A proposito del doppio pestaggio di un immigrato bengalese e di un cittadino italiano conduttore di una radio gay, il sindaco di Roma Alemanno parla di «xenofobia di quartiere ma senza movente politico». Un curioso gioco di parole visto che nulla è più politico del vento fetido della violenza di strada che si organizza in giustizieri della notte e bande di energumeni dediti alla pulizia etnica e di ogni altra diversità dalla pura razza ariana. Quanto alla dimensione territoriale, diamo tempo al tempo e presto i picchiatori di quartiere potranno confluire nella guardia nazionale targata Lega di governo, che provvederà ad armarli di pistole e fucili come da disegno di legge. La frase di Alemanno è un maldestro tentativo di salvare capra e cavoli perché se le svastiche del Pigneto non c'entrano niente con la croce celtica che egli porta al collo, esiste eccome un robusto nesso tra l'ondata di raid nazifascisti con morti (Verona) e feriti e l'incessante straparlare di fermezza da parte della destra. Ecco quindi, caro Alemanno, che la politica, la vostra politica della paura e della insicurezza, sparsa irresponsabilmente a piene mani sta producendo gli inevitabili effetti come i bacilli di un morbo ormai fuori controllo. È comprensibile che, vinte le elezioni, per gli apprendisti stregoni in doppiopetto comporti un qualche imbarazzo correre di qua e di là a constatare tra teste rotte e negozi devastati i risultati di tante parole fuori luogo. Invece di minimizzare o di scaricare sul presunto lassismo di chi c'era prima i vari Alemanno farebbero bene a fronteggiare con la massima urgenza questa offensiva dell'odio, immersa nella subcultura del menare le mani oltre che in nuvole di cocaina. Prima che il combinato disposto di teste rasate e bravi padri di famiglia bastonatori venga a presentare il conto anche a loro.
Gli effetti ottici del cavaliere decisionista
Eugenio Scalfari su la Repubblicadel 25 maggio
DICE bene il nostro D´Avanzo che ieri ha definito la strategia del Berlusconi-quater come la militarizzazione della politica. È così. Napoli si prestava perfettamente per questa militarizzazione simbolica sia per quanto riguarda i rifiuti sia per il varo del pacchetto sicurezza e il governo ha condotto egregiamente la sua prima uscita pubblica.
Ci sono state proteste popolari contro l´apertura delle nuove discariche, molte delle quali erano quelle già individuate dal governo Prodi e da Bertolaso. Individuate ma non aperte. Prodi non poteva militarizzare le sue decisioni, Verdi e sinistra radicale glielo impedivano. Berlusconi non ha questi impedimenti.
Ci saranno altre proteste? Altri scontri con la polizia?. Spero di no. Lo stoccaggio dei rifiuti è una necessità. I termovalorizzatori sono una necessità. I treni verso la Germania sono una necessità. La raccolta differenziata dei rifiuti è una necessità.
L´approccio "militare" del governo ha incontrato il favore dell´opinione pubblica anche se è stato contrastato dagli abitanti delle località direttamente coinvolte. La popolarità del governo, stando ai più recenti sondaggi, è cresciuta del 10 per cento. Anche l´opposizione ha fatto buon viso.
Più complessa è la questione del pacchetto sicurezza. I provvedimenti legislativi approvati dal Consiglio dei ministri sono chiari nella loro strategia di "tolleranza zero" e in quanto tali bene accolti anch´essi dall´opinione pubblica. Ma sono molto confusi e talvolta perfino contraddittori nella loro articolazione normativa. Ci sono aspetti di dubbia costituzionalità, come ieri ha chiarito Stefano Rodotà. Ma il ministro dell´Interno ha precisato che si tratta di decreti e di disegni di legge aperti alla discussione parlamentare e ad emendamenti migliorativi.
La "tolleranza zero", se affiancata dal rispetto dei diritti fondamentali delle persone, è approvata da gran parte degli italiani. La paura montata ad arte è sorretta tuttavia da una paura effettiva. Le due paure mescolate insieme hanno determinato la vittoria elettorale di Berlusconi, della Lega e di Alleanza Nazionale. Ora si sgonfieranno tutte e due proprio in virtù della "militarizzazione" della sicurezza. I reati commessi da immigrati resteranno più o meno al livello attuale che non presenta speciali patologie, ma la loro "percezione" diminuirà e sarà un bene per tutti.
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Quanto alla camorra e alle altre organizzazioni criminali il discorso è diverso, come è diverso il problema dello Stato e della sua ricostruzione.
La camorra infesta Napoli e la Campania fin dalla fine dell´Ottocento, più o meno alla stessa data risale la mafia siciliana e americana. Quella calabrese è invece un fenomeno che non ha più di trent´anni di esistenza, più o meno come la Sacra Corona in Puglia. Da fenomeni di criminalità locale sono diventati nazionali, le cellule di questo cancro sono arrivate nel Centro e nel Nord, i legami internazionali passano per Marsiglia, Zurigo, Amburgo, Amsterdam, Londra, Barcellona e arrivano in Marocco, Turchia, Kosovo, Montenegro, Caraibi, Colombia, Bolivia, Venezuela, Messico. E naturalmente New York, Miami, Las Vegas, Los Angeles.
