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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 25-26 giugno 2008


Giustizia, è scontro aperto
Berlusconi: i pm un cancro. Veltroni: strappo rispetto alla Ue. Dalla platea di Confesercenti fischi al premier. Il Csm: blocca-processi incostituzionale. Napolitano: basta liti.
sommari del
Corriere della Sera

ROMA — Davanti alla platea di Confesercenti Silvio Berlusconi lancia accuse contro i «magistrati ideologizzati metastasi della democrazia» e viene fischiato. Veltroni: uno strappo rispetto alle democrazie europee.


L´ossessione al governo
editoriale di Ezio Mauro su
la Repubblica

Dunque Silvio Berlusconi dice di non essere ossessionato dai giudici. Se così fosse, tutto sarebbe più semplice. Il Cavaliere è il legittimo capo del governo del Paese, ha ottenuto un forte consenso popolare, guida una maggioranza compatta di parlamentari che ha potuto scegliere e nominare personalmente, è alla sua terza prova a Palazzo Chigi, può finalmente trasformarsi in uomo di Stato. Intanto i suoi avvocati lo difendono con sapienza, libertà e ampia fantasia tecnica nel processo di Milano, dov´è imputato per corruzione in atti giudiziari, con l´accusa di aver spinto l´avvocato londinese Mills a dichiarare il falso sui fondi neri all´estero della galassia Fininvest. Due poteri dello Stato – l´esecutivo e il giudiziario – svolgono il loro ruolo, nelle loro prerogative autonome, ed entrambi nell´interesse del libero gioco democratico, al servizio della Repubblica. Poi, l´opinione pubblica giudicherà gli esiti. Si chiama separazione dei poteri, è uno dei fondamenti dello Stato moderno, e realizza il principio secondo cui la legge è uguale per tutti, anche per chi ha vinto le elezioni e governa il Paese. Perché l´eguaglianza, come spiega Rawls, «è essenzialmente la giustizia come rispetto della norma».
Ma si può dire che sia così? Stiamo ai fatti. Ieri Berlusconi è entrato tra applausi e invocazioni da stadio all´assemblea della Confesercenti, pronta ad ascoltare la ricetta del governo per una categoria che ad aprile ha visto i consumi in caduta libera (-2,3 per cento), con i piccoli negozi in calo del 4,1, il settore non alimentare del 3,4.
Ma il Cavaliere, dopo aver ringraziato per l´accoglienza "tonificante" ha mimato con le mani incrociate le manette, ha assicurato che «certi pm vorrebbero vedermi così», ha spiegato che i giudici politicizzati sono "una metastasi della democrazia", una democrazia peraltro «in libertà vigilata, tenuta sotto il tacco» dalla magistratura ideologizzata «che vuole cambiare chi è al governo, ledendo con accuse fallaci il diritto dei cittadini a essere governati da chi hanno scelto democraticamente»: mentre il Pd, difendendo i magistrati, ha spezzato il dialogo che Berlusconi ormai rifiuta, perché non vuole discutere «con un´opposizione giustizialista».
Siamo dunque davanti alla rappresentazione istituzionale di un´ossessione. Anzi, ad un´ossessione che si fa governo, che si trasforma in legge, che rompe una politica e ne avvia un´altra. Un´ossessione che si fa verbo e carne, misura di una leadership, orizzonte di una maggioranza, cifra definitiva dell´avventura di questa destra italiana talmente impersonata dal Cavaliere da precipitare intera nei suoi incubi. Si capisce perfettamente la scomodità di fronteggiare un processo per corruzione mentre si è appena riconquistata con un trionfo elettorale la legittimità a governare il Paese. E tuttavia questa scomodità è anche una delle prove della democrazia sostanziale di una Repubblica. Perché non è in gioco, com´è ovvio e com´è evidente, il pieno diritto e la piena libertà dell´imputato Berlusconi a difendersi con ogni mezzo lecito nel processo, facendo valere fino in fondo le sue ragioni, sperando che prevalgano.

Per salvarsi da un potere che opera in nome di quello stesso popolo italiano da cui ha avuto un consenso amplissimo, il Cavaliere ha infatti deciso di trasformare il suo personale problema in un problema del Paese e la sua ansia privata in un´urgenza nazionale. Dopo aver ritagliato dentro la procedura penale una misura di sospensione dei processi che ha il profilo della sua silhouette, per bloccare la sentenza in arrivo a Milano, ha provato a trasformare in decreto legge (dunque un provvedimento con carattere di necessità e di urgenza) il nuovo lodo Schifani che per la seconda volta tenta di garantirgli l´immunità penale. Com´è evidente, è proprio l´urgenza di legiferare sotto necessità impellente che rende le due norme inaccettabili, perché patentemente ad personam. È il legame tra le due misure che le svilisce a strumento di salvacondotto meccanico.

