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sulla stampa
a cura di G.C. - 17 luglio 2008


Un paese in ginocchio
Massimo Giannini su
la Repubblica

Per molti anni, prima della nascita dell'Unione monetaria, tra gli economisti circolava un proverbio famoso: ogni volta che l'Europa si prende un raffreddore, l'Italia si becca una polmonite. Oggi, nonostante il paracadute dell'euro, quel motto si dovrebbe riaggiornare, purtroppo in chiave più drammatica. Se davvero nel mondo dilaga la "peste", ora l'Italia rischia sul serio la pelle. Mario Draghi e i cervelli dell'ufficio studi di Bankitalia non sono "cavalieri dell'Apocalisse". Ma a leggere l'ultimo Bollettino economico di Via Nazionale la conclusione che se ne trae è inequivoca: il Paese è in ginocchio.

Altro che solitudine dei numeri primi. Siamo all'inquietudine del numero zero. In quasi tutti gli indicatori macro-economici del prossimo biennio: 0,4% è il tasso di crescita, 0,3% è la dinamica dei consumi, 0,3% è l'aumento degli investimenti. Addirittura sotto lo zero è la produzione industriale del secondo semestre di quest'anno, e sotto lo zero sono anche gli acquisti di beni durevoli. Crolla la produttività, flette la competitività, frena l'export, rallenta il credito alle imprese, si riduce al di sotto del già basso livello del 2007 il potere d'acquisto delle famiglie. In compenso, cresce tutto quello che dovrebbe diminuire: dall'inflazione che viaggia verso il 4% al costo del lavoro per unità di prodotto che lievita al 4,3%.


E non è una fotografia catastrofista, quella sviluppata a Palazzo Koch. È la pura e dura realtà. Aggravata da una crisi finanziaria globale che comincia solo ora a scaricare i suoi costi sull'economia reale dei singoli Paesi. Di fronte a tutto questo, l'Italia è a dir poco impreparata. Certo non tutto quello che accade è colpa del centrodestra al potere. Ci sono colpe antiche: quelle sì, tutte rigorosamente bipartisan. Ma oggi tra le cifre del governatore e i numeri del governo si apre un abisso. Di consapevolezza e di ragionevolezza. È vero che stavolta il Cavaliere e il suo ministro del Tesoro non hanno promesso agli italiani il Paradiso terrestre, come fecero colpevolmente nel 2001. Ma è altrettanto vero che, davanti alla criticità del quadro, il Dpef e la stessa Finanziaria triennale appaiono (questi sì) poco più che "aspirine" somministrate a un malato in fase pre-agonica.

L'allarme interno è troppo alto, per poter essere fronteggiato con manovre misteriose licenziate in nove minuti e mezzo, sviluppate nelle successive nove settimane e mezzo e fatte ingoiare al Parlamento a tappe forzate e in sedute notturne. La sfida internazionale è troppo inpegnativa, per poter essere liquidata con le grida manzoniane di Tremonti sulla speculazione come epidemia del XXI secolo, e per poter essere risolta con la stravagante dottrina del "nemico esterno". Sono espedienti tattici, divagazioni culturali. Possono salvare la poltrona dei politici, ma non salvano il portafoglio degli italiani.


Il superministro e lo spettro del '29
Francesco Verderami sul
Corriere della Sera

