
sulla stampa
a cura di G.C. - 19 luglio 2008
Quindici anni dopo
Antonio Padellaro su l'Unità
Forse dovremmo essere sinceramente grati al senatore Gasparri che ha definito una "cloaca" il Csm. Perché proveremo a spiegarlo partendo da un articolo pubblicato su Internazionale a firma Salvatore Aloïse, corrispondente della tv franco-tedesca Arte. Opportunamente il collega ci ricorda che giusto quindici anni fa, quando Silvio Berlusconi annunciò alla Stampa estera, a Roma, la sua discesa in campo, "Bill Clinton stava per completare il suo primo anno alla Casa Bianca; l'Unione Sovietica era finita da poco e in Russia Putin era ancora il vicesindaco di San Pietroburgo; Tony Blair era un giovane deputato laburista rampante; Internet era agli albori, le videocassette erano in splendida forma e i telefoni cellulari erano aggeggi pesanti e molto esclusivi". Possibile, si chiede Aloïse, che tutto sia cambiato e che solo in Italia tutto sia rimasto fermo? Possibile che il dibattito politico debba, ancora, concentrarsi su come ottenere l'immunità del premier? E debba, ancora, lasciare il passo ai problemi che affliggono l'intero paese come i tempi biblici della giustizia o l'arrancare delle famiglie per arrivare a fine mese o la perdita di competitività dell'economia o l'arretratezza della scuola?
Purtroppo, aggiungiamo noi, se in questo quindicennio l'Italia è sembrata paralizzata dal maleficio lo stesso forse non può dirsi per i protagonisti di questa che assomiglia tanto a una brutta favola. Protagonisti che invece sono cambiati ma, temiamo, in peggio.
Non parleremo, però, del "caimano" dalla spessa corazza e dalla sorprendente vitalità ma di chi, come noi, a volte si sente come estenuato, sfibrato, scoraggiato nel dovere fronteggiare una presenza che, lustro dopo lustro, si presenta in forma sempre più aggressiva e sempre più ostile. Nessuno spirito di resa ma quindici anni dopo l'avvento di Berlusconi e del berlusconismo lo stare all'opposizione - soprattutto quella che abbiamo dentro come sentimento di reazione all'ingiustizia e prepotenza - ci porta invariabilmente a ripercorrere gli stessi passi, a dire le stesse parole e a pensare gli stessi pensieri di allora. Anche l'avversario, si dirà, vive la stessa coazione a ripetere. Con la non piccola differenza che loro è il potere e loro sono le leggi.
La cronaca di questi giorni può spiegare meglio questo strano stato d'animo. Chiediamoci, per esempio, se piazza Navona è andata come è andata per una sorta di overdose dell'indignazione. Dieci o anche cinque anni fa era sufficiente raccontare le leggi vergogna per quello che sono. Ma oggi solo l'insulto e la deriva verbale sembrano, per alcuni, l'unica reazione possibile al regime soffocante. Quindici anni fa, ai tempi di Mani Pulite, la carcerazione di uomini politici con l'accusa di corruzione veniva salutata dal plauso dell'opinione pubblica, perfino davanti all'uso eccessivo delle manette. Cinque anni fa di manette se ne vedevano fortunatamente di meno, ma nei sondaggi d'opinione la popolarità della magistratura era sempre elevata. Oggi può capitare che un arresto eccellente susciti subito dubbi e perplessità. E anche quando la procura parla di prove schiaccianti ciò non basta a togliere di mezzo il sospetto che dietro possa esserci un qualche complotto. Intendiamoci, meglio così se la molla è quella della prudenza visto che in gioco c'è la dignità delle persone e non si distrugge una vita per un'indagine sbagliata. Ma è anche possibile che questo diverso atteggiamento nasca da una specie di assuefazione o peggio di rassegnazione rispetto al moltiplicarsi dei reati e alla prevalente impunità di chi delinque.
