
La settimana sulla stampa
a cura di Fr.I. - 17 agosto 2008
Berlusconi III, già 100 giorni a difesa degli interessi. Suoi
sommari de l'Unità
Sono cento giorni che il Berlusconi III è al governo. Tempo di celebrazioni per il Pdl, forse di pentimento per qualche suo elettore. Ecco un e-book che abbiamo preparato: in 64 pagine c'è tutto quello che avreste voluto sapere sul governo, ma nessuno vi ha mai raccontato (a parte noi de l'Unità).
Scarica l'e-book I cento giorni di Berlusconi III (pdf, 284 kb)
«Speriamo non torni il fascismo»
Famiglia Cristiana crea un caso
Immigrazione Il settimanale attacca ancora. L' esecutivo: inaccettabile
sommari del Corriere della Sera
ROMA - Nuovo affondo di Famiglia Cristiana contro il governo. Il settimanale cattolico, in un editoriale firmato da Beppe Del Colle, citando un rapporto della rivista francese Esprit, si augura che «non sia vero il sospetto» che in Italia «stia rinascendo il fascismo sotto altre forme». E critica le misure varate dall' esecutivo sulla sicurezza, in particolare «la trovata di rilevare le impronte digitali ai bambini rom». Immediata la reazione di esponenti del centrodestra. «Sono toni da manganellatori», attacca Carlo Giovanardi sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Al quale risponde il direttore del settimanale don Antonio Sciortino: è libero dibattito.
Il presidente spazzino
nel "paese da marciapiede"
Militari in strada e sindaci sceriffi: il rischio è una guerra tra poveri.
Bene fa il Governo a prendere provvedimenti su annosi problemi. Ma riuscirà a fugare il sospetto che quando è al potere la destra i ricchi si impinguano e le famiglie si impoveriscono?
editoriale di Famiglia Cristiana
È un "Paese da marciapiede" quello che sta consumando gli ultimi giorni di un'estate all'insegna della vacanza povera, caratterizzata da un crollo quasi del 50% delle presenze alberghiere nei luoghi di vacanza. Dopo vari contrasti tra Maroni e La Russa, sui marciapiedi delle città arrivano i soldati, stralunati ragazzi messi a fare compiti di polizia che non sanno svolgere (neanche fossimo in Angola), e vengono cacciati i mendicanti senza distinguere quelli legati ai racket dell'accattonaggio da quelli veri.
A Roma il sindaco Alemanno, che pure mostra in altri campi idee molto più avanzate di quelle che il pregiudizio antifascista gli attribuisce, caccia i poveri in giacca e cravatta anche dai cassonetti e dagli avanzi dei supermercati. Li chiamano scarti, ma lì si trovano frutta e verdura che non sono belli da esporre sui banchi di vendita. E allora se vogliamo salvare l'estetica, perché non facciamo il "banco delle occasioni", coprendo con un gesto di pietà (anche qui "estetico"), un rito che fa male alle coscienze? Nei centri Ikea lo si fa, e nessuno si scandalizza. Anzi.
Ma dai marciapiedi sparisce anche la prostituzione (sarà la volta buona?) e sarebbe ingeneroso non dare merito al Governo di aver dato ai sindaci i poteri per il decoro e la sicurezza dei propri cittadini. A patto, però, che la "creatività" dei sindaci non crei problemi istituzionali con questori e prefetti e non brilli per provvedimenti tanto ridicoli quanto inutili; e che il Governo non ci prenda gusto a scaricare su altri le sue responsabilità, come con l'uscita tardiva e improvvida (colpo di sole agostano?) della Meloni e di Gasparri, che hanno chiesto ai nostri olimpionici di non sfilare per protesta contro la Cina (il gesto forte, se ne sono capaci, lo facciano loro, i soliti politici furbetti che vogliono occupare sempre la scena senza pagare pegno!).
La verità è che "il Paese da marciapiede" i segni del disagio li offre (e in abbondanza) da tempo, ma la politica li toglie dai titoli di testa, sviando l'attenzione con le immagini del "Presidente spazzino", l'inutile "gioco dei soldatini" nelle città, i finti problemi di sicurezza, la lotta al fannullone (che, però, è meritoria, e Brunetta va incoraggiato). Ma c'è il rischio di provocare una guerra fra poveri, se questa battaglia non la si riconduce ai giusti termini, con serietà e senza le "buffonate", che servono solo a riempire pagine di giornali.
