E' un errore richiamare, a partire dalla crisi dei rifiuti in Campania, un nuovo conflitto tra Berlusconi e la magistratura o, se piace di più, tra la magistratura e Berlusconi. Magari, si trattasse soltanto di questo. L'affare a Napoli è molto più contorto di questa semplificazione lineare. Lo si comprende soltanto se si è consapevoli che il collasso di Napoli non nasce da un accidente occasionale. E' il frutto marcio di una cattiva politica e di una pessima amministrazione che, del tutto prive di una "cultura del risultato", hanno trasformato la raccolta dei rifiuti e il ciclo industriale del loro smaltimento in un'occasione per distribuire reddito e salario a una società stressata e assegnare profitti a poteri criminali ingordi e a imprese private senza scrupoli.
Ne è nata una spirale diabolica: la cattiva gestione della cosa pubblica ha provocato "l'emergenza". "L'emergenza", altra cattiva gestione. E ancora "emergenza" e ancora cattiva gestione in un gorgo il cui esito è oggi sotto gli occhi di tutti. E tuttavia, anche nella procura di Napoli, è facile incontrare più d'un pubblico ministero disposto ad ammettere che le frasi (intercettate) di Marta Di Gennaro - il braccio destro di Bertolaso agli arresti domiciliari da martedì - sono le parole "sofferte" di un funzionario dello Stato che deve scegliere tra il male e l'orribile per far fronte all'emergenza, pur nella consapevolezza che le "ecoballe" sono un "mucchio di merdaccia" (perché non lavorate, non inertizzate), che la discarica di Macchia Soprana è "una vera schifezza" (perché vi finisce anche quel che, tossico e pericoloso, non dovrebbe finirci).
L'esecutivo ha la convinzione, non campata per aria, che a Napoli e in Campania ci sia uno "stato d'eccezione" che legittima un "vuoto del diritto" e la sospensione delle norme perché le decisioni necessarie ad evitare la crisi non possono essere determinate più né dalle norme né dal diritto, ma soltanto dalla gravità dell'emergenza. Accade così che, per la sola Campania, non ci sarà alcuna differenza tra rifiuti e rifiuti tossici o pericolosi perché si agirà in deroga alle leggi e alle normative europee. Nasce un ufficio giudiziario a competenza regionale che elimina "il giudice naturale" con la centralizzazione in capo al procuratore di Napoli dell'esercizio dell'azione penale e delle indagini preliminari. Sono ridimensionati i poteri del pubblico ministero e della polizia giudiziaria, cui è vietato il sequestro preventivo d'urgenza delle discariche irregolari o pericolose. Si condiziona l'intervento preventivo della magistratura a "un quadro indiziario grave" e non, come avviene in Italia, alla "sufficienza indiziaria". Si crea, come dicono i magistrati, un "procuratore speciale" con il compito di proteggere il lavoro "sporco" e urgente del "Commissario del Governo" che già ha nelle mani la direzione di tutte le autorità pubbliche (polizie, prefetti, questori, forze armate, gli altri poteri competenti per materia) .
Ci sono delle ragioni sufficienti per questa straordinarietà, è sciocco o irresponsabile negarlo. Le leggi e il diritto delimitano una condizione di normalità. Qui di "normale" non c'è più nulla. Se non si trovano, nei prossimi mesi, sei, sette capaci "buchi" dove stipare, quale che sia la sua pericolosità, tutta l'immondizia della regione non raccolta e quella che continua a produrre, ricorderemo a lungo l'estate del 2008 come la stagione di una catastrofe sanitaria molto poco europea.
A questa ragione di Stato si oppone un'altra ragione altrettanto ostinata. L'eccedenza autoritaria dei provvedimenti del governo riduce, per i campani, alcuni diritti garantiti dalla Costituzione. Se "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge", articolo 3 della Carta, i campani saranno meno eguali, avranno meno dignità sociale. Ciò che è "tossico" altrove, in Campania non lo è. Ciò che altrove è considerato "pericoloso", qui non lo sarà. Le regole di tutela ambientale e salvaguardia e controllo sanitario qui non saranno in vigore.
