrebbe contestarne la radicalità e persino, dentro un certo assai circoscritto ambito di valori, le buone intenzioni. Berlusconi invece non è che il prodotto finale e consequenziale di una lunga decadenza, quella del sistema liberaldemocratico, cui nessuno per trent'anni ha saputo offrire uno sbocco politico-istituzionale in positivo: è il figlio naturale del craxismo; è il figlio naturale dell'affarismo democristiano ultima stagione (ben altri titoli d'onore si possono inscrivere nel blasone storico della Dc); è il figlio naturale dell'incapacità dimostrata nella politica in questo paese di rappresentare gli «interessi generali» e non quelli, inevitabilmente affaristici, anche quando non personalmente lucrativi, di piccoli gruppi autoreferenziali, che pensano solo a se stessi. 

Berlusconi, dunque, prima che essere fattore di corruzione, nasce da una lunga, insistita, fortunata pratica della corruzione: rappresenta fedelmente la decadenza crescente del pianeta Italia; per forza di cose non sa che governare attraverso la corruzione: la diffonde spontaneamente intorno a sé; crea un vergognoso sistema giuridico per difendersi quando sia stato colto in passato con le mani nel sacco e per continuare a farlo impunemente; modella l'Italia secondo il suo sistema di valori e, man mano che l'Italia degrada, ne viene alimentato. 

In un articolo apparso sul Corriere della sera (13 luglio), come al solito intelligente ed acuto, Ernesto Galli della Loggia se la prende con il «moralismo in un paese solo», che sarebbe il nostro e che consisterebbe nel pensare che «L'Italia che politicamente non ci piace è fatta di gente moralmente ottusa guidata da un malandrino». L'accusa di moralismo astratto e vaniloquente - Galli della Loggia con la sua intelligenza dovrebbe ammetterlo - sarebbe molto meno pungente se la situazione italiana fosse quella da lui descritta. Insomma, il moralismo vano è fastidioso (lo dico con cognizione di causa, avendo studiato a lungo, e con analogo rigetto, gli antigiolittiani). Però alla lunga può diventare ancor più fastidioso che i critici del moralismo non ci dicano se al centro del problema non ci sia la corruzione dominante, e insieme con questa il suo principale rappresentante e beneficiario. 

Per corruzione non intendo soltanto, e neanche principalmente, l'appropriazione indebita di denaro pubblico e privato e il culto quasi parossistico del proprio interesse personale: ma la degenerazione del sistema dentro cui il gioco politico, sempre più solo formalmente, continua a svilupparsi: il malcelato disprezzo della Carta costituzionale; l'evidente estraneità alle «forme» (cioè alla «sostanza») della democrazia; la denegazione crescente della separazione dei poteri; l'incapacità dei politici - tutti - di sottrarsi al gioco mortale della pura autoriproduzione; la tendenza in atto a sottomettere tutto a un potere unico. E accanto a questo, la pulsione - per usare una vecchia ma non del tutto inadeguata terminologia - a connotare in senso sempre più ferocemente classista i valori cosiddetti condivisi della morale pubblica e le scelte di politica economica. 

È altresì evidente, come giustamente osserva Galli della Loggia, che vedere le cose in questo modo significa mettere all'ordine del giorno anche una riflessione sullo stato attuale della «democrazia rappresentativa» in Italia. Se infatti è per il voto degli elettori italiani che questo scempio può continuare ad ingrandirsi, questo non ci autorizzerà a buttare a mare per intero il sistema ma neanche a giustificare o ignorare lo scempio perché è il voto popolare, fatto in sé astrattamente positivo, a convalidarlo e produrlo. Se, ripeto, le cose stanno così, è evidente che c'è qualcosa (parecchio?) da cambiare o da aggiustare. 

Arrivo a una prima conclusione. Io mi sentirei di dire che questo è uno dei momenti della storia italiana in cui «questione sociale» e «questione nazionale» fittamente s'intrecciano, fino a costituire un unico «nodo di problemi» da affrontare insieme. Questo vuol dire che il bisogno di «unità», per quanto tormentato e difficile, è altissimo. Uno degli errori strategici più gravi che si siano commessi nel corso dell'ultimo ventennio è l'essere andati separati - riformisti e radicali - alle ultime elezioni: gli uni, vantandosene come della scoperta del secolo; gli altri, consentendovi con pallida e autolesionistica tracotanza. 

Per affrontare questo «nodo di problemi» è fin troppo evidente che le forze politiche dell'attuale opposizione risultano inadeguate. Perché la difficoltà attuale sia superata bisognerebbe che tutte le forze interessate, sia pure da angoli visuali diversi, guardassero fin d'ora a questo traguardo: sto parlando dunque di un processo, non di un arrangiamento fra capi e capetti. 