La traccia che delinea questa geografia planetaria e criminogena è la droga. Il racket, gli appalti, la prostituzione, rappresentano la coda della cometa delinquenziale e non è questione di immigrati o di indigeni, ma di Stati illegali che prosperano dentro e contro la legalità pubblica.
Lo Stato c´è ed è qui, ha detto Berlusconi aprendo il suo primo Consiglio dei ministri a Napoli. Purtroppo non era neppure l´inizio ma un´immagine evanescente di Stato. Nel pacchetto sicurezza non c´è assolutamente nulla che possa scalfire sia pure marginalmente l´anti-Stato delle mafie, la Gomorra e le sue propaggini. La Sicilia di Lombardo, di Schifani, di Micciché, di Cuffaro non è certo quella che possa guidare la cultura della legalità e la rinascita dello spirito pubblico.
C´è un immenso buco nero nel quale sprofondano i corpi e le coscienze. Il populismo e l´antipolitica sono il concime di questo brodo di coltura che erode la legalità e allarga la voragine. Il berlusconismo non è una medicina contro questa peste, tutt´al più un placebo se non addirittura un veicolo inconsapevole che accresce la diffusione dell´epidemia. Spero con tutto il cuore di sbagliarmi, ma temo di no.
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Poi c´è l´economia e Giulio Tremonti in veste di Grande Elemosiniere. Emma Marcegaglia e la luna di miele tra la sua Confindustria e un governo «capace di inaugurare una nuova e irripetibile stagione» all´insegna del decisionismo.
Va guardata con molta attenzione questa capacità decisionale della politica. Personalmente penso anch´io che sia un elemento positivo per realizzare soluzioni appropriate.
La crescita non è una soluzione ma un auspicio e semmai un effetto. La Marcegaglia punta sull´aumento di produttività e lo lega soprattutto al costo del lavoro e ad una nuova contrattualistica aziendale.
Sono certamente due elementi di rilievo ma non quelli essenziali. La contrattazione aziendale lascia fuori a dir poco l´85 per cento delle imprese, cioè tutte quelle che stanno al di sotto dei trenta dipendenti. In quella moltitudine non c´è traccia di sindacato, l´alternativa al contratto territoriale è il nulla.
Aggiungo che il vero elemento che influisce sulla produttività è l´innovazione, che non dipende dai lavoratori ma dall´imprenditore, dal suo genio e dalle sue capacità di ricerca. Innovazione di processo e innovazione di prodotto. La seconda molto più decisiva della prima.
Emma Marcegaglia e la sua Confindustria rappresentano le imprese, ne sono un ufficio di relazioni pubbliche, ma l´innovazione sono le imprese che debbono produrla. Se c´è stato un crollo di produttività e un crollo ancora maggiore di competitività, le responsabilità ricadono almeno per il 40 per cento sulle imprese, per il 50 per cento sulle carenze infrastrutturali e di illegalità pubblica, cioè sullo Stato. Il costo del lavoro non pesa più del 10 per cento. Non è irrilevante ma non è da lì che si risolve il problema.
Tremonti lo sa benissimo. Anche Draghi lo sa e anche la Marcegaglia dovrebbe. Purtroppo per loro e per tutti noi, saperlo non basta.
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La ricontrattazione dei mutui immobiliari è un buffetto sulla guancia dei mutuatari, un´operazione di pura immagine. Se stai affondando ti converrà accettare il tasso fisso del 2006 invece di quello attuale, assoggettandoti al prolungamento delle rate più gli interessi aggiuntivi. Otterrai un uovo oggi e dovrai ripagarlo con una gallina domani. L´operazione non è a costo zero, le banche ci guadagneranno, lo fanno per questo.
L´abolizione dell´Ici non serve assolutamente a nulla. Tremonti vi è costretto per onorare l´impegno elettorale assunto da Berlusconi. Anche qui pura immagine fornita ad una platea credulona. Il ministro dell´Economia ne valuta il costo ad un miliardo e lo motiva come un modo per rilanciare la domanda interna. Questa è un´enormità che una persona responsabile non dovrebbe propinare senza arrossire per quel che vuole far credere. Un miliardo per rilanciare la domanda? Un miliardo ottenuto detassando un´imposta di natura patrimoniale? Onorevole ministro dell´Economia, ma si rende conto? Ritiene gli italiani gonzi al punto da credere ad una panzana di queste dimensioni? Poi c´è la detassazione degli straordinari e delle parti flessibili delle retribuzioni. Emma Marcegaglia si è fatta male alle mani per gli applausi tributati a questo provvedimento. Costa secondo il ministro 2,6 miliardi.
Personalmente credo che costerà di meno. Il fatturato delle imprese rallenta, i premi di produzione si assottigliano. Se c´è meno fatturato ci saranno meno straordinari, non è così? Oppure ci sarà un blocco nelle assunzioni o addirittura chiusura di aziende e trasferimenti di produzione ad altre aziende collegate. Aumento di straordinari contro diminuzione dell´occupazione. Non è così che funziona, gentile Marcegaglia? Non è questa la logica del capitalismo, onorevole Tremonti?
