
sulla stampa
a cura di G.C. - 22 maggio 2008
Il pacchetto anti-paura
Massimo Giannini su la Repubblica
"Togliamo un po' d'angoscia che in questo periodo ha gravato su troppe famiglie...". Le parole di Giulio Tremonti spiegano più di ogni altra esegesi possibile il senso vero dei primi due pacchetti legislativi varati dal governo: quello sulla sicurezza e quello sull'economia. Non bastano a risolvere il problema dell'immigrazione clandestina né quello della crescita zero.
Ma sono un potente "ansiolitico". Contro la paura del diverso, contro l'inquietudine della quarta settimana. L'effetto pratico è incerto, ma l'effetto placebo è sicuro. Soddisfano un bisogno psicologico, più che un'esigenza politica. Rispondono, appunto, all'angoscia che attanaglia il Paese. Reale o percepita, endogena o indotta, questa forma subdola di "angst" italiana, di incertezza e di timore di essere circondati da nemici, di non avere spazio né risorse sufficienti per vivere.
Sul fronte dei mutui c'è la novità più importante. Tremonti ha onorato un impegno che aveva assunto in campagna elettorale, quando aveva detto "chiederemo un sacrificio ai banchieri". Ha compiuto un'operazione di fortissimo impatto sociale: interessa un milione e mezzo di famiglie e fa risparmiare a ciascuna di queste circa 850 euro l'anno. E ha fatto una cosa "di sinistra": ha minacciato la "casta" delle banche con una pesante stangata fiscale, e gli ha estorto un accordo a rinegoziare i mutui variabili con i clienti più in sofferenza per i rincari di questi mesi. La norma è un piccolo capolavoro di populismo politico.
Torna il ministro che mise un simbolico barattolo di pelati Cirio sulla sua scrivania, ai tempi della battaglia con l'ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio e con i "furbetti del quartierino", e che adesso si prende la rivincita contro i signori del credito, in nome e per conto dei poveri cristi strozzati dalle rate.
Ma la norma è anche un modesto contributo di assistenzialismo economico. Nel breve periodo le famiglie che rinegozieranno i contratti avranno due benefici: pagheranno una rata più bassa, e usciranno dall'incubo del tasso variabile. Nel lungo periodo ci sono due incognite. 1) Il beneficio si annullerà, perché il ciclo di ammortamento diventerà più lungo di quanto previsto al momento dell'accensione del mutuo. 2) La novità è frutto di un patto tra gentiluomini, sottoscritto tra Tremonti e l'Associazione bancaria: in assenza di sanzioni coercitive per gli istituti che non si adeguano, nessuno può garantire che le banche saranno disponibili e rinegoziare i mutui.
L'insuccesso delle norme sulla portabilità dei contratti varate con la lenzuolata di Bersani, purtroppo, sono un'ipoteca pesante sulla credibilità del nostro sistema bancario. Nonostante queste variabili, e nel clima plumbeo che si respira nell'economia del Paese e delle famiglie, non si può negare che questa misura sia una boccata d'ossigeno che da un po' di conforto a chi arriva col fiato corto alla fine del mese.
Sul fronte fiscale anche Berlusconi ha onorato gli impegni assunti in campagna elettorale. Aveva promesso l'abolizione integrale dell'Ici e la detassazione degli straordinari. Le ha approvate al primo Consiglio dei ministri. Ciascuna delle due norme contiene aspetti positivi, ma anche limiti e incongruenze. Il dubbio preliminare riguarda la copertura finanziaria: da dove spunteranno i 2,6 miliardi di euro necessari non è affatto chiaro. "Risparmi di spesa, da un palazzo all'altro", si è limitato a dire il ministro dell'Economia. Nei prossimi giorni, e soprattutto durante il dibattito parlamentare, occorrerà un po' più di chiarezza. Delle due l'una: o in cassa c'è davvero il "tesoretto" come giura Prodi, o si rischia di riallargare il deficit pubblico come teme Almunia.
L'abolizione dell'Ici consentirà a molti contribuenti di non pagare più l'imposta sulla prima casa già dal prossimo mese di giugno. E' un bel risparmio, che si aggiunge a quello già concesso dal precedente governo di centrosinistra al 40% delle famiglie con redditi più bassi. Ma ci sono tre rischi: 1) Sono giustamente escluse dallo sgravio ville e castelli (categoria A/1) ma molte splendide abitazioni situate nei centri storici delle città sono inopinatamente accatastate nella categoria A/2. Esentarle del tutto è un regalo fin troppo generoso per fasce sociali a reddito già alto, viste le poche risorse a disposizione nel bilancio pubblico. 2) L'Ici è un'imposta correlata al patrimonio e non al reddito: mantenerne almeno una quota per limitate categorie immobiliari era un modo per far pagare un po' di tasse anche agli evasori totali o parziali che in questi anni hanno investito i loro redditi sommersi sul mattone. 3) Si crea un buco nel bilancio dei comuni: saranno rimborsati, chiarisce il governo, ma non è ancora chiaro con quali mezzi. Il rischio di un aumento di qualche altra tassa locale non è peregrino. L'esperienza del passato insegna: troppe volte lo Stato centrale toglie da una parte quello che l'amministrazione locale poi si riprende dall'altra. Nonostante questi dubbi, e in un quadro di oggettivo sovraccarico fiscale sugli immobili, non si può negare che questa misura sia un discreto sollievo anche per il ceto medio.
