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sulla stampa
a cura di G.C. - 15 luglio 2008


Il tramonto del dialoghismo
Massimo Giannini su
la Repubblica

Che siano l´espressione post-moderna delle vecchie "correnti" di partito, o la rappresentazione pre-politica delle nuove "casematte" del potere, dobbiamo essere grati alle Fondazioni del centrosinistra. Il convegno di ieri è servito a dimostrare due cose. La prima: il dialogo è morto. La seconda: il Pd non si sente molto bene.
1) La morte del dialogo l´ha annunciata pubblicamente Fabrizio Cicchitto, plenipotenziario di Berlusconi: sul sistema elettorale alla tedesca non c´è alcun margine di manovra. Al partito del premier quel modello non interessa affatto. È inutile affannarsi sui manuali di diritto costituzionale comparato: ancorché non del tutto inviso alla Lega, un ritorno al proporzionale è inviso al Pdl. Dunque, qui ed ora non è proprio nel novero delle cose possibili. Così a Veltroni non è rimasto altro da fare, se non decretare ufficialmente l´avvenuto decesso del famoso e fumoso dialogo tra centrodestra e centrosinistra. È una cattiva notizia per il Paese, perché quella che era stata annunciata come una possibile legislatura costituente per i due poli si sta rivelando un´avventura destabilizzante per le istituzioni.
Ma almeno si fa piazza pulita, una volta per tutte, di un colossale equivoco, che rischiava di trasformare l´iniziale "luna di miele" del Cavaliere con un bel pezzo d´Italia e con una bella fetta di Parlamento in una "luna di melassa" in cui si mescolavano i ruoli, si confondevano gli obiettivi, si snaturavano i valori. Il dialogo era diventato un mantra indiscutibile. Un totem intoccabile. Una variabile indipendente: dai soggetti e dai luoghi, dalle forme e soprattutto dai contenuti. Insomma: generato direttamente dal combinato disposto del bipolarismo conflittuale della passata stagione politica e dal conformismo post-ideologico di quella appena avviata, il dialogo era ormai assurto a nuova "ideologia della legislatura": il "dialoghismo". Un valore in sé, retorico e artificioso, che produceva e si riproduceva in una bolla di consenso vacuo e privo di ricadute pratiche.

Ma il dialogo, in realtà, è solo un possibile metodo di governo, funzionale alla soluzione dei problemi di interesse generale. Richiede una disciplina comune, una legittimazione reciproca, una responsabilità speculare. Se si decide di adottarlo, il metodo si pratica, sempre e in modo sistematico, quando in ballo ci sono le regole del gioco democratico da riscrivere insieme. Purtroppo non è questa la "declinazione" che ne hanno dato il presidente del Consiglio e la sua coalizione. Lo hanno usato, alternativamente, ora come strumento di difesa di se stessi, ora come arma di offesa contro l´opposizione. Lo hanno attivato, strumentalmente, come formula "a chiamata", come il job on call della legge Biagi. Sulla giustizia, sulla norma blocca-processi, sul lodo Alfano, prima o poi sul Csm, Berlusconi non vuole e non chiede alcun contributo al centrosinistra. Procede imperterrito, a colpi di mano e a botte di fiducia. La stessa cosa fa sul decreto-sicurezza o sulle impronte per i bimbi rom. Sulla legge elettorale, sui regolamenti parlamentari, sul federalismo, prima o poi sul presidenzialismo, semina invece il suo cammino di ipotetici appelli alla condivisione e di apparenti richieste di collaborazione. L´opposizione gli va dietro. E puntualmente scopre che il "sentiero" del dialogo indicato dal Cavaliere è in realtà disseminato solo di trappole. Cicchitto uccide in culla il modello tedesco sulla riforma elettorale. Maroni annuncia che il Pdl farà da solo sulla riforma federale.
A questo punto, il centrosinistra non può non prenderne atto, e imboccare finalmente una strada diversa. Che non è quella della "subcultura" grillista-dipietrista di Piazza Navona. Ma non è neanche quella che vuole il principale partito d´opposizione davvero svilito, a tratti, al ruolo di "corpo diplomatico". Incosciente della sua identità, e quindi sempre troppo timido sulle risposte da dare alla destra. Inconsapevole della sua funzione, e dunque sempre troppo disponibile alla "chiamata" di comodo del Cavaliere. Ora almeno questo gioco, ambiguo e improduttivo, finisce. Si dialoga se c´è un "oggetto". In caso contrario si tace. O ci si scontra, com´è normale e fisiologico in ogni democrazia.
2) La malattia del Pd è stata certificata, ancora una volta, dalle visioni politiche radicalmente opposte e apparentemente inconciliabili di Veltroni e D´Alema. La diversa proposta sul modello elettorale, che il primo vuole tuttora ancorato all´esempio maggioritario, e che il secondo vede sempre legato all´esperienza proporzionale, nasconde una diversa lettura del destino del Partito democratico. Veltroni resta fedele all´ideale di un bipartitismo imperfetto, nel quale il sistema francese esalta la vocazione maggioritaria del Pd, lo consolida nella sua autosufficienza riformista, e lo salva per sempre dall´abbraccio mortale con la sinistra massimalista. D´Alema resta affezionato all´idea che questo bipolarismo non funzioni, e vede nell´introduzione del sistema tedesco il possibile passepartout per riaprire al Pd la porta delle alleanze, ricucendo i vecchi rapporti con le sinistre antagoniste (da Bertinotti ai Verdi) e soprattutto saldando un nuovo asse con il centro cattolico (da Casini a Pezzotta).
Ma anche sul tema dei rapporti con il centrodestra la dissonanza è sconcertante. Prima delle elezioni Veltroni sedeva al tavolo con Berlusconi, e D´Alema dietro le quinte inorridiva di fronte ai primi vagiti di un improbabile "Veltrusconi". Oggi i ruoli si sono invertiti. D´Alema cerca di non rompere l´esile filo del confronto con la maggioranza (anche a costo di farsi dare dell´inciucista e di non criminalizzare a priori l´ipotesi di una "grande coalizione") mentre è Veltroni a dire no grazie, con questo premier non si può. E intorno ai duellanti, si agitano le mine vaganti. Da Francesco Rutelli, che continua a schiumare rabbia per la sconfitta di Roma, ad Arturo Parisi, che continua a sparare comunque sul quartier generale.
Non è un bello spettacolo, quello che si recita tra le macerie del loft. Quello che è peggio, è che la battaglia tra i leader si combatte o sul terreno spurio delle fondazioni culturali, o nel chiuso dei corridoi e dei caminetti. Se l´irriducibilità delle posizioni non è ricomponibile, allora sarebbe quasi più opportuna la resa dei conti, alla luce del sole di un vero congresso. Ad ogni modo, qualunque cosa è meglio di questo lento logoramento.