Alla fine della settimana scorsa sono comparse le stime sul nostro prodotto interno lordo (Pil) e, insieme, gli indici che misurano la salute delle imprese italiane. Il Pil è allo zero, ma le nostre imprese godono di salute strepitosa, mostrando profitti che non si registravano da decenni. L'impresa cresce, l'Italia retrocede. Mentre c'è chi accumula profitti, mangiare fuori costa il 141% in più rispetto al 2001, ma i buoni mensa sono fermi da anni. L'industria vola, ma sui precari e i contratti è refrattaria. La ricchezza c'è, ma per le famiglie è solo un miraggio. Un sondaggio sul tesoretto dei pensionati che sarà pubblicata su Club 3 dice che gli anziani non ce la fanno più ad aiutare i figli, o lo fanno con fatica: da risorsa sono diventati un peso.
È troppo chiedere al Governo di fugare il sospetto che quando governa la destra la forbice si allarga, così che i ricchi si impinguano e le famiglie si impoveriscono?
Bossi rivuole l'Ici. L'opposizione: Governo in stato confusionale
sommari de l'Unità
Umberto Bossi, ministro per le Riforme, annuncia di voler riprinistare l'Ici, perché i cittadini «sono disposti a dare ai Comuni se vedono risultati». Gli alleati frenano e polemizzano. L'opposizione denuncia lo «stato confusionale» del governo.
Il Senatùr sega il ramo su cui siede
Mario Deaglio su La Stampa
Sarebbe molto facile, e probabilmente non sbagliato, considerare una boutade la proposta di Umberto Bossi, poi smorzata da Calderoli, di reintrodurre l'Ici sulle prime case (o un'imposta che le somigli) e archiviare il tutto come la più recente di una lunga serie di proposte impossibili, di affermazioni truculente, di gesti plateali in cui, specialmente sotto Ferragosto, il leader storico della Lega ama indulgere ormai da molti anni.
Appare invece più produttivo cercare di esplorare le possibili ragioni di questo completo cambiamento di orizzonte da parte di una forza determinante per l'equilibrio politico italiano. Le spiegazioni sembrano essere essenzialmente due: la prima è una crassa, monumentale, ingenua ignoranza dei meccanismi dell'economia e della finanza pubblica. Quest'ignoranza non è certo limitata alla Lega (anche se qui raggiunge spesso punte inconsuete) e ha fatto sì che sia diventato normale nella prassi politica italiana attribuire il ruolo chiave di ministro dell'Economia a un «tecnico» prestato alla politica (tanto per fare qualche none, Siniscalco, Padoa-Schioppa e, a suo tempo, lo stesso Presidente Ciampi) o ivi definitivamente approdato (Tremonti) perché i politici purosangue non sanno più non solo mettere a punto i bilanci pubblici ma neppure leggerli.
Tutto ciò non deve stupire: il governo riflette abbastanza fedelmente l'ignoranza diffusa nell'Italia attuale in cui gli studenti che superano l'esame di maturità hanno difficoltà a fare le quattro operazioni.
Secondo questa spiegazione, la Lega Nord avrebbe accettato, senza esaminarla in profondità, la proposta del Partito della Libertà di eliminare l'Ici. Non si sarebbe quindi resa conto che tale eliminazione era una mossa del tutto contraria agli obiettivi del federalismo fiscale in quanto privava i comuni della principale fonte di entrata locale ed eliminava quel minimo di autonomia fiscale che i comuni stessi si erano conquistati nel tempo e che si concretava nella scelta delle aliquote Ici da applicare, in un difficile equilibrio tra la popolarità di aliquote basse e l'impopolarità di una riduzione della spesa pubblica locale che da queste aliquote basse deriva.
Insomma, la Lega di Bossi avrebbe segato, senza accorgersene, il ramo dell'albero sul quale era seduta e, mentre predicava il federalismo fiscale, avrebbe accettato un accentramento di fatto del gettito fiscale nell'odiata Roma. Successivamente, di fronte alle casse vuote dei loro comuni, i sindaci leghisti avrebbero esercitato una forte pressione sui vertici della loro forza politica per la reintroduzione di un robusto tributo locale. Bossi sarebbe stato costretto al clamoroso dietrofront di ieri dalla sua stessa base, dal localismo leghista che si scopre ingannato.
La seconda possibile ragione è più allarmante: la Lega Nord avrebbe accettato l'eliminazione dell'Ici ritenendola una proposta «acchiappa-voti» (come probabilmente era nella strategia generale del Partito della Libertà) finalizzata a ottenere la vittoria elettorale. Conseguita questa vittoria, la legge avrebbe terminato il suo compito e sarebbe quindi ora di toglierla di mezzo, o modificarla radicalmente, in modo da ridare ai comuni un minimo di controllo sulle proprie finanze. In questo modo, però, la solenne promessa di «non mettere le mani nelle tasche degli italiani» sarebbe rinnegata; e una parte almeno degli elettori della maggioranza sarebbe giustificata nel ritenersi gabbata.