La detassazione degli straordinari è un primo, timido passo verso il sostegno dei redditi e il rilancio della competitività. L'assemblea di Confindustria ha salutato il provvedimento con un'ovazione. E' giusto e legittimo. Ma anche in questo caso ci sono almeno tre rischi. 1) I limiti di reddito per accedere allo sgravio (30 mila euro) sono comprensibili nell'ottica di privilegiare le fasce salariali meno coperte, ma restringono ulteriormente la platea dei beneficiari, e quindi l'efficacia complessiva della misura stessa. 2) Il regime fiscale di favore per gli straordinari, con il solo limite di una cedolare secca del 10%, spingerà buona parte dei datori di lavoro e dei dipendenti a trasferire gran parte della propria contribuzione dalla parte fissa a quella variabile del salario. Il pericolo è che la norma si trasformi in un incentivo a una massiccia operazione di elusione fiscale, a favore soprattutto delle imprese del Nord, ma a spese di tutta la collettività. 3) Se la detassazione degli straordinari serve ad aumentare la produttività, la vasta restrizione della forza lavoro coinvolta, e la sua bassa qualificazione professionale, rendono molto più aleatorio il raggiungimento dell'obiettivo.
"Non c'è nessun miracolo", ribadisce ancora Tremonti. E almeno questa onestà intellettuale, stavolta, non va sottovalutata. Dopo anni sprecati a spacciare sogni per conto del suo "principale", il Talleyrand del nuovo centrodestra ha scoperto le virtù del pragmatismo post-ideologico. Adesso il centrosinistra dovrà combatterlo con le stesse armi: dovrà opporgli un vero riformismo, non più l'inutile antiberlusconismo e uno sterile benaltrismo.
Rottura con il passato
Massimo Franco sul Corriere della Sera
Il segnale di forza non è arrivato tanto dal governo di Silvio Berlusconi, ma dallo Stato. E questo forse rappresenta il miglior risultato che il presidente del Consiglio si potesse augurare nel suo esordio di ieri a Napoli. La vergogna della capitale del Sud sfregiata dai rifiuti ha fatto il miracolo di riunire la maggioranza di centrodestra insieme col resto del Paese. Davanti all'opinione pubblica si è presentato non il solito Cavaliere solitario, ma un esecutivo che ha offerto un'immagine di coesione piuttosto irrituale. Forse faticherà a risolvere i problemi. Eppure ha mostrato di essere consapevole della sfida proibitiva: il che non è poco.
Il messaggio è fortemente, anche se, c'è da sperare, non soltanto, simbolico. Come sono parzialmente simboliche le misure prese in materia di sicurezza e la stessa riunione del Consiglio dei ministri a Napoli, promessa da Berlusconi in campagna elettorale. Ridurre quanto è successo ieri ad una passerella, tuttavia, sarebbe ingeneroso e fuorviante. Lo sforzo è stato quello di prendere decisioni capaci di trasmettere l'impressione di una rottura netta col passato; ed il tentativo sembra riuscito. A renderlo più credibile sono state l'assenza di promesse avventate, ed una certa parsimonia perfino nelle critiche agli avversari.
L'unico sarcasmo è stato riservato ai "capricci di spesa" imputati da Berlusconi e dal ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, al governo di Romano Prodi. Per il resto, cominciare da Napoli significava evocare senza bisogno di parole il disastro amministrativo degli avversari. Ma non sottolineare quelle responsabilità ha dimostrato che il centrodestra sa di correre rischi non dissimili; e che soltanto un impegno comune, nazionale, privo di recriminazioni e guidato dallo Stato, può riportare la situazione alla normalità. La reazione misurata del Pd conferma la disponibilità a non ostacolare un percorso ritenuto da tutti come obbligato.
È un modo per far capire che le emergenze del Sud non sono anomalie estranee al resto dell'Italia. Al contrario, evocano e in qualche caso anticipano quanto potrebbe avvenire in futuro e forse sta già succedendo perfino a nord del Po. Si tratti di sicurezza, immondizia, sgravi fiscali, politica familiare, la sensazione di precarietà e di malessere attraversa e coinvolge larghi settori del Paese. Per il momento, il governo appare preoccupato soprattutto di arginare queste paure: anche a costo di provocare la reazione di alcuni Paesi europei e di tirarsi addosso accuse più o meno strumentali di xenofobia.
Berlusconi ed i suoi alleati indovinano una voglia di Stato che per ora si affida a soluzioni drastiche, e non ammette neppure l'apparenza di cedimenti. L'inizio, dunque, non poteva essere diverso.
Sceneggiate napoletane
Enrico Fierro su l'Unità
Il miracolo di San Silvio non c'è, e del resto nessuno - propaganda politica a parte - a Napoli se l'aspettava. Il programma per far uscire la città dall'eterna emergenza rifiuti è basato su una filosofia da lacrime e sangue. Insomma, la cartolina della "finestra a Marechiaro" - tanto cara al Berlusconi di qualche anno fa - è cancellata, al suo posto un futuro pieno di incognite e carico solo di amare certezze: discariche e inceneritori. Perché, volato a Napoli con l'intero governo, Berlusconi ha dovuto prendere atto di una realtà gravissima che ha già travalicato i limiti della decenza civile.