La crisi delle relazioni con il Pd non gli ha fatto cambiare idea né strategia e, nonostante la stagione del dialogo sembri accantonata, Tremonti ha intenzione di rilanciarla in vista di settembre, per "lavorare alla riforma del federalismo fiscale con l'obiettivo di vararla grazie anche al consenso dell'opposizione". Nessun pregiudizio, nessuna chiusura, "nonostante la materia — sottolinea il titolare dell'Economia — riguardi il settore tributario e dunque non potrebbe essere oggetto di referendum". Insomma, è chiara la volontà di non fare da soli.
Le parole di Tremonti sono un messaggio rassicurante rivolto anzitutto alla Lega, prima che un segnale distensivo inviato al Pd. E tendono a stemperare il grado di tensione tra Berlusconi e Bossi, in una fase segnata da ripetute stoccate tra i due alleati. Il superministro è in mezzo, tocca a lui mediare. Sarà lui di qui in avanti al centro della scena, perché è sull'economia che si addensa quella "preoccupante nuvola" che — secondo Fini — "potrebbe avere effetti sul quadro politico" in autunno. Ecco perché Tremonti ha deciso di giocare d'anticipo con la manovra, e sa di dover sopportare pressioni nella maggioranza, che diventano di ora in ora sempre più forti: "Ma per capire quanto sia profonda la crisi — diceva ieri — basta guardare in tv le immagini che arrivano dagli Stati Uniti, la gente in coda davanti agli sportelli... Al contrario di altri, per tempo parlai dei rischi di un nuovo '29". Nel governo c'è chi — come Brunetta — contrasta "la tesi catastrofista ": "Non facciamo i piagnoni, per favore. Non diciamo che le famiglie in Italia non arrivano a fine mese. Evitiamo una crisi di fiducia, perché l'economia reale va, c'è dinamismo nel Paese. Non sottovaluto i segnali critici ma non drammatizzerei. Basta guardare le piccole aziende e il dato dell'aumento dei posti di lavoro".
È scontato che Tremonti non abbia intenzione di cambiare la linea, a lui si è affidato Berlusconi, "e a lui è necessario che la maggioranza dia piena fiducia", commentava il forzista Bruno prima della riunione dei deputati del Pdl con il Cavaliere. Nei gruppi la tensione è altissima, e proprio durante la riunione di ieri un parlamentare del Pdl ha avvisato il premier che il Cocer starebbe pensando a una manifestazione per protestare contro i tagli al comparto della sicurezza. Raccontano che Tremonti si sia infuriato: "Ma di cosa stiamo parlando... Di quali tagli... Non è vero". "Se non è vero allora comunichiamolo ", lo ha esortato Berlusconi.
Tremonti conosce i numeri e la Lega, si muove da politico oltre che da ministro dell'Economia. Perciò ha deciso di agire su un doppio binario: da una parte assicurando il varo del federalismo fiscale e garantendo una salvaguardia per il Sud; dall'altra blindando la manovra su cui verrà posta la fiducia. Nelle scorse settimane aveva avvisato colleghi di governo e parlamentari che non avrebbe tollerato un assalto alla diligenza, "perciò è inutile che vi rivolgiate a Gianni Letta o a Berlusconi. Per me non cambierebbe nulla ". Ha accettato invece la proposta del titolare per le Infrastutture Matteoli — la sua "idea di buon senso" come l'ha definita il premier — di un tavolo tecnico per verificare dove e come possibilmente intervenire. Numeri e Lega è il doppio binario di Tremonti. E c'è un motivo se arrotonda gli spigoli con il Carroccio, se dice che "con Umberto va tutto bene, anzi benissimo"…
È vero che il Senatùr fa affidamento su di lui, è con il Cavaliere che si è fatto sentire fin dall'estremo nord con alcune ruvide sortite. E ancora ieri Bossi indirettamente ha assestato una stoccata a Berlusconi, annunciando che Veltroni l'ha invitato — guarda caso insieme a Tremonti — a un convegno che si terrà a Firenze: "Siamo pronti a trattare su tutto, dal federalismo alla legge elettorale. Anche sulla giustizia".
Ecco il punto dolente. La Lega teme che la guerra sul fronte giudiziario radicalizzi lo scontro con il Pd e provochi la balcanizzazione del Parlamento, rendendo arduo il percorso della riforma a cui tiene più di ogni altra cosa. Ieri l'ennesimo affondo di Berlusconi contro la "magistratura politicizzata" e l'anticipazione del Guardasigilli Alfano — che per settembre prevede di presentare una profonda riforma della giustizia — hanno messo in fibrillazione i dirigenti leghisti. D'altronde è proprio sul federalismo fiscale (e sulla sicurezza) che Bossi sta guadagnando credito nell'opinione pubblica. Lo conferma un sondaggio riservato del Pd secondo il quale il Carroccio ha sfondato questa settimana di un decimale il muro del 10%, a fronte di un nuovo calo nei consensi del governo e del premier, di un Pdl che fluttua intorno al 37,5%, e di un Pd ancora in discesa, accreditato del 31,1%.