Modello tedesco
Marcello Sorgi su
La Stampa

Sarà pure la Grande Riforma, il tema attorno a cui ieri hanno discusso appassionatamente per ore due leader di opposizione come D'Alema e Casini, l'ambasciatore (il ministro Calderoli) di un leader di maggioranza come Bossi, il fior fiore dell'Associazione costituzionalisti, compresa una delegazione dei costituzionalisti dissidenti che hanno appoggiato il Lodo Alfano, oltre, ovviamente, a parlamentari, tecnici, professori e osservatori qualificati di ben 14 diverse fondazioni.

Ma un po' per il clima ancora di scontro, che non pare dei più propizi, un po' per il tenore di certi interventi che vanno letti tra le righe, il vero oggetto del contendere del convegno, nato con l'ambizione di segnare un punto di svolta, nel dialogo fin qui inconcludente tra maggioranza e opposizione, era chiaramente il dopo-Berlusconi. Argomento delicato e realisticamente non all'ordine del giorno, a pochi mesi dalla terza vittoria elettorale del Cavaliere e dalla nascita del suo quarto governo. E tuttavia, mai come di questi tempi, discusso, all'inizio della legislatura che potrebbe sancire, di qui al 2013, il ventennio del leader del centrodestra.

Ovviamente nessuno si propone di far fuori Berlusconi con una trappola o un'"intentona", e la stessa via giudiziaria, che in tempi passati era apparsa ai suoi avversari come la più concreta, sta per essere neutralizzata dalla legge sull'immunità per le alte cariche dello Stato. Si tratterebbe, piuttosto, di trovare un metodo, il più possibile condiviso, per arrivare a un'alternativa non solo politica, di sinistra o di destra, ma in qualche modo anche istituzionale, alla lunga stagione di potere del Cavaliere. Una strada per uscire dallo scontro selvaggio, personalistico, e dalla campagna elettorale permanente, che, vuoi o non vuoi, si ripropone tutte le volte che Berlusconi vince e torna al governo. E per chiudere con un sistema di regole nuove la lunga, infinita, transizione italiana.

Ci sono stati due approcci al problema, dal 14 aprile ad oggi. Uno, a partire dall'iniziativa dello stesso Berlusconi, ha instaurato il dialogo tra il premier e il capo dell'opposizione e la consultazione permanente Veltroni-Letta. Di qui, sulla base della disponibilità del leader del Pd di votare una serie di riforme concordate, si sarebbe dovuto dar vita a una legislatura costituente, breve ma molto produttiva. Alla fine della quale, diciamo dopo tre anni, un Berlusconi rinnovato, ammantato di toga istituzionale e circondato dal rispetto che si deve ai padri costituenti, sarebbe stato pronto per essere giubilato e trasferito al Quirinale. Naturalmente restava il problema della prematura uscita di scena dell'attuale Capo dello Stato che tutto questo avrebbe comportato. Ma in qualche modo, almeno nei piani, il ridisegno dell'impianto istituzionale l'avrebbe giustificata, mentre destra e sinistra, in nuove elezioni anticipate, sarebbero tornate a contendersi la guida del Paese.