E' probabile che la verità stia nel mezzo e che dietro all'eliminazione dell'Ici si possa ravvisare un misto di faciloneria e di cinismo elettorale, due caratteristiche, del resto, diffuse in modo abbastanza bipartisan nel mondo politico italiano; così come un misto di faciloneria e di cinismo elettorale appare evidente dietro alle promesse di rapidissimo salvataggio dell'Alitalia che, invece, non è stata ancora «salvata» e continua a perdere circa un milione di euro al giorno a spese di tutti gli italiani.
Manovra estiva: testo completo e guida alla lettura
Articolo per articolo la legge di conversione del decreto legge n. 112, accompagnato dai commenti dei nostri esperti ...»
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Il progetto guerra fredda
Astrit Dakli su il Manifesto
Non c'era bisogno del conflitto in Georgia per capire che i tempi della guerra fredda erano ormai tornati. Un confronto duro con la Russia, armi in pugno, sul filo della deterrenza, è stato iniziato da George W. Bush già nel 2003, quando varò il «progetto Georgia» e il «progetto Ucraina» sponsorizzando il cambio di regime in quei paesi attraverso «rivoluzioni democratiche» e l'insediamento al potere di leader che miravano - in nome della democrazia ma contro la volontà dei loro stessi cittadini - a isolare Mosca e a spostare verso est i confini della Nato. Erano regimi forse più democratici dei precedenti: ma quel che contava erano i leader, scelti per i loro impegni di politica estera con gli Usa, non per il loro (inesistente) impegno libertario e sociale.
È da allora che Vladimir Putin ha cominciato a rispondere aggressivamente, prima con discorsi poi con fatti sempre più concreti; mentre gli americani, passando sulla testa dei loro principali alleati europei, avviavano anche il «progetto Scudo antimissile», ipocritamente affermando che esso era mirato contro l'Iran o la NordCorea e non contro Mosca. Adesso uno dei «progetti» di Bush, la Georgia di Mikheil Saakashvili, si è disintegrato in una guerra sanguinosa; il secondo, l'Ucraina di Viktor Yushenko, sta facendo di tutto per arrivare a sua volta a un conflitto, potenzialmente più vasto e terribile. Ma mentre i marinai caricano i cannoni sulle navi nel Mar Nero, George Bush e i suoi invece di calmare gli animi cercano rabbiosamente il modo di stroncare la Russia, «rimettendola al suo posto» prima che un nuovo inquilino si insedi alla Casa bianca e prima che la Nato si spacchi in due.
Martedì si riuniranno i ministri degli esteri dell'Alleanza, su richiesta Usa, per riesaminare i rapporti con Mosca. In quella sede si vedrà fino a che punto la «vecchia Europa» è disposta a difendere una sua posizione autonoma, su un terreno che ne mette direttamente in gioco la sopravvivenza energetica e riporta il cuore del vecchio continente sotto la tensione della minaccia nucleare.
«Trattai io il lodo Moro
Mani libere a noi palestinesi»
L'intervista Parla Bassam Abu Sharif, leader storico del Fronte popolare.
Il patto «Vi passavamo notizie su quel che gli Usa facevano nel vostro Paese».
«Trasportavamo armi e l'Italia era immune dai nostri attacchi»
Davide Frattini sul Corriere della Sera del 14 agosto
http://archiviostorico.corriere.it/2008/agosto/14/Trattai_lodo_Moro_Mani_libere_co_9_080814018.shtml
GERICO L'occhio di Bassam Abu Sharif vaga verso le montagne di roccia rossa che circondano Gerico. L'altro è fisso da oltre trent'anni nello stesso sguardo cristallizzato. «Un regalo del Mossad», dice. Nel 1970, era il portavoce del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, finito sulla copertina di Time come il «volto del terrore», durante i dirottamenti di Dawson's Field. Quel volto viene devastato da un pacco bomba, spedito a Beirut due anni dopo.
Con la mano destra mutilata, si sforza di infilare le piccole pile nell'apparecchio acustico.
Ora è pronto a ricordare il periodo a fianco di George Habash, nell'ufficio politico del Fronte.
E' lui che ha reclutato Ilich Ramirez Sanchez (e lo ha battezzato con il nome di battaglia Carlos), è lui che ha seguito, tra gli anni Settanta e Ottanta, la «politica estera» dell'Fplp, i rapporti internazionali, compresi quelli con l'Italia. Fino alla rottura con il gruppo e al ruolo di consigliere per Yasser Arafat.
E' un uomo di 62 anni che, dopo la conversione a sostenitore della pace, ha voglia di raccontare. A volte fatica a ricordare le date, a volte le usa come appiglio per la memoria. Premette di poter parlare della «strategia generale», senza dettagli sulle operazioni. «Quello che le dico è la verità, non tutta la verità ».