La ritirata dopo la vergogna
Paolo Soldini su
l'Unità

Il ministro dell'Interno di quello che fu uno dei più prepotenti governi del mondo risale in disordine e senza speranza le valli che aveva disceso con orgogliosa sicurezza. Ci vorrebbe un generale Diaz per dar conto della botta che ha preso Roberto Maroni quando l'altra notte, in sede di discussione della Finanziaria, si è fatto polpette della sua arrogante pretesa di smontare un pezzo di civiltà di questo paese per imporre il razzistico provvedimento della schedatura con le impronte digitali dei piccoli rom. Le impronte digitali verranno prese a tutti quelli che chiederanno la carta d'identità dal 1° gennaio del 2010. Si può discutere se è bene o male, utile o inutile, ma si tratta di una cosa molto, molto diversa da quanto stava scritto nell'ordinanza "sui campi nomadi" e da quanto (contraddicendosi ogni volta che apriva bocca) andava sostenendo da settimane l'improvvido ministro dell'Interno: che la misura non era discriminatoria ma serviva, anzi, a "tutelare" i bambini nomadi. In realtà era discriminatoria in modo odioso e contraria a tutte le norme europee e internazionali sui diritti civili e l'uguaglianza dei cittadini e non tutelava proprio nessuno. Persino il superfluo ministro agli Affari comunitari era in grado di accorgersene.
Un generale Diaz non ce lo abbiamo. Possiamo mettere in fila, però, la truppa che ha contribuito a ricacciare gli invasori oltre le Alpi del buon senso, del diritto delle genti e della morale (morale: che bella parola). La Commissione europea, particolarmente il commissario agli Affari Sociali Vladimir Špidla, ma anche il francese Jacques Barrot (Giustizia e Libertà pubbliche) e lo stesso presidente Barroso, il quale, ancorché politicamente legato a Berlusconi (il quale sua sponte et pour cause gli ha promesso l'appoggio alla ricandidatura), ha comunque fissato, in una intervista al TG1 i paletti del "rispetto delle norme e dei princìpi europei". Poi l'Unicef, quindi l'Onu, con la condanna espressa non "da alcuni funzionari", come scrivevano ieri servilmente "alcuni giornali" (tra cui il Messaggero), ma da Doudou Diene, incaricato speciale sul razzismo per il Segretario Generale, da Gary McDougall, responsabile del comitato per la tutela delle minoranze e da Jorge Bustamante, responsabile per le politiche sull'immigrazione. Il governo italiano ha poco da risentirsi ed esprimere "sconcerto". Si sconcerti piuttosto per il dilettantismo dei suoi ministri e dei loro consiglieri diplomatici. Che hanno fatto rischiare all'Italia anche una crisi diplomatica con Bucarest, dove l'ambasciatore Daniele Mancini è stato convocato perché riferisse alle autorità italiane che il governo romeno "non può accettare che i cittadini romeni siano sottoposti a soprusi e a pratiche discriminatorie che non rispettano la dignità della persona umana". Poi il parlamento europeo, il quale ha votato una mozione di condanna della direttiva che Maroni, sceneggiato con ampi gesti dal suo collega più pleonastico, nella conferenza stampa tenuta qualche giorno fa ha bollato come "manovra strumentale della sinistra". Peccato che la mozione tanto strumentale e tanto di sinistra sia stata votata non solo dai liberal-democratici, ma anche da 21 deputati del Ppe, con altri 77 che si sono astenuti. Intere nazionalità, come i francesi, hanno votato il documento contro il governo Berlusconi. Il che ha aperto un problema politico di prima grandezza nel momento in cui Forza Italia sta cercando di portare dentro il gruppone Ppe gli eurodeputati di An. Infine, dopo il parere negativo di costituzionalisti, giuristi, avvocati, esperti di diritto internazionale, parroci, vescovi, Famiglia Cristiana, è arrivato quello, ufficialissimo anche se un po' tardivo, del Garante della Privacy Francesco Pizzetti, il quale ha ammonito a non "fare ricorso a queste tecniche (le impronte digitali) secondo criteri discriminatori, specialmente di natura etnica o religiosa, che contrastino con la nostra Costituzione e con le carte dei diritti fondamentali dell'uomo e del cittadino che il nostro paese ha siglato". Chiaro, no?
Chissà se qualche giornale, di quelli specializzatissimi in retroscena (qualche volta anche veri), ci racconterà come è maturato l'indietro-marsch di Maroni e soci. La nostra impressione è che abbia pesato, e molto, la rivolta nel Ppe della quale Barroso nella sua visita-lampo a Roma deve aver parlato con qualche preoccupazione a Berlusconi e che in caso di ulteriore incaponimento di Maroni avrebbe rischiato di avere un impatto duro, qui da noi, nei non semplicissimi rapporti tra Fi e An e in quelli ancor meno semplici tra la Lega e tutti e due gli alleati. L'inasprirsi, nelle ultime ore, dei toni sul tema giustizia potrebbe essere un segnale. Ma queste sono impressioni e illazioni. La cosa certa è che dopo uno schiaffone come quello che gli è stato stampato sulla faccia, ancorché di bronzo, il ministro dell'Interno dovrebbe dimettersi. In qualsiasi paese civile, un ministro che non riesce a far passare un provvedimento su cui ha puntato tutto, farebbe le valigie e a casa. Ma siamo nell' Italia del cavalier Berlusconi e sapete che succederà? Maroni sosterrà che nessuno lo ha sbugiardato, per carità, ci mancherebbe altro. Io quelle cose le ho sempre dette, sono i giornali che non hanno capito. Le impronte digitali per tutti? Ma certo, è proprio quello che volevamo…


La terza greppia
Luigi La Spina su
La Stampa

C'è sempre un "mariuolo", come Craxi definì Mario Chiesa all'epoca della prima Tangentopoli, che cerca invano di occultare le banconote del malaffare; c'è sempre la vendetta di qualche corruttore che, messo alla strette, si sente concusso e vuota il sacco. Gli scandali della sanità italiana passano dalle rozze tangenti per i macchinari ai virtuosismi finanziari delle cartolarizzazioni per i crediti, ma la sostanza e, persino, la fisionomia dei personaggi sembrano assomigliarsi con un'impressionante frequenza. Nella storia della nostra Repubblica, la prima greppia dei partiti fu costituita, negli Anni 60, dalle Partecipazioni statali, la seconda, negli Anni 80, dai Lavori pubblici e, ora, la terza cassaforte occulta del finanziamento è costituita dalla voragine insaziabile della spesa sanitaria affidata alle Regioni.