E ancora, appare "inaccettabile", come ha scritto su queste pagine Stefano Rodotà, la manipolazione del sistema giudiziario. "Il governo si sceglie i magistrati che devono controllare le sue iniziative. Viene aggirato l'articolo102 della Costituzione, che vieta l'istituzione di giudici straordinari o speciali. Vengono creati nuovi reati di ampia interpretazione che finiscono per restringere il diritto di manifestare liberamente. La garanzia dei diritti costituzionalmente garantita è degradata. La legalità costituzionale è complessivamente incrinata". Per di più - anche questo sarebbe sciocco e irresponsabile negarlo - è proprio vero che questo diritto "speciale", non alimenti ancora, come è già accaduto, quella cattiva gestione che finora ha prodotto soltanto guai e nuove emergenze?
Come si vede, non abbiamo dinanzi il consueto conflitto tra i governi di Berlusconi e la magistratura. La controversia è più intricata e mette in contrasto l'urgente necessità di agire per risolvere, nel brevissimo periodo, una crisi che può diventare un cataclisma e il dovere di garantire, protetto dall'indipendenza della magistratura, il diritto alla salute che, violato, potrebbe produrre nel medio/lungo periodo danni al cittadino e disgrazie per la democrazia non più lievi di quelle prodotte dall'emergenza di oggi. Non c'è spazio per gli estremismi ideologici. Occorre pragmatismo e responsabilità. E una faticosa mediazione che, tenendosi alla larga dalle forzature corporative e dalle eccedenze autoritarie, sappia risolvere - oggi - la catastrofe napoletana senza pregiudicare - per il domani - la Costituzione e regole del gioco di una democrazia.
Aggressione e scontri all'esterno dell'Università di Roma dopo l'annullamento del convegno neofascista sulle foibe. Esponenti di Forza Nuova provocano un gruppo di studenti che stava attaccando dei manifesti. Sette i feriti, sei arresti: due dei collettivi di sinistra e quattro militanti di destra, tra cui il protagonista di Nazirock
L'inglese Times: in Italia torna la politica della paura
sommari de l'Unità
Durissimo articolo del quotidiano britannico The Times sull'Italia e sul devastate clima politico seguito alla vittoria della destra. La nuova maggioranza, scrive il giornale, dice che «gli italiani hanno il diritto di non vivere nella paura, il che significa colpire quelli che fanno paura agli italiani».
Feste de l'Unità, il nome è tutto
Antonio Padellaro su l'Unità
Le Feste dell'Unità sono le Feste dell'Unità e non basterebbe una intera biblioteca per raccontare, spiegare, esprimere la quantità di sentimenti, di passioni, di valori che questo nome suscita. Ma dire « Festa dell'Unità » è andare oltre il puro significato identitario o politico. È quella cosa li, e non c'è bisogno di aggiungere altro. Festa dell'Unità è la cosa e il luogo. Anzi, è stato scritto non un luogo fisico ma una dimensione dell'essere. Un nome che definisce se stesso, come avviene per tutti i marchi universalmente riconoscibili, evocativi, e che nessuno si sognerebbe di cambiare.
Per questo siamo sicuri di avere mal compreso le indiscrezioni che parlano di un addio alla «Festa dell'Unità», a partire dalla prossima edizione nazionale di Firenze. Ci viene spiegato che il nuovo logo (si parla di «Festa Democratica») e la conseguenza della nascita di un nuovo partito, il Pd, nel quale convivono storie politiche diverse e non più riconducibili ai vecchi ceppi.
Siamo altresì convinti che si troverà il modo giusto per far convivere questo e quello, il nuovo e l'antico evitando di cancellare qualcosa che resta comunque nel cuore di milioni di persone.
Lo diciamo sul giornale che si onora di avere dato il nome alle Feste dell'Unità. Ricordando una frase, se non sbagliamo, di Elias Canetti. Che dare un nome alle cose è la più grande e seria consolazione concessa agli umani.
