
sulla stampa
a cura di G.P. - 16-17 giugno 2008
Avviso d'emergenza
Furio Colombo su l'Unità
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Voci di estremo allarme si alzano nel Paese in cui un nuovo governo aveva fatto finta, sulle prime, di essere normale, un qualunque governo di destra europeo. Improvvisamente annuncia di seguito - e si prepara a imporre per decreto e con l´approvazione automatica della sua maggioranza - una serie di leggi con cui inventa un clima di tensione e paura. E risponde a quel clima inventato con leggi liberticide, anticostituzionali e contro il diritto di sapere. L´opinione pubblica libera e informata viene proclamata il nemico da eliminare. Si rivela il volto del nuovo governo. Come è stato detto da Antonio Di Pietro, è un volto che evoca paesi ad alto rischio come la Colombia. Ecco alcune voci che descrivono il nostro Paese oggi.
Stefano Rodotà: «Siamo di fronte a un fenomeno che l´Italia ha conosciuto in altri decenni: le leggi speciali.
Giovanni Sartori: «La Carta della prima Repubblica non è stata abolita perché non c´è più bisogno di rifarla. La si può svuotare dall´interno. Basta paralizzare la magistratura. Alla fine il potere politico comanda da solo».
Marco Travaglio: «Personalmente annuncio fin d´ora che continuerò a informare i lettori senza tacere nulla di quello che so. Continuerò a pubblicare atti di indagine e intercettazioni che riuscirò a procurarmi, come ritengo giusto e doveroso al servizio dei cittadini. Lo farò in base all´art. 21 della Costituzione e all´art. 10 della Convenzione europea sui diritti dell´uomo».
Eugenio Scalfari: «Attenti al risveglio. Può essere durissimo. Può essere il risveglio di un Paese senza democrazia».
Ecco che cosa è accaduto: militarizzazione del territorio «per ragioni strategiche»; uso dei soldati per il pattugliamento delle aree urbane; divieto quasi assoluto delle intercettazioni telefoniche nelle indagini, con limiti scandalosi e risibili (interrompere dopo tre mesi, non poterle utilizzare se si accerta un nuovo reato!) per le poche intercettazioni possibili; impunità (ancora non si sa per che cosa) al primo ministro garantita dal ritorno del vergognoso «lodo Schifani». Torna il passato e torna al peggio. Rivediamolo.
Il vero volto del Cavaliere
Ezio Mauro su la Repubblica
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Nel mezzo della luna di miele che la maggioranza degli italiani credeva di vivere con il nuovo governo, la vera natura del berlusconismo emerge prepotente, uguale a se stessa, dominata da uno stato personale di necessità e da un´emergenza privata che spazzano via in un pomeriggio ogni camuffamento istituzionale e ogni travestimento da uomo di Stato del Cavaliere.
Sotto attacco, la libertà di informazione da un lato, e l´obbligatorietà dell´azione penale dall´altro. Per la prima volta nella storia repubblicana, il governo e la sua maggioranza entrano nel campo dell´azione penale per stravolgerne le regole e stabilire una gerarchia tra i reati da perseguire. Uno stravolgimento formale delle norme sulla fissazione dei ruoli d´udienza, che tuttavia si traduce in un´alterazione sostanziale del principio di obbligatorietà dell´azione penale.
Principio istituito a garanzia dell´effettiva imparzialità dei magistrati e dell´uguaglianza dei cittadini. La nuova norma berlusconiana (presentata come un emendamento al decreto-sicurezza, firmato direttamente dai Presidenti della I e II commissione di Palazzo Madama) obbliga i giudici a dare «precedenza assoluta» ai procedimenti relativi ad alcuni reati, ma questa precedenza serve soprattutto a mascherare il vero obiettivo dell´intervento: la sospensione «immediata e per la durata di un anno» di tutti i processi penali relativi ai fatti commessi fino al 31 dicembre 2001 che si trovino «in uno stato compreso tra la fissazione dell´udienza preliminare e la chiusura del dibattimento di primo grado».