Su questo rischio ha scritto pagine memorabili Paolo Sylos Labini, grande economista e paladino della società civile di cui sentiamo forte la mancanza. A proposito di un diffuso e deteriore senso comune egli scriveva non troppo tempo fa che spesso gli italiani giustificano la disonestà sostenendo che non pochi manigoldi sono simpatici. Supposto che sia così, è giusto che dei "simpatici" manigoldi rendano la vita sociale ripugnante? Lui stesso, del resto, aveva sentito persone considerate per bene giustificare le loro malefatte con l'atroce formula del "così fan tutti", che implica la perpetuazione del malaffare. A questo punto il professore ricordava che era la stessa dichiarazione fatta nel Parlamento inglese dal primo ministro Walpole intorno al 1730, "qui ogni uomo ha un prezzo", durante il lungo periodo in cui l'Inghilterra era una paese profondamente corrotto, pantano da cui uscì attraverso lacrime e sangue.
E allora è strano che non essendoci più un Sylos Labini, a scuoterci dal torpore che ogni tanto ci assale ci pensino uomini di tutt'altra pasta come il capo dei senatori del Pdl Gasparri. Costui, un eroe dei nostri giorni, ha saputo saldare mirabilmente la lusinga verso il capo con lo stile squadrista che gli è congeniale.
Il Csm "cloaca" (il Consiglio Superiore della Magistratura presieduto, ricordiamolo, dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano) è la traduzione in un linguaggio primitivo delle celebre invettiva mussoliniana del parlamento ridotto a un bivacco di manipoli. Ogni epoca ha il fascista che si merita.
Il vero rimedio del conflitto
Sergio Romano sul Corriere della Sera
Se può essere di consolazione a qualche lettore, la guerra fra politica e giustizia non è un fenomeno esclusivamente italiano. Esiste sin dagli inizi degli anni Novanta, anche se in forme diverse, in quasi tutte le maggiori democrazie occidentali, dagli Stati Uniti alla Francia, dalla Spagna alla Germania. I magistrati lamentano "l'arrogante brama di potere di molti governanti che pretendono di sottomettere la giustizia alle lunghe maglie del loro controllo" (sono le parole di un giudice spagnolo, Baltasar Garzón, tratte da un libro pubblicato nel 2005 da Baldini Castoldi Dalai). La classe politica deplora l'invadenza della magistratura e il suo tentativo di esercitare una sorta di supervisione su funzioni che sono state tradizionale appannaggio del potere esecutivo e del potere legislativo. La magistratura rivendica la propria indipendenza e si proclama "bocca del diritto". La classe politica invoca il mandato popolare e rivendica la propria legittimità democratica. Chiedete ad Aznar, Chirac, Kohl, Bush, Kissinger, Olmert o, se fosse in grado di rispondervi, Sharon, che cosa pensino dei loro magistrati o di quelli che cercano d'incriminarli di fronte al tribunale di un altro Paese. Vi daranno privatamente risposte non troppo diverse dalle parole con cui Silvio Berlusconi ha polemizzato in questi anni con la magistratura italiana.
Questa guerra della giustizia contro la politica, o viceversa, ha parecchie cause. Con la fine della guerra fredda e la disgregazione degli Stati comunisti è cominciata la stagione delle guerre civili, delle pulizie etniche, della criminalità senza frontiere, ma anche dei diritti umani, degli interventi umanitari, dei tribunali per i crimini di guerra: occasioni che molti magistrati hanno colto per annunciare il "regno della legalità" e promuovere se stessi al ruolo di sacerdoti di una nuova fede. Ma gli attacchi terroristici, soprattutto dopo l'11 settembre, hanno fornito ai governi l'occasione per rafforzare i tradizionali poteri dell'esecutivo, dal fermo di polizia all'abolizione di alcune garanzie conquistate negli anni precedenti. All'ondata pangiudiziaria degli anni Novanta (un'epoca in cui molti magistrati pensavano che tutto potesse venire risolto in un'aula di tribunale) è seguita un'ondata di riflusso durante la quale i governi hanno riconquistato una parte del terreno perduto. In queste lotte fra poteri è probabile che i magistrati, soprattutto in alcuni Paesi, siano stati avvantaggiati dalla crescente insoddisfazione della società per la "casta " che governa. La democrazia resta la meno peggiore di tutte le forme di governo possibili, ma non gode di buona salute né da questa né dall'altra parte dell'Atlantico.