Anche se questo disegno non è stato mai ufficializzato esplicitamente (solo Berlusconi, al suo solito, ci ha scherzato su), qualche accenno, qualche immancabile discorso di corridoio - oltre all'accelerata del premier sulla legge blocca-processi - sono bastati a farlo saltare per aria, a colpi di girotondi, di rigurgiti di antipolitica, di manifestazioni di comici in Piazza Navona e di urla di Di Pietro, il leader che ha tratto più vantaggio da questa stagione. Ad oggi, sembra molto difficile che Veltroni, pur distinguendosi meritoriamente dalle furie estremiste, possa avventurarsi di nuovo sulla strada del dialogo, a pochi mesi dalla campagna elettorale per il referendum e le elezioni europee.

Ma con gran dispetto proprio del leader del Pd, che si ritiene l'unico titolato ad aprire e a chiudere il dialogo sulle riforme, la seconda strada per il dopo-Berlusconi l'hanno aperta ieri D'Alema e i suoi interlocutori. Essa prevede di andare avanti con o senza il consenso di Berlusconi, e si rivolge a tutti quelli che dentro la maggioranza e l'opposizione hanno a cuore il problema. A Bossi, per esempio, che dopo l'esperienza della legislatura 2001-2006 sa bene che solo l'approvazione con una maggioranza parlamentare di due terzi garantisce il federalismo da una successiva abrogazione referendaria. E a Casini, per fare un altro esempio, che, stanco delle pene dell'opposizione, potrebbe trovare nel sistema elettorale tedesco l'occasione di rilancio delle proprie ambizioni centriste e forse anche della candidatura per la leadership del governo. E va da sé che il convitato di pietra, assente al convegno di ieri, ma interessato per forza di cose a un processo del genere e impossibilitato a restarne fuori, è il presidente della Camera Fini.

Nella lunga storia della Grande Riforma, il dialogo si è sempre fatto in due, prevedendo che un terzo ne facesse le spese. Nella Prima Repubblica, ai tempi della Commissione Bozzi, De Mita cercava il dialogo con Berlinguer per ridimensionare Craxi. Nella seconda, ai tempi della Bicamerale D'Alema, Prodi si sentiva la vittima designata, e giocò tutto, salvo poi perderci il posto, per far sì che Berlusconi gettasse all'aria il tavolo delle riforme.

Ma stavolta, nel triangolo D'Alema-Casini-Bossi, non c'è solo il Cavaliere, che avendo la guida del governo e alle sue spalle, fresca, una grande vittoria elettorale, ha ancora molte frecce al suo arco, sia per dialogare con D'Alema, sia per evitare di finire travolto dalla nuova stagione riformista. Accanto a lui, paradossalmente, c'è anche il leader del Pd che ha appena rotto il dialogo. Perché se il sistema elettorale diventa simile a quello tedesco, se si sceglie la via del ritorno al proporzionale, è l'equilibrio bipartitico, oltre a tutto l'impianto maggioritario della Seconda Repubblica, che viene messo in discussione.



Opposizione, ricorda la sinistra
Enzo Bettiza su
La Stampa

Forse non si è messa bene a fuoco la novità del significato, di quanto è avvenuto martedì scorso nella palestra pubblica di Piazza Navona. Il palleggio delle responsabilità, delle ipocrisie, delle coperture, dei pentimenti, dei giustificazionismi non è servito ad altro che a offuscare e a confondere il vero significato di una manifestazione di teppismo organizzato che non aveva e niente ha a che vedere con lo stile protestatario, le argomentazioni sociali e il linguaggio spesso sferzante ma controllato di sinistra e anche di estrema sinistra. L'antiberlusconismo, sia pur drastico, di un Bertinotti o di un Diliberto non si era mai mescolato a volgarità da talamo e anche quando essi abbordavano temi scottanti come il conflitto di interessi, i rapporti con la giustizia, lo strapotere mediatico del Cavaliere, mantenevano la critica nell'ambito di un contesto politico e antagonistico basato su ragionamenti e dati, talora opinabili, però mai offensivi o calunniosi sul piano personale.

Facevano politica, la loro politica, con la grinta di combattenti duri, irremovibili, ma capaci sempre di distinguere tra l'insulto gratuito e l'accusa circostanziata. Non facevano d'ogni erba un fascio grillesco. Sapevano separare le colpe vere o presunte di Berlusconi dagli interventi teologici del Papa, dalle cautele istituzionali del Presidente della Repubblica, perfino dalle mosse diplomatiche di certi alleati o collaboratori berlusconiani.