Almirante e gli scheletri di Salò
Il "manifesto della morte" un processo e tante bugie
Le sue pesanti complicità con il nazismo rivelate negli anni ´70 nel corso di un lungo dibattimento contro l´"Unità" ora ricostruito da un documentato memoriale dell´allora direttore responsabile
Il segretario del Msi negò ogni responsabilità ma fu inchiodato da prove inconfutabili
Calunnia e falsa testimonianza: il pm Occorsio voleva incriminarlo.
Simonetta Fiori su la Repubblica
In Maremma lo chiamavano il "manifesto della morte". Era il maggio del 1944, apparve una mattina di primavera sui muri dell´alta Toscana, tra le pendici dell´Amiata e la Val di Cecina, nei paesi sopra Grosseto già occupati dalle insegne di Hitler. Vi era riprodotto l´ultimatum rivolto il 18 aprile da Mussolini ai militari "sbandati" dopo l´8 settembre 1943 e ai ribelli saliti in montagna: consegnatevi ai tedeschi o ai fascisti entro trenta giorni, oppure vi aspetta la fucilazione. Morte era minacciata anche a chi avesse dato aiuto o riparo ai partigiani. Fu il sigillo, quel decreto legge voluto dal duce di concerto con Rodolfo Graziani, per un´indiscriminata caccia all´uomo e per rastrellamenti feroci, in una terra insanguinata dalle stragi. Solo in Maremma, tra il 13 e il 14 giugno, furono ammazzati a Niccioleta ottantatré minatori. Ma il manifesto che quel tragico ultimatum sunteggiava non era firmato da un comando militare della Rsi o da un presidio delle SS. Era firmato da Giorgio Almirante, allora capo di gabinetto di Fernando Mezzasoma, ministro della Cultura Popolare che curava la Propaganda della Repubblica Sociale. Una figura non di seconda fila - quella del trentenne Almirante - approdata al governo filonazista di Salò dopo una robusta esperienza giornalistica da caporedattore nel quotidiano Il Tevere e da segretario di redazione della Difesa della Razza, la rivista ufficiale dell´antisemitismo sulla quale scrisse articoli intonati al più convinto "razzismo biologico". È lo stesso Almirante al quale oggi il sindaco Gianni Alemanno vuole dedicare una strada di Roma.
Se la vicenda del manifesto è stata sfiorata appena dalle cronache di questi giorni, meno conosciuta è la storia del processo che proprio sul clamoroso episodio vide negli anni Settanta il leader della Fiamma inizialmente nelle vesti dell´accusatore-querelante, poi arretrato nel ruolo di "imputato morale". Una vicenda giudiziaria lunga sette anni, dall´andamento lento, che si concluse con assoluzione piena per l´Unità, il quotidiano querelato per aver pubblicato un documento giudicato da Almirante "vergognosamente falso" e "calunnioso". Per il fondatore del partito neofascista italiano fu una sconfitta irrevocabile.
La sentenza avversa al leader missino era scontata fin dalle prime udienze, ma un complicato intreccio politico-giudiziario ne rallentò il cammino. Quel che nelle intenzioni dei promotori doveva essere il battesimo pubblico dell´Almirante in doppio petto, utilizzato in alleanze dirette e indirette con la Dc, da liturgia assolutoria si trasformò, grazie a un´imbarazzante documentazione, in spinoso teatro d´accusa. Da qui le pratiche dilatorie, le ritirate strategiche, le eccezioni procedurali mosse dagli avvocati di Almirante, che trascineranno il dibattimento per tutti gli anni Settanta, fino all´epilogo sancito soltanto nel 1978.