Francesco Cossiga, in un'intervista ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, parla di un accordo tra l'Italia e i palestinesi. Lo chiama «lodo Moro». Esisteva un'intesa con il Fronte popolare, potevate trasportare armi e esplosivi, garantendo in cambio immunità dagli attacchi?
«Ho seguito personalmente le trattative per l'accordo. Aldo Moro era un grande uomo, un vero patriota. Voleva risparmiare all'Italia qualche mal di testa. Non l'ho mai incontrato. Abbiamo discusso i dettagli con un ammiraglio, gente dei servizi segreti, e con Stefano Giovannone (capocentro del Sid e poi del Sismi a Beirut, ndr). Incontri a Roma e in Libano. L'intesa venne definita e da allora l'abbiamo sempre rispettata».
Che cosa prevedeva?
«Ci veniva concesso di organizzare piccoli transiti, passaggi, operazioni puramente palestinesi, senza coinvolgere italiani. Dovevamo informare le persone opportune: stiamo trasportando A, B, C... Dopo il patto, ogni volta che venivo a Roma, due auto di scorta mi aspettavano per proteggermi. Da parte nostra, garantivamo anche di evitare imbarazzi al vostro Paese, attacchi che partissero direttamente dal suolo italiano ».
Qual era il ruolo di Saleh Abu Anzeh in Italia? Viene arrestato dopo il sequestro di due lanciamissili, destinati al Fronte popolare, e trovati in possesso di militanti di Autonomia Operaia.
«Saleh, Saleh... Adesso è grassissimo (ride). L'incidente è avvenuto prima dell'accordo, altrimenti l'avrei giustiziato personalmente, perché contravveniva al patto che io avevo sottoscritto ».
Il caso è del '79, l'accordo doveva essere già in vigore.
«E' vero era già in vigore. Vuol dire che Saleh aveva ricevuto ordini da altri ».
Durante il processo, il Fronte popolare chiede la restituzione dei lanciamissili e la scarcerazione di Abu Anzeh. Avete minacciato ritorsioni contro l'Italia?
«No. Mai. Saleh è stato trattato bene e noi non siamo mai venuti meno al patto».
Nessuna trasgressione?
«Diciamo che se un ex Brigate Rosse stava scappando, aveva bisogno di un rifugio per qualche tempo e ci chiedeva aiuto, non potevamo cacciarlo. Gli preparavamo un passaporto e lo facevamo andare via. Piccoli militanti, non gente importante. Le autorità italiane lo sapevano: il povero Giovannone veniva a protestare da me».
In che modo le Brigate Rosse erano collegate al Fronte popolare?
«Qualcuno di loro faceva parte dell'" Alleanza" che venne stabilita nel 1972, assieme a organizzazioni di tutto il mondo. Erano le "operazioni speciali" guidate da Wadie Haddad. Questi gruppi stranieri non sono mai stati ai nostri ordini, c'era solo coordinamento ».
Cossiga ha detto, sempre al Corriere: «La strage di Bologna è un incidente accaduto agli amici della "resistenza palestinese", che si fecero saltare colpevolmente una o due valigie di esplosivo ».
«In che anno è avvenuta la strage?» Il 2 agosto del 1980.
«Non c'entriamo niente. Nessuno ordine è venuto da me. Il massacro non ha niente a che vedere con organizzazioni palestinesi. Neppure un incidente. Non c'era nessuna ragione per farlo, soprattutto a Bologna».
Ancora Carlos ha raccontato all'Ansa che l'ultimo tentativo del Sismi per salvare Moro è saltato per una sua «imprudenza » . Ci sarebbe stato un accordo per scarcerare alcuni brigatisti e portarli a Beirut.
«Avrei potuto salvare Moro. Nessuna imprudenza. Ho chiamato un numero, ho lasciato un messaggio dopo l'altro. Nessuna risposta. Davvero strano: una linea speciale e nessuno risponde ».
Qual è stato il ruolo del Fronte popolare nella trattativa con le Brigate Rosse?
«E' complicato. Posso dire che eravamo pronti a fare quello che veniva richiesto »
Lodo Moro: Priore, "esisteva ed e' esistito per anni"
news de la Repubblica
"Il patto Moro esisteva ed e' esistito per anni". Rosario Priore, ex giudice istruttore del Caso Moro, commenta con l'AGI l'intervista pubblicata giovedi' scorso sul Corriere in cui l'ex portavoce del Fronte Popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), Bassam Abu Sharif, parla del "lodo Moro", ovvero il presunto accordo che negli anni Settanta autorizzava i militanti palestinesi a utilizzare l'Italia come terra di transito di esplosivi e armi. In cambio, Roma otteneva l'immunita' da eventuali attacchi terroristici.
17 agosto 2008