Dire perciò che la brutta e pericolosa manifestazione di Piazza Navona sia stata di sinistra, o di estrema sinistra, o soltanto di emergenza democratica, è un falso che non regge alla prova dei fatti consumati e delle parole scagliate indiscriminatamente contro tutti e tutto: dai membri del governo al capo dell'opposizione, dal Pontefice al Capo dello Stato. C'è stata, sì, un'emergenza democratica, ma nel senso che il sistema democratico in quanto tale, senza distinzione, in tutte le sue emergenti componenti esecutive e legislative, è stato pesantemente attaccato, svillaneggiato e di fatto ripudiato come un complesso di istituzioni sorde e grigie. Non a caso adopero due storici aggettivi mussoliniani. Chi ci ricordava, in forma caricaturale, il comico che non fa più ridere mentre lanciava il noto grido "italiani!" rivolgendosi da un video orwelliano alla folla consenziente? Quale balcone fatale evocavano le urla del comico che il demagogo principe del raduno, Antonio Di Pietro, ha nella sostanza ammesso di preferire al pavido Veltroni?

Altri partecipanti di prima fila del raduno, fingendosi pentiti, ma in realtà approvando in cuor loro i cabarettisti che gridavano chiaro quello che loro pensano e non hanno il coraggio di dire in pubblico, hanno tentato poi di cavarsela con qualche distinguo e qualche battuta scarsa. La satira non andrebbe confusa con la politica. Certe uscite improvvisate, certe allusioni oscene, certe deviazioni dal buon galateo di sinistra andrebbero attribuite tutt'al più a un'innocua e artistica trasgressione qualunquistica o populistica. La piazza ignara, innocente, sarebbe stata in qualche modo aggirata e colta di sorpresa dalle battute meno rispettose o più sconvenienti. Ma tali espedienti, soprattutto quelli della satira distinta dalla politica e della brava piazza presa di contropiede, sono stati subito smentiti da una confessione lucida, degna di lettura, tutt'altro che comica, firmata sul Corriere della Sera da Sabina Guzzanti. Eccone fra virgolette il passo essenziale: "Quello che hanno visto i presenti è una piazza ricolma di gente, rimasta in piedi per tre ore ad ascoltare e ad applaudire entusiasta. Gli interventi più criticati dai media sono quelli che hanno avuto indiscutibilmente più successo. Nel mio intervento, al contrario di quanto tanti bugiardoni hanno scritto, gli applausi più forti sono stati sulle critiche alla politica del Vaticano e le frasi più forti sono state applaudite ancora di più". Altro che satira da una parte e politica dall'altra. La Guzzanti, giustamente dal suo punto di vista, rivendica il ruolo eminentemente politico che gli organizzatori le hanno concesso di svolgere in quanto cittadina in piazza e non attrice in cabaret. Niente più nani e ballerine che ai tempi di Craxi sedevano ossequiosi e muti nelle platee dei congressi. Oggi i ruoli si sono rovesciati. Nani e ballerine sono saliti sul podio, dicendo ad alta voce la loro nell'ambito di un raduno organizzato da una parte dell'opposizione contro il governo e, più in particolare, contro la legittima opposizione parlamentare al governo.


L'antiberlusconismo boccaccesco è stato un alibi, una foglia di fico, un velo, al cui riparo dare sfogo a un giustizialismo rapsodico che reca più male che bene alla stessa magistratura. I dipietristi hanno voluto occupare il vuoto lasciato dalle severe ma composte schiere del massimalismo postcomunista, e l'hanno occupato con una retorica anarcoide che, in definitiva, nel linguaggio e nel portamento, ricorda più le destre piazzaiole del secolo scorso che le sfortunate sinistre odierne. Berlusconi è passato in secondo ordine rispetto alla globale furia antisistema dell'evento, anche se in parte ne ha favorito l'innesco dando la precedenza, nelle prime manovre di governo, ai fatti giudiziari che lo riguardano anziché a quelli più urgenti che preoccupano i due uomini chiave dell'esecutivo: Bossi, che persegue l'idea di stipulare un patto federalistico con l'opposizione, e Tremonti che cerca di riparare i guasti e il declino di un'economia disastrata. Il seguito della storia non sarà allegro per nessuno degli attori in campo e soprattutto non lo sarà per gli italiani che, da quindici anni, non sanno più a che santo votarsi.