I numeri sono eloquenti: il nostro sistema del Welfare per la salute pubblica divora somme enormi. Nel 2008, si supereranno abbondantemente i cento miliardi di spesa all'anno. Nel bilancio delle Regioni, le erogazioni per questa voce rappresentano, mediamente, circa l'80 per cento del totale. E' chiaro che una tale massa di soldi cementa quel vincolo tra la politica e la sanità che, attraverso la designazione partitica dei manager per le Asl e per gli ospedali, assicura un flusso costante e crescente di denaro sia per la corruzione personale dei politici sia per il finanziamento di partiti e correnti.

Ecco perché la definizione di "nuova Tangentopoli", al di là del caso singolo per il quale Di Pietro l'ha richiamata, appare appropriata, se allarghiamo lo sguardo a quanto sta avvenendo un po' in tutte le Regioni italiane e, soprattutto, se si avvertono gli scricchiolii di un sistema che è sul punto di crollare. Da una parte, l'invecchiamento della popolazione e i costi di una medicina sempre più tecnologicamente avanzata richiedono finanziamenti sempre più onerosi. Dall'altra, lo Stato non è più in grado di trasferire alle Regioni i miliardi del disavanzo tra ricavi e spese e costringerà questi enti o a tassare i cittadini con ticket locali sempre più elevati o a ridurre drasticamente il livello del servizio.

Dobbiamo rassegnarci, perciò, alla fine del modello italiano ed europeo di protezione pubblica della salute e adattarci a quello americano, fondato su una pesante discriminazione tra la qualità dell'assistenza fornita, secondo il livello di reddito a disposizione di ciascun cittadino? Una soluzione del genere, non è, evidentemente, né possibile, né augurabile. L'obiettivo, allora, è quello di recidere o, almeno, di indebolire il rapporto strettissimo esistente in Italia tra sanità e politica.

A questo proposito, è bene subito sgombrare il campo da pseudo-ricette che si fondono su una clamorosa ipocrisia: è praticamente inesistente, o è ridottissimo, in Italia, il cosiddetto settore privato della sanità. La finzione si regge sul sistema delle convenzioni con il pubblico che assicurano lauti introiti alle cliniche "private". Poiché i controlli, come si è visto nel recente scandalo milanese della "Santa Rita", sono ridotti a ben poco, il rischio della corruzione, degli sprechi, delle inefficienze è tutt'altro che scongiurato.

Stabilire un corretto rapporto tra qualità delle cure e costi, verificare gli standard dei servizi, limitare i casi di truffe e ruberie non dipende, perciò, dal trasferimento dell'etichetta tra il pubblico e il privato, ma da una riforma complessiva della sanità che parta da una prima esigenza: non devono essere più solamente i partiti a scegliere i direttori generali di Asl e ospedali. I protagonisti della sanità pubblica sono essenzialmente due: i cittadini, da una parte, gli utenti del servizio e, dall'altra, i fornitori del servizio: medici, infermieri, personale addetto. Alla politica spettano solo due controlli fondamentali, quello sulla quantità della spesa che, affidato alle due prime categorie, ovviamente lieviterebbe, per convergenti interessi, fino a livelli insostenibili. E quello sul rispetto degli standard di qualità per le prestazioni assicurate ai cittadini.

Le formule giuridiche che si possono immaginare per un deciso cambio di rotta nella sanità, l'unico che possa scongiurare una catastrofe del sistema di assistenza pubblica, possono essere varie. Studi già pubblicati e ampiamenti noti agli addetti al settore propugnano una trasformazione delle Asl in particolari società per azioni, con l'intento di assicurare una maggiore trasparenza sia nella cosiddetta governance sia nei bilanci. Altri pensano, invece, al modello delle fondazioni che, in molti casi, ha dato buona prova e sarebbe possibile ancora perfezionare.

Non è più possibile che all'antico, e forse eccessivamente mitizzato, strapotere dei medici nella sanità si sia sostituito l'arbitrio feudale di vassalli, valvassori e valvassini della politica.


Il pantano della sanità
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

Per favore, lo stupore no. Almeno quello ci sia risparmiato. I nuovi scandali che squassano il mondo della sanità dall'Abruzzo alla Lombardia, al di là delle responsabilità delle persone coinvolte cui auguriamo di dimostrare una cristallina innocenza, sono frutti di un pantano da tempo sotto gli occhi di tutti.
Ma certo, esistono straordinarie professionalità, ospedali eccellenti e migliaia di medici e infermieri che lavorano benissimo. E ignorarlo sarebbe ingiusto. La ripetitività con la quale scoppiano certi bubboni, anche in realtà complessivamente virtuose, segnala tuttavia un'infezione profonda.
Dal famoso pouf riempito di banconote e gioielli dalla moglie di Duilio Poggiolini alle migliaia di analisi-fantasma pagate a Giuseppe Poggi Longostrevi, dai rimborsi a Villa Santa Teresa di Bagheria pagati 21 volte più che a Milano fino ai polmoni asportati a ignari pazienti della "Santa Rita" solo per aumentare il fatturato, un filo conduttore c'è: il caos. Il modo disordinato e spesso indecente col quale alcune Regioni hanno usato la crescente autonomia ottenuta nella gestione della Sanità. Un caos dentro il quale è successo e può succedere di tutto.