A due mesi appena da un voto che aveva garantito maggioranza certa, leadership sicura, alleanze blindate, opposizione dialogante, stiamo dunque assistendo ad un incendio istituzionale in cui tutto brucia, nel rogo di un leader che ogni volta consegna i suoi talenti ad un demone, sempre lo stesso. Brucia anche l´autorevolezza del premier e la sua credibilità se non come uomo di Stato almeno come uomo d´ordine: proprio ieri, mentre attaccava i giudici in preda ad un´ira visibile, la platea plaudente dei commercianti ha cominciato a mormorare, poi a rumoreggiare, infine a gridare, con i primi fischi che solcano il miele di questa luna berlusconiana, luminosa per due mesi, e improvvisamente nera. Dice la commissione del Csm incaricata di preparare il plenum che la norma salvapremier farà fermare oltre la metà dei processi in corso, scegliendo arbitrariamente tra i reati, introducendo casualmente uno spartiacque temporale, violando la Costituzione quando parla di "ragionevole durata" del dibattimento, fino a realizzare nei fatti una "amnistia occulta". Sullo sfondo, per tutte queste ragioni, si annuncia un conflitto con il Capo dello Stato che ancora ieri ha chiesto rispetto tra politica e magistratura, ma senza illudersi: «Con la moral suasion lancio messaggi in bottiglia, non sapendo chi vorrà raccoglierli».
Rotto il dialogo, perché ieri Veltroni ha chiuso definitivamente la porta, il Cavaliere è dunque solo davanti alla sua ossessione. Che non è politicamente neutra, e nemmeno istituzionalmente, perché sta producendo giorno dopo giorno una specialissima teoria dello Stato che potremmo chiamare monocratico, con un potere sovraordinato perché di diretta derivazione popolare (il governo espressione della maggioranza parlamentare) e tutti gli altri poteri della Repubblica subordinati: al punto da diventare illegittimi quando mettono in gioco nella loro autonoma funzione il nuovissimo principio di sovranità che vuole il moderno sovrano legibus solutus.

questo è un esito possibile - istintivo e necessitato più che teorizzato, e tuttavia perfettamente coerente - del populismo italiano all´opera da quindici anni, capace non solo di conquistare consenso ma di costruire un senso comune dominante, d´ordine e rivoluzionario insieme, tipico della modernizzazione reazionaria in atto. Nel quale può infine crescere senza reazioni questa sorta di opposizione dal governo tipica della destra populista, una speciale forma di "disobbedienza incivile" come atto contrario alla legge, con la maggioranza che detiene il potere politico impegnata a chiamare il popolo alla ribellione.
Questa, non altra, è la posta in gioco. Si può far finta di non vederla, per comodità, pavidità, complicità o per convenienza. Lo stanno facendo in molti, dentro il nuovo senso comune che contribuiscono a diffondere. Sarà più semplice per Berlusconi compiere il penultimo atto, l´attacco finale alla libera stampa. Poi il privilegio prenderà il posto del governo della legge, rule of law. Ecco dove porta l´ossessione del Cavaliere. C´è ancora tempo per dire di no: non tutta l´Italia è acquisita, indifferente e succube.


La favola del Cavaliere buono
editoriale di Antonio Padellaro su
l'Unità

Noi de l´Unità non abbiamo mai creduto alla favola del cavaliere diventato buono semplicemente perché conserviamo una certa memoria del passato mentre sulla redenzione della natura umana abbiamo le nostre opinioni.

Lo stesso giubilo per le mutate sembianze del lupo in agnello lo ascoltammo nel lontano '94 quando bastò che il novello premier rendesse omaggio alla statura politica di un esponente dell´opposizione come Napolitano perché si sciogliessero ditirambi sulla clemenza del vincitore e l´avvento di una nuova feconda stagione di riforme.

Di quanto aguzzi fossero i denti dell´agnello si rese poi conto l´allora presidente Scalfaro quando osò rifiutargli un nuovo incarico di governo dopo lo strappo di Bossi.

Nel 2001 trascorsero sei mesi buoni prima che il centrosinistra rintronato, tanto per cambiare, dalla batosta elettorale si accorgesse che l´uomo di Arcore era tornato a palazzo Chigi soprattutto per sistemare certe sue pendenze con la giustizia. E, infatti, quando l´opposizione si decise finalmente a farla, ricominciò a vincere le elezioni mentre le vedove del dialogo gemevano che oddio non si può dire sempre no. Per carità di patria meglio dimenticare le festose celebrazioni sulla miracolosa trasformazione del premier dai toni finalmente moderati e dallo stile finalmente da statista che negli ultimi due mesi hanno impreziosito le rassegne stampa. Lodi sperticate e paragoni arditi con De Gasperi, Moro e altri consimili padri della patria. Manifestazioni di giubilo sul nuovo clima politico fatte proprie perfino dal Papa. E, naturalmente, favorevoli presagi sulla nuova feconda stagione di dialogo. Guai a dissentire, e su chi in solitudine tentava di spiegare il rovescio della medaglia della presunta pacificazione, e cioé l´accettazione del peggio, poteva arrivare l´accusa più grave di questi tempi, quella di antiberlusconismo preconcetto e sorpassato.