Accantonato battute e promesse, messo da parte il cantore Apicella, Berlusconi ha capito che la partita che si gioca sui rifiuti è difficilissima. Ma con quali carte, il presidente del Consiglio intende giocarla? Alcune delle decisioni contenute nei 17 articoli del disegno di legge, si ispirano ai vari decreti varati dal governo Prodi, altre sono nuove, altre ancora sono discutibili. Una decisione, la più importante, raccoglie consensi bipartisan e apprezzamenti unanimi: la nomina di Guido Bertolaso a sottosegretario con ampie deleghe e poteri. Il Capo della Protezione civile si è già occupato di rifiuti a Napoli dal 5 maggio al 7 luglio scorso. La sua fu una esperienza infausta: aveva un piano per la riapertura di alcune discariche ma fu bloccato da una raffica di veti, anche questi bipartisan, litigò col ministro Pecoraro Scanio e fu scarsamente sostenuto dal governo che lo aveva nominato. Questa volta, assicurano sia al governo che all'opposizione, Bertolaso farà bene. Il suo compito è da far tremare le vene ai polsi: entro 30 mesi, ha detto Berlusconi, deve assicurare la fuoriuscita dall'emergenza, assicurare l'apertura di almeno otto discariche e l'apertura di quattro termovalorizzatori. Quella sulle discariche è l'aspetto più spinoso. Berlusconi non ha indicato dove saranno costruite, i luoghi sono top-secret e i siti verranno sorvegliati dall'esercito. Siamo di fronte ad una massiccia militarizzazione del territorio, scelta non apprezzata dall'intero Consiglio dei ministri e contestata dallo stesso ministro della Difesa Ignazio La Russa. Il Pd tace. Come si farà a tenere segreta la localizzazione delle aree è un mistero. Cosa penserà la gente sui territori quando vedrà muoversi mezzi pesanti, tecnici, camion che trasportano materiali e movimentano terra? Le indiscrezioni raccolte parlano dell'apertura di una discarica per ognuna delle cinque province della regione, più altre tre per arrivare a contenere almeno 10 milioni di tonnellate di rifiuti. Non è ancora chiaro se la discarica di Chiaiano (area nord di Napoli) aprirà. È destinata ad accogliere 700mila tonnellate e da giorni è presidiata dai cittadini del quartiere. Che non potranno più opporsi e impedire l'inizio dei lavori. Questo dice una norma annunciata nel decreto nella quale si prevede l'arresto e una condanna fino a cinque anni per chi impedisca l'ingresso nelle discariche ritenute aree di interesse strategico. Quanto questa norma sia concretamente applicabile è tutto da vedere, quanto la militarizzazione delle aree attorno ai siti riuscirà ad evitare blocchi e manifestazioni lo si capirà nei prossimi giorni.
Il piano rifiuti del governo è pronto, le ambiguità sono tante, troppi i problemi non risolti, tantissimi i rischi, ma c'è un punto a favore di Berlusconi, ed è il coro di apprezzamenti ricevuti dal Pd e dalle associazioni ambientaliste. Un coro forte e chiaro, che non abbiamo visto all'azione negli anni scorsi. Tempi passati, quando ad ogni accenno di apertura di discarica vedevi all'opera sindaci ed esponenti politici di destra guidare le proteste, e così per gli inceneritori, e così per Pianura, fino a chiedersi perché per affrontare in modo civile e moderno la questione rifiuti a Napoli siano passati 14 anni ed altri ancora ne dovranno passare.
Il rischio di Silvio: più Andreotti che Thatcher
Augusto Minzolini su La Stampa
Per un periodo è stato l'espressione più ripetuta dai politici italiani alle prese con il problema sicurezza. Due parole: "Tolleranza zero". Un'invenzione mediatica con cui l'ex-sindaco di New York, Rudolph Giuliani, ripulì le strade della Grande Mela. Per il "governo Berlusconi" il concetto magico per dare un peso al decreto sicurezza poteva essere l'introduzione del "reato di immigrazione clandestina". Una scelta che avrebbe potuto dare l'immagine del voltar pagina. E invece niente l'idea è stata annacquata dal dialogo con l'opposizione e dai protagonismi dentro la maggioranza, tanto che qualche dubbio si è insinuato nella stessa mente di Silvio Berlusconi. "Non sono del tutto convinto - ha spiegato ai suoi collaboratori il Cavaliere -. Ad esempio, preoccupiamoci delle badanti". Così quello che doveva essere il cavallo di battaglia della nuova politica sull'immigrazione o sparirà del tutto, o finirà in un disegno di legge seguendo né più né meno l'itinerario con cui Romano Prodi si disfece del decreto sicurezza che sconquassò la sua maggioranza neppure un anno fa. Naturalmente il cambio di linea è stato motivato con una trafila di giudizi tecnico-organizzativi, che non hanno però convinto Nicolò Ghedini, che pure è uno dei consiglieri del Premier. "Questo reato - osserva Ghedini - esiste già in Germania, Francia, Inghilterra, Grecia. Solo che quando alla tecnica si aggiunge la politica, in nome del dialogo, nasce la confusione. Si tratta di un'arma di dissuasione che può essere tranquillamente modulata evitando che le badanti siano trattate come delinquenti ma contemporaneamente che i delinquenti siano trattati come badanti".
