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La settimana sulla stampa
a cura di Fr.I. - 24 agosto 2008


Fine dei giochi
apertura de
il Manifesto del 23 agosto

Un raid aereo della coalizione a guida Usa contro i taleban si è trasformato in una carneficina di civili: vittime 50 bambini e 19 donne a Herat in Afghanistan. Secondo il governo afghano i morti sarebbero in tutto 76. «Non ne sappiamo nulla» dice il portavoce del comando americano. A Kabul, feriti leggermente tre soldati italiani


Addio amaro all'Unità
Da lunedì firma il giornale De Gregorio, a settembre il nuovo formato. Ieri Padellaro ha salutato la redazione. Ma gli auguri sono tutti per Concita
Daniela Preziosi su
il Manifesto

ROMA - Bollicine amare, quelle del Berlucchi scelto per il brindisi di addio. Antonio Padellaro da domani è l'ex direttore dell'ultima Unità con la striscia rossa in prima, e per questo misura le parole, centellina l'amarezza. Alle cinque del pomeriggio a via Benaglia, nell'ultima sede del quotidiano dopo la storica dei Taurini e la drammatica dei Due Macelli (quella della chiusura e della riapertura), il barometro segna altissimo. L'età media della redazione è drasticamente abbassata dalle ferie estive, ma tutti quelli che potevano sono arrivati, il comitato di redazione è al completo, a un certo punto arriva trafelato anche Roberto Roscani, un collega in aspettativa, un collega un po' speciale: è il portavoce di Walter Veltroni. E il segretario del partito, si sa, ha una qualche parte nella rivoluzione del giornale che partirà da lunedì. Persino nella scelta della nuova direttrice, Concita De Gregorio (Veltroni l'ha invocata in un'intervista al Corriere della sera nel maggio scorso). Tutti nella sala riunioni, stipati sudati ma anche emozionati. Alle pareti c'è Aldo Moro, Tienanmen, c'è del Vietnam, le copertine storiche di questa gloriosissima testata fondata ottantaquattro anni fa da Antonio Gramsci, «un sardo come me», ha detto il nuovo editore.
In mattinata il cda ha ufficializzato quello che la nuova direttrice arriva lunedì, alle 11 farà la prima riunione di redazione. Bisognerà però aspettare la fine del mese per la nuova grafica, studiata dallo scicchissimo studio Cases di Barcellona - ha curato buona parte dei restyling dei nostri quotidiani - formato ridotto alla metà, sfoglio di cinquanta pagine, ispirazione il catalano conservatore La Vanguardia. E niente striscia rossa. Padellaro, prima di entrare nell'assemblea di redazione, butta lì un «fanno sparire quelli che considerano gli orpelli...». Sull'editoriale che ha appena scritto («Grazie Unità») va giù più pesante: ricorda che all'indomani della vittoria del 13 aprile, Berlusconi mostrò in tv la prima dell'Unità «il giornale dalla inconfondibile striscia rossa» e promise di «dismetterlo».
C'è chi la pensa come lui anche in redazione, chi no. Veltroniani più ottimisti, dalemiani meno, ma sono categorie che anche qui stanno diventando esotiche. Per lo più prevale la soddisfazione di avere finalmente un editore solido. Prima del saluto del direttore, il cdr riunisce i colleghi per una «informativa» a porte chiuse. Ma parlano in pochi, la preoccupazione è di non alimentare incomprensioni con la nuova direttrice prima ancora che arrivi.
Poi il saluto a Padellaro. Parlano prima i senior del cdr, Roberto Monteforte e Ninni Andriolo. Ringraziano per questi otto anni, in mezzo c'è stata una chiusura, una riapertura e una ristrutturazione pesante, Furio Colombo e Padellaro hanno accettato la missione impossibile e portato il giornale alla solida posizione attuale. La redazione, dicono, «ha giocato un ruolo importante» anche grazie a un direttore «molto attento alle ragioni della collettività redazionale».
«Leale», «trasparente», uno «entrato in punta di piedi». Padellaro incassa e ci scherza su per non emozionarsi. Poi attacca un discorso tutto orgoglio per sé e per la redazione. «Una media giornaliera di 48mila copie (certo, meno delle 60mila vendute nel 2002; certo, più delle zero copie da cui eravamo ripartiti). Una platea giornaliera di 274mila lettori effettivi, dati Audipress 2008. L'Unità si può amare o avversare ma tutti sanno che giornale è, quali idee esprime, quali valori difende, contro cosa e contro chi irriducibilmente si batte. Chi fa quotidianamente l'Unità, chi la impagina, sa bene chi sono i suoi lettori», «sono quelli che incontra alle Feste che io continuerò a chiamare dell'Unità». Sarà per questo che non è stato invitato a Firenze, alla prima festa democratica. «L'ha notato?», aveva risposto alla cronista poco prima, «e dire che il programma era stato chiuso da mesi, è l'unico caso in cui la preveggenza del Pd ha funzionato, sbagliano i sondaggi, le previsioni, ma sapevano già che non sarei stato più direttore».
Ma non è più tempo, il Berlucchi si riscalda e le agenzie battono un fiume di in bocca al lupo per De Gregorio, la prima donna alla direzione dell'Unità, un cambio d'epoca solo per questo, ma lei - nel riserbo - fa presagire fuochi artificiali. Naturalmente ci sono gli auguri anche di Padellaro. «Esco da un grande giornale, un giornale libero di giornalisti liberi». Gli sfugge l'emozione, insomma otto anni della sua vita, dice lui professionalmente i più intensi: «Lasciatemelo dire: viva l'Unità», gli scappa persino un pugno sul tavolo, roba d'altri tempi. L'avesse visto, sarebbe piaciuta anche all'editore Soru. Che aveva detto: «C'è chi si compra un cappotto vintage, io mi sono comprato un giornale».


