Berlusconi celebra il suo trionfo di fronte alla camera. Nel nome della crescita e «con l'aiuto di dio» espone il suo programma d'emergenza e accoglie l'opposizione sotto le sue ali protettive. Il «dialogo» lascia il Pd senza parole. Intanto Maroni dà pieni poteri contro i rom al prefetto di Milano e prepara un decreto-sicurezza da brivido
L'invito al dialogo con l'opposizione è un segno di buona educazione parlamentare, suscita giusti applausi e in fondo costa poco. Sarebbe stato strano del resto se Silvio Berlusconi, uomo che notoriamente aspira all'amore universale ne avesse fatto a meno presentandosi alle Camere sulle ali del voto popolare e alla guida di una maggioranza blindata. Hanno colpito i toni particolarmente misurati e rispettosi delle opinioni altrui forse perché rivolti ad avversari che nella campagna elettorale di qualche settimana fa egli definiva come dei comunisti antropologicamente diversi che avevano messo in ginocchio il Paese. Su quale sia il Berlusconi autentico nutriamo qualche sospetto che tuttavia accantoneremo in attesa di vedere come si darà seguito a tanti lodevoli propositi e alle altrettante gravi omissioni. Se il premier non ha nulla da perdere a mostrarsi aperto e conciliante (magari in vista di più ambiziosi incarichi: il Colle) è altrettanto chiaro che avrebbe molto da guadagnare da un'opposizione intrappolata in uno zuccheroso spirito bipartisan. Si capisce che il premier non voglia ripetere l'esperienza dell'altra volta quando (dopo analoghe iniziali gentilezze) il suo governo «ad personam» suscitò la più ampia contestazione nel Paese. Anche questa volta le premesse non sembrano buone. È facile infatti fare la faccia feroce con gli immigrati o annunciare rappresaglie contro gli impiegati pubblici o ipotizzare revisioni della 194 e poi sperare in una sorta di cogestione del malcontento con il governo ombra. È una confusione di ruoli da cui il Pd saprà certamente rifuggire sapendo bene che altre sono le priorità per un partito reduce da una pesante sconfitta elettorale. Ossia, rafforzare identità e radici ricominciando a parlare con quei dodici milioni di cittadini che lo hanno votato. Il primo dialogo è soprattutto con loro.
Il Cavaliere ecumenico
Massimo Giannini su la Repubblica
L´Unto del Signore che invoca in Parlamento «l´aiuto di dio» è la rappresentazione plastica della quarta reincarnazione del leader. È un vezzo culturale da antico presidenzialismo americano, ma è anche il sigillo politico del nuovo «ecumenismo berlusconiano».
Dopo quindici anni di avventura politica vissuta pericolosamente, il Cavaliere che chiede alla Camera la fiducia al suo nuovo governo usa un linguaggio da papa laico, e lancia un messaggio da pontefice repubblicano. Questo giornale non ha mai risparmiato critiche a Silvio Berlusconi, e a tutto quello che di negativo ha rappresentato e di anomalo continua a rappresentare nell´eterna transizione italiana, cominciata e mai finita dopo il terremoto di Tangentopoli. E continuerà a non risparmiargliele, ora che si accinge a governare per la terza volta il Paese con una maggioranza solida e un esecutivo compatto, che non gli consentono più alibi di sorta. Ma in tutta onestà, nel discorso pronunciato ieri dal premier si farebbe qualche fatica a trovare una nota dissonante nei toni, o un aspetto discordante nei contenuti. Naturalmente ci sarebbe molto da obiettare, sulle questioni di merito che il Cavaliere ha eluso o affrontato in modo poco chiaro o troppo sommario. Ma specularmente c´è qualcosa da dire, sulle questioni di metodo che invece ha indicato con un´attitudine al confronto (e non più allo scontro) e una disponibilità all´accordo (e non più al conflitto) per lui del tutto ignote.