Del Pd non saprei che dire se non che dovrebbe imparare presto a far bene il suo mestiere, che sarebbe quello, se non erro, di un partito moderato che guarda a sinistra (perché se decidesse, da partito moderato, di guardare a destra, il berlusconismo oggi tanto deprecato ci apparirebbe solo una tappa verso precipizi ancora peggiori). Sulla sinistra, che c'è e non c'è, e che in mancanza di altro si dilania, mi sentirei di fare alcune considerazioni di massima. 

Il recente congresso di Rifondazione comunista ha avuto il merito di separare più nettamente che in passato i «comunisti» da tutti gli altri. I «comunisti» - per carità, bravissimi compagni, con cui non sarà impossibile mantenere rapporti - vanno per una loro strada, che non porta da nessuna parte. E gli altri? Gli altri dovrebbero porre alla base del loro futuro quel profondo ragionamento critico e autocritico, che finora è mancato e che lo stesso Bertinotti, se si escludono gli ultimi, disperatissimi mesi pre-elettorali, ha accuratamente evitato di affrontare. La cosa riguarda nello stesso modo l'intera galassia di quella parte della realtà politica italiana (che esiste, e come), la quale non s'adatta né alla formula corruttiva berlusconiana né all'opposizione moderata del Pd né alle risposte, piene di pathos, ma programmaticamente e ideologicamente assai deboli del dipietrismo (e di altri fenomeni analoghi ma deteriori). 

Se mai ci sarà una Costituente di sinistra (come io mi auguro), mi piacerebbe che i suoi promotori tenessero conto che esistono tre comparti di problemi, uno programmatico, uno strategico e l'altro organizzativo, con cui - quali che siano le soluzioni da proporre - non si dovrebbe evitare di confrontarsi. 

Il comparto programmatico è di gran lunga il più importante, ma qui posso evocarne solo il principio ispirativo. Se non si è comunisti, si è riformisti: bisogna accettare l'inevitabilità di questo décalage storico. Ma ci sono molte forme di riformismo: e ciò che le distingue è il programma (di cui non c'è traccia alcuna nei recenti dibattiti, anche quelli congressuali!). 

Quella cui io penso è una forma molto radicale di riformismo, che preme su tutti i gangli della vita sociale, va più in là, s'occupa in modo più generale della «vita», delle collettività ma anche di ognuno di noi individualmente inteso, e propone soluzioni che spostano i rapporti di forza. Il cambiamento è in atto da quando lo si inizia, non c'è bisogno di arrivare al risultato finale per conoscerne tutti gli effetti. Dal punto di vista strategico non si potrà fare a meno di comporre in un quadro unitario «questione sociale» e «questione ambientale». 

La cosa, se si entra nel merito, è tutt'altro che semplice: una classe operaia ecologista ancora non s'è vista ma neanche s'è visto un militante ecologista capace di «pensare» la «questione sociale» contemporanea. E pure sempre più avanza la consapevolezza che il destino umano risulta dalla composizione, meditata e razionale, delle due prospettive e cioè, per parlarne in termini politici, dalla sovrapposizione e dall'intreccio del «rosso» e del «verde». 

Infine: se qualcuno pensa che la crisi della sinistra si risolva creando un nuovo piccolo partito dei frantumi dei vecchi, farebbe bene a cambiare opinione il più presto possibile. Ciò a cui sembra opportuno pensare è un vasto e persino eterogeneo movimento di forze reali, che sta dentro e fuori i vecchi partiti e per il quale vale la parola d'ordine che l'unica organizzazione possibile è l'autorganizzazione: una rete di istanze e rappresentanze diverse, collegate strategicamente e non gerarchicamente, che assorba e rivitalizzi le vecchie forze piuttosto che viceversa. 

Certo, perché il discorso funzioni è necessario ammettere che tutte le volte in cui in Italia si riaffaccia una «questione morale» - cioè, come ho cercato di spiegare, un problema di degrado e di corruzione della vita pubblica e della democrazia - torna ad affiancarlesi l'ancora più stantia e veramente obsoleta parola d'ordine di una «rivoluzione intellettuale e morale». È questo cui pensiamo quando diciamo che la lotta al berlusconismo è al tempo stesso «questione sociale» e «questione nazionale»? Siamo retro al punto di rispondere tranquillamente di sì a questa domanda. In fondo tutto si riduce a questa semplicissima prospettiva: cambiare i tempi, i modi, le forme, i valori, i protagonisti dell'agire politico in Italia. Il resto verrà da sé. 


  10 agosto 2008