Grazie Unità
editoriale di Antonio Padellaro su
l'Unità del 23 agosto 2008

Scrivo il mio ultimo articolo da direttore de l'Unità.
Da lunedì prossimo - così ha deciso la proprietà e così annuncia il comunicato dell'azienda - a dirigere questo giornale sarà Concita De Gregorio a cui rivolgo auguri sinceri di buon lavoro. Scrivo il mio articolo più difficile perché difficile è separare l'emozione che provo rivolgendomi per l'ultima volta a voi cari lettori dalla riflessione necessaria, nell'atto del commiato, su questi miei sette anni e mezzo qui a l'Unità.
***
Mi considero un giornalista fortunato. Ho lavorato in grandi testate e con grandi direttori da cui ho cercato di imparare tutto ciò che l'amore per questo mestiere, da solo, non poteva insegnarmi. Ma è stato l'ultimo mio direttore, Furio Colombo, a farmi comprendere quale e quanta straordinaria energia possa scaturire dall'eccellente uso della parola scritta quando essa si sposa alla limpida passione civile, al coraggio delle proprie idee, alla difesa delle ragioni dei lettori sopra ogni altra cosa.
Risorta il 28 marzo 2001 dalle proprie ceneri quando per tutti era ormai spacciata, l'Unità di questi anni è stata, ed è, assai più di un semplice quotidiano, frutto del contributo di molti. L'intuizione di Alessandro Dalai. Il coraggio di un pugno di imprenditori capitanati da Marialina Marcucci e Giancarlo Giglio. La dedizione dell'amministratore delegato Giorgio Poidomani. Intorno, un quadro economico precario caratterizzato dalla scarsezza di introiti pubblicitari, vera pietra al collo per un quotidiano costretto ogni giorno a misurarsi con dei colossi editoriali. Ma, sopra tutto, l'orgoglio e la tenacia di una redazione impegnata ogni giorno a difendere la storia e il prestigio del proprio giornale. Sì, il giornale fondato da Antonio Gramsci la cui direzione ha rappresentato per chi scrive un punto d'arrivo. Un privilegio. L'ho condiviso con tanti. Vorrei citarli tutti. Li rappresentano al meglio Pietro Spataro, vicedirettore vicario, e Rinaldo Gianola, vicedirettore a Milano. Con Luca Landò e Paolo Branca. Grandi professionisti e uomini veri.
Il risultato di questa felice combinazione umana e professionale è il giornale «politico» più venduto in Europa. Una media giornaliera di 48mila copie certificate nei primi sette mesi del 2008 (certo, meno delle 60mila vendute nel 2002; certo, più delle zero copie da cui eravamo ripartiti). Una platea giornaliera di 274mila lettori effettivi (dati Audipress 2008). Un giornale dalla forte identità e dall'innegabile peso politico. l'Unità si può amare o avversare ma tutti sanno che giornale è, quali idee esprime, quali valori difende, contro cosa e contro chi irriducibilmente si batte. È strano che, oggi, nel gran discutere che si fa sull'assenza di opinione pubblica in Italia e sul «vuoto di senso e di memoria» giustamente denunciato da eminenti leader democratici si dimentichi quanta opinione di un pubblico affezionato e appassionato abbia intorno a sé il giornale che state sfogliando.
Chi fa quotidianamente l'Unità, chi la impagina, chi la pubblica sa bene chi sono i suoi lettori.

Staino sull'Unità
Sono quelli che incontra alle Feste che io continuerò a chiamare dell'Unità. Quelli che ci stringono la mano e ci chiedono di andare avanti, di non lasciarli soli e di continuare a scrivere ciò che scriviamo.
Sono convinto che l'Unità che verrà sarà almeno altrettanto forte e almeno altrettanto apprezzata. Lo auguro di cuore ai colleghi e ai tanti amici che lascio e con i quali ho condiviso una straordinaria esperienza. E lo auguro a Renato Soru che ha il merito di aver creduto nel valore e nelle potenzialità di un giornale difficile e però unico.
Ma io ancora per un giorno sono il direttore di questa Unità, e ancora per un giorno ne canterò le lodi.