Dal «tempo nuovo della Repubblica», che deve investire tutte le sue energie sulla crescita, all´«aria nuova» di dialogo politico-istituzionale, da «respirare a pieni polmoni» per arrivare alle riforme condivise necessarie a modernizzare il Paese. Dal superamento delle differenze ideologiche e persino «antropologiche» tra i poli al riconoscimento della funzione politica dell´opposizione e persino del ruolo strutturale suo governo-ombra. Berlusconi inaugura la legislatura con un´apertura di gioco che, se il paragone non suonasse troppo azzardato e per certi versi blasfemo, avrebbe un respiro quasi moroteo. In quel «nessuno deve sentirsi escluso», e in quella continua chiamata al centrosinistra ad assumersi insieme «le comuni responsabilità», si coglie un´intenzione positiva che va raccolta e gli va rilanciata come sfida per il futuro: se questo è davvero il nuovo spirito bipartisan che anima il presidente del Consiglio, e se questo è davvero lo zeitgeist repubblicano che deve aleggiare sulla legislatura, serviranno molti fatti concreti e non più solo alcune enunciazioni di principio.
Ma intanto, con questo suo discorso quasi «epifanico», il Cavaliere sembra voler dismettere le pessime abitudini di questi anni. L´usufrutto personale dell´istituzione e l´utilizzo congiunturale della Costituzione. Il populismo mediatico al posto del riformismo politico. L´uso plebiscitario del Parlamento e l´abuso proprietario sulla televisione. Tutto questo, a prendere per buone le sue parole, sembra appartenere al passato. Per la prima volta, dopo una campagna elettorale che erroneamente avevamo giudicato «sotto tono» mentre evidentemente era già l´espressione di un «altro tono», la corsa a Palazzo Chigi non era più l´assalto al Palazzo d´Inverno. E per la prima volta, dopo le rovinose e rissose esperienze del 1994 e del 2001, la guida del governo non è più vissuta come «presa del potere». Non sembra esserci più un «nemico alle porte»: un «comunista» da liquidare, una «toga rossa» da cacciare o un sindacalista da combattere. Con questo «nuovo Berlusconi», sempre che nei prossimi giorni e nei prossimi mesi la realtà non smentisca l´apparenza, la «rivoluzione» sembra farsi istituzione.
Semmai viene da chiedersi dov´era nascosto, in tutti questi anni, il responsabile «uomo di Stato» che abbiamo visto ieri a Montecitorio. Dov´era riposto, mentre si trasfigurava nell´esasperato tribuno che nel 2006 gridava «i magistrati sono un cancro da estirpare», o nel capo-popolo che solo sei mesi fa a piazza San Babila arringava le masse dal predellino di una Mercedes. Certo, si potrebbe rispondere che il «nuovo Berlusconi», dopo il trionfo del 13 aprile, è davvero «stanco di guerra» semplicemente perché ha risolto tutti i problemi che lo convinsero a scendere in campo: ha ormai praticamente definito i suoi guai giudiziari, ed ha anche felicemente risolto i problemi finanziari della sua azienda. Ma questa, ancorché parzialmente vera, sarebbe comunque una lettura riduttiva del berlusconismo, sia pure declinato nella concezione leaderistica che ha impresso alla nostra democrazia. Resta il fatto che ha plasmato una destra corporata e radicata nel territorio, e ha dimostrato una sintonia profonda e costante con il Paese. Resta il fatto che oggi questa sua «vocazione istituzionale», sorprendente perché sconosciuta, lo proietta quasi naturalmente verso il Quirinale. E questa proiezione spiega forse più di ogni altra cosa le ragioni della sua «offerta» di collaborazione e di condivisione al Pd di Veltroni.
Silvio Berlusconi sta tentando la metamorfosi più difficile: quella di parlare non più solo alla propria maggioranza, ma all'intero Parlamento. La prova generale si è avuta ieri col suo discorso alla Camera. E l'abilità a presentarsi con toni e temi studiatamente ecumenici ha provocato applausi ed apprensione, entrambi trasversali. In quattordici anni, il Cavaliere ha plasmato la propria coalizione, ed in parallelo l'opposizione. C'è da chiedersi dunque quali contraccolpi potrà avere il passaggio da un profilo angoloso, di parte, ad una silhouette quasi concava. Per il momento, si avverte soprattutto l'inquietudine del Pd, incalzato da minoranze antiberlusconiane che temono il contagio del dialogo.
Eppure, in qualche misura il percorso è obbligato. Lo hanno tracciato le offerte di intesa fatte da Walter Veltroni al nuovo presidente del Consiglio prima e dopo la caduta del governo di Romano Prodi. Lo rafforzano differenze sul programma sfumate, e comunque minori rispetto al passato. Ma soprattutto, la sconfitta restituisce un Pd orfano di strategia e con una leadership bisognosa di trovare sponde, se non stampelle. E Berlusconi è pronto ad offrirgliele con calcolata generosità. Il modo ossessivo in cui ieri ha ripetuto il verbo «crescere » sembrava un esorcismo contro una situazione da raddrizzare rapidamente.