Queste sono riflessioni che conviene tuttavia lasciare ai sociologi e ai filosofi della politica. Ciò che maggiormente ci concerne è la constatazione che la guerra è molto più grave e politicamente cruenta in Italia di quanto non sia in altri Paesi comparabili al nostro. Ne conosciamo le ragioni. I politici hanno delegato ai giudici la lotta contro tre minacce terrorismo, mafia, corruzione che hanno insidiato la vita repubblicana degli ultimi trent'anni, e li hanno così implicitamente incoraggiati a uscire dal loro ruolo tradizionale. La piaga della corruzione ha infettato buona parte della società nazionale.
Berlusconi ha portato con sé, entrando in politica, un conflitto di interessi che lo ha reso particolarmente criticabile, sospettabile e vulnerabile. E la sinistra, fino a poco tempo fa, ha lasciato spazio ai magistrati nella speranza che la sbarazzassero di qualche scomodo avversario. È questo il fattore che ha maggiormente complicato la situazione italiana. In altre democrazie la politica sta riprendendo nelle sue mani il controllo della situazione e sta cercando di adottare norme in cui legalità e legittimità democratica possano trovare un nuovo punto di equilibrio. Il caso più interessante è quello della Spagna dove socialisti e popolari, dopo essersi paralizzati a vicenda, si stanno accordando per una riforma che riaffermerà le prerogative del Parlamento nei suoi rapporti con le maggiori istituzioni giudiziarie. Da noi invece la destra cerca d'imporre la propria riforma e la sinistra, incapace di accordarsi su proposte alternative o complementari, si limita a deplorare e condannare.
Gli umori del Paese nel frattempo stanno cambiando. Dopo una fase in cui la filosofia pangiudiziaria dei magistrati trovava molti consensi, la società sembra divisa fra coloro per cui i procuratori hanno sempre ragione e quelli per cui la magistratura è una corporazione ambiziosa e autoreferenziale che sta rendendo un cattivo servizio al Paese. Siamo giunti al punto in cui le azioni giudiziarie, le intercettazioni, gli avvisi di reato e le detenzioni cautelari raggiungono il paradossale risultato di screditare contemporaneamente, anche se in campi opposti della società, sia il partito della legalità sia quello della legittimità democratica.
Uno, cento, mille conflitti d'interesse
Tito Boeri su la Repubblica
Sia Antonio Di Pietro che Silvio Berlusconi ritengono imminente una nuova tangentopoli. Il primo lo ha detto espressamente in questi giorni, commentando l´arresto di Ottaviano Del Turco. Il secondo lo ha fatto capire cercando, senza successo, di imprimere una brusca accelerazione alla sua proposta di reintrodurre l´immunità parlamentare.
Difficile stabilire se hanno ragione. Quel che è certo è che una classe politica che dovesse pensare solo a rafforzare gli scudi protettivi della "casta" mentre il paese sprofonda nella stagflazione, sono in corso diverse indagini che vedono coinvolti uomini politici e sono stati intercettati ripetuti episodi di gestione personale del potere, rischierebbe una sonora bocciatura dei cittadini. Sono loro i veri giudici in democrazia. E hanno già dato prova di saper travolgere col voto una classe politica, quella della Prima Repubblica, che aveva edificato attorno al suo operato un sistema di corruzione capillare.