Accrescere la produttività con queste misure è un marchiano errore. Accrescere la domanda, nemmeno parlarne. Quelle che certamente cresceranno saranno le disuguaglianze di trattamento. Il pubblico impiego è escluso dal provvedimento. Le donne che lavorano non fanno straordinari. Le piccole imprese e il lavoro precario sono un mondo nell´ombra con vita e logiche proprie difficilmente visibili. Quanto al lavoro degli immigrati è inutile parlarne.
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Due parole sul ritorno del nucleare. Sono d´accordo con Umberto Veronesi: il tabù contro non ha più ragion d´essere ammesso che l´abbia avuta venticinque anni fa. Oggi una battaglia ideologica è priva di senso. Infatti non mi pare che ci sia qualcuno che voglia farla.
Ci vorranno nove anni a dir poco per avere quattro centrali e un 10 per cento di nuova energia: questo è il piano preparato dall´Enel, altri studi specifici non ci sono e quindi diamolo per buono.
Saranno centrali di terza generazione. Detto in breve: nascono vecchie. Producono scorie. L´ammortamento è molto elevato, l´energia prodotta, per conseguenza, molto costosa. I francesi, tanto per parlare d´una economia della quale il nucleare rappresenta l´elemento-base, producono ormai con centrali quasi tutte ammortizzate. Ciò significa che l´energia prodotta oggi è vicina al costo zero. Le nostre, secondo l´Enel, avranno un costo di 30 miliardi.
L´ammortamento comincerà a pesare sul primo chilowattore prodotto. Dunque fuori mercato.
Marcegaglia batte le mani. È un tic? Forse bisognerà imboccarla comunque, questa strada, ma c´è poco da applaudire. Non sarebbe meglio usare quella montagna di soldi per nuove ricerche di gas o nuove iniziative nelle energie alternative?
Agli esperti l´ardua sentenza. La sola cosa certa, lo ripeto, è che le future centrali di Scajola-Marcegaglia nascono vecchie. Per degli innovatori ad oltranza non è un grande obiettivo.
Disse una volta il primo ministro inglese Margareth Thatcher: «La società non esiste». Simile l´impostazione del "pacchetto sicurezza", all´origine di quella "politica militarizzata" sulla quale ha richiamato l´attenzione Giuseppe D´Avanzo.
Ma, inviato a Napoli con un ruolo a metà tra il Fassbinder di Germania in autunno (dove la madre del regista invoca un dittatore "buono e giusto") e il Tarantino di Pulp Fiction ("Il mio nome è Wolf, risolvo problemi"), il sottosegretario Bertolaso ha subito dovuto fare i conti proprio con la società, ha dovuto mettere tra parentesi gli strumenti autoritari e si è incontrato con i sindaci, i rappresentanti dei partiti e persino con i rappresentanti dei terribili centri sociali.
Non è il caso di fare previsioni sull´esito di questa partita difficilissima. Registriamo uno scacco della logica militare, ma non lasciamoci fuorviare da un episodio e consideriamo con attenzione il nuovo modello di governo della società affermato con il "pacchetto". È accaduto qualcosa di nuovo, che mette alla prova i principi della democrazia e dello Stato costituzionale di diritto, ponendo l´eterna questione del modo in cui si può legittimamente reagire ad emergenze difficili senza travolgere quei principi. La storia è piena di queste vicende, molte delle quali hanno provocato trasformazioni che, in modo duro o "soffice", hanno alterato la natura della democrazia.
Un punto è indiscutibile. È nato un diritto "speciale", fondato su una sostanziale sospensione di garanzie fondamentali. Una duplice specialità. Da una parte riguarda il territorio, poiché ormai in Campania vige un diritto diverso da quello di altre regioni. Dall´altra riguarda le persone, perché per lo straniero vige un diritto che lo discrimina e punisce in quanto tale, anche per comportamenti per i quali la sanzione penale è chiaramente impropria e sproporzionata o ingiustificatamente diversa da quella prevista per altri soggetti che commettono lo stesso reato.
Colpisce la contemporaneità di provvedimenti che sembrano collocare nella categoria dei "rifiuti" sia le cose che le persone, la spazzatura da smaltire e l´immigrato da allontanare. E tuttavia una distinzione bisogna farla, non per attenuare la gravità di quanto è avvenuto, ma per analizzare ciascuna questione nel modo più adeguato. L´emergenza rifiuti in Campania ha una evidenza tale, una tale carica di pericolosità anche per la salute, da rendere indifferibili provvedimenti urgenti. Ma l´insieme delle nuove regole fa nascere un modello che produce una "eccedenza" autoritaria inaccettabile.
In Campania, in materia di rifiuti, è stato cancellato il sistema del governo locale. Le aree individuate per la loro gestione sono dichiarate "di interesse strategico nazionale", con conseguente militarizzazione e attribuzione al sottosegretario Bertolaso della direzione di tutte le autorità pubbliche: a lui vengono subordinati "la forza pubblica, i prefetti, i questori, le forze armate e le altre autorità competenti", con una concentrazione di potere assoluto davvero senza precedenti. Un accentramento di potere si ha anche per la magistratura, con la creazione di una superprocura per i rifiuti, con la centralizzazione dell´esercizio dell´azione penale e dello svolgimento delle indagini preliminari. La stessa logica accentratrice è alla base dell´attribuzione al solo giudice amministrativo di tutte le controversie riguardanti la gestione dei rifiuti, anche per le "controversie relative a diritti costituzionalmente garantiti". Vengono creati nuovi reati, per il semplice fatto di introdursi in una delle aree "militarizzate" o per l´aver reso l´accesso "più difficoltoso": una formula, questa, di così larga interpretazione che può risolversi in inammissibili restrizioni di diritti costituzionalmente garantiti, come quello di manifestare liberamente.