È esattamente la situazione in cui si trova Silvio Berlusconi nel processo in corso davanti al Tribunale di Milano per corruzione in atti giudiziari: con l´accusa di aver spinto l´avvocato londinese Mills a dichiarare il falso sui fondi neri della galassia Fininvest all´estero. Quel processo è arrivato al passo finale, mancano due udienze alla sentenza. Si capisce la fretta, il conflitto d´interessi, l´urgenza privata, l´emergenza nazionale che ne deriva, la vergogna di una nuova legge ad personam. Bisogna ad ogni costo bloccare quei giudici, anche se operano "in nome del popolo italiano", anche se il caso non riguarda affatto la politica, anche se il discredito internazionale sarà massimo. Bisogna con ogni mezzo evitare quella sentenza, guadagnare un anno, per dar tempo all´avvocato Ghedini (difensore privato del Cavaliere e vero Guardasigilli-ombra del suo governo) di ripresentare quel lodo Schifani che rende il premier non punibile, e che la Consulta ha già giudicato incostituzionale, perché viola l´uguaglianza dei cittadini: un peccato mortale, in democrazia, qualcosa che un leader politico non dovrebbe nemmeno permettersi di pensare, e che invece in Italia verrà presentato in Parlamento per la seconda volta in pochi anni, a tutela della stessa persona, dalla stessa moderna destra che gli italiani hanno scelto per governare il Paese.
Con ogni evidenza, per l´uomo che guida il governo non è sufficiente vincere le elezioni, e nemmeno stravincerle: non gli basta avere una grande maggioranza alle Camere, parlamentari tutti scelti di persona e imposti agli elettori, una forte legittimazione popolare, mano libera nel dispiegare legittimamente la sua politica. No. Ancora una volta a Berlusconi serve qualcosa di illegittimo, che trasformi la politica in puro strumento di potere, il Parlamento in dotazione personale, le istituzioni in materia deformabile, come le leggi, come i poteri della magistratura. È una coazione a ripetere, rivelatrice di una cultura politica spaventata, di una leadership fuggiasca anche quando è sul trono, di un sentimento istituzionale che abita la Repubblica da estraneo, come se fosse un usurpatore, e non riesce a farsi Stato, vivendo il suo stesso trionfo come abusivo. Col risultato di vedere il Capo dell´esecutivo chiedere aiuto al potere legislativo per bloccare il giudiziario.
Bocca: «Berlusconi elimina ciò che gli dà noia
Non c'è il fascismo, ma la logica è la stessa»
Sandra Amurri su l'Unità
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Ora arriva forte come una roccia la voce di uno dei padri del giornalismo italiano, Giorgio Bocca: «Si continua a dibattere se c'è o no un ritorno al fascismo. Così come è stato, certamente non è possibile per una semplice situazione storica ma il ritorno ad un autoritarismo è già in atto». Sono trascorse da poche le 16 di domenica quando Giorgio Bocca dalla sua casa milanese pronuncia queste parole che gelano. Tentare di ammorbidire la durezza delle convinzioni facendogli notare che non tutto è perduto di fronte al pericolo che impedirà di fatto ai giornalisti di rispondere al loro dovere primario, quello di informare i cittadini anche sui processi in corso, si rivela inutile: «Questa legge è la conseguenza del modo di Berlusconi di pensare la politica. Così come ha fatto leggi personali ora fa intercettazioni personali. Ciò che gli dà noia lo elimina, lo modifica, lo stravolge». Proviamo a ricordargli che la corruzione è stato inserita tra i reati per i quali si potrà ancora utilizzare le intercettazioni, che la legge non avrà effetto retroattivo e, dunque, non potrà servire a cestinare le intercettazioni già disposte, comprese quelle che lo riguardano, ma Bocca non si lascia incantare dal serpente: «Non ho una cultura giuridica, non sono in grado di capire, di cogliere le distinzioni. Il presidente Napolitano parla, lui ascolta e cambia, la Lega punta i piedi, lui concede e questa è la prova che Berlusconi è un abile manovratore. Conosco molto bene l'uomo e so che tutto quello che fa lo fa per interesse personale. Lui sa che chi esercita il potere decide ciò che i cittadini devono sapere e credere. Non dimentichiamoci che l'Italia ha accettato che Andreotti non fosse stato amico dei mafiosi, esattamente come si voleva. Lui ha capito che la querela con risarcimento danni, non era un'arma punitiva efficace, allora ha pensato che bisognasse intimidire i giornalisti con la prigione. Così nessuno saprà che tacciono».