* * *

Tre fotografie porterò con me.
Nella prima, c'è il premier più ricco e più potente che mostra al suo pubblico e alle sue tv un giornale dalla inconfondibile striscia rossa e lo indica come il “nemico”. Un giornale perciò da «dismettere», come ha chiesto e preteso nella sua prima dichiarazione dopo il trionfo elettorale dello scorso 13 aprile. Che il premier più ricco e più potente, sul cui impero dell'informazione non tramonta mai il sole, non sia riuscito a domare questo piccolo grande giornale è motivo di orgoglio per tutti coloro che, ancora, sono riusciti a non farsi dismettere.
Ai tanti smemorati (anche nel campo a noi vicino) vorrei rammentare l'insostituibile funzione che l'Unità ha avuto, appena rinata, negli anni più duri dell'opposizione al secondo governo Berlusconi. Su queste colonne si è ritrovato un gruppo di firme coraggiose e autorevoli, provenienti dalle più diverse culture politiche. Dalle sponde più moderate a quelle più di sinistra ma che su questioni fondamentali, come la difesa della legalità e della Costituzione, hanno saputo parlare lo stesso linguaggio del lettorato ed elettorato riferimento naturale dell'Unità: quello dei Democratici di sinistra prima e del Pd poi. Il nome che li rappresenta tutti è quello di Paolo Sylos Labini, un grande uomo libero che aveva fatto suo, e nostro, il manifesto di Daniel Defoe: «Ho visto gente mettersi in combutta per distruggere la proprietà, corrompere le leggi, invadere il governo, traviare le persone e, per dirla in breve, schiavizzare e intrappolare la nazione; e allora ho gridato: “Al Fuoco”». Erede di questa cultura libera e liberale non a caso Marco Travaglio, con noi fin dall'inizio, è diventato un beniamino dei lettori.
Nell'aprile del 2006 pensammo che il fuoco fosse domato e la battaglia vinta. Salutando la vittoria di Romano Prodi titolammo: «Berlusconi addio». Ci sbagliavamo. Ma nessuno in quel momento poteva immaginare con quale grado di autolesionismo si sarebbe gettata alle ortiche l'occasione storica di sottrarre il nostro paese al dominio di una satrapia e restituirlo al novero delle democrazie occidentali. Per questo obiettivo continuerò, continueremo a fare i giornalisti.
l'Unità di questi anni ha cercato di mantenere un difficile punto di equilibrio nell'agitato mare del centrosinistra e ora del Pd. Rispetto e considerazione per l'appartenenza politica della maggior parte dei nostri lettori. Senza indulgenze o ammiccamenti. In piena libertà di stampa. Sempre pronti a castigare ridendo i nostri cari leader. Lo Staino quotidiano e il molto irriverente M sono lì a dimostrarlo.
* * *
La seconda istantanea è la prima pagina dell'Unità listata a lutto, con una moltitudine di nomi e di storie. I nomi e le storie dell'immensa e continua strage sul lavoro, vergogna nazionale.
Solo chi non ha mai letto veramente l'Unità può sostenere che il nostro sia stato, e sia il giornale di un antiberlusconismo pregiudiziale e fine a se stesso. Il pregiudizio è di chi ha preferito non vedere i danni prodotti dalla cultura padronale e reazionaria scaturita dai governi della destra. A questi attacchi, spesso di stampo fascista e razzista l'Unità, giornale del lavoro, dei diritti civili e dei diritti di libertà ha risposto, ogni giorno, colpo su colpo.
* * *
La terza immagine che porto con me è quella di Ingrid Betancourt finalmente libera. E non dimenticherò quanto mi hanno detto poche settimane fa a Roma la madre e la sorella della donna che l'Unità, raccogliendo migliaia di firme, ha proposto per il Nobel per la pace: «Grazie al vostro grande giornale».
Finisce qui. Il direttore di questo grande giornale si congeda. Grazie Unità.


L´opposizione
Furio Colombo su
l'Unità

L´Unità cambia. Uno non può sapere che cosa viene dopo, ma questa è la normale condizione umana. Sappiamo quello che è successo prima, lo abbiamo letto nell´editoriale di Padellaro e nel comunicato dell´Editore.

Molti diranno grazie a Padellaro (io lo faccio di cuore) con l´amicizia solidale di tutti questi anni, da l´Unità morta alla sua clamorosa rinascita e tenuta, unica nella storia dell´editoria, unico il lavoro che Padellaro, prima insieme, poi da solo (e con tutta la redazione, la più straordinaria che avremmo mai sognato di trovare in un giornale che era stato dichiarato finito) ha saputo fare. E noi - Padellaro e io - siamo fra coloro che danno il benvenuto e un augurio davvero sentito al nuovo direttore Concita De Gregorio.

A coloro che, amando o stimando questo giornale, si domandano che cosa sta succedendo e perché, cerco di offrire una interpretazione che a me sembra corretta della vicenda: sono due storie diverse.

Una è l´arrivo di una nuova solida proprietà e l´arrivo, contestuale, della nuova direzione. Bene arrivata. L´altra è l´uscita di Antonio Padellaro, voluta come se fosse una necessità. Quale necessità? E motivata come? Qui c´è uno spazio vuoto. Il giornale non era in pericolo e non versa in cattive acque. La redazione è tutta al suo posto e lavora bene. C´è un grado di armonia e di solidarietà raro nei giornali italiani. Allora? Allora c´è tutto per far bene, passato, redazione, firme, rapporti internazionali. Abbiamo riaperto una storia che sembrava finita, abbiamo fatto diventare questo giornale un luogo piuttosto vivace.

Ripeto, i percorsi sono due, è bene non confonderli. Arriva un nuovo direttore e, garantisce il suo passato, farà bene. Ma quale è la ragione per cui è stato detto arrivederci e grazie al direttore che ha tenuto ben ferma in questi anni la rotta difficile e felice di questo giornale di opposizione? Non è rispettoso, e neppure ragionevole, immaginare che tutto ciò accada affinché il giornale non sia più di opposizione. E sarebbe altrettanto azzardato affermare che farà una opposizione diversa. Quante opposizioni ci sono?

Ma se qualcuna di queste ombre avesse anche una minima consistenza, come non nutrire il sospetto (vedete come è mite la parola) che alcuni di noi siano parte del problema, e non della soluzione del problema, se il problema è davvero l´opposizione?

C´è un´altra questione. Berlusconi e il suo potere mediatico totalitario sono sempre sul fondo di ogni questione italiana, specialmente se riguarda l´informazione. Però non è Berlusconi ad aver detto «grazie, Padellaro, va bene così». E anche «grazie, Unità, ma sempre la stessa musica ci ha stufato». Mi sembra più ragionevole pensare che tutto ciò sia nato nell´ambito del Partito Democratico. Si sentiva sfasato rispetto all´Unità (o, viceversa, «un giornale che non ci rappresenta»)? Se è così il problema che ha di fronte a sé il nuovo direttore non è facilissimo: fare una cosa che non è il Foglio, che non è il Riformista, che non è Europa, che non è l´Unità di adesso, e, ovviamente, non è né il manifestoLiberazione. Auguri, davvero.