L´insieme di questi provvedimenti è impressionante. Nessuno, ovviamente, può spendere una sola parola a difesa di un sistema di governo locale assolutamente inefficiente. È essenziale, tuttavia, rimuovere anche le cause ambientali, camorristiche e affaristiche, che hanno accompagnato l´inerzia e la complicità degli amministratori locali: senza queste misure, il ritorno della mala amministrazione, magari in altre forme, rischia d´essere inevitabile e le misure prese rischiano di non funzionare (come si allenterà la presa camorristica sul trasporto dei rifiuti?). Inaccettabile, però, appare la manipolazione del sistema giudiziario. Il Governo si sceglie i magistrati che devono controllare le sue iniziative. Viene aggirato l´articolo 102 della Costituzione, che vieta l´istituzione di giudici straordinari o speciali. La garanzia dei diritti costituzionalmente garantiti è degradata. La legalità costituzionale è complessivamente incrinata.
Interrogativi analoghi pone l´altro diritto "speciale", riguardante gli immigrati. A parte l´inammissibilità di alcune scelte generali, contrarie ai principi costituzionali riguardanti l´eguaglianza e la stessa dignità delle persone, siamo di fronte a norme destinate a far crescere inefficienza e arbitri, a perpetuare un sistema che genera irregolarità. Si è sottolineata l´impossibilità di applicare le nuove misure senza far saltare il sistema giudiziario e carcerario. Tardivamente ci si è resi conto che si possono provocare sconquassi sociali, e si è detto che si porrà rimedio al problema delle badanti, distinguendo caso per caso. Ma sarà davvero possibile fare accertamenti di massa, controllare centinaia di migliaia di persone? E ha senso limitarsi alle badanti o è indispensabile prendere in considerazione anche colf e altre categorie di lavoratori altrettanto indispensabili, come hanno sottolineato molte organizzazioni, Caritas in testa? Provvedimenti giustificati con la volontà di ristabilire l´ordine, si rivelano fonte di nuovo disordine e ulteriori irregolarità.
Ma contraddizioni, difficoltà di funzionamento, smagliature, non possono far sottovalutare la creazione di un modello di governo della società che ha tutti i tratti della "democrazia autoritaria": centralizzazione dei poteri, abbattimento delle garanzie, restrizione di libertà e diritti, sostegno plebiscitario. Si affrontano questioni dell´oggi, ma si parla del futuro. Si coglie la società italiana in un momento di debolezza strutturale, e si modificano le condizioni dell´agire politico. Si lancia un messaggio che rafforza i pregiudizi e diffonde la logica della mano dura: non sono un caso le aggressioni romane a immigrati e gay. Qui è la vera riforma istituzionale, qui il rischio di uno strisciante mutamento di regime.
Un virus è stato inoculato nel sistema politico e istituzionale. Esistono anticorpi che possano contrastarlo? In democrazia, questi consistono nel Parlamento, nel ruolo dell´opposizione, nel controllo di costituzionalità, nella vitalità dell´opinione pubblica. Ma una ferrea maggioranza annuncia il Parlamento come luogo di pura ratifica delle decisioni del Governo. L´opposizione sembra riservarsi quasi esclusivamente "un potere di emendamento", che la mette a rimorchio delle iniziative del Governo. Molto lavoro attende la Corte costituzionale, come accade nei tempi difficili di tutte le democrazie.
I cittadini, l´opinione pubblica? Sulle capacità di reazione di un mondo reduce da una batosta elettorale si può sospendere il giudizio. Ma i disagi profondi e le insicurezze reali vengono ormai governati con l´accorta manipolazione dei sondaggi, con una presa diretta delle pulsioni sulla decisione politica, con una logica sostanzialmente plebiscitaria che li capitalizza a fini di consenso. Si imbocca così una strada vicina a quella che ha portato alla crisi di molte democrazie nel secolo passato. Certo, tempi e contesti mutano. L´Europa ci guarda e, per molti versi, ci garantisce. E tuttavia il populismo ci insidia tutti, sfrutta ogni debolezza della democrazia e dei suoi fedeli, ci consegna a logiche autoritarie. È una tendenza ormai irreversibile, come più d´uno ormai teme? O non bisogna perdere la fede, e cogliere proprio le occasioni difficili per continuare a lavorare sulla democrazia possibile?