Il Libro Verde dell'Economia di qualche mese fa è ricco di esempi sconcertanti. Com'è possibile che un dipendente prenda in media 38 mila euro in Friuli-Venezia Giulia e 51 mila in Campania? Che un posto letto costi 455 euro al giorno negli ospedali lombardi e 897 (quanto una suite al Plaza di New York) al San Camillo di Roma? Che i parti cesarei siano il 23% in Alto Adige e il 59% in Campania? Che la Sicilia abbia da sola un quarto di tutti gli ambulatori e i laboratori privati accreditati? Che ci siano reparti, come chirurgia vascolare a Catanzaro, che vengono tenuti in vita anche se in un anno occupano il 4% dei posti letto? I grandi buchi nascono da lì. Dal caos anarchico e clientelare che in questi anni, nel nome di una autogestione male intesa, ha consentito a ciascuno di fare come gli pareva. Al punto che solo in queste ultime ore e solo dopo durissime polemiche i manager delle Asl campane hanno sospeso (per adesso) la decisione di auto aumentarsi di 30 mila euro l'anno la propria busta paga. Un aumento indecoroso. Tanto più perché parallelo all'arrivo dei nuovi dati sul buco sanitario regionale. Sprofondato ormai a circa dieci miliardi di euro. Per non dire degli abissi finanziari del Lazio o della Sicilia, dove pochi giorni fa la Corte dei Conti ha demolito il bilancio consuntivo regionale sottolineando che con i suoi 8 miliardi e mezzo di euro la Sanità isolana pesa "il 30% in più di quanto si spende per la Sanità in Finlandia".

"Lei è un irresponsabile ", ha detto gelido Giulio Tremonti a Roberto Formigoni che contestava i tagli imposti da Roma. L'impressione, però, è che sia tutto il sistema a non volersi assumere fino in fondo le proprie responsabilità. Basti ricordare che alla Sanità (il cui ministero è evaporato nella ridistribuzione dei posti di governo) erano dedicate sette righe nel programma elettorale del Pdl, sei in quello del Pd. Tutti e due centrati su una promessa: l'eliminazione delle liste d'attesa. Forse, con una spesa salita a oltre 102 miliardi di euro e uno scandalo al giorno, c'è da fare qualcosa di più.