Ma se è così, resta da spiegare tutto questo silenzio nell'ambito del Pd. Quale sarà stata la ragione, discrezione, cautela, segretezza, a consigliare di non dire una sola parola ad alcuno degli interessati, compresi quelli che, come me, sono lì a un passo, in Parlamento?

Come vedete, nessuna di queste questioni riguarda la persona cui tocca il nuovo mandato. Ma se questo fosse un giornale a fumetti, si vedrebbe un fumetto grande come una casa con un vistoso punto interrogativo sulla testa. Spiace non sapere dove indirizzare la domanda. Ma più ci si pensa e più sei costretto a inquadrarla dentro la storia del Pd (anche il Pd comincia ad avere una storia), non dell´editore.

Forse uno spunto di ottimismo potrebbe essere questo: finalmente il Pd comincia a prendere decisioni. Forse non è la prima decisione che dodici milioni di italiani che hanno votato centrosinistra si aspettavano, mandare a casa Padellaro, e con lui, fatalmente, qualche firma della Unità rinata, della serie rifondata dopo la fondazione di Gramsci. A questo punto non resta che vedere come la situazione si ambienterà con le altre decisioni del prossimo futuro. Qual è la linea del più grande partito di opposizione che più si armonizza con questo deliberato e netto gesto di «discontinuità» (per usare una delle parole chiave della politica. L´altra sarebbe, se Padellaro ed io parlassimo politichese, chiederci - come Chiamparino - "ma noi siamo una risorsa?")?

* * *
Certo il momento è strano. Ti muovi in un paesaggio da fantascienza popolato di mutanti. A Milano il più importante simbolo istituzionale del Pd, il presidente della Provincia Penati, improvvisamente dichiara: «Con la Lega Nord è possibile fare un lavoro importante per Milano». E noi che pensavamo che la Lega Nord fosse impegnata soprattutto a sfrattare le Moschee e a proibire luoghi di preghiera per gli immigrati islamici. A Firenze la prima Festa Nazionale del Partito Democratico è dedicata a Bossi, Tremonti, Bondi, Fini, Matteoli, Frattini, Maroni. Praticamente tutto il governo che già domina tutte le televisioni. Prima di giudicare il senso politico c´è da domandarsi, in senso elementare e prepolitico: perché? Una Festa di partito costa, e costa ancora di più per un partito lontano dal potere e dai benefici del potere. Perché il nostro ospite d´onore deve essere Bossi, invece del giovane angolano picchiato a sangue da un branco di ragazzi italiani a Genova? Perché dobbiamo festeggiare Tremonti invece di ascoltare il macchinista delle Ferrovie dello Stato licenziato per avere fatto sapere che il treno Eurostar che stava manovrando, si è spezzato (e per fortuna non c´erano passeggeri)? Perché invitare Maroni invece di Xavian Santino Spinelli, il Rom italiano docente universitario, che rappresenta la sua gente (dunque anche la nostra: i Rom sono in buona parte italiani), ma rappresenta soprattutto i bambini forzati al trauma delle impronte digitali? Perché tutti in piedi per Frattini invece di accogliere cittadini osseti e georgiani, testimoni di una breve, sporca guerra di cui ancora sappiamo nulla, se non che uno dei protagonisti spietati, Putin è il miglior amico di Berlusconi ? Perché avere sul palco Matteoli invece dei lavoratori dell´Alitalia, che avrebbero dato voce alla paura del loro futuro, reso ormai quasi impossibile dalla falsa promessa (capitali italiani, forse anche capitali dei suoi figli) del candidato Berlusconi?

Ma la danza dei mutanti continua. Mi devo rendere conto che il maggiore partito di opposizione, di cui sono parte, produce tutto in casa, con una autonomia che sarebbe sorprendente se non fosse come un autobus che salta la fermata lasciando a terra la folla dei viaggiatori in attesa. Il più grande partito di opposizione produce da solo il dialogo, benché Berlusconi attraversi la scena pronunciando frasi altezzose e insultanti. Benché alzi ogni giorno il prezzo di un ambito contatto con lui. Il Pd produce da solo una cordiale collaborazione con la Lega, nonostante la caccia agli immigrati, il reato di clandestinità, le botte ai «negri», l´orina di maiale (iniziativa di Calderoli) sul terreno in cui si doveva costruire una Moschea, la proclamazione fatta da Borghezio - in occasione delle Olimpiadi - della superiorità della razza padana (parlava della nuotatrice Pellegrini come di una mucca). Invita e festeggia Bossi proprio quando lui dice (ripetendo con sempre maggiore frequenza la minaccia): «O si fa il federalismo come dico io o il popolo passerà alla maniere spicce».