Il manifesto di Almirante venne alla luce nell´estate del 1971, scovato da alcuni storici dell´università pisana negli archivi di Massa Marittima. L´Unità lo pubblica il 27 giugno sotto il titolo Un servo dei nazisti. Come Almirante collaborava con gli occupanti tedeschi. D´intonazione analoga Il Manifesto, che lo propone con un severo commento di Luigi Pintor. «Ci apparve subito evidente», racconta Ricchini, «che era stata scoperta una prova della partecipazione diretta di Almirante alla repressione antipartigiana, da lui tenuta nascosta, come se il posto occupato a Salò fosse stato un impiego come un altro e la sua divisa da brigatista nero un obbligo dovuto alle circostanze». Intanto il manifesto firmato Almirante, quasi sempre con la soprascritta "Fucilatore di partigiani", riempie i muri d´Italia. Da Reggio Emilia a Catanzaro, da Terni a Trapani, da Modena ad Avellino, le associazioni partigiane si mobilitano per denunciare il segretario del Movimento Sociale. Almirante replica con una pioggia di querele, uscendone ovunque sconfitto. Ma non a Roma, dove il processo più importante, quello intentato contro i due quotidiani di sinistra, mostra un percorso alquanto accidentato.
Fin da principio Almirante nega tutto. Nega l´autenticità del manifesto, sostenendo che sia un falso stampato ad arte contro di lui. Nega di essere stato già allora capo di gabinetto di Mezzasoma (sposta in avanti la data). Nega che il ministero della Cultura popolare potesse dare esecuzione al bando di Mussolini. Nega che i ministri di Salò potessero prendere simili iniziative in territori controllati dalle forze armate germaniche. Anche la prosa illetterata del documento gli risulta estranea, "non ho mai firmato manifesti o comunicati di tal genere in quel periodo, né rientrava nelle mie attribuzioni firmare manifesti a nome del ministro". Insomma, s´è trattato "d´una vergognosa campagna di stampa", il titolo di fucilatore "un´ignobile infamia".
La prima udienza si svolge sul finire del 1971. Sono chiamati a difendersi dall´accusa di "falso e diffamazione" i giornalisti Carlo Ricchini e Luciana Castellina, allora direttore responsabile del Manifesto. In realtà non è difficile dimostrare l´autenticità del documento: la copia fotostatica è autenticata da un notaio che attesta la conformità con l´originale. «Le prove di oggi sarebbero già sufficienti», dichiara il pubblico ministero Vittorio Occorsio, autorevole magistrato già impegnato in quegli anni contro il terrorismo nero. Propone sia chiamato a deporre il sindaco di Massa Marittima invitandolo a esibire l´originale del manifesto. La nuova udienza è fissata per il 25 gennaio del 1972, la conclusione appare prossima.
All´appuntamento di gennaio si presenta anche l´onorevole Almirante: sorridente, impeccabile nel vestito fumo di Londra, cravatta blu con piccoli cerchietti bianchi. Al principio della deposizione chiama in causa il Parlamento e le istituzioni che, nonostante il suo passato, hanno legittimato l´elezione a deputato.
Ma il segretario missino ha ricordi confusi. Gli interessa soltanto rimarcare la totale estraneità al manifesto pubblicato sui giornali e al bando di morte pronunciato da Mussolini e Graziani. «Curare la diffusione del comunicato o meglio del bando Graziani rientrava nelle competenze del ministero dell´Interno o di quello delle forze armate», ribadisce con piglio determinato. Lui boia o assassino di partigiani? Ma non scherziamo.
A nulla sembrano valere le nuove prove documentali portate dal sindaco di Massa, un operaio di taglia robusta dal buffo nome di Rizzago Radi che sfila dalla cartellina l´originale del documento firmato da Almirante, insieme alla lettera della Prefettura che accompagna l´invio dei manifesti e la missiva del vicecommissario prefettizio che rassicura sull´affissione. Il manifesto, dunque, non è un falso. Il processo potrebbe rapidamente chiudersi, come incoraggia Occorsio. Ma l´assoluzione dei giornalisti implica la colpevolezza di Almirante. I suoi avvocati sono costretti a cambiare strategia. L´unico modo per ritardare la sentenza è accorpare il processo romano ai tanti processi in corso nella penisola in seguito alle querele di Almirante. Il tribunale, presieduto da Carlo Testi, sembra acconsentire alla proposta. L´udienza è aggiornata.