La questione morale ci riguarda
Nando Dalla Chiesa su
l'Unità

La sparo grossa? Ebbene sì: resto dell'idea (finora espressa in privato) che il professor Galli della Loggia proprio torto non abbia. Che abbia ragione, care lettrici e cari lettori, a dire che non siamo - noi centrosinistra- "l'altra Italia". Non siamo nemmeno uguali al centrodestra, aggiungo io, su questo ci giurerei, perché facciamo riferimento - mediamente - a valori diversi. Quando ci mobilitiamo, crediamo in genere a quello che diciamo. Costituzione, libertà di stampa, uguaglianza. Ma certo anche tra i paladini della legge uguale per tutti ci sono quelli che nella vita di ogni giorno chiedono favori per questo o quel concorso pubblico. Ma certo anche tra chi evoca a ogni comizio il famoso editto bulgaro (Biagi-Santoro-Luttazzi) c'è chi applica volentieri la censura agli altri se appena gli serve o deve risolvere sbrigativamente le sue private inimicizie. Ma certo, ancora, tra chi denuncia ad alta voce il famigerato conflitto d'interessi c'è chi legifera a favore dei propri interessi personali o di partito al riparo dell'ombra lunga del conflitto più grande e smisurato del premier.
Lo so: il baricentro, i simboli, il codice morale che muove in genere i nostri comportamenti, non coincidono affatto con quelli del centrodestra. Epperò eccoci qua tutti insieme a interrogarci su quale sia la vera cifra morale del nostro personale politico. La questione abruzzese è arrivata infatti come una tramvata addosso agli elettori e ai militanti di quella che fu un giorno l'Unione. Notizie da lasciar di sale. Ottaviano Del Turco agli arresti. Il sindacalista che commuoveva il senato raccontando dei leader sindacali uccisi dalla mafia e che aveva fatto togliere il segreto dagli atti parlamentari su Portella della Ginestra. Il sindacalista che aveva sollevato la questione morale nel Psi di Bettino Craxi e che nobilitava il suo impegno politico con la passione per la pittura. Lui agli arresti per una storia collettiva di corruzione. Fatico tuttora a crederci, avendolo anche frequentato nel corso della mia attività istituzionale. E sospendo ogni giudizio, nulla avendo visto direttamente degli atti dell'inchiesta. Sta di fatto che è coinvolto, e non per complotto dei magistrati, in una brutta storia di tangenti spuntate nell'humus magno della sanità pubblica. Storia sua e di assessori e burocrati a lui d'intorno. Un accidente estemporaneo? Un evento unico, la classica "rara avis", come si dice, nel cielo della politica progressista? No purtroppo. Ne abbiamo dovute ingoiare tante, di queste delusioni. E non sono sempre docce fredde. A volte sono percezioni che ti conquistano lentamente, che iniettano nel tuo sistema di convinzioni quel piccolo dubbio che provi a tenere fuori dalla porta più che puoi ma che cresce fino a diventare maledetta certezza nell'arco di un anno o più anni.
Che dire, ad esempio, della Calabria? Di quella famosa inchiesta televisiva andata in onda una domenica sera su Rai3 sulla politica calabrese? Un'inchiesta al termine della quale ti mettevi le mani nei capelli per aver gioito della vittoria di quei rappresentanti del popolo che teorizzavano, anche dall'estrema sinistra, quanto fosse giusto assumere i propri parenti alla Regione? La Calabria, appunto. La terra in cui un consigliere regionale come Fortugno può essere ucciso per liberare il suo seggio e regalarlo al primo degli esclusi, traghettato fresco fresco nel centrosinistra dal centrodestra per ciucciarsi il suo prezioso (e un po' sospetto...) pacchetto di voti. Che dire della Campania, dove assistiamo allibiti agli effetti di una gestione dei rifiuti della quale (camorra o meno) una cosa sola capiamo, e cioè che se l'avessero realizzata i nostri avversari, e non personaggi che abbiamo imparato in altri contesti ad apprezzare, ce li sbraneremmo vivi? O che dire del potere politico in Basilicata, la nostra "Umbria del sud", roccaforte dell'ex Ulivo, finito dentro fino al collo nelle inchieste giudiziarie, anticipando di poco, in questi poco onorevoli fasti, il capoluogo di regione dell'Umbria "vera"? Né solo del sud o del centro si tratta. Perché anche Genova, sì, la città della Resistenza, della rivolta contro Tambroni, della classe operaia che non si piega, anche Genova è finita nel tritacarne degli avvisi di garanzia. La sua giunta, il suo consiglio comunale; e la sua istituzione storica, il Porto. Ha scelto di reagire con il suo combattivo sindaco Marta Vincenzi, lancia anzi da oggi la sfida di "Genova città dei diritti", capitale dei diritti umani e civili, dando l'avvio a un fitto ciclo di eventi. Ma è chiamata a vincerla, questa sua sfida in nome del diritto, prima di tutto dentro di sé.
C'è qualcosa che non quadra nel corredo culturale del centrosinistra. Il quale in alcuni luoghi finisce nei guai per mancanza di alternanza -così si dice-, perché a furia di governare sempre gli stessi non c'è più ricambio, si producono le incrostazioni di potere e ci si fa più spregiudicati, ci si sente più impuniti. Ma finisce nei guai, in altri luoghi, per il motivo opposto: ossia per realizzare l'alternanza, per prendere un po' di voti, quali che siano, pur di vincere e non stare più all'opposizione. Certo, si può agire sulle regole. Si possono pulire e moralizzare i tesseramenti, causa frequente di incetta illegale di fondi, e in tal senso è una buona notizia che Veltroni abbia deciso di portare il Pd sulla strada del rigore e della trasparenza proprio delle tessere. Certo, si possono separare meglio politica e burocrazia. Si possono regolamentare diversamente gli appalti. Ma alla fine, come sappiamo per lunga esperienza, l'inganno per la legge si trova sempre. Perché il problema è culturale. Di testa.

In fondo ci siamo dimenticati molto in fretta che Totò Cuffaro, prima di governare la Sicilia per il centrodestra, l'aveva governata con il centrosinistra...


Miseria politica
Emanuele Macaluso su
La Stampa

La bufera giudiziaria che in Abruzzo ha coinvolto il presidente della Regione Ottaviano Del Turco, assessori e molti amministratori della Sanità ha scatenato un dibattito sui rapporti tra politica e giustizia per molti versi ripetitivo. Berlusconi ha colto l'occasione per dire, senza leggere le carte, che i magistrati abusano del loro potere e Di Pietro per ripetere che le toghe hanno sempre ragione.

Sul piano giudiziario la cosa che trovo sconcertante è il fatto che i media hanno avuto un'informazione sulla vicenda solo attraverso quello che dicono i magistrati, mentre Del Turco è in isolamento, non può parlare col suo avvocato e non si conoscono le sue ragioni se ne ha di valide. Voglio dire che quando l'azione penale per reati che hanno carattere altamente infamante coinvolge un uomo politico nell'esercizio delle sue funzioni, il giudizio della pubblica opinione, degli elettori è decisivo. E allora è giusto che l'accusato possa difendersi non solo nelle aule giudiziarie, ma anche attraverso i canali d'informazione che hanno diffuso le valutazioni e i giudizi dei magistrati che lo accusano.

Fatte queste osservazioni e in attesa degli sviluppi dell'azione giudiziaria, da ciò che si legge e si capisce emerge una questione politica: cosa sono e come operano i gruppi dirigenti dei partiti nelle regioni del Sud? Parlo del Sud non per dire che nel Nord tutto è trasparente e limpido, ma perché nel Mezzogiorno il problema della formazione delle classi dirigenti ha una storia particolare e si intreccia strettamente con quella che è stata definita "questione meridionale": da Giustino Fortunato a Guido Dorso, da Luigi Sturzo ad Antonio Gramsci. E mi interessa parlare della sinistra, del centrosinistra, non perché la tempesta si abbatte in una Regione amministrata dal Pd, ma perché questo tema oggi sembra estraneo alla destra berlusconiana.