Berlusconi resta Berlusconi, peggiorato se possibile dagli anni e dalla crescente sindrome da onnipotenza. E chi, malgrado tutto, continua a meravigliarsi per i suoi insulti sanguinosi alla magistratura, per le sue leggi personali e in barba alla costituzione scritte dai suoi famigli nominati ministri, per le sue crisi di rabbia da piccolo duce che non ammette obiezioni, dimostra una pervicace e insopprimibile vocazione alla sconfitta. Da qui all´eternità.


Il danno e la beffa
Gabriele Polo su
il Manifesto

Bisogna dare atto a Silvio Berlusconi di aver compiuto un capolavoro. Malefico, ma un capolavoro. Va anche detto che non ha trovato molti contrasti, da un'opposizione parlamentare edulcorata a un presidente della Repubblica timorosissimo. Ma resta la sostanza del primo via libera parlamentare a un decreto sicurezza che mette insieme il danno e la beffa: il danno di misure repressive e a-costituzionali (ronde militari, espulsioni a pioggia, immigrazione concepita come pericolo sociale) con la beffa dell'impunibilità personale del premier spacciata come operazione di pubblica sicurezza.
Il capolavoro di Berlusconi consiste nell'aver creato (con la complicità di tv e giornali, e non solo quelli di proprietà) una doppia emergenza - pubblica e privata - su cui far passare un apparato di norme per cui i presidenti dei tribunali dovrebbero smontare dai loro tavoli quella vecchia scritta che recita «la legge è uguale per tutti». Di più. Il premier è riuscito a catalizzare su di sé (e sui provvedimenti che lo riguardano) tutte le attenzioni mediatiche e politiche del decreto sicurezza, facendo passare in secondo piano le misure altrettanto gravi che riguardano il resto degli umani. In questo modo l'opposizione parlamentare è rimasta ancora una volta vitima di un antiberlusconismo superficiale, tutto legato al Berlusconi-persona e del tutto scollegato al Berlusconi-soggetto politico.
Il guaio è che sembra essere passata la logica di scambio che il premier ha proposto all'opinione pubblica: «Io vi garantisco la sicurezza di strada e voi mi concedete l'immunità personale». Un po' come accadeva per l'antico istituto della dittatura romana: pieni poteri al dux di fronte al nemico che bussa alle porte. Non importa che il nemico sia una creazione ideologica, né che le misure securitarie proposte servano a nulla, quel che conta è l'opinione comune che si viene a creare e i benefici effetti che il «dittatore» ne trarrà. Siano essi quelli dei processi cancellati votati dal senato (soluzione tirannico-personale) o quelli di un novello lodo Schifani per l'immunità temporanea offerta alle alte cariche dello stato (soluzione oligarchico-castale).
Rimediare a un simile disastro non sarà facile. Servirebbe una mobilitazione non ridotta a testimonianza di pochi, una politica capace di ammettere i propri errori, un'informazione non asservita, una cultura capace di una comunicazione non elitaria. O, almeno, un segnale, un gesto di coraggio che dall'alto di un Colle dica «siamo una repubblica democratica, non una tirannia né un'oligarchia». O è pretendere troppo?