Appunto, c'è un pericolo dietro l'angolo per il Cavaliere. Ed è insidioso: c'è il rischio che un esecutivo votato dalla gente per governare grazie ad una maggioranza forte, esprima una politica più debole, meno efficace, impantanato nelle logiche del compromesso e della trattativa a ribasso con l'opposizione. "Oppure - sono parole del radicale più fedele al Cavaliere, Benedetto Della Vedova - che un premier cresciuto nel mito della Thatcher si trasformi in un seguace di Andreotti". O, ancora, che la terza Repubblica, invece, di organizzare il bipolarismo in modo più moderno ed efficace, con l'alibi di un nuovo galateo istituzionale dia vita ad una parodia della solidarietà nazionale.
I sintomi ci sono tutti. Non sono ancora visibili ma un medico esperto non avrebbe difficoltà ad individuarli. Il primo "check-up" si svolgerà proprio oggi, nel consiglio dei ministri ambientato nella reggia di Napoli. Solo alla fine si capirà se sarà una riunione storica, che imprimerà nella politica del governo una dose di decisionismo. O se, invece, sarà solo una kermesse di immagini, sicuramente più efficace di quella che fece due anni fa il governo dell'Unione in un'altra dimora borbonica, la reggia di Caserta, ma dello stesso tipo: inconcludente. Qualche segnale preoccupante c'è. Eccome. L'"emergenza" dei rifiuti richiederebbe un cambio di passo: l'individuazione di nuove discariche e termovalorizzatori, ma anche le garanzie che questi progetti saranno realizzati a tutti i costi con strumenti adeguati. E, qui, il grado di decisione del governo non è ancora definito. Come pure non è chiaro il ruolo dell'esercito che in una ragione in cui l'emergenza ambientale si confonde con quella per la criminalità, potrebbe dare l'immagine di un cambio di fase visto che la situazione ha tutti i caratteri dello stato d'emergenza. Alla fine si capirà quanto e di più il governo Berlusconi riuscirà a mettere in campo rispetto al governo Prodi. Ai suoi il Cavaliere ha dato più che un'assicurazione: "Mi hanno lasciato in mano una bomba ad orologeria. Ma sono fiducioso. Su questo punto tirerò dritto". Finora, però, ha solo rimesso in sella nella logica della pacificazione nazionale l'uomo dei "rifiuti", Bassolino.
Alla fine, a ben guardare, l'unico che sta andando avanti per la sua strada è Giulio Tremonti. Oggi ci sarà l'abolizione dell'Ici e la detassazione degli straordinari. Mancherà solo il bonus bebè. Il tutto con la benedizione dei sindacati. Appunto, ci risiamo, sindacati e opposizione. Se Tremonti li considera come un optional, c'è chi ci crede troppo. Una logica paradossale visto che nel magma dell'opposizione c'è un po' di tutto. C'è Veltroni che chiede al capogruppo socialista al Parlamento europeo Schulz di non esagerare gli attacchi contro l'Italia sull'immigrazione. Ma nello stesso tempo c'è Pittella che ci va giù pesante. C'è Fassino che critica i ministri di Zapatero per le polemiche con l'Italia, mentre Franceschini li difende.
Di tutto di più. Troppo per sacrificare una governabilità efficiente e rapida sull'altare del dialogo. Anche perché si arriva al paradosso di una maggioranza che corteggia un'opposizione che si ritrae: Ichino ha detto di no alla presidenza della commissione Lavoro; mentre Veltroni ha rifiutato le presidenze della commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato che Berlusconi voleva affidare ad esponenti del Pd. E se desse retta a Letta il Cavaliere dovrebbe affidare il vertice dei servizi segreti a Gianni De Gennaro e non al fido Gianni Castellaneta. Siamo all'assurdo. Ma perché Berlusconi lo fa? Per il Quirinale? E' troppo lontano e non si può impostare una politica sulle condizioni di salute di Napolitano. Probabilmente è più probabile che lo faccia per paura. Ha capito che governare davvero, come la Thatcher e non come Andreotti, costa impopolarità.
Il Cavaliere, però, ci prova lo stesso. Solo che rischia di sbagliare. "Se si mette d'accordo con l'opposizione - teorizza Giorgio La Malfa - a chi darà la colpa se non riuscirà a governare? Per piacere a tutti rischiamo la gaffe del ministro Ronchi: ma vi pare che uno debba andare in Spagna per rassicurare Zapatero sulla politica del governo italiano. Siamo matti: una volta si faceva con gli Usa adesso con la Spagna".
Se si invoca lo straniero
Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera
Ha ragione il direttore dell'Unità Antonio Padellaro a intitolare il suo fondo di ieri: "Meno male che c'è l'Europa". Sì, meno male che c'è, ma a una condizione: che noi italiani riusciamo a intendere davvero la lezione che essa da tempo ci impartisce, e che oggi si rinnova a proposito dei rifiuti in Campania e della condizione dei rom. Capire quella lezione vuol dire innanzi tutto non servirsene per regolare i conti con i propri avversari interni, per nascondere le proprie debolezze dietro la forza e l'autorevolezza altrui. Vuol dire rinunciare all'antica, sciagurata abitudine delle classi dirigenti della penisola di invocare l'aiuto dello straniero per avere la meglio sui rivali di casa, così suggellando la minorità propria e di tutto il Paese.