Passano ancora due anni. Nel giugno del 1974, dopo accurate ricerche, viene prodotta in aula la "prova delle prove": un telegramma dell´8 maggio 1944, spedito dal ministero della Cultura Popolare all´indirizzo della prefettura di Lucca. È stato trovato negli archivi di Stato, è firmato Giorgio Almirante, e corrisponde parola per parola al manifesto conservato a Massa Marittima. Un foglietto giallo, tipico dei messaggi telegrafici di quel periodo, con il decreto di morte pronunciato nell´aprile da Mussolini. Il capo di gabinetto ne sollecita l´affissione in tutti i comuni della provincia. Il funzionario che nel maggio del 1944 ha mandato il telegramma nella tipografia Vieri di Grosseto per la stampa del manifesto s´è dimenticato di levare la firma di Almirante. Una distrazione che inchioda il leader del Movimento Sociale alle sue pesanti responsabilità. Dagli archivi affiorano anche altre carte compromettenti. Una circolare del 24 maggio 1944, firmata sempre dal capo di gabinetto di Mezzasoma, ordina ai capi delle province di divulgare non solo i manifesti che provengono dal ministero della Cultura Popolare ma anche dalle autorità tedesche. Almirante è sbugiardato su tutti i fronti: è lui che cura la propaganda del bando Graziani, ed è sempre lui che segue sollecito l´affissione dei comunicati del Führer. La sua difesa annaspa. Vittorio Occorsio, tornato a ricoprire la pubblica accusa, chiede ironico: «Volete sostenere che è falso anche questo documento, che ci viene inviato da un ufficio statale e su richiesta del tribunale?». Il processo è sufficientemente istruito, non resta che chiuderlo. «Dopo la sentenza», annuncia severo il pubblico ministero, «chiederò che gli atti siano restituiti alla pubblica accusa per procedere per i reati di calunnia e falsa testimonianza nei confronti di Almirante. Calunnia per aver affermato che il manifesto era apocrifo, falsa testimonianza per tutte le menzogne dichiarate davanti ai giudici».
Solo l´8 maggio del 1978, dopo un intervento della Cassazione, arriva una sentenza priva d´ombre, che assolve l´Unità «per avere dimostrato la verità dei fatti» e condanna Almirante alle spese processuali, anche al risarcimento dei danni. «Ma l´Unità non ha mai chiesto i danni», ricorda Ricchini in chiusura del suo prezioso memoriale. L´unico che non poté leggere la sentenza fu il pubblico ministero che con passione civile e rigore più l´aveva sostenuta. Due anni prima Vittorio Occorsio era rimasto vittima di un agguato, per mano di terroristi neri.
Tullia Zevi: sanguina ancora la ferita delle leggi razziali
Umberto De Giovannangeli su l'Unità
«Chi dimentica il passato è condannato a riviverlo, perché su eventi tragici come fu la Shoah non è permesso lasciar cadere l´oblìo. Perché una società che non ha memoria, non ha futuro. Ed è ciò che mi viene da pensare quando leggo che si vorrebbe intitolare una via di Roma a Giorgio Almirante». Passato e presente s´intrecciano indissolubilmente nelle riflessioni di una delle figure più autorevoli dell´ebraismo italiano: Tullia Zevi.
Signora Zevi, il presidente della Camera Gianfranco Fini ha definito «vergognoso» ciò che Giorgio Almirante scrisse nel 1942 sul periodico la «Difesa della razza», del quale il fondatore del Msi era vicedirettore.
«Vergognoso non fu solo quell´articolo ma ciò che lo precedette...».
A cosa si riferisce?