Il compito primario di un sistema immunitario è quello di proteggerci dai processi degenerativi che si mettono in moto all´interno del nostro stesso organismo. La classe politica oggi deve difendersi soprattutto dalla corruzione e dall´uso a fini personali del potere. Il migliore anticorpo che può attivare è la trasparenza sulla situazione finanziaria e sugli interessi economici dei politici. Nei paesi in cui c´è più informazione sugli interessi privati e sull´operato dei politici, si registrano meno episodi di corruzione. Deve essere una trasparenza effettiva nel senso che deve essere possibile per tutti controllare se i politici si sono astenuti dal partecipare a decisioni in cui erano portatori di interessi potenzialmente in contrasto con quelli della collettività.
Oggi in Italia è possibile sapere a quanto ammontano i redditi e i patrimoni dei parlamentari e delle più alte cariche dello stato, ma non sono noti i potenziali conflitti di interesse in cui possono incorrere nell´esercizio delle loro funzioni. Ad esempio, non si conosce la composizione del portafoglio di azioni posseduto da parlamentari e consiglieri regionali e i debiti che hanno contratto (non solo durante la campagna elettorale!). Queste informazioni sono, almeno in parte, raccolte dalle presidenze di Camera e Senato, ma non vengono pubblicate. Farlo ora, subito è il modo migliore per scongiurare una nuova tangentopoli.
Il macroscopico conflitto di interessi del nostro Presidente del Consiglio è già oggi evidente a tutti coloro che vogliono vederlo. Ma ce ne sono tanti altri, di conflitti di interesse, che riguardano decine di deputati, senatori e consiglieri regionali, di cui l´opinione pubblica non è affatto consapevole e di cui non si ha traccia, neanche passando al microscopio gli atti pubblici. Questi conflitti inquinano e ritardano i processi decisionali, facendo lievitare i costi della politica. Proviamo a fare alcuni esempi.
In Italia, soprattutto con il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, si è affermata una nuova classe di politici, particolarmente esposti a conflitti di interessi. Si tratta dei politici-managers, imprenditori che decidono di presentarsi alle elezioni. Oggi un deputato su quattro proviene da quelle fila, contro uno su dieci nel 1948. Quali che siano le loro motivazioni, gli imprenditori che si danno alla politica poi non tornano più a occuparsi del loro business a tempo pieno. Rimangono con un piede nel pubblico e con l´altro nel privato, a vita. È una condizione in cui è facile incorrere in conflitti di interesse, soprattutto in un paese come il nostro dove l´attività delle imprese private è fortemente regolata. Il sospetto è che l´ibrido piaccia proprio per questo.
I medici hanno un peso rilevante nel nostro Parlamento: cinque deputati su cento provengono dalle loro fila. Sono molti quelli che, anche da parlamentari o consiglieri regionali, continuano ad esercitare la libera professione. Come segnalato dai ripetuti casi di corruzione nella sanità, c´è oggi una eccessiva concentrazione di potere nelle mani di gestori e medici di case di cura accreditate. Sta diventando una vera e propria emergenza nazionale. Qualora, come auspicabile, vengano apportati correttivi alle normative sul sistema di accreditamento delle cliniche private, come si comporteranno i medici-politici? Saranno davvero sereni nel loro giudizio?
Non sono esempi tratti a caso. Le disuguaglianze nei redditi dei parlamentari sono esplose nella Seconda Repubblica grazie al crescente peso parlamentare dei manager-politici e dei liberi professionisti. Nel cumulo dei loro redditi parlamentari ed extra-parlamentari trovano molte complementarietà. Bene sincerarsi che queste sinergie ci siano anche dal punto di vista degli interessi della collettività.
"Ci sono due modi di fare il politico", scriveva Max Weber nel 1918: "Si può vivere per la politica oppure si può vivere della politica". L´opinione pubblica ha oggi il legittimo sospetto che molti nostri politici, nazionali e locali, interpretino il loro ruolo in questo secondo modo, cercando di rendere il mandato ricevuto dagli elettori una fonte di reddito permanente.