Vuol dire, invece, meditare senza spirito di parte su ciò che l'Europa ci manda a dire. Per esempio sulle parole pronunciate l'altro giorno dall'eurodeputata Viktoria Mohacsi inviata appositamente da Bruxelles, la quale ha trovato i campi rom di Roma e Napoli in "condizioni tremende ", ricordando che "l'Italia non ha chiesto neanche i soldi previsti dall'Ue per l'integrazione delle minoranze etniche" e infine accusando il nostro sistema giudiziario di aver "perso le tracce ( sic!) da due anni di 12 bambini rom tolti ai genitori dal Tribunale dei minori perché accusati di accattonaggio". Ebbene, non sarebbe un gioco facile proprio sulla base di queste dichiarazioni (che traggo dalla cronaca della stessa Unità), non sarebbe facile ricordare che fino a prova contraria Roma e Napoli sono state governate negli ultimi 15 anni da giunte di sinistra, le quali hanno preferito evidentemente impiegare le loro risorse in modi diversi che per i rom (forse anche perché i rom non votano)? E non sarebbe altrettanto facile ricordare che evidentemente anche il governo Prodi è colpevole di essersi dimenticato negli ultimi due anni di chiedere i soldi dell'Ue destinati ai rom? O ricordare, a proposito dei 12 bambini scomparsi nel nulla, che in generale è proprio la sinistra che si precipita regolarmente a prendere le difese del nostro vergognoso sistema- apparato giudiziario, opponendosi a qualunque sua radicale riforma?
Sì, sarebbe un gioco facile, ma disdicevole e alla fine inutile. Perché in verità si tratti dei rifiuti o delle disfunzioni della giustizia, ovvero delle altre mille questioni che suscitano contro di noi critiche e condanne dall'Ue o da altrove è l'Italia, è il Paese nel suo complesso, sia quando a governarlo è la destra che la sinistra, che mostra la propria ormai trentennale incapacità di tenere il ritmo dei suoi principali partner, di eguagliarne gli standard fondamentali. E' tutto il Paese che da troppo tempo è incapace di dirsi la verità, di rinunciare al suo vizio antico dei rinvii o del lasciar correre, che da troppo tempo rifugge dal prendere i problemi di petto. Come non vedere però che ormai siamo vicini all'ultima ora? Adesso è il momento di capire che il bene collettivo e l'avvenire della politica passano attraverso un primo momento decisivo: il ristabilimento dell'autorità dello Stato.
Una norma pericolosa
Tito Boeri su la Repubblica
In paesi come la Spagna, che ha ricevuto negli ultimi 6 anni, 4 milioni di immigrati, giornali e televisione non riportano mai la nazionalità di chi commette reati. Si pubblicano solo statistiche complessive che permettono a tutti di farsi un´idea precisa dell´incidenza della criminalità fra gli immigrati, andando al di là dei singoli episodi.
Da noi si fa esattamente l´opposto. Ci sono pochi dati e molta disinformazione. "Così i Rom vendono i bambini" titolava a tutta pagina il Giornale di lunedì. Nell´interno foto di nomadi con bambini in braccio; presumibilmente si tratta di loro figli, ma l´articolo fa pensare a tutt´altro. Leggendolo si scopre che si tratta di un´indagine in corso da mesi e già ampiamente trattata dai quotidiani, che coinvolge sei "zingari" e due genitori italiani. Questi ultimi hanno commesso forse il reato più grave: vendere i loro figli. Eppure sono assolti in partenza perché "poverissimi", pescati dai Rom tra "paesi sperduti tra le montagne e le periferie più degradate del napoletano". I Rom, che al contrario hanno notoriamente vita agiata, sono già condannati, e senza appello, come "ladri di bambini". Tutti i Rom, come si capisce dal titolo. L´indagine non si pone la prima domanda che a ognuno di noi verrebbe spontanea: ai Rom non mancano certo i figli e sono spesso molto più poveri degli italiani. Se davvero fossero tutti coinvolti in un traffico illecito di bambini, perché dovrebbero vendere i figli degli italiani anziché cominciare dai tanti bambini che vengono nutriti e accuditi nei campi nomadi?
I toni del Giornale preparano il terreno per i provvedimenti che il Governo oggi potrebbe varare per decreto rendendoli vigenti fin da subito. Si tratta del reato di immigrazione clandestina, caldeggiato dal Ministro Maroni, o dell´aggravante di pena per i clandestini, su cui parrebbe d´accordo non solo l´intera maggioranza, ma anche parte dell´opposizione. Entrambi i provvedimenti accettano il principio secondo cui una persona può essere giudicata diversamente da un´altra solo per il fatto di essere di una nazionalità (o etnia) diversa. E´ un principio non solo aberrante, ma anche socialmente pericoloso. Queste norme non serviranno neanche a ridurre le giuste preoccupazioni degli italiani per la loro sicurezza.