«Alle leggi razziali promulgate nel 1938. Non mi pare che Giorgio Almirante abbia mai preso le distanze da quell´infamia...Ricordo che mio padre leggendo il testo delle leggi razziali disse "qui vogliono farci fare la morte del topo. Ci vogliono restringere lo spazio vitale e l´ossigeno...". Sensibile ai segni dei tempi, mio padre si preparò all´emigrazione. Ricordo il dolore di quella decisione, il dover abbandonare ciò che amavamo. Quelle leggi non furono la faccia impresentabile del regime fascista, ne furono un elemento fondante, identitario. La ferita delle leggi razziali sanguina ancora».
In quell´articolo del maggio 1942, Almirante sottolineava fra l´altro la necessità di «porre un altolà ai meticci e agli ebrei...».
«Quel "altolà" era già stato posto, codificato e praticato con le leggi razziali del '38 e con tutto ciò che di nefasto ne conseguì: l´altolà invocato da Almirante si realizza nella cacciata dei docenti e degli studenti ebrei dalle scuole, dall´insegnamento. Ed era solo l´inizio. Quel "altolà" si compie nei vagoni piombati pieni di italiani di religione ebraica spediti a morire nei lager nazisti... Ma fin dall´inizio del regime fascista era chiaro che Mussolini ambiva a emulare Hitler. Mussolini gonfiava il petto per non essere da meno del suo poco degno compare nazista. Non voleva essergli inferiore nella discriminazione e nell´odio razziale. Le leggi del 1938 ne sono la tragica riprova. Mi lasci aggiungere che ho sempre trovata falsa e consolatoria l´idea degli "italiani brava gente". Purtroppo non fu così: per i coraggiosi che osarono sfidare i fascisti e aiutare noi ebrei, ci furono i tanti che girarono gli occhi da un´altra parte o si fecero parte in causa nella caccia all´ebreo, con la delazione, le lettere anonime e quanto di peggio era possibile partorire...».
Eppure c´è chi pensa che ricordare ciò sia di ostacolo ad una compiuta «pacificazione» nazionale. «La "pacificazione" non può avvenire facendo violenza alla memoria collettiva. Il valore della memoria va coltivato con il rigore di una seria analisi storica e sociale, e non può, non deve essere piegata a interessi politici contingenti. Vede, io ritengo sempre attuale l´affermazione che chi dimentica il passato è condannato a riviverlo. L´oblìo, la rimozione nella coscienza, oltrechè nella memoria collettiva, di eventi drammatici come furono le persecuzioni razziali e antisemite, non allontana il pericolo che tali accadimenti possano ripetersi, ma al contrario rende questo pericolo più immanente. Di una cosa sono sempre più persuasa: senza memoria una società democratica non ha futuro».
Non dimenticare il passato per far sì che esso non si ripeta. C´è questo rischio nei recenti episodi di violenza contro i campi Rom o come quello avvenuto nei giorni scorsi al Pigneto?
«Più che di rischio parlerei di certezza. Dietro l´insofferenza verso le diversità si celano tante cose: la paura, un senso diffuso di precarietà, l´insicurezza. L´importante è non assecondare queste pulsioni facendo credere, ad esempio, che i rom sono in sé un pericolo per la collettività. E a chi parla di razze superiori o inferiori, rispondo che l´unica razza che è la razza umana, e l´orizzonte a cui tendere è quello del confronto, del rispetto reciproco, dell´integrazione».
Testo Unico Sicurezza - D. Lgs. 81/2008
Il 15 maggio 2008 entra in vigore
su safetyitalia
Dopo circa 15 anni di discussioni, conferenze, seminari, proposte fatte sia dai governi di centro sinistra (Smuraglia) che da quelli di centro destra (Sacconi) si è arrivati a chiudere questo annoso problema di avere un unico testo sulla sicurezza sul lavoro.
L'elaborato da una parte semplifica alcune procedure ed adempimenti e dall'altra migliora alcune tra le principali norme sulla sicurezza.
Le vecchie norme degli anni 50, i DPR 547/164/303 vengono abrogati, anche il D. Lgs. 626/94 dopo circa 15 anni di vita viene abrogato. Il termine "626" resterà ancora in uso per molto tempo, non sarà facile abituarsi a dire decreto legislativo 81 del 2008, o Testo Unico sulla Sicurezza; lo possiamo chiamare TUS?