Bolzaneto: la sentenza dimezzata
Ettore Boffano su
la Repubblica

In quel carcere nascosto, in quella caserma sconosciuta il cui nome, Bolzaneto, fece il giro del mondo assieme alle foto dei volti insanguinati e dei corpi che subivano le violenze e le umiliazioni di ogni repressione che vuole fermare il proprio dissenso, per un giorno e una notte la libertà e il diritto si fermarono.
Sospesi, messi da parte, assieme all´habeas corpus e alla dignità delle vittime, ma anche di chi infieriva su di loro: servitori di uno Stato democratico paralizzato per ventiquattr´ore in quel quartiere della periferia di Genova.
Ma poi lo Stato aveva provato a risvegliarsi e aveva cercato di ritrovare i suoi modi e le sue regole civili all´ombra del codice e delle toghe. Una sfida difficile, segnata persino dalla mancanza di una norma che nel nostro paese consenta di configurare l´accusa di tortura, rimessa assieme attraverso il reato di abuso d´autorità e un corollario di contestazioni che sembrava ispirarsi proprio alle scene di quella caserma: la crudeltà, i motivi futili e abbietti, l´acqua negata a chi aveva sete, le botte e le vessazioni militaresche, le offese e le umiliazioni sessuali.
Poteva lo Stato rimarginare la ferita che Genova, il G8 e i fatti di Bolzaneto avevano inferto alla credibilità profonda delle proprie istituzioni? La prova, la scommessa democratica era tutta nelle mani di quei pm che avevano ricostruito i reati, consolidato le prove e riportato il diritto a denominatore unico di ogni realtà, anche se a inseguire la forza del loro impegno c´era il lavacro finale e inevitabile della prescrizione. Certo, bisognerà leggere la sentenza attentamente, ma la prima impressione è che ieri, i giudici di quella stessa città che ha visto l´ignominia di Bolzaneto e il tentativo del suo riscatto, hanno dato a chi chiedeva giustizia una risposta a metà, una sentenza spezzata. Uno Stato è tale se sa giudicare davvero prima di tutto se stesso, i propri errori e i propri delitti. Se invece non è capace di farlo e non lo vuole, allora lascia aperte le ferite, lascia la sensazione che alcuni siano più uguali degli altri davanti alla legge.


Le violenze e i nomi che mancavano
Marco Imarisio sul
Corriere della Sera

Il verdetto arriva a sera tarda, quando fuori è buio e i custodi del palazzo di giustizia sbuffano perché hanno fretta di chiudere. E farà molto discutere, come minimo, perché la gravità di certi comportamenti avvenuti nella caserma di Bolzaneto durante il G8 non viene rappresentata nella sentenza.
Dopo dodici ore passate in camera di consiglio, il giudice Renato Delucchi ha appena finito di leggere un elenco fittissimo di numeri, rimandi, codicilli, che in molti non riescono a capire. Quelli che a Bolzaneto c'erano, le vittime dei soprusi, sono i primi a farlo. Misurano il numero delle persone colpevoli con quello degli imputati, appena 15 su 45, fanno il conto degli anni di pena comminati rispetto a quelli richiesti dall'accusa, appena 24 su 76, guardano ai risarcimenti accordati alle 209 parti lese, solo due milioni di euro sui 7 richiesti in totale. E se ne vanno, in silenzio e a capo chino, qualcuno con gli occhi lucidi.
I pubblici ministeri Vittorio Ranieri Miniati e Patrizia Petruzziello rimangono, ma anche loro hanno la voce che trema e lo sguardo appannato. Nella caserma di Bolzaneto non c'è stata alcuna tortura, è questo il boccone più amaro che devono mandare giù. La sentenza del tribunale di Genova dice soprattutto questo. "L'umiliazione, l'annientamento delle persone recluse" sono le parole usate da Ranieri Miniati durante la sua accorata requisitoria. "Un luogo dove per tre interminabili giorni sono stati sospesi i diritti umani". Poi il magistrato lasciò parlare i fatti, diede voce ai racconti dei testimoni, mai messi in discussione dai difensori degli imputati durante le 157 udienze di un processo durato due anni, durante il quale sono state ascoltate quasi quattrocento persone. Fu un racconto per stomaci forti. Il taglio di capelli di Taline Ender e Saida Teresa Magana, il capo spinto verso la tazza del water a Ester Percivati, lo strappo della mano di Giuseppe Azzolina, al quale sono stati divaricati anulare e medio fino a lacerare la carne; le ustioni con sigaretta sul dorso del piede a Carlos Manuel Otero Balado. E poi la marchiatura delle guance dei ragazzi giunti dalla scuola Diaz, la particolare foggia del copricapo imposto a Thorsten Meyer Hinrric, costretto a girare nel piazzale senza poterlo togliere, un cappellino rosso con la falce ed un pene al posto del martello.
Tutto questo non è tortura, secondo la sentenza di ieri. Il reato non è previsto dal nostro ordinamento, lacuna alla quale proprio lo sdegno per quanto avvenuto a Bolzaneto fece per qualche tempo da propellente per un eventuale rimedio. Non esistendo una norma penale, l'accusa fu costretta a contestare agli imputati l'abuso d'ufficio, che sarà comunque prescritto nel 2009. Ieri, nel fitto sbarramento di numeri fatto dai giudici si è capito che l'articolo 323 del codice penale, quello che sancisce questo reato, non c'era. È stato riconosciuto l'abuso di autorità nei confronti dei detenuti, versione molto più attenuata del reato scelto per fare da succedaneo alla tortura.
Ma gli imputati sono tutti assolti dalle aggravanti per i futili motivi e la crudeltà che avrebbero dovuto fare da corollario a questa accusa, e anche questo è difficile da mandare giù per chi è stato vittima di certi soprusi, come le ragazze minacciate di stupro "come in Kosovo", così urlavano gli agenti. Ecco, ai magistrati mancavano i nomi e i cognomi da abbinare ad ogni singolo comportamento, il punto debole di tutta la loro ricostruzione è sempre stato quello, e ne erano consapevoli anche loro. La Corte ne ha preso atto, abbonando agli imputati una quantità infinità di reati "per non aver commesso il fatto", riferiti ad episodi che durante le udienze erano stati accettati come tali anche dai difensori degli imputati, che sono sempre stati consci di avere dalla loro il vantaggio non da poco dell'assenza di testimoni terzi che si frapponessero tra imputati e vittime incapaci di dare un volto alle persone all'epoca nel centro di detenzione temporaneo sulle alture di Genova.