Il principio è socialmente pericoloso perché non dissuade gli immigrati dal commettere reati, ma al tempo stesso ne ostacola l´integrazione nel nostro tessuto sociale. Non c´è deterrente, perché le norme che innalzano drasticamente il numero di immigrati incarcerati sono oggi semplicemente inapplicabili. Le nostre carceri si sono già tornate a riempire dopo l´indulto e non è comunque possibile istruire processi per i disperati sans papier che approdano sulle nostre coste o attraversano clandestinamente le nostre frontiere. Si tratta, dunque, di norme simboliche. Ma non per questo sono innocue. Il trattamento penalmente differenziato degli immigrati clandestini sancisce un´asimmetria di trattamento indipendente dal loro comportamento: per quanto si sforzino di integrarsi e di rispettare le nostre regole, saranno comunque trattati più severamente degli altri. E non possono regolarizzare la loro posizione almeno fino al prossimo decreto flussi, che si annuncia ancora più restrittivo del precedente. Si alimenta così un circolo vizioso di illegalità che alimenta ulteriore illegalità purtroppo ampiamente sperimentato non solo da noi. Chi è costretto a rendersi invisibile vive in ambienti in cui c´è meno sanzione sociale contro l´illegalità, in cui si è maggiormente a contatto con i criminali di professione. Il fatto di sentirsi comunque trattato peggio degli altri riduce ulteriormente le inibizioni a compiere atti illegali nel paese in cui si vive. Sono fatti documentati. Contribuiscono a spiegare perché la criminalità tra gli immigrati clandestini sia più alta non solo che fra gli italiani, ma anche rispetto agli immigrati regolari.
I provvedimenti che "non danno scampo" agli immigrati irregolari, che tolgono loro ogni prospettiva di integrazione, rischiano perciò di alimentare ulteriore illegalità. E sono troppi gli irregolari per pensare che se ne andranno dal nostro paese. Dunque non serviranno neanche a tranquillizzare gli italiani, la cui paura si basa anche su dati obiettivi. C´è stato, infatti, un incremento di alcuni reati (tra cui rapine in banca, traffico di stupefacenti e omicidi) subito dopo l´indulto e sono stati non pochi gli immigrati (circa 7.000) scarcerati con l´indulto. Abbiamo così offerto un segnale di lassismo non solo a chi era già in Italia, ma anche a chi ci stava guardando da paesi che provengono da anni molto bui, in cui una fetta consistente della popolazione ha vissuto, giorno per giorno, la violenza e la disperazione. Tutto questo rischia di avere attratto da noi immigrati più propensi ad attività criminali che altrove. Gravissimo non avere pensato a questi effetti dell´indulto quando è stato varato due anni fa.
Se c´è una strada ora per ridurre la criminalità tra gli immigrati e la stessa immigrazione clandestina, questa consiste nel rendere maggiormente applicabili le pene, nel reprimere la criminalità di ogni tipo. Questo significa costruire nuove carceri e, se costretti nuovamente a provvedimenti di scarcerazione, essere questa volta selettivi, evitando in tutti i modi di mettere in libertà chi ha commesso i reati con il tasso più alto di recidività.
Infine la lotta alla criminalità fra gli immigrati la si fa anche puntando all´integrazione dei figli dei clandestini. I dati sembrano incontrovertibili: alla seconda se non alla terza generazione, gli immigrati che sono andati a scuola nel paese che li accoglie hanno lo stesso senso di identità e appartenenza nazionale di coloro che hanno nonni e genitori nati in quel paese. Tutti gli immigrati, di tutte le nazionalità e religioni. La scuola è un potentissimo fattore di integrazione. Bene che ci pensino quei consiglieri comunali che a Milano o in Veneto chiedono di chiudere le scuole ai figli degli immigrati.
Per Veltroni la strategia di Zapatero
Francesco Ramella su La Stampa
L'incontro di venerdì scorso tra Berlusconi e Veltroni segna il primo passo concreto verso un nuovo stile di rapporti tra maggioranza e opposizione. La strategia del dialogo inaugurata dal segretario del Pd ricorda molto quella di Zapatero all'indomani della disfatta del Partito socialista (Psoe) nelle elezioni del 2000. Una sconfitta che consegna al Partito popolare di Aznar (Pp) la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari e porta la distanza tra i due partiti spagnoli oltre il 10% (nel 1996 era appena dell'1,2%). L'oposición útil lanciata dal neoeletto segretario socialista rappresenta una risposta alla crisi del Psoe ed è parte d'un disegno complessivo di rinnovamento del partito. Segna altresì una svolta nell'opposizione al governo Aznar, fino ad allora mirata prevalentemente a squalificare l'avversario politico.
La nuova linea tende ad accreditare il Psoe come una forza politica dialogante e responsabile sui temi di maggiore rilevanza nazionale, quali la lotta al terrorismo, la riforma del sistema giudiziario e le politiche per l'immigrazione. I socialisti si rendono disponibili a sostenere l'esecutivo sulle politiche di interesse generale, dimostrandosi capaci di anteporre le esigenze dei cittadini a quelle della competizione interpartitica. Senza per ciò rinunciare a differenziarsi dal governo, avanzando misure alternative a quelle della maggioranza. Non evitano neppure di scontrarsi frontalmente sulle decisioni impopolari assunte da Aznar (ad esempio sull'intervento in Iraq o sulla riduzione dei sussidi di disoccupazione). Questa strategia si rivela ben presto molto efficace, soprattutto presso l'elettorato moderato. I socialisti riescono rapidamente a ridurre il divario di consensi, riconquistando nel 2004 - complice l'attentato islamico alla stazione di Madrid - il governo del Paese. E tuttavia non va sottaciuto che l'oposición útil inizialmente incontra notevoli resistenze all'interno del Psoe: viene scambiata per un'opposizione debole.