Il premier sa di avere dietro gran parte del Paese. Ma indovina anche un'attesa di soluzioni tangibili, che presto potrebbe rivelarsi a doppio taglio. Per il centrodestra, fare in fretta è un imperativo: sebbene la fretta non suggerisca soluzioni lungimiranti. E godere di un sostegno più ampio di quello della maggioranza diventa un modo per condividere oneri altrimenti schiaccianti. Berlusconi non spera nel voto a favore del Pd. Gli basta evitare una contrapposizione quotidiana che renderebbe disperata un'impresa già ardua. Ma il muro contro muro non è inevitabile né scontato.
La dolce dittatura della nuova democrazia
Eugenio Scalfari su la Repubblica
Con quello che capita nel mondo e soprattutto nel Medio Oriente, terra rivierasca del lago Mediterraneo, verrebbe voglia di sorvolare sui fatti di casa nostra, i primi passi del Berlusconi-Quater, il governo-ombra del Partito democratico, l´eterno duello eternamente smentito tra Veltroni e D´Alema. A paragone dell´orizzonte planetario sono cosette di provincia, ma quella provincia è casa nostra e quindi ci tocca da vicino. Ne va dei nostri interessi, delle nostre convinzioni e delle nostre speranze.
L´impatto della crisi libanese provocata da Hezbollah e di quella israeliano-palestinese provocata da Hamas è comunque troppo violento per esser trascurato. Per di più abbiamo in Libano un contingente di tremila soldati, la nostra più importante missione militare la cui sorte condizionerà inevitabilmente le altre nostre presenze all´estero a cominciare da quella in Afghanistan.
A questo punto si pone la prima domanda: esiste un legame strategico tra le iniziative militari e politiche di Hezbollah e quelle di Hamas? E seconda domanda si tratta di iniziative autonome o ispirate dall´esterno? C´è un´indubbia affinità tra quei due movimenti: entrambi hanno caratteristiche strutturali nei rispettivi teatri d´operazione; entrambi sono al tempo stesso milizie armate e strutture assistenziali, educative, sociali. Anche religiose, soprattutto per quanto riguarda Hezbollah.
Probabilmente Hamas ha in se stessa la sua referenza ideologica e politica ma subisce ovviamente un forte condizionamento dal contesto della regione; la tuttora mancata pacificazione irachena e la presenza da ormai cinque anni di un´armata americana impantanata dalla guerriglia sciita e sunnita tra Bagdad e Bassora ha impedito il rafforzamento dell´Autorità palestinese favorendo invece il nazionalismo di Hamas e la sua identificazione con il panarabismo radicale e con il terrorismo.
Per Hezbollah il fattore religioso ha sempre giocato un ruolo primario; il vincolo sciita ha progressivamente spostato la sua dipendenza da Damasco a Teheran. Allo stato attuale si gioca sullo scacchiere libanese una triplice partita: quella d´una grande Siria in funzione antisraeliana, quella d´un blocco sciita contro i governi arabi filo-americani e quella di un nazionalismo libanese come nuova potenza islamica e mediterranea.
In un quadro così complesso emerge drammaticamente l´assenza d´una politica unitaria europea e la pochezza della politica mediorientale americana. Emerge altresì la catena di errori commessi dai governi d´Israele dalla fondazione di quello Stato fino ad oggi: sessant´anni di occasioni perdute, una guerra diventata endemica, l´evocazione dal nulla d´una nazione palestinese inesistente sessant´anni fa e il miraggio d´una pace che si allontana sempre di più. La formula "due paesi due Stati" ha un fascino lessicale che corrisponde sempre meno alla realtà. Il solo modo di realizzarla sarebbe quello di collocarla in un quadro internazionale sponsorizzato dall´Onu, dalla Nato e dall´Unione europea, impensabile tuttavia fino a quando l´Europa non disponga di istituzioni federali e di una sua politica estera e militare. Siamo cioè più nel regno dei sogni che in quello della realtà.