Un conoscente della mia famiglia, collega d'ufficio di mio padre, aveva la mania dei raffreddori; stava attento ai giri d'aria e prendeva tutte le precauzioni contro infreddature e bronchiti, convinto che le malattie potessero colpirlo solo da quella parte. Morì di un cancro all'intestino ovvero, come si diceva allora, di un «brutto male». Quel signore faceva benissimo a non trascurare le eventuali minacce alla faringe o ai bronchi, spesso fastidiose e talora perniciose, ma sbagliava a sottovalutare pericoli più gravi. Anche il corpo sociale ha le sue malattie, scatenate o in agguato. La sua salute dipende da come fronteggia, previene, combatte i morbi che lo insidiano; dalla sua capacità di reprimere tramite le autorità preposte a tale funzione i reati nella misura stabilita dalla legge, senza indulgenze buoniste o pseudo-umanitarie e senza isterie demagogiche né pregiudizi verso alcuna categoria di persone. In uno Stato liberale e democratico non si sospettano a priori e tantomeno si vessano né i kulaki ossia i contadini proprietari, come un tempo nell'Unione Sovietica, né gli ebrei, i neri, gli immigrati, come tante volte in tanti Stati del mondo.
Oggi sono gli zingari ad occupare i titoli cubitali dei giornali, con i reati compiuti da alcuni di loro e altri loro attribuiti, e con i violenti soprusi patiti da alcuni di essi. In entrambi i casi, lo Stato e solo lo Stato, che ha il monopolio dell'uso della forza ha da individuare e perseguire gli autori di atti delittuosi, il delinquente che ruba e molesta come il delinquente che getta bombe Molotov, contro la polizia negli anni Settanta o contro i rom oggi. Il nostro codice o meglio la nostra civiltà consentono di punire soltanto individui rei di delitti accertati, la cui responsabilità è sempre personale e mai gruppi o comunità, poco importa se etniche, sociali, politiche o religiose. Attentare a questo principio prendersela con gli zingari, gli ebrei o i padani anziché con un concreto colpevole colto con le mani nel sacco, sia egli nato a Timbuctù o ad Abbiategrasso mina alla radice l'universalità umana e in particolare la nostra civiltà, l'Occidente. Chi nega questo fondamento dell'umanità e del diritto è il vero barbaro e non ci interessa donde arrivi, dall'orto dietro casa nostra o da lontani deserti.
Zingari, norvegesi, triestini o senegalesi sorpresi a delinquere vanno puniti senza riguardo alla loro diversità o povertà. Tifosi bestiali che in nome di una squadra di calcio commettono violenze contro persone o cose provocando spesso rovinosi danni a onesti esercenti, di cui sfasciano i negozi in una ebbrezza di subumana e delittuosa ebetudine vanno puniti con tutta la durezza consentita dalla legge e costretti a pagare sino all'ultimo spicciolo i danni arrecati, senza riguardo a chissà quali disagi esistenziali sottostanti alle loro brutalità.
Improvvisati e autonominatisi giustizieri che si dedicano a spedizioni criminose vanno puniti con esemplare severità, perché rappresentano un virus socialmente e moralmente ancor più nocivo dei ladruncoli veri o presunti che si vogliono castigare
La cosiddetta piccola criminalità non è un raffreddore, bensì una piaga sociale; gli scippatori di anziani che hanno appena ritirato la pensione mettono intere famiglie in difficoltà di arrivare alla fine del mese. La sicurezza è un bene primario; la sua necessaria e ferma tutela non è certo espressione di biechi sentimenti filistei o di astiosi pregiudizi nei confronti di immigrati ed emarginati, come troppe volte si è detto con sufficienza.
Ogni problema umano e sociale non risolto comporta un tasso di devianza e di illegalità, già solo per il fatto che le leggi esistenti non riescono a risolverlo. È la globalizzazione che produce spostamenti crescenti di masse di diseredati nei Paesi più ricchi, con tutte le conseguenze che ne derivano.
Giustamente si ricorda l'emigrazione italiana, la dura e ammirevole odissea dei nostri emigranti, stranieri spesso osteggiati nei Paesi allora più ricchi ed ostili. Ma appunto perciò occorre sapere quanto sia difficile, per tutti, essere stranieri. La retorica della diversità elude sentimentalmente il problema. Tutti persone, culture siamo diversi e proprio perciò è vacuo ripetere come pappagalli questa parola. Inoltre la diversità, la particolarità non è ancora di per sé un valore; è un dato, un'identità (nazionale, politica, culturale, religiosa, sessuale) sulla cui base si possono costruire dei valori, che tuttavia sempre la trascendono, perché essere italiani, africani, buddhisti, omosessuali non è un merito né un demerito, non è cosa di cui avere orgoglio né vergogna; è un dato di fatto che va rispettato e tutelato contro chi non lo rispetta. Certamente ogni diversità arricchisce, perché si cresce uscendo da se stessi e incontrando gli altri; ogni endogamia è asfittica e regressiva, non solo quella sessuale. Ma la diversità diventa una retorica truffaldina quando viene invocata per eludere la consapevolezza dei conflitti reali che talora possono sorgere dal contatto fra culture diverse ad esempio tra una fondata sull'uguaglianza dei diritti tra uomo e donna e una che la nega. Pure tali possibili conflitti vanno affrontati con equilibrio responsabile e non già esacerbati col pathos spettacolare dello scontro di civiltà, che seduce con la sua visione della Storia al technicolor ma non vanno elusi né sottovalutati.