Il Parlamento sta per discutere due disegni di legge sulla valutazione e trasparenza delle amministrazioni pubbliche. Basta un piccolo emendamento che imponga di raccogliere e pubblicare le informazioni sui potenziali conflitti di interesse dei parlamentari. Un Parlamento che accettasse questo emendamento avrebbe un titolo in più per chiedere anche ai dipendenti pubblici maggiore trasparenza nel loro operato.
Draghi: Inflazione peggio delle attese
Redazione de La Stampa
ROMA. L'aumento dell'inflazione anche se temporaneo sarà più persistente delle attese. È quanto ha sottolineato il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, nel corso del suo discorso alla Whitaker Lecture a Dublino. Per questo, ha spiegato Draghi, occorrono politiche monetarie credibili e manovre tempestive, fondamentali per il contenimento dei prezzi. "Secondo le nostre previsioni - ha detto il governatore - l'aumento dell'inflazione è temporaneo, ma esso appare oggi più persistente di quanto ci aspettavamo alcuni mesi fa. Mentre nei mesi scorsi gli spillover erano stati modesti e l'inflazione di fondo era rimasta contenuta, recentemente i rischi sono aumentati.
"Bene la decisione della Bce di aumentare i tassi al 4,25%"
Vi sono segni di accelerazione dei costi interni di produzione; anche le misure delle aspettative di inflazione a medio-lungo termine indicano la presenza di tensioni". Positiva dunque la decisione della Bce che il 3 luglio ha deciso di aumentare i tassi al 4,25%. "È stato per affrontare l'accresciuto rischio di effetti di second round sulle retribuzioni e sulla fissazione dei prezzi interni e per riaffermare il proprio impegno a ripristinare la stabilità dei prezzi - ha detto Draghi - che il Consiglio direttivo ha deciso il 3 luglio di aumentare i tassi di interesse di riferimento al 4,25 per cento". "La credibilità - ha evidenziato il governatore - non può essere data per scontata, come se fosse acquisita una volta per sempre. Una manovra tempestiva, che permetta il mantenimento delle aspettative di inflazione sotto controllo, è certamente preferibile alle tardive, violente correzioni operate in molti paesi decenni addietro. Vi è qualche indicazione che, nei giorni successivi al rialzo dei tassi, le misure delle aspettative di inflazione derivate dai mercati finanziari hanno smesso di crescere".
"Più poteri alle banche centrali"
Per il mantenimento della stabilità finanziaria, per affrontare le crisi dei mercati, occorrerebbe un ampliamento dei poteri delle banche centrali.
Parlando dei legami tra politica monetaria e stabilità finanziaria, il governatore ha spiegato che "occorrerebbe inoltre valutare attentamente se gli strumenti attualmente disponibili alle banche centrali per mantenere la stabilità finanziaria, per esempio attenuando la natura prociclica dei mercati finanziari, sono adeguati a questo importante obiettivo, e se è possibile superare le resistenze economiche e politiche ad un ampliamento del ruolo delle banche centrali nella difesa della stabilità finanziaria". Infine, ha sottolineato il governatore, "preservare la stabilità finanziaria può avere implicazioni anche per la conduzione della politica monetaria: il legame tra politica monetaria e stabilità finanziaria pone una sfida ai banchieri centrali".
"Choc petroliferi hanno effetti meno severi di 30 anni fa"
"Vi è ampia evidenza a livello internazionale che gli effetti negativi degli choc petroliferi sull'economia sono oggi molto meno severi che 30 anni fa", sottolinea Mario Draghi spiegando che le conseguenze sono meno gravi grazie alle modifiche strutturali dell'economia, "quali la maggiore efficienza energetica della produzione e del consumo e mercati del lavoro più flessibili".
Le meraviglie del sovrano taumaturgo
Paolo Macry sul Corriere della Sera
"L' Europe finit à Naples", giurava nel 1806 il francese Creuzé de Lesser dopo aver toccato con mano la situazione. Quasi due secoli dopo, Antonio Bassolino guidò la città alla rincorsa di Londra. La nostra metropolitana ce la invidiano gli inglesi, disse in modo forse prematuro. Oggi, reduce dalla grande guerra dei rifiuti, Silvio Berlusconi alza ancora la posta.