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Nel frattempo il nuovo governo italiano si è installato ed è iniziata la quarta reincarnazione berlusconiana all´insegna di una dolce dittatura, come abbiamo già avuto modo di scrivere domenica scorsa.
Dittatura dolce è un ossimoro con il quale cerchiamo di configurare un´entità politica inconsueta ma reale. Ci sono due polarità nel Berlusconi-Quater, che si confronteranno tra loro nei prossimi cinque anni e che convivono all´interno del triumvirato Forza Italia-An-Lega ma perfino all´interno di ciascuno dei tre partiti alleati. Convivono addirittura nella personalità dei tre leader e dei loro stati maggiori.
Il "lider maximo" è probabilmente il più consapevole di questa duplice polarità e della blindatura zuccherosa che è l´immagine più realistica del governo testé insediato. Per questa ragione egli ha privilegiato la compattezza sul prestigio collocando nei dicasteri e nelle posizioni più sensibili persone clonate sulla fedeltà al capo piuttosto che sul prestigio e sulla competenza.
Blindatura zuccherosa evoca sia il populismo sia il trasformismo, due elementi connaturati a tutto il quindicennio berlusconiano e profondamente radicati nella storia politica e antropologica del nostro Paese. Nei suoi primi atteggiamenti di nuova maggioranza tutti i dirigenti già insediati nelle varie cariche istituzionali, ministri, sindaci, presidenti di Regione e di Provincia, non fanno che lanciare appelli di collaborazione ai talenti individuali lasciando in ombra il ruolo dell´opposizione.
Questa a sua volta tende a concentrare la sua forma-partito per esorcizzare tentazioni centrifughe e fughe in avanti verso ipotesi immaginarie.
L´aspetto più visibile della blindatura zuccherosa è il tentativo di coinvolgere il Capo dello Stato effettuato da Berlusconi il giorno stesso del giuramento nella sala del Quirinale durante il brindisi augurale con i nuovi ministri e in assenza del presidente Napolitano appena ritiratosi per urgenti impegni istituzionali. «Questa legislatura - ha detto il neo-presidente del Consiglio - procederà sotto il segno di un patto con il presidente della Repubblica che avrà il nostro pieno appoggio e al quale sottoporremo le linee guida del governo per averne consiglio e preventivo incoraggiamento».
Una simile dichiarazione era del tutto inattesa dopo una fase di crescente disagio reciproco tra i due massimi poteri istituzionali. Essa rivela la preoccupazione di Berlusconi di fronte alla complessità dei problemi da affrontare e il suo bisogno di collocare il governo nel quadro d´una "moral suasion" preventiva e preventivamente sollecitata e ascoltata come tramite e garanzia di fronte ad un´opinione pubblica frammentata e instabile.
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Sappiamo che il nuovo governo, subito dopo il voto di fiducia, si appresta ad affrontare i due primi e importanti appuntamenti: quello della sicurezza e quello dell´economia per un rilancio della domanda interna. Questioni complesse e irte di difficoltà. Il ministro dell´Interno, Maroni e quello della Giustizia, Alfano, stanno lavorando sul primo tema; il ministro dell´Economia, Tremonti, sul secondo.
La premessa al pacchetto "sicurezza" è una direttiva europea in corso di avanzato esame, che dovrebbe prolungare la permanenza degli immigrati nei centri di accoglienza e custodia fino a 18 mesi. Se e quando questa direttiva entrerà in vigore, essa darebbe tempo di esaminare in modo approfondito la figura dei vari immigrati e accoglierli o rispedirli ai paesi di provenienza.
Ma di ben più incisivo contenuto sono le misure di pertinenza del governo, predisposte dall´avvocato Ghedini, uno dei difensori di Berlusconi e membro del Parlamento. Si va da un elenco di reati particolarmente sensibili ai quali applicare le nuove misure, ad aumenti di pena rilevanti, all´obbligo di processi per direttissima nei casi di semi-flagranza, all´abolizione dei benefici di legge per i reati reiterati, all´istituzione del reato d´immigrazione clandestina. Infine alla chiusura delle frontiere per i "rom" provenienti dalla Romania, e al rimpatrio immediato di quelli irregolarmente entrati e residenti in Italia.
Quest´ultimo punto è particolarmente delicato perché richiede un accordo con il governo di Bucarest che non sembra affatto disposto a concederlo ed anzi minaccia eventuali rappresaglie sugli italiani residenti in Romania.