Il silenzio dura qualche secondo, quasi a riprendere fiato poi Bocca con rabbia e tono di sfida dice: «Sto riabilitando Mussolini, almeno lui i giornalisti li pagava molto, guadagnavano più dei generali, adesso i loro stipendi fanno ridere. L'arma del potere è la corruzione. Non c'è il fascismo ma la logica è la stessa». Autoritarismo senza via d'uscita, dunque. È l'amara conclusione? «Siamo nella mani di Dio!», esclama Bocca. Come dire che le mani degli uomini sono inermi, rassegnate, impotenti e le loro coscienze ormai prive della capacità di indignarsi, di ribellarsi ai «dittatori democratici» come li definisce Sartori.
L'uomo che pagava le tasse ed era felice
E'comprensibile che pagare le tasse, specie se sono elevate, non sia piacevole per nessuno
Claudio Magris sul Corriere della Sera
Non è male in questi giorni rileggere ciò che diceva nel 1980 il più alto contribuente di Trieste, che in quell'anno pagava 526 milioni e 110 mila lire di Irpef e 133 milioni e 360 mila lire di Ilor per un totale di 659 milioni e 470 mila lire. Tutto questo nel 1980, quasi trent'anni fa. Intervistato da Rosanna Santoro sul Meridiano il 13 settembre 1984 a proposito di quella sua denuncia dei redditi resa allora pubblica, Primo Rovis rispondeva: «Ho pagato le tasse che dovevo pagare e ne sono felice. Esistono strade, scuole, luce nelle case, assistenza sanitaria, ordine pubblico, tanti servizi a carico dello Stato, che li può garantire e migliorare solo se i cittadini contribuiscono in proporzione al loro reddito».
Primo Rovis non è un uomo di sinistra, è un moderato che ha visto ad esempio con favore la recente vittoria elettorale di Renzo Tondo nel Friuli-Venezia Giulia. Da ragazzo che a 8 anni si guadagnava il pane battendo ghiaia in Istria e da aiuto-commesso è divenuto un imperatore del caffè, in una vita avventurosa ricca di originali iniziative economiche e sempre generosamente disponibile all'aiuto. È semplicemente uno il quale sa che la sua qualità di vita e il suo benessere sono legati a quelli della realtà che lo circonda, della coralità di cui si fa parte. Ama star bene e coltivare le sue passioni, come la straordinaria collezione di meravigliosi fossili risalenti a milioni e milioni di anni fa, che di recente hanno interessato l'Università di Mosca, e sa che per star bene occorre che anche il mondo intorno a noi, dal quale non possiamo separarci, non stia troppo male. Questo piacere di vivere non disgiunto dall'interesse per gli altri, ma anzi nutrito dal senso dell'appartenenza a un comune destino potrebbe fare, se condiviso da molti, dell'Italia quell'Italia civile che invece, ripeteva spesso Biagio Marin, è forse solo un'esigenza di pochi.
Veleni, è il Lambro il «killer» del Po
Legambiente: siamo fuorilegge rispetto agli obiettivi di qualità imposti dalla Ue
Laura Guardini sul Corriere della Sera
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MILANO Se le cose vanno un po' meglio di vent'anni fa è soprattutto perché oggi Milano depura il 98% dei suoi scarichi (e allora era a zero), il «peso» della Lombardia nell'inquinamento del Po è schiacciante: la metà di tutti gli scarichi civili e industriali dell'intero bacino, due terzi di quelli di origine zootecnica. E non solo perché nella nostra regione ci sono il 55% della popolazione dell'intero bacino e il 65% di bovini e suini: c'è anche un grande ammalato, il Lambro, che porta al Grande Fiume il 60% di tutto l'azoto in arrivo dagli scarichi civili. il 40% di tutti i metalli tossici come piombo e cadmio, il 20% di rame e zinco, oltre il 10% di cromo, nichel e arsenico. Il Lambro che vent'anni fa, insieme con Olona e Seveso, fu al centro di un piano straordinario ma mai realmente decollato è un fiume morto: «anzi, adesso che è la situazione è migliorata grazie ai depuratori milanesi, è solo agonizzante» è stato detto ieri alla presentazione del dossier (prelievi in 23 punti, di cui 12 in Lombardia) con cui Legambiente ha varato il viaggio sul Po che inizia oggi da Mantova e, il 28 giugno, arriverà al delta.