Produce da solo una certa ostilità verso giudici, una denuncia quasi quotidiana del «giustizialismo» (sarebbero coloro che sostengono il diritto dei giudici di non essere insultati e di non essere costretti al silenzio). Dice Luciano Violante a La Stampa (22 agosto) che i magistrati «conducono una battaglia di solo potere». Sono gli stessi magistrati definiti «dementi» dal primo governo Berlusconi e «cloaca» dal presente titolare di Palazzo Chigi. Ma a quanto pare la volontà di dialogo supera questi dettagli. Si forma una cultura che trova normale lo «stato di emergenza» che ha indotto a far presidiare le strade delle città italiane dai soldati come se fossero in Pakistan, trova normale che Berlusconi si vanti di avere parlato 40 minuti con Putin senza far sapere al Paese o almeno al Parlamento una sola parola di quel suo dialogo (finalmente dialoga con qualcuno). E trova normale che - mentre scoppia la guerra in Georgia che potrebbe contrapporre Stati Uniti e Russia, Nato e impero di Putin (e di Sardegna)- il ministro degli Esteri resti in vacanza mentre i suoi colleghi europei si incontrano in una riunione di emergenza. O forse è stato un grande, scoperto favore all´ amico Putin (dimostrare che la crisi non era così grave), tanto e vero che il ministro Frattini riferirà al Parlamento (Commissioni estere Camera e Senato) soltanto il 24 agosto, dopo avere partecipato alla Festa del Partito democratico come ospite d´onore. Si forma una cultura, abbiamo detto, fatta di buone maniere e di acquiescenza al governo, sia pubblico (Berlusconi) che privato (Mediaset).

Questo spiega la necessità che sia Enrico Mentana a intervistare Veltroni in un grande incontro finale a conclusione della Festa del Pd. E spiega l´annuncio di Lilli Gruber, deputata europea di primo piano e importante giornalista italiana: sarà Berlusconi a scrivere la prefazione del suo nuovo libro sulle donne dell´Islam. Chi altro? Con l´aria che tira è già una conquista democratica che quella prefazione non sia stata commissionata a Borghezio.

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Mi ha colpito la notizia che alla Festa del Partito democratico di Firenze ci saranno collegamenti con la «Convention» del Partito Democratico americano di Denver. Spero che spiegheranno perché, a quella festosa assemblea di militanti politici di opposizione, non sia stato invitato e applaudito e festeggiato, per un bel dialogo, il vicepresidente Cheney, l´uomo delle false prove della guerra in Iraq. O qualche "neo-con" di rilievo, di quelli che amano Guantanamo e le maniere forti.

Qualcuno - spero - spiegherà che gli americani, nel loro Partito Democratico, sono un po´ più rozzi degli italiani: quando fanno opposizione, fanno opposizione. E quando vogliono essere eletti contro qualcuno che - secondo loro - ha fatto danno al Paese, prendono le distanze, dicono cose diverse, invitano e ascoltano le loro migliori voci, quelle più vibranti e appassionate, non quelle dei Repubblicani che intendono sconfiggere.

Inoltre sanno - ma forse anche questo è un segno della loro cultura elementare - che i loro leader non si fanno intervistare dai giornalisti della Fox Television, alcuni bravissimi ma tutti di destra. In tanti vanno alla convenzione democratica, scrittori, registi, celebrità delle grandi università e dello spettacolo. Ma sono tutti testardamente democratici. Vanno tutti per parlare di pace, non di guerra, di poveri, non di ricchi, di affamati del mondo e di crisi del pianeta, di bambini da salvare e di medicine salva-vita di cui bisogna abbattere i prezzi. Certo, l´ America non è un Paese perfetto. Anche là ci sono tanti Giovanardi e tante Gelmini. Ma (a differenza di quanto avviene nell´altra festa del Pd italiano, quella di Modena) i democratici americani non li invitano. Saranno primitivi ma (se starà bene) vogliono Ted Kennedy. E se Ted Kennedy starà bene dirà tutto quello che pensa con l´irruenza che l´America democratica ammira da mezzo secolo, e che da noi si chiama "politica urlata" e irrita molto persino Ritanna Armeni, ma solo se è "politica urlata" di sinistra.

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Ecco le ragioni del mio disorientamento nel Partito Democratico che ho contribuito a creare partecipando anche alle primarie («Sinistra per Veltroni») e nel quale adesso non so dove mettermi, perché ogni spazio è occupata da un ministro ombra che intrattiene la sua educata, amichevole conversazione col ministro-ministro. Ognuno di essi (i ministri-ministri) è occupato a prendere impronte, a presidiare le strade italiane con l´esercito, a insultare i giudici. Ma comunque appaiono come statisti mai smentiti e sempre in grado di incassare apprezzamenti (oltre che inviti alle nostre Feste) e di dire l´ultima parola in ogni radio e in ogni televisione. La descrizione perfetta è di Nadia Urbinati (la Repubblica, 20 agosto) «Questa Italia assomiglia a una grande caserma, docile, assuefatta, mansueta. Che si tratti di persone di destra o di sinistra, la musica non sembra purtroppo cambiare: addomesticati a pensare in un modo che sembra diventato naturale come l´aria che respiriamo. Come bambini siamo fatto oggetto della cura di chi ci amministra. E come bambini bene addomesticati diventiamo così mansueti da non sentire più il peso del potere. È come se, dopo anni di allenamento televisivo, siamo mutati nel temperamento e possiamo fare senza sforzo quello che, in condizione di spontanea libertà, sarebbe semplicemente un insopportabile giogo».

Quanto sia esatto ciò che scrive Urbinati lo dimostra questa e-mail appena ricevuta: «Attento, alla sua età è pericoloso agitarsi. Ma comunque la sua perdita nessuno la noterebbe, insignificante comunista. Si spenga serenamente come giornalista e scribacchino. L´umanità e l´Unità le saranno grate eternamente».

Curiosamente la e-mail mi è giunta mentre una collega - che preparava un pezzo sul cambiamento in questo giornale -, mi chiedeva: «Ma temi la normalizzazione de l´Unità?».