La teppa scatenata contro i campi nomadi e il clamore mediatico che le fa da grancassa rimuovono la consapevolezza di problemi ben più ardui dell'emergenza rom. Le dimensioni numeriche dell'immigrazione potrebbero in futuro aumentare sino a renderla materialmente impossibile, perché, per fare un esempio oggi assurdo, non è fisicamente possibile accogliere milioni di poveri. Si potrebbero creare, con la necessità e l'impossibilità di accoglienza, situazioni oggettivamente tragiche, in cui come appunto nella tragedia è comunque impossibile agire senza colpa. Anche per questo il problema non può essere affrontato con criteri diversi nei singoli Stati, ma può essere gestito solo globalmente dall'Europa, perché non è un problema italiano o spagnolo bensì europeo, se non occidentale in generale. È difficile dire se il nuovo capitalismo, che ha innescato questo meccanismo con la globalizzazione, saprà governarlo o ne sarà travolto come un apprendista stregone.
Credo che i commercianti e gli industriali taglieggiati dalla camorra o dalla mafia scambierebbero volentieri il danno, l'intimidazione non di rado la morte che sono costretti a subire con i fastidi di chi abita non lontano da un campo di nomadi. Come ha scritto Riccardo Chiaberge su Il Sole 24 Ore , non si sono viste squadre di cittadini indignati scagliarsi contro quartieri della camorra e non ho sentito parlare di ronde pronte a proteggere gli esercenti dai malavitosi che vengono a riscuotere il pizzo. Certo, è più rischioso affrontare i guappi che i vu cumprà e qualcuno ci rimetterebbe la pelle, ma ciò non dovrebbe scoraggiare chi vanta i propri attributi virili e trecentomila fucili.
La mafia e oggi ancor più la camorra grazie al possente libro di Roberto Saviano sono certo intensamente presenti all'opinione pubblica: libri, film, articoli, servizi televisivi, dibattiti. Ma non scuotono veramente l'opinione pubblica; non destano diversamente dagli extracomunitari alcun furore, alcuna paura nei cittadini. Sono quasi letteratura, una tragedia esorcizzata dalla sua rappresentazione, dopo la quale si va tranquillamente a casa tranne chi è minacciato o colpito dalla morte.
Come quel mio conoscente, siamo più vigili dinanzi a una tosse fastidiosa che ad un cancro. Il cancro si avverte meno, forse perché ha già occupato gran parte del corpo, si è infiltrato negli organi e nei sensi che sta distruggendo, sicché, almeno sino ad un certo momento del suo lavorìo, è difficile percepirlo, così come non si vede il proprio sguardo. Un impero del crimine i cui profitti sono quelli di una potenza economica mondiale e le cui vittime sono numerose come quelle di una guerra è un cancro infiltrante, che si immedesima con una parte sempre più grande della realtà. È giusto, è doveroso curare severamente scippi, furti, aggressioni, molestie, ogni illegalità anche piccola, ma sapendo quale sia la nostra vera malattia mortale.
Il Paese dei giustizieri
Adriano Sofri su la Repubblica
Grazie al cielo, la spedizione punitiva contro i cittadini stranieri e i loro negozi nel quartiere romano del Pigneto "non aveva una matrice politica". Grazie al cielo? Vediamo.Un maturo adulto italiano, accompagnato da un paio di giovani, si presenta di mattina - alle dieci e mezza, prendete nota dell´ora - nel negozio di alimentari di un signore indiano e apostrofa, a quanto pare, un avventore chiamandolo Mustafà, e intimandogli di restituire il portafoglio che gli sarebbe stato rubato, completo di 500 euro e documenti. Se no, avverte, torno oggi pomeriggio e sfascio tutto. Considereremo in effetti questo antefatto, piuttosto che politico, come una tappa di quell´impulso irresistibile a fare da sé, a mettersi in proprio, che va attraversando la penisola, dalle ronde alle passeggiate notturne ai roghi dei campi rom. Un episodio, diciamo, di sussidiarietà. Ritorna lo Stato, e l´intendenza lo precede, con la fanfara. Perché telefonare allo Stato, e dunque denunciare un furto, e denunciare il supposto autore del furto, quando possiamo fare da noi? Questa vocazione sussidiaria si conferma alle 17.15, quando una squadra di una ventina di italiani di ceppo, in parte travisati in parte no, si presenta all´appuntamento e fa giustizia di alcuni stranieri in regola - giudicati comunque guaribili, quelli che si prendono la briga di presentarsi a un pronto soccorso - e delle loro regolari botteghe, tre, un bar, un alimentari, e un call-center. E´ un notevole segno di coesione popolare e di spirito di iniziativa, il reclutamento apolitico (cioè né approntato da nostalgia neonazista, né da oltranzismo calcista) di una ventina di persone pronte a menare e sfasciare, nel giro di poche ore, e in piena luce del sole.