Il pacchetto nel suo complesso configura una politica assai dura e non priva di efficace deterrenza almeno in una prima fase, anche se è generale convinzione che politiche anti-immigrazione non avranno, sul tempo medio, alcuna efficacia se non nel quadro di un´assunzione di responsabilità europea e di accordi con i Paesi dai quali i flussi migratori provengono.
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Ancora più ardua l´apertura di partita sul terreno dell´economia. Tremonti ha ieri affermato che non esiste alcun "tesoretto" spendibile. Affermazione discutibile dopo le dichiarazioni di Padoa-Schioppa nel momento del passaggio di consegne, anche considerando che l´ex ministro non è certo incline agli ottimismi contabili.
Comunque questa è la posizione di Tremonti, dalla quale discende che non c´è copertura né per il taglio dell´Ici né per la defiscalizzazione degli straordinari e dei premi di produzione per i lavoratori dipendenti.
L´ammontare delle risorse necessarie per questi provvedimenti oscilla tra i cinque e i sette miliardi di euro. Se non ci sono non ci sono e si resterà al palo oppure, come Tremonti ha dichiarato, si tasseranno altri soggetti che il ministro ha indicato nelle banche e nelle società petrolifere.
Ha certamente coraggio, Giulio Tremonti: tassare i ricchi (banche e petrolieri) per dare ai meno ricchi. Però attenzione: l´abolizione dell´Ici non premia i proprietari di case modeste, già esentati da Prodi, bensì i proprietari di immobili di qualità e prestigio. Questo provvedimento è classicamente elettoralistico, costa due miliardi e mezzo e non ha alcuna utilità né sociale né economica. Meglio sarebbe se Tremonti lo levasse di mezzo, ma Berlusconi ci ha costruito una buona parte della sua vittoria elettorale, ecco il guaio per il ministro dell´Economia.
Le misure sulla detassazione degli straordinari sono invece importanti per ragioni sia sociali sia economiche.
Abbiamo ragione di credere che per quella operazione la copertura ci sia.
Pensiamo che le minacce di Tremonti alle banche e ai petrolieri abbiano come obiettivo quello di indurre le prime a sostanziali sconti sui mutui e i secondi a ribassi sui prezzi dei carburanti.
Comunque sarà bene che il ministro proceda confrontandosi in Parlamento con le proposte alternative dell´opposizione: se vuole dare prove di ascolto politico, questo è il tema più adatto.
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L'unità nazionale contro Marco Travaglio. È l'immagine surreale, l'istantanea che fotografa la reazione del mondo politico alle pesanti accuse del giornalista contro il presidente del senato, Renato Schifani. Citando dalle coraggiose pagine del libro di Lirio Abbate, I complici, nella prima serata di Raitre, di fronte a un Fabio Fazio visibilmente a disagio, Travaglio ricorda i rapporti del presidente del senato con alcuni boss mafiosi. Relazioni note, politicamente imbarazzanti, anche se giudiziariamente irrilevanti (Schifani non ha subito per questo alcun processo). Il popolare giornalista non rivela verità nascoste, ma moltiplica l'audience di fatti e circostanze già negli scaffali delle librerie e negli articoli delle sparute, incorreggibili penne antiberlusconiane.
Anziché discutere sull'attendibilità della denuncia, la nomenklatura del Partito democratico (da Anna Finocchiaro a Luciano Violante) si unisce alle voci del centrodestra e protesta con veemenza per la diffusione televisiva delle irripetibili offese. Un leit-motiv già risuonato nelle dichiarazioni del presidente della Rai, Claudio Petruccioli, indignato per la puntata di Annozero dedicata alla manifestazione torinese di Beppe Grillo.
Un film già visto all'indomani della celebre intervista di Daniele Luttazzi a Travaglio (Satyricon) su un altro libro-scandalo, L'odore dei soldi berlusconiani: sullo sfondo ancora la mafia, ancora la Sicilia dell'eroe Mangano. Tuttavia nel 2002 l'antiberlusconismo era moneta spendibile sul mercato elettorale, specialmente di fronte all'editto bulgaro, preludio di un governo della televisione che non faceva prigionieri.