Il verdetto è una sorpresa, nonostante le condanne delle poche persone davvero identificate con certezza, come l'agente Massimo Pigozzi (2 anni e tre mesi), che ha squarciato la mano di un giovane o il medico Giacomo Toccafondi (indultato). Nell'aula che si svuota, lo riconoscono anche gli avvocati difensori degli imputati, entrati al mattino con la certezza della batosta. I loro assistiti negli ultimi tempi si erano sentiti abbandonati anche dallo Stato, padre e padrone. L'avvocatura dello Stato aveva fatto sapere che in assenza di "rapporto organico", visto che le forze dell'ordine non si erano comportate come tali a Bolzaneto, il ministero dell'Interno non avrebbe pagato le spese legali agli agenti imputati. L'onda di indignazione suscitata a marzo dal racconto degli abusi e dei soprusi era considerata come il preludio a condanne pesanti. "Ci sentiamo come se il Genoa dovesse giocare al Santiago Bernabeu contro il Real Madrid" aveva detto il difensore di Toccafondi, per il quale erano stati chiesti tre anni e mezzo di reclusione. "Il risultato non è neppure in discussione". Certe volte, dipende dall'arbitro.


Il sistema
Antonio Padellaro su
l'Unità

Stupore e amarezza. Condividiamo i sentimenti espressi da Walter Veltroni alla notizia dell'arresto del presidente della Regione Abruzzo e di altri assessori e funzionari. Stupore perché si stenta a credere che Ottaviano Del Turco, esponente del Pd, nota figura del sindacato e della sinistra italiana abbia potuto intascare fior di mazzette, soldi della sanità pubblica, come il peggiore dei tangentari. Amarezza perché la procura pescarese, a cui il ministro ombra della giustizia Tenaglia ha riconosciuto massima attenzione e rispetto per i diritti delle persone coinvolte, parla di accuse fondate su prove schiaccianti. Mentre tutti restiamo in attesa di saperne di più e di saperlo in fretta, l'unico ad avere certezze in materia è Silvio Berlusconi, pronto a scagliarsi contro i teoremi della magistratura quasi sempre, a suo dire, infondati. Il premier agisce con la evidente finalità di gettare discredito sull'azione dei giudici e di coinvolgere l'opposizione nella sua personale ossessione: la disarticolazione del potere giudiziario e la sua sottomissione agli ordini del governo. Vedete, ora le toghe se la prendono con voi, è la sua velenosa solidarietà al Pd per la comune guerra santa. Messaggio subito respinto al mittente anche se resta intatto sul terreno il problema con il quale da oggi lo stesso Pd si trova drammaticamente a fare i conti. Bisognerà infatti prendere atto che, al di là del caso Del Turco, la corruzione della politica e della pubblica amministrazione è una metastasi trasversale, un sistema che lungi dall'essere stato debellato all'epoca di Mani Pulite si è sviluppato in profondità giovandosi di nuove tecniche criminali oltre che naturalmente della martellante guerra contro la legalità. Ora che il bubbone è scoppiato bisognerà parlarne seriamente, magari sottraendo un po' di spazio alle dispute sul sistema tedesco o spagnolo.