Abbiamo riportato Napoli in Occidente, assicura con orgoglio, mettendo in gioco niente di meno che la controversa categoria di civiltà e implicitamente svelando che il disastro dell'immondizia aveva delocalizzato la terra di Vico e Croce dall'Europa dello Stato moderno, dell'illuminismo e della democrazia liberale. La stava trascinando molto più a sud di quanto già non le sia capitato per cosmiche ragioni.
Nessuno può negare che, quando non è paralizzato da problemi personali e antichi persecutori, il Cavaliere riesca a portare a casa ottimi risultati. Il suo intervento sul nodo rifiuti imponendo la sinergia di amministrazioni locali, Regione e prefetto, in una parola imponendo per una volta la logica dello Stato costituisce un esempio di quel che potrebbe accadere nel Paese se la politica non si frammentasse nell'usuale labirinto dei microinteressi, localismi, malaffare.
Ma Berlusconi non intende moderarsi con le parole, non ci riesce quasi mai, e finisce per essere risucchiato dalla retorica del Re Taumaturgo. Che tocca e guarisce. In pochi mesi un groviglio vecchio di quindici anni è sciolto come neve al sole, dice forzando il senso comune. E in fretta e furia i tg della sera ricreano la Napoli del lungomare radioso, dei turisti, dei palazzi settecenteschi.
Ariostesche meraviglie che rischiano paradossalmente di sminuire quel che di buono il Sovrano ha fatto.
La situazione
Redazione del Corriere della Sera
NAPOLI Le oltre cinquantamila tonnellate di spazzatura che riempivano le strade di Napoli e dintorni nel momento in cui Guido Bertolaso è stato nominato sottosegretario con la delega all'emergenza rifiuti in Campania, sono state smaltite soprattutto grazie all'apertura delle discariche di Savignano Irpino e Sant'Arcangelo Trimonte, progetti che erano stati avviati e portati a buon punto dall'ultimo commissario straordinario, il prefetto Gianni De Gennaro. La possibilità di smaltire la spazzatura nelle discariche ha evitato l'intasamento dei cdr oggi definiti impianti di tritovagliatura che era una delle cause principali dell'accumulo di rifiuti in strada. Ciò che resta sono circa duemila tonnellate di immondizia che dovrà essere raccolta con procedure particolari, perché nel corso dei mesi, ai normali rifiuti urbani si sono aggiunti rifiuti speciali, non necessariamente tossici, ma che non possono essere raccolti dai normali autocompattatori. Nei prossimi giorni dovrebbe essere organizzata la bonifica delle aree in cui la spazzatura è accumulata e poi si potrà procedere alla raccolta.
Eventualmente anche con mezzi speciali.
La variante Bossi
Edmondo Berselli su la Repubblica
http://www.repubblica.it
Quando tutti i giorni risuona perentoria l´affermazione che fra il Pdl e la Lega "non c´è il minimo problema" vuol dire che almeno un sospiro, una inezia, un niente di problema c´è. Certo, il realismo suggerisce di guardare agli attriti fra Silvio Berlusconi e il Carroccio senza aspettarsi sorprese fondamentali nello sviluppo della legislatura.
Ma nello stesso tempo conviene analizzare con attenzione il clima che si sta creando tra il cartello politico del premier e il partito di Umberto Bossi. Non soltanto perché il Carroccio rimane nella memoria politica per avere assestato il colpo, letale, alla prima esperienza di governo del Cavaliere, nel 1994, quando Bossi da fedele alleato divenne "il traditore" e "il ladro di voti". Ma perché si chiarisce anche, in questi giorni, che la Lega rappresenta un elemento di confine nell´alleanza di destra.