Oggi, invece, la sinistra del loft sotterra la questione morale e insegue con il fiato in gola il sentimento di rancore che la maggioranza dei cittadini ha riversato nell'urna a favore del Popolo delle libertà. Alle ronde di destra si affiancano quelle di sinistra, le ordinanze contro i mendicanti sono un rito bipartisan. E sull'informazione, casamatta del potere, si replica: tolleranza zero.
In tv parla e ha accesso solo chi non tocca i nervi scoperti dell'avversario. C'è da rinnovare il Cda del servizio pubblico, bisogna difendere il fortino di Raitre assicurando la massima collaborazione e tranquillità al presidente Berlusconi, già alle prese con i colonnelli di Fini che affondano l'attuale direttore generale, Claudio Cappon, nella speranza di strappare quella poltrona al berlusconiano già designato.
E così eccoli tutti in fila a chiedere scusa per l'increscioso incidente di percorso, mentre i nuovi regnanti di questa dolce dittatura zittiscono gli ultimi cani sciolti e cancellano i fatti. L'intervista del Tg1, a Renato Schifani, ne era un esempio luminoso. Il politico liquida il merito della questione («fatti inconsistenti e manipolati»), e si dilunga sul complotto politico («qualcuno vuol minare il clima di dialogo tra maggioranza e opposizione»). Uno spot. Non spiega nulla, ma significa moltissimo.
Contro la detassazione degli straordinari
Matteo Richiardi su www.lavoce.info
Nonostante sembri mettere tutti d'accordo, il provvedimento ha evidenti conseguenze negative. Svantaggia i lavoratori più deboli che fanno comunque meno straordinari e che avranno più difficoltà a trovare un lavoro. A guadagnarci saranno soprattutto le imprese, che riusciranno per questa via a ottenere un abbassamento del costo del lavoro e una maggiore flessibilità di utilizzo della manodopera. Se si vuole rendere più competitivo il nostro paese intervenendo sul costo del lavoro, si può farlo in modi diversi e più efficaci. Per esempio, abbassando le tasse sul lavoro.
Una delle promesse con cui Silvio Berlusconi ha vinto le elezioni è quella di detassare gli straordinari. Confindustria tiene molto alla proposta e anche i sindacati sembrano interessati, dal momento che i primi a esserne beneficiati dovrebbero essere proprio i lavoratori, anche i sindacati sembrano interessati. Il Sole 24 Ore cita, per esempio, il caso dell'operaio metalmeccanico che guadagna 1.300 euro lordi al mese e che potrebbe guadagnare fino a 580 euro in più se svolgesse tutte le 250 ore di straordinario previste dal contratto, che arriverebbero a 610 euro se si considerasse anche il risparmio sulle addizionali comunali e regionali all'Irpef.
PERCHÉ È SBAGLIATO
Eppure, le conseguenze negative di un tale provvedimento dovrebbero essere evidenti a chiunque mastichi un po' di economia.
I punti principali per cui la detassazione degli straordinari è sbagliata sono diversi: (1) la misura introduce una distorsione nel funzionamento del mercato; (2) tale distorsione penalizza i lavoratori più deboli e avvantaggia invece quelli più forti, riducendo la progressività del sistema fiscale; (3) in ultima analisi a guadagnarci sarebbero soprattutto le imprese, che riuscirebbero per questa via a ottenere non solo un abbassamento del costo del lavoro, ma anche una maggiore flessibilità di utilizzo della manodopera (4) ciò configurerebbe l'ennesimo esempio di riforma al margine, ovvero una riforma che invece di rimediare a eccessi e distorsioni della normativa, trova scappatoie che introducono nuove distorsioni e nuovi problemi; (5) la riforma sembra ispirata da una visione ideologica della società e del ruolo dei cittadini, in cui lavorare è bene e lavorare di più è meglio, a prescindere da una seria analisi che evidenzierebbe al contrario come i workaholics andrebbero invece disincentivati, se si guarda al benessere della società. Questo a prescindere dai costi per l'erario che non sono indifferenti (1).
I primi due punti sono i più ovvi: privilegiare il trattamento fiscale degli straordinari ne favorisce il ricorso. Ma gli straordinari sono appannaggio quasi esclusivo dei lavoratori più forti: maschi, più qualificati, giovani o comunque non anziani. La misura non favorirebbe dunque se non marginalmente i lavoratori deboli, proprio quando il grosso problema del mercato del lavoro italiano continua a essere costituito dai bassi tassi di occupazione di donne, anziani, eccetera. A titolo di esempio, ricordiamo che i tassi di occupazione femminile in Italia sono i più bassi d'Europa (a 25 paesi), con l'eccezione di Malta, e che più di una donna su due in età di lavoro sta a casa.