La mia risposta meravigliata è stata che a me questa Unità appare un giornale normale. Un normale, intransigente, preciso giornale di opposizione. La storia del suo e del nostro futuro è tutta qui, fra questa «normalità», la descrizione di Nadia Urbinati e la e-mail che ho trascritto e che offre una bella testimonianza del ferreo contenitore culturale in cui ci hanno indotti a vivere. Non resta che attendere il nuovo giornale.


Armeni: sia determinata
Una donna con 4 figli può fare qualsiasi cosa
L' intervista «Segnale positivo»
Piccolillo Virginia sul
Corriere della Sera

ROMA - «Era ora che un quotidiano importante avesse una donna direttora. O direttrice? Chissà come si farà chiamare Concita». Ritanna Armeni, prima di approdare alla tv con Ottoemezzo e prima di fare da portavoce a Fausto Bertinotti, all' Unità ha lavorato otto anni. E vede molto positivamente l' arrivo dell' inviata di Repubblica. Perché? «Mi sembra una donna molto decisa, che ama moltissimo il suo mestiere. Mi pare anche molto attenta ai fatti, come sappiamo essere noi donne. Non so se cambierà anche la linea politica del giornale». Lei lo auspica? «Sì. Devo dire che l' attuale direttore Padellaro ha fatto un giornale di opposizione molto coerente. Ma a me non piaceva. Troppo personalizzata contro Berlusconi». Non era il tentativo di coalizzare tutte le anime dell' opposizione? «Però era tutto puntato sulla battaglia contro il leader, invece che contro i grandi cambiamenti sociali e culturali a cui lui ha portato. Era un giornale che rappresentava un' opposizione incapace che infatti a parte strillare contro Berlusconi non ha prodotto nulla». Cosa si aspetta dall' Unità diretta da una donna? «Certamente un giornale di opposizione. L' Unità non può essere altro. Ma con grande concretezza». Pensa che avrà vita facile? «Beh, il momento non è dei migliori. No. Credo che si sia presa una bella gatta da pelare. Ma ho fiducia in lei. Mi sembra molto determinata. E poi è una donna che ha quattro figli. Può affrontare tutto». All' «Unità» c' è chi ha sofferto il fatto che la sua nomina venisse preceduta dall' auspicio di Veltroni favorevole a una donna. E sospettano pressioni sull' editore. «Non lo so. Sono a Parigi. Ma se anche fosse? C' è qualche direttore che non è stato voluto da qualcuno? Ci vogliamo meravigliare che un giornale che fa riferimento a un partito di opposizione subisca l' influenza del segretario?.



Voce
Jena su
La Stampa

«Sono deluso da Veltroni».
Ancora una volta Berlusconi ha dato voce al sentimento popolare.


Il rischio federalista nel paese spezzato
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

Dedico queste note di oggi al federalismo, fiscale e costituzionale e cioè all´attribuzione di competenze allo Stato, alle Regioni, alle Province, ai Comuni e alle risorse necessarie per farvi fronte. Ancora si sa molto poco delle proposte leghiste e quel poco è molto contraddittorio. Perciò cercherò soprattutto di individuare i vari problemi che il federalismo dovrebbe risolvere e quelli ancora più numerosi che esso solleverà nella società e nell´amministrazione.
Ma prima c´è un altro tema da affrontare, del quale mi sono già occupato domenica scorsa e cioè lo stato dell´opinione pubblica in Italia. Il tema ha suscitato numerosi interventi e anche qualche fraintendimento come sempre accade quando il dibattito si fa vivace e denso di interessi anche politici. Del resto non si tratta di un argomento peregrino rispetto a quello del federalismo; le autonomie del territorio, l´identità nazionale e quelle locali, le loro reciproche compatibilità e idiosincrasie affondano infatti le radici nelle opinioni che le sostengono. L´opinione pubblica è come l´atmosfera: impalpabile, pura o inquinata, strutturata nelle sue componenti chimiche ma al tempo stesso volatile sotto la sferza di venti improvvisi.
Un federalismo che non fosse appoggiato dall´opinione pubblica nazionale sarebbe morto; d´altra parte una nazione che non si riconosca come tale è destinata a sfasciarsi. Per questi motivi il dibattito sull´attuale consistenza delle opinioni costituisce una sorta di pre-condizione al riassetto delle istituzioni, centrali e locali.

L´aspetto inquietante consiste invece nel degrado dell´opinione pubblica in una miriade di opinioni private, di gruppo e di corporazione, di territori e di individui. Lo specchio rotto riflette in ogni suo frammento una figura e un interesse particolare. La visione del bene comune in queste condizioni diventa spesso ipocrisia. Si pensa e si agisce per sé e per la propria confraternita. I valori degradano a convenienze personali e corporative. Questa che per me rappresenta la devastazione e la desertificazione di ogni opinione pubblica costituisce il brodo di coltura del populismo, della democrazia plebiscitaria e autoritaria, della delega in bianco.

Lo scontro tra l´Italia "che si arrangia" e l´Italia "che si impegna" non è altro che la storia di questo Paese dall´epoca delle "Signorie" fino ad oggi. In questo scontro l´Italia "che si arrangia" ha avuto la meglio molto più spesso dell´Italia "che si impegna". Quando parlo di impegno sono ben consapevole che questa parola va al di là degli steccati tra destra e sinistra.
L´Italia che si arrangia ha vinto tutte le volte che i detentori del potere hanno dato, essi per primi, l´esempio di privatizzare l´interesse pubblico e questo esempio è stato così frequente e così devastante da configurare il nostro Paese con le maschere della commedia dialettale. L´italiano è anarchico, furbo, debole e servile con i potenti, crudele e arrogante con i più deboli. Questa è l´immagine: convenzionale perché reale.
Ad essa si oppongono gli italiani consapevoli delle proprie responsabilità collettive. Anch´essi sono portatori di interessi, non hanno certo natura angelica né eroica. Il loro impegno consiste nel sublimare gli interessi a valori collettivi, impersonati da soggetti collettivi, ricostruendo uno specchio nel quale la società possa riflettersi insieme al proprio passato e alla progettazione del proprio futuro.