La sicurezza, si dice, non è né di destra né di sinistra. Non è vero, naturalmente. E´ vero invece che a ogni proclamazione roboante dell´allarme sicurezza, a ogni annuncio stentoreo che d´ora in poi la tolleranza è morta, chi abbia la faccia da straniero in Italia, irregolari, regolari e perfino cittadini italiani (come la maggioranza degli zingari) trema per la sicurezza dei propri cari e delle proprie cose. L´idea pubblica che il soggiorno irregolare in Italia sia per sé, senza la commissione di alcun delitto, un reato, passibile di galera, è terribile, ed eccita la tracotanza e la brutalità privata. Recludere per un anno e mezzo nei cpt persone di niente colpevoli, con il proposito - del tutto irrealistico - di impiegare una simile eternità per appurarne l´identità, ecco un´altra idea che fa venire i brividi. Vuol dire che nemmeno per un momento chi pronuncia la formula "diciotto mesi" ha pensato davvero a che cosa siano diciotto mesi di giorni e notti trascorsi dentro un surrogato di galera in cui diventare pazzi a mucchi. Pazzi - o morti prima.
L´altroieri - perché in questi giorni, come per una malignità della sorte, tutto sembra darsi convegno - Hassan Nejl, 37 anni, marocchino di Casablanca, è stato trovato morto nella cella numero 2 del nuovo Cpt di Torino. Vi era "trattenuto" - ah, le tenerezze della lingua! - da dieci giorni, per un decreto di espulsione. «Era nel suo letto con la schiuma alla bocca. Abbiamo urlato tutta la notte per chiamare i soccorsi, ma non è venuto nessuno». Polmonite, secondo le prime dichiarazioni del prefetto. "Ho perso la voce a furia di urlare - dice il suo compagno di camerata - a mezzanotte e quarantacinque gridavamo tutti. Dopo un po´ è arrivato un addetto della Croce Rossa. 'Fino a domani mattina non c´è il medico´, ha spiegato. Poi se n´è andato. Hassan si è steso sul suo letto, era caldo, stava malissimo... ». Alle 8 di mattina il medico di guardia ha constatato il decesso. Tutti gli immigrati hanno annunciato lo sciopero della fame: «Qui siamo come in un canile, dove se abbai nessuno risponde». Ho anche questo titolo più specifico: che sono ancora a questo mondo perché in una notte di cella i miei compagni persero la voce a furia di urlare, e venni soccorso. Al Cpt torinese non è successo. Si può essere "trattenuti" per due mesi, finora: vi sembra poco, per accertare un´identità personale?
Tutto si è dato convegno in questi giorni. I roghi di Ponticelli e la guerra di Chiaiano, gli assalti omofobi e il raid di Pigneto e lo sventurato - "ultrà laziale, pariolino, tossicodipendente, senza patente"... - che ha spezzato la dolce vita di due giovani romani. In quanti posti deve andare in pellegrinaggio il nuovo sindaco di Roma. Al Pigneto, scrive qualcuno, citando bei nomi, da Pasolini a Luxuria, finora la vita era bella, e la convivenza cordiale. Qualcun altro obietta che c´era la stessa febbre che ha acceso tutte le periferie un tempo operaie e popolari, ora degradate da una contiguità non voluta e spaventata. Qualcuno ha manifestato contro la vergogna del raid punitivo, qualcun altro aveva applaudito mentre si svolgeva. Chissà. Bisogna pensare, in questi giorni, alla vecchia questione della guerra fra poveri, e più precisamente all´intimità detestata cui sono costretti gli ultimi e i penultimi. Vi ricordate quel giudizio di un operaio di fabbrica, per spiegare il voto: "La sinistra ormai va solo dietro ai gay e agli zingari...". Non si può sfuggire alla condanna per cui stare con gli ultimi debba significare tradire i penultimi - o esserne traditi? I fascismi e i razzismi se ne nutrono.
Ci sono frangenti passaggi d'epoca, si diceva una volta in cui tutto, e tutto insieme, sembra venire (o tornare) prepotentemente a galla. Rompendo la crosta sempre più sottile dei luoghi comuni, delle consuetudini, delle ipocrisie, delle certezze più o meno consolidate. Bene, stiamo vivendo uno di questi momenti. L'importante, prima di tutto, è saperlo.
E sapere, di fronte a tante domande che si accavallano, che le risposte più facili non sono quasi mai le migliori. Perché non è vero, come recitava un fortunato slogan di Ronald Reagan, che c'è una soluzione semplice per ogni problema. Spiace dirlo, ma le soluzioni dei problemi complicati sono, quasi sempre, complicate. Talvolta complicatissime.
Per esempio. Di fronte all'assassinio di un ragazzo picchiato a morte da un gruppo di naziskin a Verona, alle bombe incendiarie lanciate nottetempo contro il campo rom di Ponticelli o al raid del Pigneto, sostenere che non c'è movente politico può (forse) andar bene per un rapporto di polizia, ma certo non ci consente di considerare questi episodi solo alla stregua di gesta criminali di piccoli gruppi di prepotenti disadattati, ignorando il clima politico, sociale e culturale in cui hanno preso corpo. Pietà l'è morta. Quello che l'altroieri era letteralmente indicibile (negro di m. , romeno schifoso e via elencando), e ieri si poteva dire solo in certe particolarissime circostanze, e comunque sottovoce, oggi fa in qualche modo parte di un discorso pubblico nel quale è d'incanto rientrata, e senza incontrare particolari resistenze, persino la leggenda nera secondo la quale sarebbe costume dei rom rapire i nostri bambini. Supporre che ci sia un qualche nesso tra tutto ciò e il susseguirsi di nefandezze razziste contro persone e cose non è davvero un esercizio di dietrologia.