Uno sforzo «eroico» è quello che gli ambientalisti con il presidente Lombardo Damiano Di Simine e Paola Fagiolo, responsabile dell'Operazione Po chiedono anzitutto alla Regione per «coordinare tutti i numerosi gestori delle acque e costruire una vera regia del risanamento ». L'obiettivo? «Ambiziosissimo ma non impossibile dice Di Simine . Offrire ai visitatori dell'Expo, nel 2015, fiumi puliti. Sarebbe un biglietto da visita eccezionale ». Il ritardo è pesantissimo, però, e più grave che altrove proprio nell'area definita «ad alto rischio ambientale» alla fine degli anni Ottanta: tra Lambro, Olona e Seveso, a monte di Milano, ben poco è cambiato. Su questo bacino grava il carico inquinante di 13 milioni di abitanti equivalenti (ossia gli abitanti reali cui si aggiungono i carichi inquinanti derivati da attività produttive): ma vengono trattati i soli reflui prodotti da 7 milioni di abitanti equivalenti. Il resto va nel Lambro.
Depuratori migliori, reti fognarie più efficaci, meno fertilizzanti, il ripristino di ambienti naturali sono alcuni degli interventi che Legambiente indica per salvare il Po. Quanto potrebbe costare? Per il piano Lambro rimasto lettera morta, in Lombardia si parlò a suo tempo di 5 miliardi di lire : una cifra che, tradotta in euro e tenuto conto dell'inflazione, nel frattempo potrebbe essere triplicata.
Oggi il viaggio delle House Boat degli ambientalisti farà tappa a Mantova, per «provare la febbre» al Mincio che al Po porta il 49,6% dell'azoto proveniente dagli allevamenti. «Secondo le direttive europee, nel 2008 i nostri fiumi dovrebbero aver raggiunto il terzo livello nella classificazione della qualità delle acque, lo stadio "sufficiente" e nel 2016 dovremmo arrivare al quarto, "buono": una scommessa da affrontare».
Accuse all´Uefa: "Censura le immagini tv"
Maurizio Crosetti su la Repubblica
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Le immagini televisive dell´Europeo come una specie di Truman Show: una regia occulta le seleziona in anteprima, le «ripulisce» da quel tipo di sporco che è il politicamente scorretto (incidenti, violenze, scontri) e poi le gira alle emittenti internazionali che hanno acquistato i diritti. A quel punto, tutto il mondo vedrà solo feste, canti, balli e gol.
Secondo le tivù pubbliche di Austria e Svizzera, questa cosa si chiama censura. Il direttore generale dell´autorità televisiva elvetica (Ssr Srg), Armin Walpen, in un´intervista pubblicata dal settimanale «Sonntags Zeitung» ha preso posizione contro ogni forma di censura nelle trasmissioni sportive. «Le grandi organizzazioni tentano sempre più di assicurarsi con produzioni proprie la sovranità mediatica delle immagini» ha detto Walpen. «Questa situazione è davvero preoccupante. Presenterò una memoria scritta all´Uefa».
In particolare, sono sotto accusa le mancate riprese dell´invasore di campo solitario durante Austria-Croazia: potrebbe passare alla storia come il primo teppista oscurato, una specie di ultrà criptato alla fonte che tuttavia nessuno vedrà mai (e secondo una legge ormai consolidata nel mondo dello spettacolo, se non appari non esisti). Allo stesso modo, neppure una scena degli incidenti dopo Germania-Polonia è mai andata in onda, compresi i cento naziskin che sono stati arrestati e che urlavano tremendi slogan contro gli ebrei.
Ma è davvero impossibile aggirare l´ostacolo della censura? «In parte si può» risponde Bruno Gentili, vicedirettore di Rai Sport e «team leader» del gruppo che si occupa della nazionale. «Noi abbiamo riprese "dedicate", cioè effettuate tramite i nostri operatori, solo per le gare degli azzurri. Infatti abbiamo mostrato l´errore del guardalinee in occasione del gol irregolare di Van Nistelrooy, una ripresa inedita dal basso. Invece, per quanto riguarda le dirette delle partite non si può che accettare le immagini dell´Uefa e trasmetterle a nostra volta, con un parziale oscuramento alla fonte. Nulla di clamoroso, però qualche ombra in effetti c´è».