La tenaglia di luglio tra Napoli e Milano
sul
Corriere della Sera

Il luglio caldo di Silvio Berlusconi si avvicina, è segnato da scadenze istituzionali e giudiziarie che potrebbero cambiare la storia della politica.
E non c'è dubbio che il 10 luglio sarà la giornata più torrida del mese, perché in quella data la corte d'Appello di Milano dovrà decidere se accogliere o meno l'istanza di ricusazione presentata dai legali del premier contro il giudice Nicoletta Gandus al processo Mills. Ma il Cavaliere in quegli stessi giorni dovrà difendersi anche su un altro fronte, dato che a Napoli rischia il rinvio a giudizio per il caso Rai-Saccà. «Da Napoli potrebbe arrivargli un brutto regalo», sussurra amareggiato Amedeo Laboccetta, deputato del Pdl che conosce persone e storie del palazzo di giustizia partenopeo.
Napoli e Milano. Come una tenaglia. Ecco il motivo per cui il premier ha scatenato l'offensiva contro le toghe «sovversive» e non accetta «transazioni», ecco perchè ieri Niccolò Ghedini era alla Camera da deputato per votare la fiducia al governo di Berlusconi, ma da legale di Berlusconi portava sottobraccio un codice di procedura penale pieno di annotazioni. «Devo portarmi il lavoro appresso», ha spiegato. «Tra il primo e il 18 luglio avrò otto udienze tra Milano e Napoli. Il presidente mi ha chiesto: "Che faccio, ti seguo? Ogni volta però dovrei impegnare un'intera giornata per prepararmi. Bloccherei l'attività di governo". Non ne può più. Continua a ripetere: "Devo andare a Napoli per l'emergenza rifiuti o per difendermi?". Noi cerchiamo di calmarlo, ma come si fa...».
Il luglio caldo del Cavaliere si avvicina, e Berlusconi ha capito che doveva giocare d'anticipo per pararsi il fianco. Perciò si è mosso con gli emendamenti blocca-processi al decreto sulla sicurezza, perciò ha impresso un'accelerazione allo «scudo» per le cariche istituzionali, «che non è mai stato un decreto — precisa il ministro per i Rapporti con il Parlamento — ma un disegno di legge». Ciò non toglie che il premier voglia accelerarne l'iter in Parlamento, «chiederemo che venga calendarizzato già a luglio», annuncia infatti Elio Vito. Intanto sarà diventato legge il provvedimento sulle intercettazioni. E c'è un motivo se anche su questo tema c'è stata una corsa contro il tempo. Lo lascia intuire Laboccetta quando s'indigna riferendosi al caso Rai-Saccà, quando ricorda che «l'attività di un premier non può dipendere da qualche intercettazione, magari pruriginosa, ma senza alcuna rilevanza penale. È una vergogna, è necessario reagire».

La posta in palio nel luglio caldo del Cavaliere non incrocia solo i destini della legislatura. Va oltre. Perché è evidente che il premier verrebbe azzoppato da un'eventuale richiesta di rinvio a giudizio da parte della procura di Napoli, e sarebbe costretto a dimettersi se fosse colpito da una sentenza di condanna nel processo Mills. Ma c'è di più. E Berlusconi l'ha capito: «Con questa manovra giudiziaria mi vogliono marchiare, vogliono impedirmi in futuro di aspirare al Quirinale».
Dinanzi a una sfida di tale portata che non contempla il pari, ogni altra scadenza a palazzo Chigi viene derubricata. Compresa la sentenza che proprio all'inizio di luglio giungerà dalla Consulta sul «caso Petroni», il consigliere Rai dimissionato dal ministro dell'Unione Tommaso Padoa-Schioppa, che venne poi reintegrato nel Cda di viale Mazzini. Per un paradosso politico, se la Corte costituzionale dovesse dar ragione al centrodestra che a suo tempo impugnò il provvedimento, s'incepperebbe il meccanismo del rinnovo ai vertici dell'emittente di Stato. Salterebbe così un tassello importante nel mosaico del potere. In più ci sarebbe il rischio di una messa in mora della legge Gasparri, tanto cara al Cavaliere.



BONSAI  
Peggio per lui
Sebastiano Messina su
la Repubblica

Il dialogo non lo voglio più, ha annunciato ieri Berlusconi. C´è rimasto male, e si capisce perché. Ma come, lui aveva offerto a Veltroni la disponibilità a condividere con la generosa maggioranza la blindatura giudiziaria del premier, gli aveva dato la possibilità unica di partecipare a un´opera di neutralizzazione dei giudici che mai nessuno - dai tempi dell´imperatore Bokassa - aveva mai concepito, e lo sventurato cos´ha fatto? Ha risposto no, grazie. Peggio per lui. Fine del dialogo. La prossima volta che chiama, troverà la segreteria telefonica.
E non sarà neanche citato nel libro d´oro degli aforismi, dove sotto la celebre frase del barone von Clausewitz - la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi - presto sarà registrata la versione riveduta e corretta coniata da Berlusconi: la politica è il blocco del processo con altri mezzi.



Gesti
Jena su
La Stampa

Dopo molte insistenze del Presidente Napolitano affinché si riapra il dialogo, ieri Berlusconi ha fatto un gesto distensivo e ha chiamato Veltroni: «Caro Walter, vaffanculo».


Leggi canaglia, girotondo contro: l'8 luglio a Roma
sommari de
l'Unità

Scendere in piazza subito contro Berlusconi. Lo dicono tre veterani dei girotondi, Furio Colombo (Pd), Pancho Pardi (Idv) e Alberto Flores D'Arcais, che lanciano un appello ai cittadini a scendere in piazza contro le «leggi canaglia» del premier. L´appuntamento è a piazza del Pantheon per l'8 luglio.


  26 giugno 2008