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Il federalismo è senza dubbio entrato nel sentimento degli italiani in questa fase della nostra vita pubblica, con un´intensità inversamente proporzionale all´attenuarsi del sentimento nazionale e di quello europeista. L´identità localistica, regionale e comunale, ha un netto sopravvento non tanto sulla nazione intesa come patria quanto sullo Stato.
Lo Stato non ha mai goduto d´un grande favore in Italia. Oggi è addirittura detestato dalla maggioranza dei nostri concittadini. Deve essere leggero. Funzionale. Assolutamente privo di etica, cioè non portatore di visioni etiche. L´etica ce la mette semmai la Chiesa. Ma quella della Chiesa è un´etica tradizionale e solidaristica. I suoi pilastri sono la famiglia e la carità, cioè l´amore del prossimo, pilastri che non combaciano con l´identità localistica. Non a caso il popolo leghista è assai poco cattolico, almeno nel senso della solidarietà ecumenica.
Il rischio del federalismo dal punto di vista dei sentimenti è quello di accrescere la separatezza localistica non soltanto tra Nord e Sud ma anche tra Piemonte e Lombardia, Lombardia e Veneto, Puglia e Marche, Lazio e Campania e addirittura tra Padova e Verona, tra Roma e Milano, tra Brescia e Bergamo, tra Parma e Bologna, tra Catania e Palermo.
La Lega infatti è preoccupata da questi contrasti e farà quanto può per superarli o almeno non aggravarli dal punto di vista fiscale. Calderoli nella sua inedita versione di statista ha già fatto il giro delle sette chiese per realizzare un ecumenismo federalista perché alla Lega interessa portare a casa entro la fine dell´anno la legge delega. Rinviare oltre quella data non si può perché la macchina federalista è stata ormai lanciata a pieno motore e fermarla adesso equivarrebbe ad una catastrofe politica.
Gli obiettivi della Lega sono almeno tre: diminuire la distanza tra cittadini e istituzioni, trattenere "in loco" il maggior numero di entrate fiscali, acquistare sovranità locali sul maggior numero di materie. Per rendere accettabili in tutto il Paese queste finalità sentite prevalentemente nel Nord, la Lega ha capito che occorre "vestire" di valori questi interessi e quindi confezionare un´immagine che sia attraente per tutti. L´immagine è quella di un federalismo che avrà come risultato finale la diminuzione del dislivello tra Sud e Nord perché l´autonomia consentirà al Sud di accrescere i suoi redditi; il livello delle imposte diminuirà (in futuro), le amministrazioni locali saranno più snelle e più efficienti, alle regioni di più bassa capacità d´investimento sarà accordato il potere di adottare una fiscalità di vantaggio del tipo di quella irlandese; sarà istituito un fondo nazionale di perequazione alimentato da contributi delle regioni più ricche e dello Stato per sostenere il periodo transitorio di adeguamento delle più povere al livello standard dei servizi pubblici.
Le materie interamente affidate alle Regioni e ai Comuni saranno la sanità (già lo è in gran parte), l´istruzione, l´assistenza, la disciplina degli immigrati con i nuovi poteri affidati ai sindaci.
Mancano al momento indicazioni sugli strumenti fiscali da affidare alle istituzioni locali. Si parla di Iva, ma c´è uno ostacolo europeo; si parla di addizionali Irpef e addirittura dell´Irpef tutta intera. Si parla di accise (benzina e tasse di fabbricazione sui raffinati). Si parla anche di Irpeg e comunque di imposte sulle produzioni svolte sul territorio. L´esempio più eloquente sarebbe di tenere a Melfi l´incasso sul valore delle auto Fiat prodotte in quello stabilimento e a Termini Imerese quello sulle produzioni della fabbrica Fiat lì operante. Scomporre e ricomporre. Una rivoluzione imponente. Forse spostando dalle imposte dirette a quelle indirette il maggior peso del carico tributario con tutto ciò che ne deriva sui singoli contribuenti.
Bisognerebbe anche diminuire i trasferimenti dello Stato alle Regioni a statuto speciale, ma su questo punto si profila un contrasto radicale tra le cinque Regioni in questione e tutte le altre.
Si può mettere in carta e votare in Parlamento una legge delega di queste proporzioni tra l´ottobre e il dicembre prossimo? Senza correre il rischio di varare un aborto informe se non addirittura un mostro legislativo? Per di più in tempi di recessione e di estrema preoccupazione del gettito tributario? Scomporre o produrre solo caos?
Sui costi effettivi di questa mastodontica operazione non si ha alcuna notizia. Lo statista Calderoli ritiene che avverrà a costo zero ma un calcolo accertato e certificato non c´è. Tremonti ha addirittura dichiarato che la messa in pista del federalismo fiscale fornirà risorse aggiuntive, ma non ha precisato se questa sua previsione si riferisca alle spese della pubblica amministrazione nel suo complesso o soltanto a quelle dell´amministrazione centrale: dettaglio tutt´altro che marginale.
Ma c´è un altro aspetto del quale si parla poco o nulla: il diritto dei cittadini ad avere prestazioni eguali dai principali servizi pubblici, senza discriminazioni tra chi vive in Calabria o in Veneto, in Emilia o in Campania, nel Molise o in Sardegna, in Lombardia o nelle Marche. Quest´aspetto della questione spetta allo Stato di garantirlo. Se così non fosse l´intera costruzione federalista si sfascerebbe come un castello di sabbia.