Non è dietrologia, ma a condizione di prendere esplicitamente atto che il problema della sicurezza esiste, è serio, e tocca in primo luogo i ceti popolari, neppure mettere in relazione questo stato (inquietante) delle cose anche con l'affermazione di un centrodestra che di una interpretazione assai brusca della tolleranza zero ha fatto un suo vittorioso cavallo di battaglia prima e dopo le elezioni. Ed è anzi doveroso pretendere da chi ha responsabilità istituzionali e di governo che calibri meglio di quanto stia facendo i suoi atti ma pure le sue parole, cominciando con l'evitare anche la più larvata e indiretta manifestazione di comprensione nei confronti della tendenza diffusa a farsi giustizia sommaria da sé, in nome della difesa, costi quel che costi, di comunità grandi e piccine
Questo compito di rigorosa vigilanza spetta in primo luogo all'opposizione. Ma sarebbe meglio dire: spetterebbe. Perché in questi anni, quando era maggioranza e governo, è rimasta senza un'idea e senza una parola di fronte alla ostilità sempre più feroce che montava, anzitutto nelle grandi periferie urbane, tra i penultimi (un tempo il suo elettorato, la sua gente) e gli ultimi della nostra società, quasi che la cosa non la riguardasse più di tanto; e adesso non sa bene se rivendicare che molte delle misure prese dal centrodestra erano già contemplate nel suo pacchetto sicurezza, e che molti suoi sindaci avevano fatto la loro parte, o denunciare il pericolo di chissà quale deriva autoritaria.
Risparmiateci via Almirante
Francesco Merlo su la Repubblica
POVERO Almirante. La via di Roma che il sindaco Alemanno devotamente vorrebbe intitolargli non solo rischia di condannarlo per sempre a quell´idea di fucilatore che a sinistra avevamo di lui.
Ma in più lo svilisce a ingrediente di un´insipida insalata toponomastica, di una par condicio viaria: se le proposte di Alemanno verranno accettate, al centro di Roma ci sarà infatti il Foro Fanfani dal quale si dipartiranno a sinistra Viale Berlinguer e Vicolo Craxi, e a destra il Nuovo Corso Almirante. Il sindaco ha spiegato che lo scopo di questa sua idea di lapidare ? mettere in lapide ? i cadaveri di faziosa lacrimatura sarebbe la pacificazione degli italiani, evidentemente non nel senso di farli vivere in pace, ma in quello di farli ridere in pace. Mancano solo le prenotazioni a futuro loculo: fra cent´anni ci sarà il cortile antagonista Bertinotti; a Veltroni toccherà almeno un quartiere; e, perché no?, un romantico vialetto verrà intitolato a Sandra e Clemente.
La verità è che questi amministratori di An, anche i migliori tra loro come il sindaco Alemanno, mostrano di essere goffi e impacciati. Di sicuro riaprendo, e proprio con Almirante, la guerra civile della toponomastica, rischiano di trasformare in folklore un problema che potrebbe anche avere una sua legittimità storica e simbolica.
E´ evidente che Alemanno ? e con lui il ministro Andrea Ronchi e il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri ? si inventano la Grosse Koalition cimiteriale, e sarebbero magari disposti a intitolare strade persino a Mara Cagol e a Giangiacomo Feltrinelli, pur di ottenere nella storia d´Italia un posto per il fondatore del Msi, che attualmente nei libri occupa appena qualche cenno greve e distratto. Ma si può rifare la storia "strada facendo"?
Le radici di Alemanno e Gasparri, le bandiere, il passato che ancora li inorgoglisce non è certo quello fascista che non ha nulla a che vedere con loro. Essi celebrano e mitizzano il passato missino, sfogliano e onorano l´album di famiglia della destra italiana degli anni Settanta. L´etica e la solidarietà che li cementa è la memoria del Msi di Almirante appunto, esaltato come campione della democrazia italiana. Ma l´estremismo di destra è un piccolo cimitero di vittime e di carnefici.
Chi ha dimenticato l´Italia degli anni Settanta ? ma chi l´ha dimenticata? ? potrebbe prendere per buone le vibrazioni di orgoglio di Alemanno anche perché ci furono effettivamente vittime innocenti e pulite tra quei giovani, e bene ha fatto Veltroni a rendere onore, con una passione che a tutti ? anche a destra ? è parsa sincera, alla memoria dei fratelli Mattei orrendamente bruciati vivi da un commando di vigliacchi terroristi di Potere Operaio.
Ma i picchiatori fascisti non sono un´invenzione della propaganda di sinistra. Non erano animelle candide i giovani estremisti neri che Alemanno spesso compiange. Alcuni di loro organizzavano spedizioni punitive e agguati vigliacchi, aggredivano e colpivano, e qualcuno è saltato in aria fabbricando e sistemando bombe, e c´è stato un terrorismo nero che ha ucciso e ha accoltellato. E´ vero che lo spirito del tempo proteggeva di più la violenza dell´estrema sinistra, ma la violenza nera di quegli anni non fu legittima difesa né tanto meno eroismo.