Ottaviano il socialista tra Lama e Craxi
Paolo Franchi sul
Corriere della Sera

Per carità, bisognerà leggere bene le carte, vedere, cercare di capire. Di fronte all'evidenza, se mai evidenza dovesse essere, non resterebbe che alzare sconsolati le braccia. Ma intanto, almeno per chi, ed è il mio caso, Ottaviano Del Turco lo conosce da una vita, la prima reazione è di sconcerto e di stupore.
L'idea di un Del Turco che, assiso al vertice di un'associazione a delinquere, intasca tangenti milionarie, no, onestamente non ci è mai passata per la testa e, per quanto Antonio Di Pietro gridi alla nuova Tangentopoli, fatica assai ad entrarci anche adesso. Tra sindacato, Psi, Sdi e, adesso, Partito democratico, è in politica da quando portava i calzoni corti, Ottaviano. E ha ricoperto incarichi di primo piano. Segretario generale aggiunto della Cgil ai tempi di Luciano Lama. Segretario del Psi nel disastro di Tangentopoli. Presidente dell'Antimafia. Ministro delle Finanze nel secondo governo Amato. Parlamentare europeo. Infine, e mal gliene ha incolto, presidente della Regione Abruzzo, unico socialista, seppure ormai aderente al Pd, ad occupare una carica di qualche rilievo. Inutile girarci attorno. Una carriera così, passando indenne e anzi avanzando in mezzo a tante bufere, significa anche mediazioni di incerto profilo, compromessi non sempre commendevoli, magari pure una certa quantità di pelo sullo stomaco. Mai pensato che fosse una mammoletta, Del Turco, mai creduto che della sua immagine si potesse fare un santino. Nemmeno quando, al congresso di Rimini del Psi, correva l'anno 1987, fu il primo socialista di peso a conquistare i titoli dei giornali denunciando l'esistenza, nel partito, di una questione morale che non era possibile liquidare soltanto come odiosa propaganda nemica. Ma che, con tutta la sua dichiarata e sincera fedeltà di vecchio autonomista a Bettino Craxi, il personaggio fosse diverso, e parecchio, dal cliché a torto o a ragione incollato addosso al socialista cosiddetto rampante dell'età craxiana, questo lo riconoscevano un po' tutti, avversari compresi. Uno così, vero o falso che fosse, ti dava e ha continuato a darti l'impressione di vivere di politica, sì, ma con un reddito non troppo distante dal tuo. Collelongo, per cominciare. Del Turco, buon frequentatore di salotti romani, avrà pure esagerato a rappresentare la sua famiglia come il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, e la sua casa avita come l'incrocio tra una modestissima abitazione familiare, una sezione socialista e una Camera del Lavoro, ma certo il fatto che ci andasse tutte le volte che poteva, e si portasse appresso compagni, amici e giornalisti a mangiare polenta, salsicce e spuntature di maiale, negli Ottanta una qualche impressione la faceva. E poi l'amore per la pittura, le ore trascorse a scegliere vernici e a discutere con il corniciaio.

E l'amicizia con Mogol e il culto per la canzone italiana. E l'orgoglio per essere andato avanti nonostante i suoi studi si fossero interrotti alle scuole medie, perché per campare gli era toccato lavorare già da ragazzo.
Ma soprattutto, si capisce, il sindacato, prima la Fiom, poi la Cgil: la Cgil di Luciano Lama, certo, ma pure di una quantità di dirigenti e militanti (comunisti, socialisti e, come si diceva allora in un linguaggio di derivazione sovietica, "senza partito") di cui Del Turco ti raccontava, e tuttora ti racconta, vita morte e miracoli con affetto intessuto di ironia. Vissero momenti difficili e anche drammatici, Luciano Lama e la Cgil, alla metà degli anni Ottanta, al tempo del decreto del governo Craxi sulla scala mobile e del referendum (fallito) per abrogarlo, stretti com'erano tra il Pci di Enrico Berlinguer, che li chiamava allo scontro frontale, e il Psi dove cresceva la tentazione di abbandonarli al loro destino, per costruire qualcosa di simile a un sindacato socialista. Se nonostante tutto ressero la prova, fu anche perché il segretario generale aggiunto socialista e autonomista che con i comunisti teneva botta, ma temeva la guerra civile a sinistra, non lasciò solo, anzi, il segretario generale comunista e riformista che, unico nel suo partito, aveva salutato come un evento storico il fatto che, a Palazzo Chigi, ci fosse per la prima volta nella storia repubblicana un socialista. Ai funerali di Berlinguer, di fronte a una folla sterminata e a dir poco ostile nei confronti di Craxi e del suo partito, fu Del Turco il solo socialista a parlare. Ascoltato con attenzione e rispetto. E anche applaudito. Naturalmente è difficile spiegare a chi non c'era che cosa c'entrino, tutti questi ieri, con lo scandalo della sanità abruzzese e l'arresto del presidente della Regione. Magari nulla, perché ogni stagione della vita, di quella politica come di quella personale, fa storia a sé. E però ieri mattina sono tornati, alla rinfusa, alla memoria non soltanto di chi scrive, ma di un sacco di gente. Lasciandola amaramente stupita, o per meglio dire incredula, di fronte a quello che stava capitando.