Insomma, ancora una volta dopo la vicenda dei rifiuti in Campania, dopo le traversie giudiziarie che hanno interessato il Pd calabrese, dopo il risultato elettorale siciliano, una domanda si pone: cos'è il Pd nel Mezzogiorno? Una domanda che io stesso posi nel momento in cui questo partito nasceva da una fusione a freddo dei gruppi dirigenti locali della Margherita e dei Ds. Partiti che nei loro congressi non si erano mai posti questo problema. Eppure, esso emergeva non solo in rapporto a vicende giudiziarie, ma per il fatto incontestabile che i gruppi dirigenti si formavano, si dissolvevano e si riformavano attorno alla gestione dei poteri locali: Comuni, Province, Regioni. E alla miriade di società pubbliche e semipubbliche, ai consulenti e agli assistenti che popolano tutte le strutture, politiche e amministrative.

Il Pd è nato con progetti ambiziosi, con dichiarazioni di intenti roboanti, accompagnati da analisi generali, a volte ricche di spunti culturali interessanti, di adesioni disinteressate ed entusiaste. Quel che mancava e manca ancora è un'analisi di ciò che in concreto è quel partito nella realtà in cui opera nel governo locale e dove dovrebbe svolgere l'opposizione come in Sicilia. Realtà in cui non c'è più un dibattito e una lotta sociale, politica e culturale tale da attrarre i giovani in un impegno nel volontariato politico.

Di fronte alla vicenda abbruzzese non basta certo dichiarare che in ogni caso il Pd sta con i magistrati o di giurare sull'onestà e la correttezza di Del Turco. Sulla questione giudiziaria abruzzese è giusto discutere e, via via, i fatti ci diranno come, su questo versante stanno le cose. Ma il risvolto politico c'è tutto. La miseria politica di quel gruppo dirigente è evidente. Che la sanità sia oggi la fascia ricca dei bilanci regionali e il rapporto tra pubblico e privato in questo campo il più inquinato, è un fatto. Che la sua gestione transiti dalla destra alla sinistra con un continuismo impressionante è un altro fatto. È su questo che occorre discutere nel Pd se si vuole coniugare, come è necessario, etica e politica.