Come si vede le analogie con il caso italiano non sono poche, e la dirigenza del centro-sinistra farebbe bene a tenerle presenti. Perché un'opposizione responsabile e costruttiva, in grado di recuperare iniziativa politica, è qualcosa di molto diverso da ogni forma di "melassa programmatica" e di "inciucismo" all'italiana. Al contrario, risulta utile per le sfide che il Pd deve oggi affrontare sul versante della strategia politica e della strutturazione del nuovo partito. Per fronteggiare le quali è necessario impostare un'opposizione "a doppio binario". Capace di ridare ai democratici un ruolo propulsivo nelle istituzioni e nella società, riguadagnando consensi sia tra gli elettori di centro sia tra quelli (delusi) di sinistra. Sul piano parlamentare e programmatico questo significa adottare un mix di confronto-scontro con il governo: dialogando in positivo sulle riforme istituzionali e sulle principali emergenze del Paese, ma contrapponendosi (anche radicalmente) sulle questioni in cui le distanze con la maggioranza risultano inconciliabili. Un modo di fare opposizione tutt'altro che facile. Niente affatto soft.
Per essere efficace, questa politica a doppio binario, oltre a un "governo-ombra", richiede anche un "partito-ombra". La costruzione, cioè, di una macchina organizzativa radicata nei territori, in grado di accompagnare - come un'ombra - le trasformazioni delle società locali. Per conseguire questo obiettivo non basta collocarsi responsabilmente nelle istituzioni, è necessario anche recuperare capacità di rappresentanza sociale, stimolando il reclutamento e la partecipazione degli iscritti. Lo stesso fece Zapatero nei primi anni della sua segreteria, rivitalizzando la militanza interna e utilizzandola massicciamente nella campagna elettorale del 2004. Una campagna condotta non solo sui media (vecchi e nuovi) ma anche porta a porta, per spiegare ai cittadini il nuovo corso socialista.
Ora Obama fa paura
Gian Giacomo Migone su l'Unità
L'esito delle primarie dell'Oregon e del Kentucky, conclusesi con un ulteriore pareggio, spostano di poco i rapporti di forza vigenti tra Barack Obama e Hillary Clinton, anche se il numero dei delegati favorevoli al senatore dell'Illinois è ormai molto vicino al quorum della maggioranza assoluta necessaria per conseguire la nomination democratica. Più significativo appare l'attacco indiretto sferrato nei giorni scorsi dal presidente Bush, cui si è subito associato il candidato repubblicano John McCain, a Barack Obama in quanto definisce doppiamente la campagna elettorale negli Stati Uniti. Da una parte il Presidente degli Stati Uniti riconosce il senatore dell'Illinois come portatore dell'alternativa alla sua politica estera.
In tal modo costringendo il candidato repubblicano, John McCain, ad allinearsi sulle sue posizioni, mentre Hillary Clinton, ormai offuscata dallo scontro in atto, si vede costretta a solidarizzare con il suo rivale in campo democratico, pur proseguendo la prova di forza delle primarie (restano soltanto quelle di Portorico e del Montana). Dall'altra, la sede dell'attacco (il Knesset ovvero il Parlamento dello Stato d'Israele), in spregio ad ogni regola di politica interna ed estera, e il suo contenuto (paragonare Obama agli appeasers che cedettero a Hitler, per la sua dichiarata disponibilità a discutere con gli avversari della politica mediorientale statunitense) imposta una campagna elettorale nei termini di un conflitto di dimensioni globali sulla politica estera degli Stati Uniti.
La Clinton e lo stesso McCain sono le prime vittime della nuova fase della campagna impostata da Bush. Da parte sua Obama si è visto costretto a togliersi the kid gloves, i guantini del ragazzo beneducato, per indossare quelli da pugilato, per rispondere a tono al presidente in carica.
Ma cerchiamo, innanzitutto, di comprendere le motivazioni dell'inquilino della Casa Bianca. Impopolare quanto si vuole (per causa sua i repubblicani hanno appena perso un seggio sicuro nello stato ultraconservatore del Mississippi), egli dispone dei poteri e della piattaforma mediatica offerti dalla sua carica, con la possibilità di usarli a fini di politica interna. Scopo principale di Bush è innanzitutto quello di salvaguardare l'eredità della sua politica estera e la continuità degli interessi che essa sottende; solo in seconda battuta quello di amministrare le ambizioni del suo partito, anche disposto a compromettere le sue possibilità di conservare la presidenza e di non subire un tracollo in Congresso. In questo senso la principale vittima della sua uscita di fronte al Knesset è John McCain. Il candidato repubblicano, che finora ha goduto della rendita di posizione offerta dalla violenza e dalle incertezze derivanti dallo scontro interno democratico, si è visto costretto d'un tratto a sterzare bruscamente nella direzione delle posizioni presidenziali, rendendo quantomeno problematici e poco credibili i suoi sforzi, anche recenti, di prendere le distanze dalla politica di Washington, dalle pratiche incostituzionali della Casa Bianca, con le critiche alla tortura e alle forme più spietate di conduzione della così detta guerra al terrorismo. Insomma, da tutto ciò che qualificava la candidatura di McCain come quella di un maverick, un irregolare della politica visto con sospetto dai neoconservatori; risorsa preziosa in un'epoca segnata dal risentimento diffuso nei confronti della politica professionale, anche negli Stati Uniti, sia contro la odiata politicante Clinton che contro l'antipolitico Obama. In tal modo il Presidente prende atto o, addirittura, sceglie il suo avversario democratico. Poiché la gara democratica stava già prendendo questa piega, il Presidente decide di prendere il toro per le corna schierando per primo tutta l'artiglieria neoconservatrice contro il candidato più incompatibile. In altre parole, d'ora innanzi ci sono tutte le premesse per una lotta senza quartiere contro un avversario dipinto come filomusulmano, antiisraeliano se non proprio antisemita (non è casuale la scelta del Knesset e del richiamo a Hitler per sferrare la prima bordata), forse persino filocomunista, visto che McCain, nella scia del Presidente lo ha appena accusato di arrendevolezza nei confronti del neodittatore cubano. Insomma, pacifista in quanto vile nei confronti del nemico, unamerican, non americano.