Già, ma quale confine? Quanto alla matrice culturale, la Lega è un partito populista di destra, che si propone come imprenditore politico dell´immigrazione e della sicurezza. Su questi temi ha vinto le ultime elezioni, mobilitando settori vecchi e nuovi della borghesia settentrionale. Sui clandestini, gli irregolari e i nomadi, gli esponenti leghisti di maggior peso, a cominciare dal ministro degli Interni Roberto Maroni, hanno tenuto alta la tensione, predisponendo misure in cui il fattore simbolico è potentissimo, sino ad affrontare a muso duro l´urto con le istituzioni europee. Tuttavia la Lega non è soltanto un partito di reazione, che punta sulle angosce dei cittadini spaesati, sconcertati dalle "ondate" migratorie, "espropriati" dei loro diritti. Se questo fosse l´intero universo politico, mentale e l´intera gamma lessicale del Carroccio, Bossi e i suoi si troverebbero all´estrema destra dell´alleanza berlusconiana, con scarse possibilità di influire sugli equilibri interni e soprattutto sul formato complessivo del sistema politico italiano.
Ma Bossi è anche il portatore di un progetto politico esclusivo, per quanto approssimato, cioè il programma federalista. È in questa veste che la Lega si mette in una posizione potenzialmente molto più centrale. Perché almeno agli occhi del suo elettorato più fedele, questa legislatura è effettivamente "costituente". Bossi, Maroni e Calderoli devono portare al Nord il risultato del federalismo fiscale, in primo luogo; e dell´articolazione federale dello Stato, compreso il Senato delle regioni, subito dopo.
Non hanno tempo da perdere. Dal loro punto di vista la primissima fase del governo Berlusconi ha rappresentato, almeno in parte, un´occasione mancata. Soprattutto nel momento in cui il capo del governo sequestra l´agenda per mettere al primo punto la riforma del sistema giudiziario, due diverse esigenze politiche vengono a scontrarsi. Bossi vuole il federalismo fiscale, Berlusconi pretende il rifacimento della giustizia: allorché il premier indica che le due riforme si possono o si devono fare insieme, nella Lega qualcuno avverte che la simultaneità enunciata da Berlusconi ha il sentore del ricatto o diktat: ricordatevi che se volete il federalismo dovete darmi la normalizzazione delle procure.
È cominciato così un gioco di mosse e contromosse che spesso diviene schermaglia. A ogni pretesa di Berlusconi corrisponde un pronunciamento leghista in senso contrario. Va considerata fra l´altro la possibilità che l´elettorato popolare di Bossi non gradisca del tutto il forcing berlusconiano contro i magistrati e la predisposizione delle immunità, prima per le alte cariche e poi per i parlamentari (cioè per la "casta"). Va bene che ieri, con una delle sue virate spettacolari, Berlusconi ha negato l´innegabile, "mai parlato di immunità", ma resta il fatto che per lui la questione giudiziaria rappresenta la priorità pratica e ideologica assoluta.
Quindi la Lega si trova a essere l´unico interlocutore dialettico del Pdl; non lo è più An, ormai tendenzialmente omologata a Forza Italia e in progressiva perdita di identità politica. Quindi Bossi e i maggiori esponenti leghisti sentono di avere una posizione negoziale in via di rafforzamento. Sanno di avere una sponda importante, dentro il governo, grazie al peso del deus ex machina economico, il forzaleghista Giulio Tremonti. Per questo intreccio di ragioni il ministro Maroni si sente autorizzato a sparigliare, almeno sul piano verbale: "In primo luogo c´è il federalismo fiscale e lo faremo con chi ci sta".
Non si tratta della premessa di manovre tipo prima Repubblica, e neppure di un´apertura di credito alle riflessioni di Massimo D´Alema sulle riforme da fare con ragionevoli compromessi. Tuttavia è il segno di una virtuale ricollocazione della Lega da una posizione di frontiera a un ruolo di cerniera.
19 luglio 2008