Anche la direttiva cantieri in Italia recepita con il D. Lgs. 494/96 è stata abrogata, così come il decreto sulla cartellonistica, sulle vibrazioni, ecc..
Bisogna dar merito al governo Prodi ed ai suoi ministri per l'impegno che hanno messo in campo, il testo è sicuramente perfezionabile, ma porta con se una serie di vantaggi, vediamo insieme alcuni aspetti positivi che il testo introduce e altri aspetti che dovranno essere approfonditi. Aspetti positivi:
Aspetti problematici:
Piano Brunetta per la Pubblica amministrazione:
gli enti pubblici saranno Spa
Marco Rogari su Il Sole 24 Ore
Non solo sanzioni severe per i fannulloni, premi per i più meritevoli e trasformazione dei dirigenti in manager con tanto di nuovi sistemi valutazione dei risultati: la pubblica amministrazione si dovrà mettere a dieta. Il piano industriale per modernizzare la Pa, presentato dal ministro Renato Brunetta ai sindacati parla chiaro: entro 3-5 anni potranno essere recuperate risorse per 40 miliardi anche attraverso la dismissione di «quote residue di patrimoni immobiliari», dei «titoli azionari e obbligazionari non pubblici ancora detenuti» da "strutture" statali e delle «attività non-core di fatto costituite in rami d'azienda improduttivi». Il tutto accompagnato dalla trasformazione in Spa (controllate dallo Stato) o in Agenzia degli enti economici, a cominciare da quelli previdenziali e assicurativi.
Il plan prevede anche una revisione delle politiche di acquisto di beni e servizi (penalizzando le amministrazioni "ostili"), la dismissione delle sedi periferiche sotto i 20-30 addetti, l'esternalizzazione di diversi servizi. A fare da cornice sarà un processo di digitalizzazione a tappeto, con il definitivo abbandono dei certificati cartacei e l'attribuzione ad ogni cittadino di un' unica "chiave" di accesso ai servizi (fiscali e sanitari) grazie a un «codice identificativo personale». E a garantire la "penetrazione" del piano nei meandri burocratici dovranno essere tre nuovi grimaldelli: «mobilità delle funzioni» (anche con passaggi di strutture dal "centro" agli enti locali e da pubblico a privati); «customers satisfaction» (modelli di eccellenza per migliorare i servizi) sponsorizzazioni e project financing.
Quella prospettata da Brunetta per uscire da un emergenza che frena il Paese (e la competitività) ha i connotati di una vera e propria terapia intensiva. Che dovrà essere somministrata in 3-5 anni e che farà leva su tre strumenti legislativi: il decreto legge estivo con cui sarà anticipata la manovra; un disegno di legge delega su fannulloni e sistemi di valutazione; un testo ad hoc per dare spazio ad alcuni interventi di digitalizzazione.
La partita non si annuncia in discesa. Ma Brunetta è convinto del fatto suo. «È con me il 95% degli italiani», afferma il ministro. Che nel piano sostiene che i 40 miliardi di risparmi potenziali in cinque anni (non meno di 7-8 quelli realistici nel primo biennio) potranno essere realizzati «senza lacerazioni sociali e occupazionali».
Il punto di partenza di Brunetta è quello di «introdurre anche nel pubblico la figura del datore di lavoro cui sia possibile imputare l'eventuale responsabilità del fallimento dell'amministrazione». Una Pa più simile alle aziende private, insomma. Va poi premiato «chi vale», mentre gli assenteisti e i fannulloni devono essere combattuti «attraverso un'organizzazione più flessibile» e modificando le sanzioni. Strada spianata a sistemi per valutare e selezionare in nome del "merito" e stop al prevalere dell'anzianità e delle pressioni politiche e sindacali. I risultati delle valutazioni dovranno essere pubblici (online) e i premi (da coprire anche con risparmi di gestione) dovranno essere garantiti ai dipendenti e ai dirigenti più bravi.