L'autunno si scalda
Paolo Nerozzi su
l'Unità

A differenza di quanto ipotizzato, ed in parte praticato, dal vecchio governo Berlusconi che nel 2001 decise uno scontro frontale con le organizzazioni dei lavoratori fino a prevedere la cancellazione dell'articolo 18, la nuova stagione di governo delle destre in tema di politiche per il lavoro, ispirate dal ministro Sacconi, sceglie una linea più soft ma non meno pericolosa, semmai più insidiosa. Destrutturare.
Dividendo il mondo del lavoro, parcellizzandolo, demandando la rinegoziazione di diritti già acquisiti alla contrattazione tra le parti, cercando di porre le organizzazioni sindacali in condizione di svantaggio verso l'impresa.
Il tutto senza un minimo d'iniziativa a favore dei redditi di lavoratori e pensionati, a fronte dei continui allarmi lanciati dall'Istat sul calo dei consumi delle famiglie a partire anche dai generi di primaria necessità. Non vi è alcun riferimento alla norma prevista dalla legge finanziaria di Prodi, che prevedeva di destinare l'extra gettito alla riduzione della pressione fiscale sul lavoro dipendente.
Diradata la cortina fumogena di misure miracolose e grandi annunci, emerge sempre più nitidamente la pericolosità delle misure contenute nel combinato disposto dpef e legge finanziaria, con un decreto legge "approvato in nove minuti" si cancellano i vincoli sui contratti a tempo determinato, si rimodula l'orario di lavoro, si rintroduce il lavoro a chiamata, si abroga la norma contro le dimissioni in bianco, si tagliano quasi 150 mila posti di lavoro nel mondo della scuola, si toglie ogni competenza alle Regioni sull'apprendistato, si eliminano i vincoli di responsabilità tra committente ed appaltatore, si eliminano, motivandolo con la volontà di semplificare, vari strumenti di rendicontazione della presenza dei lavoratori in impresa, rendendo di fatto molto più complesse le procedure di contrasto del lavoro irregolare.
Inoltre, con la copertura mediatica della lotta ai fannulloni e dell'efficienza nella pubblica amministrazione, con il cosiddetto "piano industriale per la pubblica amministrazione" si intende normare per legge ogni meccanismo di incentivazione volto al miglioramento del servizio: premi, passaggi di grado, cumulo di incarichi, consulenze e perfino malattie e permessi. Tutto ciò in evidente contrasto con la enunciata volontà di aziendalizzare l'amministrazione pubblica, ma di fatto riportando le lancette a prima della contrattazione privatista per i dipendenti del comparto pubblico e ponendo l'amministrazione sempre più sotto il controllo politico. Il tutto senza una bozza di analisi dei reali bisogni dell'amministrazione, senza distinguere le esigenze per esempio del ministero degli esteri piuttosto che del mistero del lavoro. E questo sarebbe un "piano industriale". In realtà si usa l'ardore ideologico per nascondere i tagli, si blocca indiscriminatamente il tour over, si cerca semplicemente di far cassa.
La campagna elettorale era stata un susseguirsi di promesse a favore dei giovani precari, la prima iniziativa in tal senso del governo Berlusconi è rappresentata dalla cancellazione della norma contenuta nella legge finanziaria del governo Prodi per la stabilizzazione dei lavoratori precari, si sbatte la porta in faccia a 300 mila giovani che speravano in una stabilizzazione del loro lavoro. Siamo in presenza di un piano politico che nel suo complesso ha uno scopo ben preciso, ma non ancora enunciato, destrutturate il contratto nazionale di primo livello ed indebolire il movimento sindacale, anche agendo su alcune contraddizioni delle opposizioni. E' bene, a mio avviso, denunciare da subito questo tentativo nel suo quadro complessivo. Avremo di fronte un autunno dove tutti questi nodi arriveranno al pettine. Il taglio di 150 mila lavoratori nella scuola, la mancanza di risorse per i rinnovi contrattuali, i tagli alla sanità, non saranno indolori. Sarà un autunno di grandi mobilitazioni, e gli scioperi dei lavoratori dei trasporti non sono altro che l'inizio. L'opposizione rischierà di trovarsi di fronte ad un movimento dei lavoratori non unito ma anch'esso destrutturato, dove potranno prevale interessi di parte e divisioni: nord-sud, garantiti non garantiti, stabili e precari.
Per scongiurare questo pericolo, che rischierebbe di rafforzare e non indebolire l'azione del governo, il Pd da subito deve mettere in campo una strategia adeguata al livello dello scontro. Entrare davvero in sintonia del malessere profondo che attraversa il mondo del lavoro del nostra Paese e farsi portatore di un'idea unificante a partire dalla difesa delle garanzie acquisite e della loro estensione, del recupero del potere d'acquisto dei salari e delle pensioni e più in generale di una rinnovata strategia per lo sviluppo del nostro Paese.



  15 luglio 2008