Perfetto numero 2
Un matrimonio politico all´insegna del cambiamento senza avventure.
Quanto Barack appare snob, tanto il vecchio Joe è amato dal cuore industriale dell´Est.
"Old Joe", navigato e paterno per allontanare l´ombra di Hillary.
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

Barak e Joe Biden

WASHINGTON - Matrimonio politico tra speranza e prudenza, promessa rassicurante all´America, e a un mondo stanco di bullismi militari e di smargiassate ideologiche, di cambiamento senza avventure.
L´accoppiata fra Barak l´africano e Joe l´irlandese è in fondo la versione di sinistra dell´operazione che fecero a destra i repubblicani otto anni or sono quando affiancarono all´immaturo e inesperto Bush la navigata governante Cheney. Con l´augurio che, in caso di loro vittoria, i risultati siano migliori.
E´ un´unione di opposti che essi sperano divengano complementari e formino un pacchetto capace di calmare le ansie degli scettici, senza deprimere gli entusiasmi dei convertiti, rassodando l´unità del partito. In linguaggio scacchistico, potremmo dire che Barack Obama, martellato come un novizio invaghito della celebrità, si è arrocato, scegliendo questo senatore che potrebbe essere suo padre (sessantasei anni contro quarantasette) che ha fatto della politica internazionale la propria specialità. E che in materia di pace e guerra, di ordine mondiale, di diritti civili per le donne e per i neri, di «sicurezza nazionale» come vuole lo slogan, sovrasta testa e spalle il repubblicano John McCain, le cui immaginarie credenziali di politica estera sembrano malinconicamente ridursi a quei cinque dolorosi anni trascorsi nelle celle di Hanoi trentacinque anni or sono, in un mondo leggermente diverso dal nostro. Celle nelle quali l´eterno reduce di professione sembra essere ancora imprigionato.
Joseph Biden è semplicemente tutto quello che Barak Hussein Obama non è. Quanto Barak appare snob, elitista, algido, intellettuale («consumatore di rughetta», dicono rabbrividendo a destra, sintomo terminale di elitismo gastronomico) e distaccato dal mondo dei colletti blu democratici, dal popolo del cestino colazione in fabbrica (almeno in quelle che non sono già volate in Cina), tanto il vecchio Joe è amato nel vecchio cuore industriale dell´Est, dove potrebbe dare qualche aiuto elettorale negli stati in bilico. E´ popolarissimo nel suo Delaware (lo staterello feudo della chimica Dupont de Nemours dove lui è senatore da 36 anni) nella vicina Pennsylvania, nell´Ohio, nel Michigan, nella «cintura della ruggine» che non si è convertita alla «Obamania». E´ di famiglia, se non di particolare devozione, cattolica romana, contro il revivalismo messianico delle chiese battiste nere frequentate da Obama.

Per questo era stato lui, da sempre, il compagno di squadra che il candidato democratico aveva in mente, nascosto dietro i depistaggi organizzati per tenere alta la suspence fino alla vigilia del Congresso, della «Convention», che comincia domani a Denver. Nessun altro era stato considerato seriamente da Obama, che non poteva affiancare un´altra scelta arrischiata a se, essendo già lui il personaggio shock. O portarsi in casa residuati invadenti come Al Gore o Hillary Clinton, con Bill a rimorchio, mai inserita davvero nella lista dei possibili vice, come era ovvio che fosse. La promessa di cambiamento è lui, il figlio del Kenyano con quel nome strano e straniero, e raddoppiare la scommessa della novità l´avrebbe resa un azzardo.
Il problema Hillary, pensando al gioco di spariglio che la signora potrebbe essere tentata di fare contro l´usurpatore del propri diritti dinastico, l´odiato Obama, è un altro dei valori aggiunti che Joe Biden porta. «Old Joe», con quei suoi capelli trapiantati ma non pittati per nascondere le cicatrici di due interventi per aneurismi al cervello, è un «boss» di partito della vecchia scuola, e la frustrata signora Clinton, senatrice lei stessa, dovrà fare attenzione a non creare l´impressione che lei, e l´ingombrante coniuge, remino contro il duo Obama-Biden. Nel caso di una loro vittoria, lady Hillary sarebbe punita e marginalizzata in Senato, dove già non ha brillato. Nel caso di una loro sconfitta, la implacabile vendetta della politica le farebbe pagare lo sgarro, negandole, o rendendole assai dura, la candidatura del partito fra quattro anni.
La campagna di Barak Obama ha dunque fatto una scelta che, prima di essere giusta o sbagliata, come si vedrà soltanto il 4 novembre, era inevitabile. L´outsider con l´insider, venuto dal cuore dell´establishment politico. Il profeta del cambiamento temperato dalla esperienza di un cardinale di Washington. La voglia di rassicurare la nazione e di compattare un partito ancora dilaniato dallo strazio delle primarie, ma che riconosce in Biden un vero democratico dal pedigree antico e un difensore dei diritti delle donne, tra i pochi che votarono contro i giudici conservatori voluti da Bush alla Corte Suprema. E se qualcuno tenterà ancora di cantare il consueto refrain contro i Democratici insensibili alle virtù militari, il vecchio Joe potrà mostrare la foto del figlio maschio in divisa da capitano. E´ in partenza per l´Iraq, dove la Casa Bianca ci grida che la guerra è vinta, eppure stranamente giovani americani come lui continuano a morire.


  24 agosto 2008