Diverso il caso delle immagini fuori dagli stadi. Lì, ogni emittente può muoversi come crede. «Noi abbiamo troupe d´assalto» spiega ancora Gentili, «tecnici abituati a muoversi in scenari di guerra. Non a caso sono riusciti a riprendere gli incidenti tra tifosi dopo Italia-Romania». Una scelta non proprio condivisa dalle televisioni di altri paesi, visto che nessun episodio di violenza (e ce ne sono stati, anche se non plateali) ha avuto l´onore di qualche misero minuto in differita. Neanche un fumogeno, tra quelli sparati dalla polizia, è mai andato in onda.
Se una cosa del genere fosse accaduta in Cina, accusata da mesi di oscuramenti (se non addirittura di oscurantismi) pre-olimpici, ci sarebbe stata una sollevazione mondiale. Nulla di tutto questo in Svizzera, patria dei diritti civili e sede di molte organizzazioni internazionali. Eppure i diritti del telespettatore appartengono, anche se in minima parte, alla più ampia categoria dei diritti dell´uomo, e certo a pieno titolo a quella del diritto di cronaca.
Forse l´Uefa di Michel Platini, dopo avere scelto «rispetto» come parola d´ordine degli Europei, potrebbe rispettare un po´ di più anche gli appassionati del telecomando. Senza tagli a comando.
"No al carabiniere con l´amante"
La Cassazione: disonora l´Arma
La sentenza: una relazione extraconiugale è un fatto privato ma se è risaputa il superiore ha diritto di chiedere di troncarla
Caterina Pasolini su la Repubblica
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Nei secoli fedeli, recita il motto dei carabinieri. Fedeli all´arma ma pubblicamente anche alla moglie, bisognerà aggiungere dopo l´ultima sentenza della corta di Cassazione che sottolinea come tutti i militari debbano sempre tenere una «condotta esemplare e non possano arrecare disdoro all´arma con relazioni extraconiugali».
Almeno in apparenza devono infatti essere mariti modello, sposi premurosi, compagni attenti e dediti anche se il cuore guarda decisamente altrove. Di amanti neanche a parlarne, a meno di non fare tutto rigorosamente di nascosto. Guai al pubblico scandalo, divieto assoluto di sceneggiate o comportamenti che arrechino danno alla divisa, che «pregiudichino il prestigio delle Forze armate».
Lo sottolinea la Cassazione nella sentenza 24414 della Prima Sezione Penale che ha confermato la condanna a quattro mesi di reclusione, per minaccia e ingiuria aggravata, inflitta dalla Corte militare di appello di Napoli a un appuntato dei carabinieri. Rosario B. sposato, aveva reagito malamente (dandogli del bugiardo, ladro, infame e minacciando di gettargli addosso la scrivania) al suo superiore che lo aveva invitato a «troncare una tresca» con una donna anch´essa maritata. Richiamo giudicato dagli ermellini «legittimo e doveroso».
In primo grado l´appuntato era stato assolto perché secondo i giudici l´ingiuria e la minaccia al suo superiore erano da ricondurre «a un contesto di relazioni private, estranee al servizio». La Corte d´appello aveva invece ribaltato il verdetto giudicando opportuno «il richiamo del superiore all´osservanza della fondamentale norma che prescrive al militare di tenere in ogni circostanza, condotta esemplare a salvaguardia del prestigio delle forze armate prescritta dall´articolo 545 del Regolamento di disciplina militare». La relazione extraconiugale di Rosario, era infatti di «pubblico dominio e arrecava evidente disdoro all´Arma benemerita», scrivono i giudici.
La Suprema Corte, ha confermato la condanna precisando che se «di carattere privato è, senza dubbio, il rapporto extraconiugale», la «medesima natura non rivestono il richiamo disciplinare cui il disdicevole contegno aveva dato luogo e l´illecita reazione dell´imputato».
I carabinieri, prendono atto, non commentano la sentenza: «Bisognerebbe saperne di più. Noi abbiamo l´obbligo di un comportamento irreprensibile ma non c´è un decalogo specifico, si valuta caso per caso. Abbiamo gli stessi diritti degli altri, non siamo cittadini di serie B: possiamo divorziare, avere anche un´amante, basta che non si sappia in giro, che il comportamento privato non danneggi l´immagine dell´arma», dicono al Cocer, organo di rappresentanza dei carabinieri.
17 giugno 2008
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