Il generale serrate i ranghi dei democratici guidati dalla presidente della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi, è il sintomo di una gara democratica che volge al suo termine. Giungono i primi segnali di trattative tra i due candidati che potrebbero avere come posta in gioco, oltre che la vicepresidenza, un posto alla Corte Suprema, come opportunamente suggerito dal Washington Post, nel timore di un ticket eccessivamente innovativo (un nero e una donna in un solo colpo) o, peggio ancora, un pasticcio riguardante la piattaforma politica dei democratici. Restano ancora delle incognite, perché la tenacia di Hillary Clinton, the comeback kid, la ragazzina che non si arrende, è grande. È anche importante capire che i democratici non sono soltanto divisi da un conflitto tra due forti personalità che, invece, sottendono differenze politiche più profonde di quelle pubblicamente dichiarate. Tuttavia, per farle emergere, Hillary sarebbe obbligata ad avvicinarsi al presidente in carica, tornando ad una tradizionale quanto perdente strategia di conquista del centro, piuttosto che far emergere e rappresentare nuovi settori di elettorato. Anche per questo è importante osservare come risponde Obama alla strategia presidenziale, sicuramente ispirata dal mitico Karl Rove, di cui McCain e lo stesso partito repubblicano sono almeno per ora ostaggi. Egli non può che ripagare il Presidente con la stessa moneta da lui usata. L'accusa di Obama al presidente Bush è quella di avere ipocritamente coltivato e manipolato la paura dei cittadini, traducendola in capitale politico, senza riuscire a combattere con efficacia il terrorismo come ampiamente dimostrato dalla guerra irachena. Qui Obama e i democratici possono poggiare piedi sulla terraferma. Non si tratta soltanto della perdurante impopolarità della guerra irachena e di quella crescente per quanto sta avvenendo in Afghanistan. In un caso come nell'altro gli alleati d'ieri sono diventati gli avversari di oggi. La liquidazione del regime sunnita ha aperto le porte della penisola araba agli sciiti ai loro protettori iraniani, come i talebani e persino la minoranza pashtun, da alleati contro il passato regime sovietico, sono stati trasformati in nemici di popolo in Afghanistan.
Più delicata è la questione dei negoziati. Nei mesi scorsi Obama è stato criticato, anche dal cospicuo partito mediatico a lui favorevole o non ostile, di non avere assunto posizioni di rilievo in materia di politica estera. In realtà una cosa importante egli l'ha detta, dicendosi disposto a usare ovunque la forza necessaria per tutelare la sicurezza degli Stati Uniti, ma sottolineando parimenti la necessità di negoziare direttamente con i nemici, quando necessario. La militarizzazione della politica estera dell'Amministrazione si fonda precisamente sulle pregiudiziali all'uso di qualsiasi forma di soft power. Se l'obiettivo del negoziato - ad esempio la rinuncia all'acquisizione di armi nucleari da parte iraniana o il riconoscimento dello stato di Israele da parte di Hamas - ne diventa la condizione è evidente che esso non decolla. Riuscirà Obama a mantenere il punto in proposito, distinguendo il giudizio sui suoi nemici-interlocutori dalla necessità di negoziare con essi o sarà invece costretto a imboccare la strada delle pregiudiziali su cui cercano di spingerlo Bush, Rove e McCain?
E come affrontare il nodo dei rapporti con Israele, allontanandosi da una condizione in cui è la coda (Gerusalemme) ad agitare il cane (Washington), secondo le accuse di una minoranza, per l'appunto, di ebrei americani? Più difficile ancora, riuscire a mantenere un profilo critico della militarizzazione della politica estera americana, in qualche modo collegato al declino del suo potere relativo, in quanto è proprio sul terreno militare che essa riesce, pur con qualche scricchiolio di cui è sintomo il continuato ricorso a mercenari in Iraq, tuttora ad esercitare una leadership incontrastata. Per non parlare della difficoltà di gestire, ovviamente senza proclamarlo, un concetto indigesto come questo, del declino dell'egemonia americana (ormai discusso da una rivista di establishment come Foreign Affaire) di fronte ad un elettorato comunque intriso di sentimenti patriottici se non nazionalisti. Qui occorre un salto di qualità come quello di cui Obama è stato capace con il suo storico discorso sul razzismo americano; cioè tale da restituire ai democratici quello che gli Americani chiamano il moral and political highground, la superiorità politica e morale in un dibattito radicalizzato come quello della campagna elettorale americana. L'alternativa non è allettante. È quella di inseguire l'orso nella sua tana, come hanno fatto con sfumature variegate Mondale, Gore e Kerry. E che sta facendo Hillary Clinton. Ci vuole un'enorme coraggio per sfidare l'accusa di debolezza, in politica come nella vita di tutti giorni. Ce la farà Barack Obama?
22 maggio 2008