Tuttavia, se è vero che il lavoratore risparmia l'Irpef, è pur vero che l'impresa paga un costo del lavoro superiore: in generale infatti il lavoro straordinario è pagato di più - il 50 per cento di più nei giorni lavorativi (al di fuori del normale orario di lavoro), e addirittura il doppio nei weekend e nei giorni festivi. (2) Fatta 100 la retribuzione lorda di un operaio di una grande industria, il costo del lavoro ordinario per l'impresa è pari a 132, mentre quello del lavoro straordinario, con retribuzione lorda incrementata a 150, è pari a 198. Dove sono dunque i vantaggi per le imprese? Ci sono, certo che ci sono. E provengono da due fonti. Per prima l'impresa può appropriarsi di una parte almeno dei vantaggi derivanti dall'esenzione, lasciando quindi i lavoratori indifferenti rispetto alla proposta di riforma, potrebbe pagare lo straordinario come un'ora di lavoro normale già a partire dallo scaglione del 33 per cento, e realizzerebbe uno sgravio nel costo del lavoro a partire dagli scaglioni successivi.
Ma soprattutto il ricorso al lavoro straordinario è flessibile per definizione, e può essere aumentato o diminuito a piacere senza incorrere in alcun tipo di sanzione o conflitto. In altri termini, prima di assumere una nuova persona l'impresa può prendere in considerazione l'ipotesi di chiedere lo straordinario ai suoi dipendenti. Il maggior costo del lavoro straordinario, nonché la riluttanza dei dipendenti a fornire lavoro straordinario oltre una certa misura, determina la soglia oltre la quale il gioco non è più possibile, e l'impresa decide di assumere. La detassazione degli straordinari modifica gli incentivi di impresa e lavoratori nella direzione di favorire la sostituzione di lavoro " normale" con lavoro straordinario: in altre parole un trade-off tra ore di lavoro per dipendente e numero di dipendenti. Non solo dunque i lavoratori più deboli risultano svantaggiati perché fanno meno straordinari, ma anche perché hanno più difficoltà a trovare un lavoro (a parità di domanda): lavorare di più, lavorare in meno.
Arriva l´aspirina firmata Coop farmaci
"E fra un anno anche la tachipirina a basso costo"
Fuori dalle farmacie si vende poco: soltanto il 4,8% dei prodotti da banco
Elvira Naselli su la Repubblica
ROMA - Il farmaco a marchio Coop. L´aveva promesso e c´è riuscito, Aldo Soldi, presidente di Coop-Ancc, che ieri mattina ha presentato il primo farmaco con un marchio della grande distribuzione. È un «clone» del Vivin C, che contiene acido acetilsalicilico, il principio attivo dell´Aspirina (marchio Bayer), insieme alla vitamina C, ed è utilizzato per gli stati febbrili, le sindromi influenzali e da raffreddamento ma anche come analgesico per dolori di varia natura.
Dalla prossima settimana sarà in vendita negli 80 corner CoopSalute di tutta Italia al prezzo di 2 euro per una confezione di 20 capsule effervescenti. Meno della metà rispetto ai 5,05 del prezzo di vendita del Vivin C negli stessi punti vendita Coop e dei circa 6 euro nel circuito delle farmacie.
Ed è solo il primo passo. Perché nel 2009 sempre Coop lancerà sul mercato il paracetamolo, principio attivo della Tachipirina, uno dei farmaci più usati per la febbre, e ben nove integratori vitaminici. E così come è successo con l´apertura dei corner Salute, resi possibili dalla liberalizzazione voluta da Bersani, c´è da pensare che l´esempio di Coop possa essere seguito anche da altri.
I numeri del resto sono interessanti: nel 2007 i punti vendita Coop Salute hanno fatturato circa 50 milioni di euro, vendendo 450 referenze (tra farmaci, omeopatici e veterinari) con uno sconto del 24,5 per cento per i farmaci. Un innegabile vantaggio anche per i consumatori.
Dunque qualche cosa può cambiare, a favore dei consumatori, magari cercando di far crescere la quota di mercato ancora bassa dei farmaci equivalenti. E, perché no, con i prodotti a marchio.