Perché dà fastidio chi difende il paesaggio
Salvatore Settis su
la Repubblica

Due eventi hanno turbato negli scorsi giorni gli eleganti corridoi del Collegio Romano, sede centrale dei Beni Culturali. Primo evento, i recenti tagli al bilancio del Ministero: il Dl sull´Ici ha cancellato i 45 milioni di euro per il ripristino dei paesaggi degradati; 105 milioni sono stati dirottati a compensare mancati introiti Ici e al "Fondo per la politica economica"; infine, il Dl 112/2008 taglia nel prossimo triennio quasi un miliardo, di cui 761 milioni dalla "tutela dei beni culturali e paesaggistici".
Il secondo evento è assai più banale: sul Sole-24 ore del 4 luglio ho commentato queste cifre, citandole dalla Gazzetta Ufficiale. Non ci vuol molto a capire che il primo di questi due eventi è assai preoccupante, il secondo è irrilevante.
Eppure è sul mio articolo, e non sui tagli che lo hanno provocato, che si sono concentrati quasi tutti i commenti di senatori e deputati (fra cui un sottosegretario), e di molti giornali. Nessuno ha contestato la correttezza dei dati che avevo addotto; in compenso, più d´uno ha chiesto le mie dimissioni da presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali. Perché? Perché la preoccupazione per questi tagli rivelerebbe "scarso rispetto per le istituzioni" (sen. Amato), "disinvoltura e gusto per la polemica" (on. Giro), "non condivisione della linea di rilancio delle attività culturali del Ministro" (on. Carlucci). Perché, insomma, chi presiede il Consiglio Superiore dei Beni Culturali è tenuto a non manifestare preoccupazioni sui Beni Culturali, che potrebbero suonare critiche verso il governo. Anzi, soggiunge il sen. Amato, il carattere strumentale di tali critiche è dimostrato dall´"assordante silenzio" che avrei osservato all´epoca del governo Prodi.
Il presupposto di queste esternazioni sembra essere: la presidenza del Consiglio Superiore è un incarico politico, e comporta fedeltà al governo; ergo, ogni preoccupazione del presidente non può che essere "strumentale", cioè da oppositore politico. Quanto al mio preteso silenzio durante il governo Prodi, ricordo al sen. Amato solo la normativa sul silenzio-assenso. Quando fu proposta dal ministro Baccini (governo Berlusconi), ne scrissi sulla prima pagina di Repubblica dell´8 marzo 2005 (Beni culturali, ultimo scempio); quando una norma assai simile fu riproposta dal ministro Nicolais (governo Prodi), il mio articolo Per i Beni Culturali ritorna lo scempio, ahinoi molto simile al precedente non solo nel titolo, uscì sulla prima pagina di Repubblica dell´11 settembre 2006 (in ambo i casi, la proposta fu ritirata).
Altri esponenti della maggioranza hanno preso per fortuna la strada opposta: l´on. Granata, per esempio, mentre lo stesso Ministro Bondi ha riconosciuto "l´urgente necessità di intraprendere un cammino comune per limitare il più possibile il temuto ridimensionamento delle risorse", e ha dichiarato di non aver "mai messo in dubbio la legittimità di esprimere liberamente le proprie opinioni da parte del presidente del Consiglio Superiore".
Ma è vero che, come alcuni han detto, chi ricopre questa carica è obbligato al pubblico silenzio su ogni questione che riguarda i beni culturali? No, non è vero. Il Consiglio Superiore dei Beni Culturali è, come altri Consigli Superiori (dei Lavori Pubblici o della Magistratura), uno degli organi tecnico-scientifici (non politici) che l´Italia liberale istituì come mediatori fra il governo, il parlamento e la società civile, convocando competenze dal mondo dell´università, della ricerca, delle professioni. Perciò la presidenza del Consiglio Superiore comporta la massima discrezione sui documenti su cui il Ministro chiede pareri, ma non comporta l´obbligo del silenzio sugli atti ufficiali del governo né il divieto di citare dati pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale, né tanto meno la proibizione di esprimere opinioni. Il carattere tecnico-scientifico e non politico del Consiglio è stato pienamente riconosciuto dal Ministro Bondi, quando, davanti alle (doverose) dimissioni del presidente e dei membri nominati da Rutelli, ha chiesto a tutti di restare al loro posto.
L´atteggiamento responsabile del Ministro e la sua dichiarazione alle Camere che intende "impegnarsi per una progressiva crescita dell´intervento economico dello Stato a favore delle politiche culturali, attualmente attestato sulla troppo modesta percentuale dello 0.28%" consentono di accantonare le polemiche inutili, per tornare al cuore del problema. Quale che sia la manovra economica del governo, a chiunque abbia una qualche competenza specifica sui beni culturali, o un ruolo istituzionale connesso, spetta non la facoltà, bensì l´obbligo di dire nel modo più chiaro che questo è un settore (come del resto l´università e la ricerca) in cui tagli troppo drastici e non compensati da credibili meccanismi di recupero possono generare conseguenze di lungo periodo. Il deterioramento del patrimonio e del paesaggio per carenza di tutela, così come la forzata chiusura di una linea di ricerca o l´emigrazione di giovani talenti, educati in Italia a caro prezzo, verso Paesi più interessati alla ricerca, innescano processi irreversibili, danni economici e culturali non più sanabili.
Il Paese non può permettersi tagli tanto gravi ai Beni Culturali da mettere a rischio l´obbligo costituzionale della tutela, tanto più d´attualità oggi di fronte alla selvaggia aggressione al paesaggio da parte di comuni e regioni di ogni colore politico. Oggi e non domani è il momento di dirlo, prima che il Dl venga convertito in legge (entro l´8 agosto). Una discussione aperta, trasparente, limpida (dunque pubblica) sui fatti è richiesta dal pubblico interesse e dalle regole della democrazia. E poiché il Ministro (ha ragione l´on. Carlucci) ha una chiara "linea di rilancio delle attività culturali", protestare contro i tagli che ne impedirebbero l´attuazione è segno di rispetto per lui, di condivisione delle sue dichiarazioni alle Camere, e non il contrario. Il Ministro, intanto, sta lavorando per limitare il danno che verrebbe al suo Ministero da quei tagli: infatti, all´assemblea di Federculture ha parlato della "carenza di risorse che attanaglia il Ministero". Dopo gli 80 milioni per il cinema già recuperati, dopo i 20 milioni che verranno da Arcus, non si può dubitare che egli si adoprerà sia per ridurre la portata dei tagli al suo bilancio sia per attivare altre fonti d´introito.
Il Parlamento, al cui esame è ora il Dl 112, non può, non deve sottoscrivere tagli ai Beni Culturali della portata ipotizzata. Lo ha ripetuto ieri all´unanimità il Consiglio Superiore al Ministro, esprimendo il proprio apprezzamento per le sue dichiarazioni e per l´intenzione di promuovere donazioni mediante misure di defiscalizzazione, ma anche "piena solidarietà e appoggio allo scopo di scongiurare la temuta deriva che rischia di annichilire la tutela e il governo del patrimonio culturale e paesaggistico".

Con ostinato ottimismo rivolgiamo al senso di responsabilità istituzionale del Governo e del Parlamento un accorato appello perché le cifre dei tagli previsti dal Dl 112 vengano rivedute sensibilmente al momento della sua conversione in legge; anzi perché, pur nella difficile congiuntura economica, venga avviato un piano per una progressiva, necessaria crescita delle risorse.


  17 luglio 2008